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22 ottobre 2020

Necessari nel Centro-Sud nuovi inceneritori

Secondo uno studio del Cesisp dell’università Bicocca di Milano sono necessari nuovi impianti per selezionare, riciclare e smaltire i rifiuti, in primo luogo una decina di inceneritori per 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti, soprattutto nel Sud ma anche in alcune aree del Centro, ad esempio a Roma.  

Infatti c’è un notevole divario fra l’Italia del Nord e il Sud nella disponibilità di impianti per selezionare, riciclare e smaltire i rifiuti.

Qui saranno presi in considerazione i principali risultati ottenuti non solo nello studio del Cesisp ma anche in quello di Ref.Ricerche.

Mancano impianti ambientali per trattare circa 2,2 milioni di tonnellate di spazzatura (stima Ref.Ricerche per Fise Assoambiente) e servono una decina di inceneritori per 2,7 milioni di tonnellate (stima Cesisp università Bicocca).

E finisce nell’abuso tutto ciò che non arriva negli impianti per riciclare i materiali e per smaltire gli scarti irriciclabili che rimangono dopo le attività di rigenerazione.

Il caso della Campania, la Sicilia che ambisce dotarsi di impianti alternativi alle discariche, la situazione di Roma, soprattutto.

Ma il segnale è più generale.

Mentre entra in vigore la direttiva europea sulla circular economy, l’Italia si indirizza a passo di marcia dalla parte opposta. Meno impianti e più norme inapplicabili.

Secondo il presidente della Fise Assoambiente, Chicco Testa, “serve una strategia nazionale di gestione dei rifiuti che fornisca una visione nel medio-lungo periodo migliorando le attuali performance.

Per farlo nei prossimi mesi abbiamo due irripetibili occasioni da cogliere: il piano di aiuti messo in campo dalla Ue (Recovery Fund) e il programma nazionale per la gestione dei rifiuti da definire nei prossimi 18 mesi, secondo quanto previsto dalla direttiva europea appena recepita”.

Massimo Beccarello, economista dell’Università di Milano Bicocca, insieme con Giacomo Di Foggia ha condotto lo studio “Circular capacity: stima del fabbisogno impiantistico per il piano nazionale di gestione dei rifiuti urbani”.

Dice Beccarello: “Non si può più rimanere fossilizzati sulla via autarchica di gestire i rifiuti urbani esclusivamente dentro la regione. L’ipocrisia dell’autosufficienza locale va superata insieme con l’inefficienza che essa porta con sé”.

Che cosa impone la nuova direttiva?

In sostanza, secondo la ricerca del Cesisp Bicocca, si devono chiudere discariche per 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti e abbandonare gli impianti Tmb (trattamento meccanico biologico) per 4,9 milioni di tonnellate.

Servono inceneritori per 2,7 milioni di tonnellate.

Alle discariche tenta di rinunciare la Sicilia, ma i suoi progetti di inceneritori vengono bocciati senza rimedio dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

Invece gli impianti Tmb sono lo strumento dell’ipocrisia di Roma: tramite una setacciatura sommaria, la spazzatura di Roma da urbana (da trattare solo nella regione) viene riclassificata come speciale (esportabile in Romagna, Veneto o all’estero).

La raccolta differenziata in Italia è in media pari al 58,1% dei rifiuti, e anche qui vi è un divario fra Nord e Sud: 65% al Nord, 54,1% al Centro e 46,1% al Sud e isole.

Al Lazio mancano impianti di gestione dei rifiuti pari a 1,3 milioni di tonnellate, e in Campania per 1,2 milioni di tonnellate.

La Lombardia fa il contrario: siccome ha molti impianti per separare, trattare e riciclare i materiali, e ha impianti per smaltire i rifiuti irriciclabili che risultano dal riciclo, allora ha disponibilità aggiuntiva pari a 1,3 milioni di tonnellate di spazzatura.

Secondo lo studio del Ref.Ricerche per Fise Assoambiente, nel 2019 è aumentata del 2% la produzione di rifiuti urbani e del 3,3% quella di rifiuti speciali.

Sono diminuiti gli impianti per gestire questi rifiuti (396 impianti in meno per il segmento dei rifiuti speciali). Di conseguenza è aumentato l’export della spazzatura fuori dalla regione di produzione o perfino all’estero, come in Spagna, Austria, Olanda o Germania (+31% per gli urbani e +14% per gli speciali).

E ovviamente, più domanda e meno offerta, i costi di smaltimento sono cresciuti del 40%.




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22 ottobre 2020

60.000 morti all'anno per lo smog

Alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure antismog, Legambiente ha presentato un’edizione speciale di Mal’aria. Sono state confrontate le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) negli ultimi cinque anni (2014-2018) con i rispettivi limiti suggeriti dall’Organizzazione mondiale della sanità, prendendo in considerazione 97 città italiane.

Che aria si respira nelle città italiane e che rischi ci sono per la salute?  Di certo non tira una buona aria e con l’autunno alle porte, unito alla difficile ripartenza dopo il lockdown in tempo di Covid, il problema dell’inquinamento atmosferico e dell’allarme smog rimangono un tema centrale da affrontare.

A dimostrarlo sono i nuovi dati raccolti da Legambiente nel rapporto “Mal’aria edizione speciale”  nel quale l’associazione ambientalista ha stilato una “pagella” sulla qualità dell’aria di 97 città italiane sulla base degli ultimi 5 anni - dal 2014 al 2018 - confrontando le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10, Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) con i rispettivi limiti medi annui suggeriti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)

Il quadro che emerge dal confronto realizzato da Legambiente è preoccupante: solo il 15% delle città analizzate ha la sufficienza contro l’85% sotto la sufficienza.

