21 maggio 2013
Affinchè la tragedia di Dacca non si ripeta
Quanto è avvenuto a Dacca, in Bangladesh, non dovrebbe ripetersi. Una tragedia che ha determinato più di 1.000 morti non dovrebbe ripetersi. Affinchè ciò avvenga realmente potrebbe rivelarsi utile una proposta del premio Nobel Muhammad Yunus, con l’obiettivo di contribuire ad affrancare gli operai bengalesi dall’attuale condizione di schiavitù.
La proposta di Yunus è analizzata in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.
“Dopo la tragedia di Dacca, dove le vittime ad oggi sono 1127, il premio Nobel bengalese Muhammad Yunus lancia la proposta di fissare un tetto minimo a 50 centesimi di dollaro all'ora per i lavoratori delle industrie tessili.
‘Fissare un salario minimo internazionale di 50 centesimi di dollari all'ora, il doppio del livello medio attuale in Bangladesh’, con l'obiettivo di ‘affrancare gli operai dalla condizione di schiavitù citata dal Papa’.
E' la proposta lanciata dalle colonne del quotidiano britannico Guardian dal premio Nobel Muhammad Yunus, economista bengalese, ideatore e realizzatore del microcredito moderno, ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali.
Per Yunus, la tragedia di Dacca è ‘il simbolo del nostro fallimento come nazione’, ma ora non basta esprimere solidarietà e vicinanza, occorre interrogarsi su cosa fare per evitare quello che il premio Nobel considererebbe un disastro per il suo Paese: la distruzione dell'industria tessile che ha profondamente trasformato il Bangladesh.
Quindi la proposta del salario minimo internazionale, attraverso il quale riformare l'industria e prevenire future tragedie.
Ovviamente, dice Yunus, bisogna essere preparati a una reazione negativa del mercato.
Alcuni diranno - scrive l'economista - che il Bangladesh perderà così la sua competitività, ma questa potrà invece essere riacquistata su altri versanti, per esempio aumentando la produttività e i lavori specializzati, riguadagnando la fiducia dei compratori e assicurando il benessere dei lavoratori.
Yunus sottolinea infine che sarebbe importante che tutte le compagnie straniere aderissero al salario minimo insieme, per evitare scontri e risentimenti tra i diversi soggetti industriali…”
| inviato da paoloborrello il 21/5/2013 alle 6:30 | |
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19 maggio 2013
Eleggiamoci il presidente della Repubblica
Il 14 maggio scorso è stato depositato in Cassazione un progetto di legge costituzionale di iniziativa popolare per introdurre, tra l’altro, l’elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Repubblica e un sistema elettorale per la Camera dei Deputati uninominale a doppio turno. Fra i promotori dell’iniziativa Giovanni Guzzetta, Gianfranco Pasquino e Mario Segni.
I contenuti e le finalità dell’iniziativa sono individuabili visitando il sito www.scegliamocilarepubblica.it.
Questo si può leggere sul sito in questione:
“L’Italia ha urgente bisogno di manutenzione, sennò si può rompere in modo irreparabile.
Noi amiamo l’Italia e, anziché scappare verso un Paese più facile del nostro, restiamo qui, cerchiamo in ogni modo di volerle bene e di fare la nostra parte.
Oggi il nostro Paese è come una bella casa con gli infissi usurati, la caldaia da cambiare, il tetto con le tegole rotte dalle intemperie e dal trascorrere del tempo, l’umidità alle pareti, le crepe sulle scale.
Amare non significa onorare una reliquia e assistere al suo decadimento con adorazione fideistica e ‘guai a chi la tocca’ perché è sacra.
Amare il nostro Paese, per noi, significa volerlo mettere oggi nelle condizioni di essere più efficace, più leggero nei movimenti, più serio nei comportamenti, più competitivo in Europa e nel Mondo.
Le convulsioni attuali del nostro sistema politico impongono la necessità di mettere mano ad alcuni articoli di una Costituzione scritta 65 anni fa con condizioni, esigenze e aspettative totalmente diverse e, benché difficili e segnate dal dopoguerra, per certi aspetti meno complesse di quelle attuali.
Il risultato elettorale di febbraio, la gestione di tale risultato e più ancora le modalità e l’esito paradossale dell’elezione del Presidente della Repubblica – in cui franchi tiratori e convulsioni dei partiti l’hanno fatta da padrone – sono sintomi di un Paese che ha disperatamente bisogno di cambiare le proprie regole.
E forse questa è l’ultima chiamata.
La natura del nostro gruppo di persone è rigorosamente trasversale, Giovanni Guzzetta è il promotore dell’iniziativa, con l’adesione di tante personalità tra i quali si possono citare Paolo Armaroli, Alessandro Campi, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino, Claudio Petruccioli, Mario Segni, Marco Taradash.
Il 14 maggio 2013 abbiamo depositato in Cassazione un progetto di legge costituzionale di iniziativa popolare per:
l’introduzione dell’elezione Popolare diretta del Capo dello Stato
la fine del bicameralismo
un sistema elettorale per la Camera uninominale a doppio turno
la riduzione dei membri della Camera politica
un referendum obbligatorio che consenta ai cittadini di pronunziarsi su questa riforma
Il 1° giugno, non a caso un giorno prima dell’anniversario della fondazione della Repubblica, ci sarà un evento da noi organizzato, in cui lanceremo l’iniziativa a favore del Presidenzialismo e della legge elettorale fondata sul doppio turno di collegio.
Il nostro auspicio è che intervengano anche personalità politiche dei diversi schieramenti in appoggio alla nostra azione e che la inquadrino nel processo di rinnovamento politico e istituzionale del Paese…”.
| inviato da paoloborrello il 19/5/2013 alle 9:50 | |
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16 maggio 2013
Assistenza psichiatrica, non c'è bisogno di una nuova legge
E’ stata presentata a Roma una proposta di legge di iniziativa popolare per modificare la legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, che riformò l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, realizzando il superamento dei manicomi. La nuova proposta è stata definita “legge 181” e il suo testo è stato scritto dall’associazione “Le parole ritrovate”. Secondo il presidente di Psichiatria democratica non c’è bisogno di un nuova legge e occorre invece applicare pienamente la normativa vigente.
In un articolo pubblicato su www.superabile.it ci si occupa di quanto sostenuto dal presidente di Psichiatria democratica.
“La proposta di legge 181? ‘Noi riteniamo che sia inutile e potenzialmente dannosa’. A parlare è Luigi Attenasio, psichiatra e presidente dal 2010 di Psichiatria democratica.
Non c’è bisogno di una nuova legge, ma di applicare quelle vigenti: dove la legge 180 è stata applicata, ha funzionato’.
I promotori della ‘181’ sostengono che sia arrivato il momento di andare oltre, di colmare ciò che la 180 ha lasciato di incompiuto, cioè il ‘chi fa che cosa dove e quando’.
La 180 è la cornice. Dice cose semplicissime ma sostanziali.
Sul terreno delicato del trattamento sanitario obbligatorio, ad esempio, si sanciscono una serie di garanzie a tutela della inviolabilità della persona: deve avvenire su proposta di un medico, con la convalida di un medico di struttura pubblica, con la convalida del sindaco, carica eletta e responsabile sanità, e poi c’è la figura del giudice tutelare. Non si parla più di autorità giudiziaria, come era dal 1904, così come non si parla di ‘pericolosità’, si ‘decolpevolizza’ il paziente.
Due progetti-obiettivo hanno dato concretezza e gambe a quei principi. Lì è detto come devono essere i dipartimenti, i centri diurni e le comunità, si ribadisce il primato dei territori. E più di 220 dipartimenti di salute mentale sono nati in Italia a seguito di questi testi, che in questo sono stati evidentemente rispettati.
Ma il vero problema è un altro. Così risponde Attenasio.
Qual è il vero problema?
Il vero problema è che i nostri servizi sono desertificati. Ho bisogno di operatori qualificati, mentre per effetto della spending review, dei tagli e della crisi economica si sta smantellando un sistema. E’ in atto il tentativo di uccidere il welfare state. La nostra missione di aiutare chi è in condizione di sofferenza è messa a dura prova.
La proposta di legge 181 prevede l’utilizzo remunerato, nei dipartimenti, degli utenti e familiari esperti. Come giudica questa proposta?
Noi diciamo no, perché continuerebbe una asimmetria tra operatore qualificato e persone che sarebbero anche sottopagate. Non per svalutare il protagonismo degli utenti e dei loro familiari, anzi: a questo proposito ricordo anche l’esperienza dei ‘44 matti’ al Parlamento europeo, dove abbiamo accompagnato utenti e familiari a portare la propria testimonianza. Ma ad ognuno il suo ruolo. Tutto è importante, fuori dai manicomi, ma professionalizzare alcuni non crediamo sia una buona strada. Se l’esperienza di Trento (di cui i promotori della legge sono portatori, ndr) funziona, bene. Ma a farla diventare modello tramite legge dello Stato diciamo no. Peraltro ci sono tante esperienze altrettanto positive.
Il 13 maggio, a 35 anni dalla legge 180, Psichiatria democratica ha organizzato una iniziativa su ‘La 180 e la medicalizzazione della vita’: si è parlato di scienza, soggettività, diritti e legami sociali.
Per noi il 13 maggio è il giorno della liberazione dal giogo manicomiale. La legge 180 ha in sé valori di democrazia, diritti e legami sociali. Per questo metterla in discussione è come se si volesse mettere in discussione la Costituzione.