Delle 97 città di cui si hanno dati su tutto il quinquennio analizzato (2014 - 2018) solo l’15% (ossia 15) raggiungono un voto superiore alla sufficienza: Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). 

La maggior parte delle città - l’85% del totale - sono sotto la sufficienza e scontano il mancato rispetto negli anni soprattutto del limite suggerito per il Pm 2,5 e in molti casi anche per il Pm10.

Fanalini di coda le città di Torino, Roma, Palermo, Milano e Como (voto 0) perché nei cinque anni considerati non hanno mai rispettato nemmeno per uno solo dei parametri il limite di tutela della salute previsto dall’Oms. 

Dati che Legambiente ha lanciato alla vigilia del 1 ottobre, data in cui hanno preso il via le misure e le limitazioni antismog previste dall’ “Accordo di bacino padano” in diversi territori del Paese per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico, una piaga dei nostri tempi al pari della pandemia e che ogni anno, solo per l’Italia, causa 60.000 morti premature e ingenti costi sanitari. Il Paese detiene insieme alla Germania il triste primato a livello europeo.

Per questo Legambiente ha chiesto anche al Governo e alle Regioni più coraggio e impegno sul fronte delle politiche e delle misure da mettere in campo per avere dei risultati di medio e lungo periodo.

Un coraggio che per Legambiente è mancato alle quattro regioni dell’area padana (Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) che, ad esempio, hanno preferito rimandare all’anno nuovo il blocco alla circolazione dei mezzi più vecchi e inquinanti Euro4 che sarebbe dovuto scattare dal 1 ottobre nelle città sopra i 30.000 abitanti.

Una mancanza di coraggio basata sulla scusa della sicurezza degli spostamenti con i mezzi privati e non pubblici in tempi di Covid, o sulla base della compensazione delle emissioni inquinanti grazie alla strutturazione dello smart working per i dipendenti pubblici.

“Per tutelare la salute delle persone - ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - bisogna avere coraggio e coerenza definendo le priorità da affrontare e finanziare.

Le città sono al centro di questa sfida, servono interventi infrastrutturali da mettere in campo per aumentare la qualità della vita di milioni di pendolari e migliorare la qualità dell’aria, puntando sempre di più su una mobilità sostenibile e dando un’alternativa al trasporto privato.

Inoltre serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e alle deboli e sporadiche misure anti-smog che sono solo interventi palliativi.

Il governo italiano, grazie al Recovery Fund, ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese, scegliendo la strada della lotta alla crisi climatica e della riconversione ecologica dell’economia italiana. Non perda questa importante occasione e riparta dalle città incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziando la rete dello sharing mobility e raddoppiando le piste ciclopedonali.

Siamo convinti, infatti, che la mobilità elettrica, condivisa, ciclopedonale e multimodale sia l’unica vera e concreta possibilità per tornare a muoverci più liberi e sicuri dopo la crisi Covid-19, senza trascurare il rilancio economico del Paese”.

“L’inquinamento atmosferico nelle città - ha aggiunto Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente - è un fenomeno complesso poiché dipende da diversi fattori: dalle concentrazioni degli inquinanti analizzati alle condizioni meteo climatiche, passando per le caratteristiche urbane, industriali e agricole che caratterizzano ogni singola città e il suo hinterland.

Nonostante le procedure di infrazione a carico del nostro Paese, nonostante gli accordi che negli anni sono stati stipulati tra le Regioni e il Ministero dell’Ambiente per ridurre l’inquinamento atmosferico a cominciare dall’area padana, nonostante le risorse destinate in passato e che arriveranno nei prossimi mesi/anni con il Recovery fund, in Italia manca ancora la convinzione di trasformare concretamente il problema in una opportunità. Opportunità che prevede inevitabilmente dei sacrifici e dei cambi di abitudini da parte dei cittadini, ma che potrebbero restituire città più vivibili, efficienti, salutari e a misura di uomo”.




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15 ottobre 2020

L'economia sommersa e quella illegale hanno un valore di 211 miliardi

E’ noto che l’economia sommersa e quella illegale assumono in Italia un valore molto elevato. Un’ulteriore conferma arriva da un’indagine dell’Istat, cheutilizza dati relativi al 2018. Infatti secondo l’Istat il valore complessivo di queste forme di economica ammontava, appunto nel 2018, a 211 miliardi di euro.

Più precisamente, nel 2018 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco più di 211 miliardi di euro (erano 213,9 nel 2017), in flessione dell’1,3% rispetto all’anno precedente e in controtendenza rispetto all’andamento del valore aggiunto, cresciuto del 2,2%.

L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è di conseguenza ridotta di 0,4 punti percentuali, portandosi all’11,9%, confermando una tendenza alla discesa in atto dal 2014, quando si era registrato un picco del 13,0%. Lo ha comunicato l’Istat diffondendo i dati de “L’economia non osservata nei conti nazionali” per gli anni 2015-2018.

Stando ai dati diffusi, il complesso dell’economia sommersa vale 191,8 miliardi, il 12,0% del valore aggiunto prodotto dal sistema economico, con una riduzione di 3,2 miliardi rispetto all’anno precedente.

 “La componente legata alla sotto-dichiarazione del valore aggiunto - spiega l’Istat - ammonta a 95,6 miliardi (98,5 miliardi nel 2017) mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare si attesta a 78,5 miliardi (80,2 miliardi l’anno precedente). Le componenti residuali ammontano a 17,6 miliardi (16,3 nel 2017)”.