Noi come Psichiatria democratica e i tanti altri soggetti che hanno organizzato questa iniziativa (da Cittadinanzattiva all’Unasam a Progetto Diritti onlus solo per citarne alcune, ndr), siamo usciti fuori dal recinto della psichiatria. Parliamo di salute mentale e di come costruirla, e questo è un problema di tutti, una questione di valori e di civiltà”.
| inviato da paoloborrello il 16/5/2013 alle 6:28 | |
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14 maggio 2013
Don Ciotti, la corruzione è una ferita per ognuno di noi
Oltre 300 deputati e senatori, circa un terzo del Parlamento, si sono riuniti per la prima assemblea dei “braccialetti bianchi”. Sono i parlamentari di diverse forze politiche che hanno aderito a “Riparte il Futuro”, la campagna contro la corruzione promossa da Libera e Gruppo Abele. Si sono impegnati nel periodo elettorale a rendere trasparente la propria candidatura e, una volta eletti, a modificare l’articolo 416 ter del Codice Penale sullo scambio elettorale politico-mafioso, entro 100 giorni dall’insediamento in Aula.
In un articolo pubblicato su www.gruppoabele.org si riferisce di quanto avvenuto in quella riunione.
“Si è tenuta la prima riunione ufficiale nella prestigiosa sala Zuccari del Senato, alla presenza di don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele, nonché del presidente del Senato Pietro Grasso e della presidente della Camera Laura Boldrini, entrambi ‘braccialetti bianchi’ della prima ora.
L’incontro, moderato dal direttore di RaiNews24 Monica Maggioni, ha segnato l’inizio della lotta alla corruzione in sede parlamentare, dopo l’impasse politica del post-elezioni.
Come indicato dal logo impresso sul braccialetto, #100 giorni, i tempi stringono: è necessario affrettarsi a modificare l’articolo 416 ter e a prendere altri importanti provvedimenti per combattere il fenomeno che blocca il futuro del nostro Paese.
L’assemblea dei braccialetti bianchi è stata un’occasione di straordinaria importanza per rispondere alla richiesta di impegno che la società civile rivolge alla politica affinché il Parlamento si adoperi subito contro la corruzione.
Le oltre 200.000 firme raccolte online dall’inizio della campagna continuano ad aumentare a ritmo crescente…
Vale sempre sottolineare, infatti, come la corruzione sia uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera così acuta, come evidenzia anche il rapporto Ocse sull’Italia presentato lo scorso 2 maggio. Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.
La campagna ha debuttato il 16 gennaio, giorno in cui è stata lanciata la petizione online che ha chiamato a raccolta gli italiani sulla lotta alla corruzione.
I risultati sono da record: oltre 200.000 firme tra cittadini e personaggi noti e un’adesione di massa dei candidati alle elezioni politiche (878 in totale)…
Nella fase della campagna elettorale si chiedeva ai candidati di sottoscrivere 5 impegni: mettere in rete il curriculum vitae, la propria condizione reddituale e patrimoniale, l’eventuale presenza di conflitti d’interesse, la propria situazione giudiziaria e impegnarsi a riformare in 100 giorni l’art. 416 ter del Codice Penale…
Ad oggi sono circa 300 i ‘braccialetti bianchi’ in Parlamento. Fra questi: i presidenti di Senato e Camera Pietro Grasso e Laura Boldrini, il presidente del Consiglio Enrico Letta, i ministri Maria Chiara Carrozza, Nunzia De Girolamo e Dario Franceschini, il sottosegretario Jole Santelli…
Con quello che costa al sistema Italia la corruzione – secondo le stime della Corte dei Conti 60 miliardi ogni anno – si potrebbero liberare le risorse necessarie per uscire dalla recessione.
Basterebbero, ad esempio, poco meno di 14 miliardi per completare opere fondamentali per il trasporto pubblico locale nelle principali città italiane. Altri 10 miliardi di euro potrebbero servire per completare la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici, mentre con 2,5 miliardi si avvierebbe il restauro idrogeologico del Paese. 20 miliardi all’anno potrebbero coprire l’attuale costo degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità, indennità). Infine poco meno di 4 miliardi basterebbero ad evitare l’Imu sulla prima casa, mentre con altri 3 miliardi si potrebbero costruire 10 ospedali modello.
La somma di tutti questi interventi è inferiore al costo della corruzione. Sessanta miliardi di euro, in alternativa, basterebbero per pagare gli interessi annuali sul debito pubblico italiano.
Tuttavia considerare ‘solo’ i 60 miliardi persi è riduttivo. Infatti, la corruzione mina alla radice la credibilità e l’affidabilità dell’Italia agli occhi del mondo, diminuendo di conseguenza l’afflusso di investimenti stranieri.
Ad esempio, secondo Unctad, l’afflusso medio di capitali stranieri tra il 2004 e il 2008 in percentuale sul Pil in Italia è stato dell’1,38%, mentre in Francia nel medesimo periodo è stato del 3,88%. Tale “spread” di 2,5% corrisponde ad un ammontare superiore a 40 miliardi.
Capitali che, investiti in innovazione e attività produttive, consentirebbero di generare migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i giovani. E questi posti di lavoro, a loro volta, genererebbero ulteriore crescita per il nostro Paese”.
| inviato da paoloborrello il 14/5/2013 alle 6:39 | |
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13 maggio 2013
Così si uccide la prevenzione
I manager della prevenzione di tutte le aziende sanitarie italiane denunciano, in un documento, il progressivo abbandono della loro funzione da parte delle Regioni. Il 5% dei finanziamenti per legge destinati alla prevenzione non viene usato correttamente e continua la dispersione tra le varie funzioni e discipline.
In un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it ci si occupa del documento citato.
“I dipartimenti di prevenzione sono sempre più ‘oggetto di ulteriori forti ridimensionamenti in alcune Regioni italiane che non comprendono come la prevenzione e la promozione della salute rappresentino oltre che un fattore di crescita sociale e culturale della società anche un elemento di sviluppo economico sia indirettamente in termini di eventi sanitari evitati, sia direttamente tramite gli investimenti in sicurezza negli ambienti di vita e di lavoro, nonché per la tutela della salute dei consumatori’.
E’ l’allarme contenuto in un documento dei direttori dei dipartimenti di prevenzione delle aziende unità sanitarie locali d’Italia, riuniti in un una convention a Bologna.
Ecco i punti centrali dell’allarme lanciato dei manager della prevenzione italiani:
- i tentativi di smontarne le varie componenti facendole afferire ad altri livelli statali (i veterinari al ministero delle politiche agricole, la sicurezza sui luoghi di lavoro ad una agenzia nazionale, anche se quest’ultimo progetto è stato superato dall’accordo su un forte e giusto coordinamento) costituiscono un elemento di forte indebolimento delle tutele e dei diritti per la salute dei cittadini. Al contrario è necessaria una maggiore integrazione funzionale tra le varie discipline della prevenzione e della sicurezza tramite l’adozione di percorsi assistenziali trasversali, focalizzati alla presa in carico globale dei problemi sanitari delle collettività, come la sicurezza alimentare, la prevenzione primaria e secondaria delle malattie cronico degenerative, la sicurezza degli ambienti di vita e di lavoro, il rapporto tra ambiente e salute, la gestione delle emergenze di sanità pubblica
- occorre perseguire sempre più nuove modalità di lavoro costruite sull’analisi epidemiologica dei problemi di salute, sull’ appropriatezza degli interventi basati sulle evidenze scientifiche, sull’utilizzo delle banche dati e dei sistemi informativi disponibili sulla categorizzazione e comunicazione del rischio, nonché sulla partecipazione dei cittadini
- il 5% della spesa sanitaria destinato alla prevenzione collettiva va interamente impiegato nel settore (primo Lea) per assicurare gli strumenti indispensabili ed il turnover necessario del personale
- la politica dei limiti di emissione ambientali fini a se stessi è stata clamorosamente smentita e deve essere ripensata. Così come occorre garantire, all’interno dei dipartimenti di prevenzione, il ripristino operativo di vere strutture che si occupino di salute e ambiente
- va ripresa l’iniziativa per appropriate semplificazioni e per l’abolizione delle attività di non dimostrata efficacia, a partire da quelle già individuate nella proposta del disegno di legge, d’iniziativa del Governo, approvato dal Senato della Repubblica il 12 dicembre 2007, ma non approvato dalla Camera dei Deputati per la crisi di governo
- va migliorata la reportistica e la comunicazione delle attività dei dipartimenti di prevenzione
Nel complesso ‘di fronte alla grave e perdurante crisi sociale ed economica del nostro Paese – sottolineano i direttori dei dipartimenti – è indispensabile che gli sforzi per l’occupazione e per il rilancio della produzione avvengano nel pieno rispetto delle regole e delle garanzie di prevenzione e di sicurezza nei luoghi di lavoro che vigono nella Unione Europea’”.
| inviato da paoloborrello il 13/5/2013 alle 5:42 | |
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9 maggio 2013
Benessere, per madri e figli Italia al 17° posto
Il 14° rapporto di “Save the Children” sullo stato delle madri nel mondo ha analizzato le condizioni di mamme e bambini in 176 paesi: nelle nazioni in fondo alla classifica, in media, una donna su 30 muore per cause legate alla gravidanza o al parto. Nel mondo ogni anno 1 milione di neonati muore nel suo primo giorno di vita. La Finlandia è il miglior paese per madri e figli, la Repubblica Democratica del Congo il peggiore. L’Italia al 17° posto, gli Usa al 30°.
In un comunicato di Save the Children è contenuta una sintesi del rapporto.
“Finlandia, Svezia e Norvegia sono ai primi posti nella classifica dei paesi dove lo stato di salute della madre, il livello di istruzione, le condizioni economiche, politiche e sociali garantiscono il benessere alle mamme e ai loro figli.
Al contrario, i dieci paesi, tutti dell’Africa sub-sahariana, che si collocano in fondo alla graduatoria chiusa dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc), ottengono punteggi molto scarsi per ognuno dei 5 indicatori su cui si è basato il 14° rapporto di Save the Children sullo stato delle madri nel mondo: salute materna e rischio di morte per parto, benessere dei bambini e tasso di mortalità entro i 5 anni, grado di istruzione, condizioni economiche e Pil pro capite, partecipazione politica delle donne al governo.