Per quanto riguarda le unità di lavoro irregolari, nel 2018 sono state 3 milioni e 652.000, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 656.000). La riduzione (-1,3% rispetto al 2017) segnala un ridimensionamento di un fenomeno che nel 2017 si era invece esteso (+0,7%rispetto al 2016).

Nell’insieme del periodo 2015-2018 il lavoro non regolare presenta una dinamica opposta a quella che caratterizza il lavoro regolare: gli irregolari diminuiscono di circa 47.000 unità (-1,3%), mentre i regolari crescono di 723.000 unità (+3,7%), determinando un calo del tasso di irregolarità dal 15,8% del 2015 al 15,1% del 2018.

E’ certamente positivo il fatto che la cosiddetta economia non osservata tenda a ridursi, ma il suo valore è ancora troppo elevato e quindi resta la necessità di adottare interventi volti a ottenere una ulteriore diminuzione, molto consistente, di tale valore.




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13 ottobre 2020

Prima richiesta di suicidio assistito, rifiutata

E’ arrivata la prima richiesta di suicidio assistito in Italia ma è stata rifiutata. Infatti una Asl all’interno del territorio italiano si è recentemente rifiutata di applicare il principio stabilito dalla sentenza 242\2019 della Corte Costituzionale, che ha valore di legge, sul diritto ad accedere al suicidio assistito, per pazienti che si trovano in determinate condizioni (mantenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetti patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli).

La notizia è stata annunciata da Filomena Gallo, avvocato e Segretario dell’associazione Luca Coscioni, durante le fasi conclusive del XVIII congresso annuale dell’associazione.

L’associazione Luca Coscioni sta, infatti, seguendo due casi di persone con malattie che hanno chiesto, alla luce della sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale, di poter porre fine alle proprie sofferenze con suicidio assistito.

Nel primo caso, dopo ben 38 giorni (un tempo comunque troppo lungo per un malato grave), il paziente sarà sottoposto nei prossimi giorni alla prima visita di verifica della sua condizione e della consapevolezza delle scelte che sta effettuando anche alla luce delle possibilità di sottoporsi a cure palliative.

Il secondo caso riguarda, invece, un uomo di 42 anni, immobilizzato da 10, a causa di un incidente. Ha provato tutto il possibile per recuperare parte della sua salute, ma nulla è servito e ora dipende totalmente dall’assistenza che riceve. Alla sua richiesta, inoltrata alla Asl competente a fine agosto, di poter porre fine alle sue sofferenze, ha ricevuto qualche giorno fa, dopo oltre un mese, un divieto a procedere:

“…La richiamata sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale interviene espressamente su questioni di legittimità costituzionale dell’art 580 del codice penale sollevate dalla Corte di Assise di Milano in relazione a diversa fattispecie, rispetto al Suo caso.

Nella medesima sentenza, inoltre, si sollecita ulteriormente il Parlamento abbia provveduto nel senso indicato dalla Corte Costituzionale, normando con il necessario rigore le condizioni che devono sussistere e le relative modalità di esecuzione da applicare in una simile delicatissima e complessa fattispecie.

Pertanto questa direzione ritiene che, allo stato attuale della normativa vigente, non sia possibile esprimere un parere favorevole alla sua richiesta.

La SV potrà comunque legittimamente avvalersi, ai sensi della citata L. n. 219/2017 delle cd ‘disposizioni anticipate di trattamento’, che prevedono la rinuncia ai trattamenti sanitari necessari alla sopravvivenza del paziente e la garanzia dell’erogazione di una appropriata terapia del dolore e di cure palliative”.

“Una risposta che disconosce la sentenza 242\2019 della Corte Costituzionale, che, con valore di legge, stabilisce dei passaggi specifici per tutti quei pazienti affetti da patologie irreversibili che in determinate condizioni, possono far richiesta di porre fine alle proprie sofferenza, attraverso un iter tramite il Ssn”, ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato e Segretario nazionale dell’associazione Luca Coscioni,

“Il Servizio sanitario nazionale dunque tramite questa Asl ha negato ufficialmente quanto previsto dalla Consulta. Per questo stiamo preparando un’azione giudiziaria contro questo diniego di gravità assoluta e continuiamo a ribadire l’urgenza di una legge che regolamenti le scelte di fine vita a garanzia di diritti fondamentali”.

“Ci sono Asl che calpestano una sentenza della Corte Costituzionale e impongono ai malati di soffrire impedendo loro l’aiuto a morire.

Su questa gravissima violazione dei rapporti tra istituzioni, chiediamo risposte al ministro Speranza, al segretario Zingaretti, al Presidente della Repubblica Mattarella, al Presidente Giuseppe Conte”, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia Legale, “insieme a Mina Welby e Gustavo Fraticelli ribadiamo pubblicamente l’impegno a portare avanti nuove disobbedienze civili.

Se queste persone che si sono rivolte a noi - e tutte le altre che vorranno chiedere il nostro aiuto - non troveranno le risposte alle quali hanno diritto, nei tempi giusti e rispettosi della loro malattia e del loro dolore, noi li aiuteremo ad andare in Svizzera, per porre fine alle loro sofferenze”.




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8 ottobre 2020

Il Covid ha cambiato il modo di informarsi

Il Covid-19 ha cambiato il modo di informarsi degli italiani. Ciò è emerso dal rapporto la “Scienza e il Covid”, realizzato dai ricercatori dell'Istituto per la formazione al giornalismo dell'università di Urbino.

Così si possono sintetizzare il cambiamento: più canali all news, più tv locali e siti web istituzionali, meno radio e informazioni condivise su facebook da amici.