I dati del rapporto mettono in evidenza le enormi disparità tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Così, per esempio, se le finlandesi possono contare su ben 17 anni di istruzione, le donne nella Rdc su 8, le somale solo su 2. Se il tasso di mortalità dei bambini entro i 5 anni nella Rdc è di 167 su 1000 nati vivi, in Finlandia il tasso precipita a 3 su 1000. La stessa differenza si riscontra anche nel tasso di partecipazione femminile alla vita politica: in Finlandia la percentuale di seggi in Parlamento occupati da donne sono il 42,5% contro l’8,3% di quelli detenuti nella Rdc.
Ampio spazio quest’anno viene dedicato al focus tematico ‘sopravvivere al primo giorno’, con la creazione di un indice relativo alle morti precocissime dei neonati, quelle cioè che avvengono nelle prime 24 ore dalla nascita. Ben 1 milione di bambini ogni anno non sopravvive al primo giorno: la frequenza più alta si registra in Somalia (18 bambini morti su 1000 nati), Mali, Sierra Leone, Rdc (17), Repubblica Centrafricana (16), Ciad, Costa d’Avorio, Angola (15).
A livello numerico, invece, è l’Asia del Sud, la regione dove risiede il 24% della popolazione mondiale, quella in cui si verifica ben il 40% delle morti durante il primo giorno di vita (420.000 bambini ogni anno). Nonostante l’incredibile crescita economica degli ultimi anni, l’India guida questa triste classifica con 309.300 bambini morti nel primo giorno, pari al 29% del totale mondiale, ed è in questo paese che si conta il maggior numero di mamme che muoiono per gravidanza o parto.
Sebbene dal 1990 il tasso di mortalità dei bambini entro i 5 anni di vita e la mortalità delle mamme siano calati rispettivamente del 40% e 50%, ogni giorno nel mondo 800 donne muoiono ancora per cause legate alla gravidanza o al parto, mentre sono quasi 7 milioni i bambini che muoiono prima di compiere 5 anni, di cui 3 milioni non superano il mese di vita, e questo avviene per cause prevenibili e curabili, come infezioni, prematurità, complicazioni da parto.
La quasi totalità delle morti di neonati e delle loro mamme (rispettivamente il 98 e il 99% ) si verifica nei paesi in via di sviluppo dove è fatale la mancanza di servizi sanitari di base e di assistenza prima, durante e dopo il parto. Nell’Africa sub-sahariana, ad esempio, dal 10 al 20% delle donne che affrontano la gravidanza è sottopeso, molte di loro sono troppo giovani, i contraccettivi vengono utilizzati raramente e mancano spesso servizi e operatori sanitari di base…
Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto di Save the Children, quest’anno riporta il nostro paese al 17° posto. Secondo i dati, le condizioni di salute delle mamme e dei bambini raggiungono livelli alti (il tasso di mortalità femminile per cause legate a gravidanze e parto è pari a 1 ogni 20.300, quello di mortalità infantile è di 3,7 ogni 1000 nati vivi), come abbastanza alto è il livello di istruzione delle donne, pari a 16 anni di formazione scolastica.
Benché la scarsa percentuale media di partecipazione politica delle donne fotografata dal rapporto (20,6%) abbia subito un deciso incremento in occasione delle ultime elezioni (con il 28,6% al Senato e 31,3% alla Camera), siamo ancora distanti perfino da paesi come l’Angola (38%), l’Afganistan (27%) e il Mozambico (39%).
Salta all’occhio nel rapporto il 30° posto occupato nella classifica generale dagli Usa per lo stato di benessere delle mamme e dei loro figli. Tra i paesi industrializzati, gli Stati Uniti addirittura guidano la triste classifica per mortalità dei neonati: ogni anno più di 11.000 bambini americani muoiono durante il loro primo giorno di vita. Nonostante le condizioni dell’istruzione ed economiche siano soddisfacenti, collocandosi tra i 10 migliori paesi, altrettanto non emerge per quanto riguarda la salute delle madri, del benessere dei bambini (rispettivamente al 46° e al 41° posto) e per la partecipazione politica (89°).
‘Il rapporto conferma che i bambini nati da madri che vivono in condizioni di estrema povertà hanno il più basso tasso di sopravvivenza’, sottolinea Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.
‘Alla base del problema c’è la persistente differenza tra la salute nei paesi più ricchi e in quelli più poveri. Molte vite potrebbero essere salvate se i servizi sanitari di base raggiungessero le famiglie più povere dei paesi in via di sviluppo.