Secondo l'indagine condotta attraverso interviste telefoniche realizzate a giugno su un campione di oltre mille italiani, le reti all news hanno visto una crescita del +6% rispetto al 2019 ed il notiziario delle tv locali un +8%, indice della necessità “di colmare un bisogno informativo che in un periodo di crisi come quello vissuto diventa più urgente e più legato al contesto locale”.

Mentre l'uso della radio è stato penalizzato (-7%) dai minori spostamenti in auto per andare a lavoro, i talk show in tv sono stati molto seguiti per informarsi sul Covid-19.

L'effetto del coronavirus è risultato visibile anche rispetto alle fonti online di informazione, tutte in aumento tranne, per la prima volta dopo anni in crescita, quelle che arrivano attraverso amici via facebook: un -3% segno che l'emergenza ha portato a privilegiare fonti online dotate di maggiore credibilità.

Si spiega così anche l'aumento del 4% dell'utilizzo per informarsi, dei siti web di testate giornalistiche, che sono salde al primo posto della classifica dei media.

“In questo grande periodo di incertezza, gli italiani si sono affidati al mondo dell'informazione, tornando a riconoscergli il ruolo di mediazione che aveva conosciuto un appannamento nel corso del tempo”, hanno commentato gli autori.

Resta frequente imbattersi in fake news e quasi tutti gli intervistati ritengono che queste notizie false creino confusione. Eppure, in modo un po' contraddittorio, si dicono anche capaci di saperle riconoscere.




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6 ottobre 2020

Il 60% delle famiglie in forti difficoltà economiche

Quasi sei famiglie su dieci hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, una percentuale salita sensibilmente negli ultimi mesi. Con l'emergenza sanitaria legata al coronavirus, è aumentata significativamente la quota di famiglie che dichiarano di arrivare con difficoltà alla fine del mese: se prima della pandemia erano pari al 46%, adesso si attestano al 58%.

Emerge, inoltre, una difficoltà generalizzata a far fronte a spese improvvise di media entità e che tale difficoltà è particolarmente accentuata tra i giovani, le donne, i residenti al Sud.

Tale situazione emerge da un'indagine commissionata dal comitato Edufin alla Doxa e svolta tra maggio e giugno scorso, ossia subito dopo la fine del lockdown, ed è stata riportata dalla presidente dell’Ania, Maria Bianca Farina.

Uno degli antidoti in grado di contrastare questo trend consiste, infatti, nell’aumentare la conoscenza finanziaria dei cittadini.

Sul tema dell’impoverimento delle famiglie e sulla necessità di colmare il gap in termini di educazione dell'Italia nei confronti degli altri Paesi, si sono confrontati i massimi esponenti di Ivass e Ania, Daniele Franco e Maria Bianca Farina, nel corso della giornata dell'educazione assicurativa.

Franco in particolare ha fatto notare che in uno scenario inedito come quello scaturito dalla pandemia “sono affiorati nuovi bisogni, nuove fragilità e nuove forme di incertezza. Ci siamo trovati esposti a rischi prima non evidenti o comunque non ben compresi”, in cui si sono “confermati i profili di vulnerabilità del sistema economico di fronte a eventi di tipo catastrofale, che compromettano il regolare funzionamento delle attività produttive”.

L'educazione assicurativa può essere cruciale per rendere individui e imprese più consapevoli dei rischi che corrono e degli strumenti che possono attivare per gestirli.

Citando i dati Doxa sul campione di persone in difficoltà post Covid, la presidente dell’Ania Farina ha rilevato infatti che il 49,5% di coloro che dichiarano di possedere conoscenze finanziarie sarebbe capace di affrontare una spesa improvvisa dell'entità indicata, contro il 27,7% del campione meno alfabetizzato. 

Per la presidente dell'associazione nazionale delle imprese assicuratrici “si tratta di risultati che confermano in modo chiaro la stretta correlazione tra alfabetizzazione finanziaria e capacità di far fronte a momenti di crisi e di difficoltà” da cui si evidenzia “la necessità di investire nell'educazione finanziaria e assicurativa delle persone, che rappresenta uno strumento cruciale per rafforzare strutturalmente la resilienza di persone e famiglie”.




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29 settembre 2020

L'economia può essere civile

Dal 25 al 27 settembre si è tenuta la seconda edizione del festival dell’economia civile a Firenze, nel salone dei Cinquencento a palazzo Vecchio. Il festival è stato un luogo di incontro per dare forza e slancio a una grande, democratica e generativa, mobilitazione di persone, imprese e associazioni per una nuova economia. E’ stata anche presentata la “Carta di Firenze”.

Questo è il testo integrale della Carta.

Noi cittadini, donne e uomini, liberi di spirito, impegnati nei campi più diversi del lavoro, della ricerca e dell’insegnamento, delle arti, dei mestieri e della creatività, della cooperazione – che amiamo l’Italia e ci sentiamo parte viva d’Europa – in questi mesi segnati dalla pandemia e dalla crisi ambientale, sentiamo l’urgenza di un cambio di rotta e di un impegno comune più incisivo, in difesa della salute, della scuola, del lavoro, dell’ambiente e del benessere collettivo. Per questo ci impegniamo a:

Sostenere il valore del lavoro e delle persone.

Perché l’Economia Civile è uno sguardo sulla realtà economica che affonda le sue radici nella tradizione dell’Umanesimo civile e dell’Illuminismo italiani. Afferma la centralità della persona e il valore del lavoro come luogo di realizzazione delle più profonde aspirazioni umane. Rifiuta l’idea che si possano trattare le risorse umane al pari di quelle materiali e tecnologiche: l’uomo si realizza con il proprio ingegno, con il lavoro manuale e intellettuale e non può mai venire ridotto a mero fattore di produzione o ingranaggio di un sistema produttivo. Non può essere mortificato nelle sue aspirazioni di realizzazione professionale.