Ma i fondi, pubblici e privati, per progetti specifici non sempre incontrano le necessità e spesso sono insufficienti rispetto all’entità del problema. E’ evidente, prosegue Neri, ‘che dove le madri sono più forti dal punto di vista fisico, finanziario e sociale, i figli hanno più probabilità di sopravvivenza. Le donne più informate fanno figli quando il loro corpo è pienamente sviluppato, si nutrono meglio e programmano le nascite distanziandole opportunamente. Questo è sicuramente il primo grande fattore di una maternità sana e consapevole’.
Save the Children sottolinea la necessità di investire nella formazione e aggiornamento di operatori sanitari, soprattutto quelli che operano sul campo: si stima che, oltre a strutture, strumentazioni e trattamenti a basso costo per prevenire complicazioni e morti premature, occorrano almeno 5 milioni di specialisti per rispondere alle esigenze delle comunità.
Terapie per prevenire e curare infezioni durante la gravidanza, l’uso di sistemi di intubazione per aiutare i bambini a respirare, disinfettanti per la pulizia del cordone ombelicale, l’immediato trattamento delle infezioni neonatali e operatori in grado di fornire alle madri informazioni di base sull’importanza dell’igiene, dell’accoglienza del neonato e dell’allattamento al seno sono accorgimenti che se incrementati potrebbero prevenire la morte di oltre tre neonati su quattro.
Per riuscire a raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale e ridurre la mortalità materna e infantile nel mondo, l’organizzazione chiede un ulteriore sforzo in termini di sviluppo di sistemi sanitari e di cura.
In molti paesi dove la maggior parte dei finanziamenti per il sistema sanitario derivano dai bilanci nazionali, gli investimenti nella salute dovrebbero essere incrementati. In particolare quelli relativi alla tutela delle mamme, dei neonati e della salute dei bambini.
E dove è necessario, per evitare che l’accesso alle cure venga impedito, si suggerisce di adottare misure affinché non si debba ricorrere al pagamento in forma diretta. I paesi in via di sviluppo dovrebbero creare propri piani per individuare e implementare le soluzioni che meglio si adattano al proprio sistema sanitario e evitare morti prevenibili delle mamme e dei loro neonati. I leader mondiali dovrebbero impegnarsi per combattere le disuguaglianze di genere e la malnutrizione nelle madri, fattori che incidono fortemente sulla mortalità precoce dei neonati.
Lo sforzo di tutti i soggetti coinvolti – paesi donatori, Ong e privati – è fondamentale perché si possa migliorare e aumentare la copertura sanitaria di qualità anche per le madri più povere e i loro neonati…”.
| inviato da paoloborrello il 9/5/2013 alle 6:23 | |
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7 maggio 2013
L'eliminazione dell'Imu è solo populismo
La proposta di eliminare l’Imu sulla prima casa suscita molti consensi, soprattutto fra gli elettori del Pdl. Ma è una proposta populista. Perché bisognerebbe indicare con chiarezza dove trovare le risorse per recuperare il gettito perduto. O quali spese si intendono tagliare. E queste somme non potrebbero avere utilizzi più proficui? Lo sostiene Massimo Bordignon in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.
“L’Imu ha tanti difetti, a cominciare da una base imponibile mal definita perché costruita a partire da un catasto antico e dunque ormai poco rappresentativo dei valori di mercato delle abitazioni. È poi non chiaro di chi sia la responsabilità dell’imposta, visto che una parte del gettito va allo Stato e non al comune.
Non è neppure ovvio se il presupposto giuridico dell’imposta debba essere solo il possesso del patrimonio, oppure debba configurarsi come una ‘service tax’ e perciò almeno in parte estesa anche ai non proprietari, visto che il suo scopo fondamentale è finanziare i servizi indivisibili offerti dai comuni, i cui benefici sono solo parzialmente correlati al valore delle abitazioni.
Saggezza vorrebbe che di questi problemi e di come superarli si discutesse in sede di riforma dell’imposta e che su questo il nuovo governo prendesse un impegno esplicito.
Invece il dibattito politico ha assunto i toni di una crociata ideologica, tant’è che il Pdl pare faccia dell’eliminazione dell’Imu sulla abitazione di residenza la condizione essenziale per la sua partecipazione al governo Letta.
E Silvio Berlusconi non è il solo politico a mostrarsi iper-refrattario all’Imu. Durante la campagna elettorale, tutti i leader si sono dichiarati favorevoli a una riduzione dell’imposta sulla abitazione principale, inclusi, tanto per dire, Mario Monti e Beppe Grillo. E perfino Susanna Camusso, la segretaria della Cgil, ha indicato (nelle sue consultazioni con l’ex segretario del Pd) nell’abolizione dell’Imu fino a 1.000 euro sulla prima abitazione, il principale suggerimento di politica economica della sua organizzazione al nuovo governo.
Questo accanimento sull’Imu, in un paese che ha perso 8 punti di Pil in cinque anni e che ha un tasso di disoccupazione giovanile attorno al 40%, lascia francamente basiti.