Credere nella biodiversità delle forme d’impresa

Perché l’Economia Civile si batte per affermare e garantire la pari dignità di ogni forma giuridica d’impresa operante nei mercati e la biodiversità delle forme d’impresa. L’impresa capitalistica non è l’unica, né l’esclusiva, né la naturale né la superiore forma d’impresa, anche se le imprese di capitali costituiscono numericamente la maggioranza della popolazione imprenditoriale, sia a livello nazionale che a livello mondiale. Molteplici vecchie e nuove forme di impresa cooperativa la affiancano nell’edificazione del bene comune. Senza imprese – e dunque senza mercato – non c’è né incivilimento né crescita né sviluppo. L’economia civile guarda pertanto con fiducia ed ottimismo ad una nuova tendenza di ibridazione (in una nuova ricchezza e pluralità di forme organizzative) che si affaccia dove sempre più imprese cercano di coniugare profitto ed impatto sociale, creazione di valore economico, dignità e qualità del lavoro e sostenibilità ambientale.

Promuovere la diversità e l’inclusione sociale.

Perché negli ultimi anni, la corsa al ribasso sui diritti del lavoro e la concorrenza fiscale tra paesi per atti- rare insediamenti produttivi hanno portato con sé una crescita insostenibile dei livelli di diseguaglianza sociale ed economica tra le persone all’interno degli Stati, in grado di minacciare la coesione sociale e la tenuta stessa Ma un mercato che voglia dirsi civile deve tendere a col- mare divari economici e sociali, consentendo a tutti, e non solo ai più forti e più efficienti, di prendere parte al processo economico e finanziario attraverso l’attivazione di meccanismi di inclusione di uomini e donne e rigenerazione di chi si trova ai margini, attraverso la valorizzazione delle diversità come ricchezza sociale.

Valorizzare l’impresa come luogo di creatività e di benessere.

Perché l’impresa civile (capace di coniugare creazione di valore economico e di senso, produttività e eco-sostenibilità sociale ed ambientale) si fonda sulle relazioni tra persone e rappresenta in quanto tale uno dei principali e influenti luoghi di formazione del carattere e della personalità umana. Frutto di ispirazione e di creatività, di capacità di leggere i nuovi bisogni e i nuovi spazi di mercato, di nuove competenze, di buone relazioni con il contesto territoriale e con le comunità. È un’impresa esperta non solo in competenze tecniche ma anche in capacità relazionali, dove reciprocità, gratuità e fiducia sanno generare relazioni positive e un sovrappiù sia economico che sociale.

Investire nell’educazione e nella promozione umana.

Perché, se è vero che è possibile massimizzare l’utilità anche in piena solitudine, per essere felici bisogna essere almeno in due (come ricordava Aristotele), perché la felicità richiede il riconoscimento di almeno un’altra persona. La vera determinante del benessere è legata alla produzione e al consumo di beni relazionali: tra questi, i più rilevanti sono l’amicizia, l’amore, la fiducia, l’impegno civile, i servizi alla persona. Quanto più un’eco- nomia avanza, tanto più la domanda di beni relazionali diventa strategica rispetto alla domanda di beni privati e di beni pubblici. Le relazioni di qualità sono la chiave del successo delle relazioni nei luoghi di lavoro e favoriscono la creazione di fiducia e di capitale sociale. Dono e reciprocità sono i fattori chiave che le costruiscono.

Proporre una nuova idea di salute e di benessere.

Perché tutta la società deve farsi carico della salute delle persone e del loro benessere, non solo l’ente pubblico (o il mercato), perché i portatori di bisogni sono anche portatori di conoscenze e di risorse. Da questo deriva una triplice conseguenza. Primo: l’ente pubblico non è l’unico e esclusivo titolare del diritto-dovere di erogare servizi di welfare destinati ai propri cittadini e, specialmente, del potere di de- finire da solo i modi di soddisfacimento dei bisogni individuali. La Repubblica comprende lo Stato, non viceversa, come la nostra Carta Costituzionale esplicitamente riconosce. Secondo: gli enti del terzo settore e della società civile organizzata assumono un ruolo cruciale nell’individuazione dei bisogni e nella generazione di soluzioni e politiche. Terzo: per risolvere i problemi e muovere verso il bene comune il ruolo dei cittadini (stili di vita, voto col portafoglio nelle scelte di consumo e di risparmio, partecipazione alla vita delle organizzazioni sociali) è decisivo. La pandemia ha messo in luce la necessità di ripensare in maniera più collaborativa le relazioni tra società civile, mercato e Stato.

Coltivare il rispetto e la cura dell’ambiente.

Perché oggi non è più pensabile occuparsi di povertà, di welfare o di salute senza occuparsi di ambiente e territorio. La ricchezza del nostro paese è data dalla sua biodiversità naturale e dalla ricchezza di senso e varietà dei genius loci dei suoi territori che affondano le radici nelle nostre tradizioni e che rappresentano dei veri e propri vantaggi competitivi nell’economia globale. E la tutela dei luoghi (non solo meri spazi) non può prescindere dalla storia. La gravità delle crisi ambientali e sociali, le devastazioni del patrimonio naturale e artistico ma anche la banalità del male di tante decisioni riguardanti il territorio, incuria, mancanza di prevenzione, assenza di controlli, non curanza del rischio e della fragilità dei luoghi, violazione delle regole, richiedono una presa di posizione più forte. La terra non è solo strumento, fattore di produzione, piattaforma. Agisce e reagisce, cambia e si trasforma, a livello chimico, biochimico, geologico; reagisce all’uomo e alle sue azioni, talvolta si ribella con forza.

Attivare energie giovani, innovazione e nuove economie.

Perché per attivare i quattro fattori fondamentali del progresso civile e sociale (la persona capace di costruire relazioni, l’impresa civile, il valore generativo e la sussidiarietà circolare come chiave per la soluzione dei problemi economici e sociali) l’economia civile ha sperimentato in questi anni un processo che va oltre la pur importante enunciazione di principi. Un percorso fatto di momenti di formazione, d’incontro e d’investimento sui territori, di ricerca e studio delle buone pratiche che sono semi di speranza per il futuro, di costruzione di laboratori dove rendere presente e far interagire i tre ingredienti fondamentali per il progresso civile: energie giovani, innovazione, creazione di valore economico (socialmente ed ambientalmente sostenibile). È lungo questo percorso generativo e ricco di senso che l’Economia Civile chiama a raccolta tutte le persone di buona volontà che desiderano coinvolgersi per la realizzazione del Bene Comune.




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29 settembre 2020

415 milioni di bambini in zone di guerra

Nelle zone di guerra i bambini continuano a vivere sotto costante minaccia di un “fuoco incrociato”. Sono 415 milioni in tutto il mondo, e sempre più spesso vengono colpiti scuole e ospedali (quasi 1.000 attacchi nel 2019).

A tutto questo si aggiunge la minaccia del coronavirus e i suoi effetti collaterali gravissimi per la salute, la nutrizione e l’istruzione dei bambini.

Sono queste le principali conclusioni del rapporto, realizzato da Save the Children, “Fuoco incrociato – i bambini nei conflitti intrappolati dalla pandemia”.

In Yemen, nonostante l’appello dell’Onu al cessate il fuoco dello scorso aprile, un sistema sanitario già al collasso dopo più di 5 anni di conflitto fatica a contenere il virus sotto ai bombardamenti.

Qui gli attacchi sono più che raddoppiati nei primi sei mesi del 2020 rispetto alla seconda metà del 2019 (+139%).

Quattro bambini su cinque hanno disperato bisogno d’aiuto e 30.000 in più rischieranno la vita per la malnutrizione entro il 2020.

In Siria, dove ogni 10 ore un bambino viene ucciso dalle violenze, più di 84 ospedali e presidi sanitari sono stati attaccati dallo scorso dicembre solo nel nord-ovest del paese, lasciando 4 milioni di persone, la metà bambini, senza alcun tipo di assistenza sanitaria per fronteggiare la pandemia.

Entro fine anno 3,4 milioni di bambini siriani sotto i 5 anni avranno bisogno di assistenza nutrizionale, e 1 su 8 soffre già di gravi ritardi nella crescita per gli effetti della malnutrizione.

In Afghanistan, per le conseguenze del Covid-19, 7,4 milioni di bambini hanno immediato bisogno di assistenza umanitaria e 10 milioni hanno perso l’accesso continuativo all’educazione come gli 1,4 milioni senza scuola nei territori palestinesi occupati, dove la pandemia si affronta con il 29% delle famiglie sotto la soglia di povertà, l’80% dell’acqua disponibile inadatta all’utilizzo umano e solo 2-4 ore di elettricità disponibile al giorno.




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29 settembre 2020

I salari sono troppo bassi

Una recente analisi dell’Ocse permette un confronto puntuale del costo del lavoro, del cuneo fiscale e delle sue componenti tra l’Italia e i Paesi europei comparabili. Il risultato è chiaro: il nostro costo del lavoro è tra i più bassi, sul cuneo le differenze sono limitate. Ad essere fuori linea sono le retribuzioni medie, che dal 1992 sono aumentate pochissimo (meno che negli altri Paesi), con effetti deleteri sulla domanda interna e il mantenimento in vita di strutture produttive non dinamiche.

Tale tesi è sostenuta da Roberto Artoni in un articolo pubblicato su www.eguaglianzaeliberta.it.

Cosa sostiene Artoni?

“In questi tempi una grande attenzione è stata rivolta a possibili interventi sul cuneo fiscale: alla sua riduzione e al suo allineamento ai livelli che si pensa siano tipici di altri Paesi a noi assimilabili si attribuisce una significativa capacità di contribuire al miglioramento della situazione economica del paese in una prospettiva di medio periodo.

A queste affermazioni di principio, che coinvolgono sia le parti sociali sia osservatori qualificati, non corrispondono nella pubblicistica corrente, a quel che sappiamo, analisi sufficientemente articolate.

La recente pubblicazione di un volume dell’Ocse, Taxing Wages, aprile 2020, consente di inquadrare queste tematiche in modo adeguato…

Il costo del lavoro riferito al lavoratore medio era nel 2019 intorno ai 60.000 euro in Austria, Belgio, Germania e Paesi Bassi e di poco inferiore ai 50.000 in Francia.

Era invece sensibilmente inferiore in Italia (41.000) e in Spagna (35.000).

Deducendo i contributi a carico dei datori di lavoro e esaminando quindi il salario lordo, le differenze assolute diminuiscono.

I paesi caratterizzati da un più alto costo del lavoro, registrano salari lordi intorno ai 50.000 euro. Sono inferiori i salari lordi In Francia (36.000 euro), in Italia (31.600 euro e in Spagna a 27.000

Possiamo a questo punto calcolare il cuneo fiscale, o tax wedge, che, in percentuale del costo del lavoro del lavoratore medio, è compreso fra il 52% del Belgio e il 47 della Francia; all’interno di questo intervallo si collocano anche Austria, Germania e Italia (al 48%). A livelli inferiori si collocano la Spagna (40%) e i Paesi Bassi, che tuttavia hanno un componente significativa di non tax compulsory payments che rende non immediatamente comparabile questo dato con quello degli altri Paesi…

Le elaborazioni dell’Ocse consentono di ripartire il cuneo fiscale fra le diverse componenti.