È ovvio che in un paese di proprietari di abitazioni, proporre l’eliminazione dell’imposta susciti consensi diffusi ed entusiasmi bipartisan. Ma si deve tener conto anche delle alternative: dove trovare le risorse per finanziare l’eliminazione dell’imposta, in primo luogo, ma anche chiedersi a quali altri utilizzi, diversi dall’abolizione dell’Imu, si potrebbero destinare quelle stesse risorse.
A questo proposito, è bene anche ricordare i vantaggi dell’Imu.
In primo luogo, come dimostrano le stime, con tutti i suoi difetti, l’Imu sulla prima abitazione se la cava benino in termini redistributivi.
Circa la metà delle famiglie italiane non la paga o perché non possiede un’abitazione (e questi sono generalmente i più poveri) o perché la detrazione annulla l’onere di imposta.
Poi, il pagamento dell’Imu, in misura maggiore della vecchia Ici, è concentrato prevalentemente sugli scaglioni di reddito più elevati, come è ovvio visto che esiste un correlazione positiva tra il reddito e il valore del patrimonio immobiliare.
In secondo luogo, si devono considerare le alternative. Per recuperare i quattro miliardi di gettito dell’Imu sulla prima casa (che diventerebbero otto se, come vuole il Pdl, si restituisse anche l’imposta già pagata) , bisognerebbe aumentare le tasse sui redditi, dei lavoratori o delle imprese, o sui consumi.
Ed è difficile argomentare che nelle condizioni di crisi economica attuale, tagliare un’imposta sul patrimonio per aumentarne una sui redditi o sui consumi sia la cosa migliore da fare da un punto di vista di crescita o di distribuzione del carico fiscale.
Si può senz’altro cercare di ridurre, invece, la spesa pubblica. Ma in questo caso vorrei si dicesse esattamente quali spese si intende tagliare.
E di nuovo, se si trovano quattro o otto miliardi riducendo le spese, forse sarebbe meglio spenderli per tagliare il costo del lavoro, fiscalizzando gli oneri sociali sui nuovi assunti, o per finanziare interventi di welfare più sensati a protezione delle nuove povertà.
E se invece si intende semplicemente aumentare il debito pubblico, ammesso che si possa fare, è bene ricordarsi che questo vuol dire soltanto nuove e maggiori tasse in futuro (ci sono da pagare anche gli interessi), di nuovo sui redditi o sui consumi, visto che l’imposta sulla proprietà immobiliare verrebbe abolita.
In conclusione, il dibattito sull’Imu mostra un tasso di populismo davvero preoccupante.
Se le forze favorevoli alla sua abolizione dovessero prevalere, sarebbe il caso di renderne almeno espliciti i costi alla opinione pubblica.
Se, per dire, si decide di abolire l’Imu finanziandola con un incremento dell’Iva o dell’Irpef, oppure con un bel taglio alle pensioni, lo si faccia scrivendo esplicitamente ‘contributo straordinario per finanziare l’abolizione dell’Imu’.
Vediamo se il consenso straordinario e bipartisan a favore dell’abolizione dell’imposta resterebbe a quel punto invariato”.
| inviato da paoloborrello il 7/5/2013 alle 6:41 | |
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5 maggio 2013
Cancro, medici in rivolta contro il "caro" farmaci
Un gruppo di specialistici nella cura del cancro, di diversi Paesi, hanno denunciato con una lettera che i prezzi di alcune terapie sono troppo elevate, sono “immorali” e pertanto le aziende farmaceutiche li devono abbassare.
In un articolo di Laura Berardi, pubblicato su www.quotidianosanita.it, ci si occupa di quanto denunciato da quei medici.
“Astronomici. Insostenibili. Immorali. Così un gruppo di oltre 100 specialisti nella cura del cancro, provenienti da più di 15 nazioni nei cinque continenti, ha definito i costi di alcune terapie contro il cancro, che spesso superano la soglia dei 100.000 dollari l’anno: su 12 nuovi farmaci antitumorali recentemente approvati dalla Food and Drug Administration con indicazione d’uso per diversi tipi di cancro addirittura 11 superano questa soglia.
L’allarme, lanciato per la prima volta sulla stampa statunitense, e più nello specifico sulla rivista Blood, è partito da professionisti che si occupano della leucemia mieloide cronica, una delle più terribili forme di cancro al midollo, ha fatto il giro del mondo ed è condiviso anche da scienziati italiani.
È piuttosto inusuale che così tanti scienziati di un’unica branca di studio si uniscano insieme per chiedere qualcosa. Soprattutto se questo qualcosa è la richiesta alle case farmaceutiche di abbassare i prezzi dei loro farmaci. E soprattutto se tra questi scienziati ci sono anche professionisti molto vicini alle stesse aziende.
Eppure proprio questo è quello che è successo in questi giorni negli Stati Uniti: il motivo della protesta è che per troppi anni i prezzi eccessivi delle terapie contro il cancro sono stati oggetto di dibattito, tanto da portare recentemente anche a proteste di piazza a New York, ma nonostante questo gli appelli della comunità scientifica e dell’opinione pubblica ad abbattere i costi sono sempre stati ignorati dalle case farmaceutiche.