In Italia metà (24 punti su 48) deriva dai contributi a carico dei datori di lavoro, 17 dall’imposta sul reddito e 7 dai contributi dovuti dai lavoratori.

In Germania, al contrario, il cuneo è equiripartito fra le tre componenti. Se si vuole, in un contesto in cui il cuneo è sostanzialmente equivalente nei Paesi da noi considerati, si può sottolineare il peso relativamente elevato dell’imposta sul reddito nel nostro Paese.

Nell’analisi dei salari lordi il prelievo in termini percentuali riflette in modo inversamente proporzionale il peso dei contributi a carico dei datori di lavoro.

La riduzione è quindi particolarmente elevata in Germania, dove raggiunge il 39%, e contenuta in Francia, al 17%.

In Italia è pari al 31%, con una forte incidenza del prelievo tributario, due terzi del totale.

Può quindi essere calcolato il reddito annuo medio del lavoratore a tempo pieno al netto di tutti prelievi che in Italia era nel 2019 pari a 21.800 euro (di poco inferiore a quello spagnolo), mentre negli altri Paesi il salario netto medio si colloca al di sopra dei 30.000 euro…

Quali conclusioni e quali suggerimenti per il nostro Paese possono essere tratte da una rapida analisi dei dati Ocse?

Non esiste in primo luogo un problema di costo del lavoro, che si colloca a un livello sensibilmente inferiore a quello di Paesi a noi assimilabili (vale se mai il contrario, se è vero che bassi salari contribuiscono alla perpetuazione di strutture produttive non dinamiche).

Il cuneo fiscale, comunque lo si legga, in termini di costo del lavoro e di salario lordo, non appare anomalo, stante le limitate differenze che si possono cogliere nei dati da noi esaminati.

Emerge forse un peso relativamente elevato della componente tributaria derivante dall’imposta personale, che trova peraltro conferma nel fatto che l’incidenza delle imposte dirette è nel nostro Paese superiore alla media europea.

Qui si può ricordare che nel 2019 il gettito delle imposte dirette in Italia era pari al 14,4% del prodotto interno contro il 13 dell’area euro. Sotto questo aspetto una correzione dell’imposta personale limitata ai redditi più bassi trova giustificazione, come auspicabile è anche un incremento dei cash benefits per i carichi famigliari.

Deve essere poi sottolineato che le correzioni del cuneo fiscale, se di entità significativa, devono in Italia risolversi in una riduzione dei contributi sociali destinati oggi per larghissima al finanziamento della previdenza.

Ricordiamo che in Italia, escludendo il gettito dell’Irap, il gettito contributivo è inferiore di 1,5 punti di prodotto interno alla media europea. Un intervento che incida sul gettito contributivo in misura consistente si deve necessariamente risolvere nel medio periodo in una contrazione delle prestazioni pensionistiche o nel ricorso a forme privatistiche di previdenza, che dovrebbero essere di fatto finanziate con oneri a carico dei lavoratori, come insegna l’esperienza dei Paesi anglosassoni.

Rimane tuttavia aperto, e qui veniamo al punto essenziale, il problema del livello medio delle remunerazioni e della loro dinamica che come abbiamo visto ci allontanano sensibilmente dagli altri paesi europei con l’eccezione della Spagna.

A questo riguardo è sempre opportuno ricordare quanto ha scritto la Banca  d’Italia nelle relazioni rispettivamente del 2007 e del 2017: ‘fra il 1992 e il 2007 le retribuzioni reali di fatto per unità di lavoro sono cresciute del 7,75%, meno di mezzo punto percentuale all’anno; anche dopo l’attuale fase espansiva iniziata nel 2013 i salari sono cresciuti di appena l’1,0 per cento l’anno  contro l’1,7 degli altri Paesi europei’.

I responsabili della politica economica del nostro Paese e i rappresentanti delle parti sociali si dovrebbero interrogare sulle cause di questo andamento anomalo che ha trovato necessario sbocco nella stagnazione della domanda interna e quindi in un tasso di crescita del prodotto interno del tutto insoddisfacente negli ultimi 20 anni.

Tutto ciò è dovuto a una legislazione che ha fortemente contribuito a frammentare e il mercato del lavoro, introducendo ampie forme di precariato con effetti negativi sulle remunerazioni dei lavoratori normali, a tempo pieno  e con contratti a tempo indeterminato, quali sono quelli che abbiamo qui considerato?

Oppure è dovuto a una carenza di rappresentatività dei sindacati che, nell’incapacità di determinare una dinamica salariale soddisfacente, si sono rifugiati nella richiesta di interventi sulle componenti fiscali e contributive del costo del lavoro?

Questi interventi, per quanto auspicabili per correzioni marginali, non sono certamente in grado di modificare le linee fondamentali della distribuzione primaria nel nostro paese e quindi determinare una svolta nel tasso di crescita del paese, introducendo peraltro elementi di squilibrio sociale nel medio periodo.

Qualunque siano le cause e i possibili rimedi, è certo che un esame più attento delle evidenze disponibili dovrebbe consentire di individuare le scelte appropriate, evitando pericolose scorciatoie”.




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17 settembre 2020

Alto il rischio maltrattamento all'infanzia

Resta alto in Italia il rischio maltrattamento all’infanzia, amplificato anche dalle conseguenze sociali ed economiche dell’emergenza coronavirus. E’ quanto emerso dalla terza edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia realizzato dal Cesvi, un organizzazione umanitaria con sede a Bergamo, dal titolo “Restituire il Futuro”. 

L’Indice – curato da Cesvi e sviluppato sotto la guida di un comitato scientifico di altissimo livello composto da Autorità Garante Infanzia e Adolescenza, Istat, Miur, Istituto degli Innocenti, Cismai, Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali – è stato redatto dalle ricercatrici Cesvi Giovanna Badalassi e Federica Gentile.

Il fenomeno del maltrattamento sui bambini è forse la peggiore tra le emergenze sociali sia per la sproporzione di forze tra il maltrattante e il maltrattato sia per il tradimento della fiducia che i bambini ripongono negli adulti.

In Italia si stima che 47,7 minorenni su 1.000 siano seguiti dai servizi sociali. Di questi quasi 100.000 sono vittime di maltrattamento.

L’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia analizza la vulnerabilità al fenomeno del maltrattamento dei bambini nelle singole regioni italiane, attraverso l’analisi dei fattori di rischi presenti sul territorio e della capacità delle amministrazioni locali di prevenire e contrastare il fenomeno tramite i servizi offerti.

Il risultato è una graduatoria basata su 64 indicatori classificati rispetto a sei diverse capacità che rappresentano la struttura portante dell’Indice: capacità di cura di sé e degli altri, di vivere una vita sana, di vivere una vita sicura, di acquisire conoscenza e sapere, di lavorare, di accesso a risorse e servizi.

Quest’anno inoltre l’Indice include anche un intero capitolo dedicato all’analisi del periodo Covid-19, che evidenzia come l’emergenza e il lockdown abbiano moltiplicato i fattori di rischio per il maltrattamento all’infanzia, complice anche l’abbassamento dei livelli di monitoraggio dovuti all’interruzione di molte attività dei servizi sociali.

A livello generale, il quadro finale dell’Indice è quello di un’Italia a due velocità: si conferma l’elevata criticità dei territori del Sud Italia che rispetto alla media nazionale registrano peggioramenti sia tra i fattori di rischio che tra i servizi, pur con diversi livelli di intensità.

Solo la Sardegna registra un peggioramento dei fattori di rischio e un miglioramento dei servizi.

Le otto regioni del nord Italia sono tutte al di sopra della media nazionale, mentre nel mezzogiorno si riscontra un’elevata criticità: le ultime quattro posizioni dell’Indice sono occupate da Campania, all’ultimo posto, Calabria, Sicilia e Puglia.

La regione con la maggiore capacità nel fronteggiare il problema del maltrattamento infantile, sia in termini di contesto ambientale che di sistema dei servizi è invece, come negli anni precedenti, l’Emilia-Romagna, seguita da Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia-Giulia e Veneto che si scambiano il terzo e il quarto posto, e Toscana, confermata alla quinta posizione.

L’Indice, complessivamente, vede dodici regioni al di sopra della media nazionale (erano tredici nel 2019): tutte le otto regioni del Nord Italia, tre dell’Italia Centrale (Toscana, Umbria e Marche) e una del Sud (Sardegna).

Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Abruzzo e Lazio si confermano regioni a elevata criticità, che combinano una situazione territoriale particolarmente difficile sia per i fattori di rischio che per l’offerta dei servizi.

A queste si aggiunge il Molise, precedentemente posto sulla media nazionale.

Sardegna e Umbria rientrano nella categoria delle regioni “reattive” che combinano un fattore ambientale critico con un’offerta più dinamica di servizi dedicati al maltrattamento.

Tra le regioni “virtuose” – con bassi fattori di rischio e un buon livello di servizi sul territorio – si confermano invece Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Toscana e quest’anno, in aggiunta rispetto al 2019, anche il Piemonte che, pur perdendo una posizione per i fattori di rischio migliora nei servizi.

Tra le regioni “stabili”  si collocano tre regioni: la Lombardia, come nella precedente edizione, la Valle d’Aosta collocata tra le regioni virtuose nell’Indice 2019 e le Marche.

“In Italia – spiega la presidente di Cesvi, Gloria Zavatta – il fenomeno del maltrattamento all’infanzia è un problema diffuso, ma poco conosciuto anche a causa della scarsità di dati a disposizione: l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che per ogni caso conosciuto dai servizi ce ne sono altri nove sommersi”.

“La terza edizione dell’Indice – continua la presidente di Cesvi, Gloria Zavatta – mette in luce la necessità di disporre di dati più puntuali sull’entità del maltrattamento all’infanzia nel nostro Paese e ridurre il divario sociale ed economico delle regioni del Mezzogiorno tramite l’attuazione pratica dei Liveas (Livelli essenziali di assistenza socioassistenziale).

Inoltre, si conferma la necessità di adottare strategie di intervento a medio-lungo termine in grado di modificare in modo strutturale i comportamenti umani e promuovere politiche specifiche e mirate.

A tal proposito Cesvi pone l’attenzione sul concetto della resilienza intesa come la strategia strutturale non solo di carattere ‘difensivo’ ma anche di tipo propositivo e costruttivo, che permette agli individui di superare gli effetti dolorosi del maltrattamento all’infanzia, facendo leva sulle proprie risorse interne, trasformando forme di stress estremamente deleterie in occasioni di crescita.

La resilienza non è una capacità innata, ma può essere sostenuta e sviluppata negli adulti e nei bambini anche grazie dall’azione di professionisti.

Cesvi, propone, in particolare, un modelo d’intervento psicosociale denominato “Tutori di Resilienza”, già adottato in via sperimentale nel programma di contrasto al maltrattamento infantile attivato a Bergamo, Napoli e Bari”.




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