Ecco perché oggi questi 120 scienziati hanno deciso di condannare pubblicamente chi fa profitti così ampi sulla salute dei malati: è immorale, tanto quanto lo sarebbe dopo una catastrofe naturale vendere alle popolazioni colpite beni di prima necessità a prezzi altissimi, hanno spiegato.
‘Costringere le aziende ad abbassare i prezzi è necessario a salvare la vita dei pazienti’, si legge nella lettera. ‘Anche a costo di ripercussioni sulla carriera’.
Molti dei dottori che hanno firmato il pezzo su Blood, infatti, lavorano a stretto contatto con le case farmaceutiche, nella ricerca e nei trial clinici.
L’esempio più lampante quello di Brian Druker, professore alla Oregon Health & Science University e tra gli ideatori di Imatinib, molecola ‘quasi miracolosa’ di Novartis usata proprio contro la leucemia mieloide cronica, e tra quelle che secondo i 120 specialisti ha un costo troppo elevato.
‘Sono a favore di un’industria farmaceutica in buone condizioni di salute, se mi permettete il gioco di parole. Ma i prezzi di questi farmaci sono molto più alti di quanto non basterebbe a mantenerla tale’, ha spiegato.
Oltre al farmaco dell’industria svizzera, molti prodotti di altre case farmaceutiche sono stati chiamatI in causa: da quelli di Ariad a quelli di Pfizer, da quelli Bristol-Myers Squibb, a quelli Teva e altri ancora.
‘Se l’utile netto di un’azienda su un farmaco è di 3 miliardi di dollari, siamo sicuri che alle case farmaceutiche per tirare avanti non ne basterebbero anche solo 2? In altre parole: quand’è che si supera la soglia che divide i profitti essenziali dall’approfittarsi della situazione?’, ha continuato il ricercatore, caustico.
L’idea della pubblicazione di questo articolo è nata da una recente protesta messa in atto dai medici del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, che lo scorso autunno si sono rifiutati di usare un nuovo farmaco per il cancro al colon per il suo prezzo troppo alto: doppio rispetto ad altri farmaci, pur non avendo benefici maggiori.
Grazie a un articolo di denuncia pubblicato sul New York Times a ottobre questi scienziati hanno infatti ottenuto che la casa farmaceutica produttrice (in quel caso si trattava di Sanofi) dimezzasse il prezzo del medicinale.
Secondo gli autori della lettera, la stessa cosa potrebbe accadere anche con altri farmaci, non solo tra quelli usati contro la leucemia mieloide cronica.
Di idea diversa sono chiaramente le case farmaceutiche, che hanno tentato di difendersi.
Ariad Pharmaceuticals, ad esempio, ha dichiarato che per tali molecole va tenuto in considerazione il rapporto costi/benefici, visto che queste hanno un impatto positivo soprattutto sul lungo periodo. Novartis, invece, pur dicendosi aperta alla discussione, ha dichiarato che i prezzi di questi farmaci sono specchio degli alti costi di sviluppo e di produzione, trattandosi di farmaci capaci di trasformare una sentenza di morte in una malattia cronica come il diabete. E che comunque il loro prezzo non è quasi mai pagato completamente dai pazienti.
Eppure, spiegano gli scienziati autori della lettera, nonostante i programmi di assicurazione, solo una minima percentuale del milione e mezzo di pazienti che nel mondo convive con la leucemia mieloide cronica riesce ad usufruire di questi farmaci miracolosi.
In molte nazioni in via di sviluppo, ad esempio, i professionisti preferiscono attuare dei rischiosissimi trapianti di midollo osseo piuttosto che prescrivere questi farmaci, perché una procedura una tantum di questo tipo è meno costosa delle terapie con i medicinali in questione.
Senza contare che seppure i costi diretti del paziente in alcuni casi sono bassi grazie alle assicurazioni, il sistema sanitario in generale paga comunque molto per il loro uso.
In ogni caso è difficile prevedere quale sarà l’effettivo impatto della protesta sui prezzi dei farmaci.
Tuttavia, molti dei firmatari già temono per la propria carriera.
‘Molti miei colleghi non hanno voluto prendere parte alla protesta solo perché avevano paura di perdere finanziamenti per la ricerca dall’industria”, ha spiegato John M. Goldman, professore emerito all’Imperial College di Londra e coautore della lettera.
E anche Hagop M. Kantarjian dello MD Anderson Cancer Center di Houston, primo tra gli scienziati che hanno messo in atto la protesta, ha ammesso che quello potrebbe essere un rischio. ‘Sono sicuro che la mia carriera di ricercatore avrà delle ripercussioni”, ha detto. ‘Tuttavia era ora di prendere in mano questa situazione: il mondo farmaceutico ha perso ogni moralità. E tutto ciò stava diventando veramente insostenibile’”.
| inviato da paoloborrello il 5/5/2013 alle 10:28 | |
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2 maggio 2013
La crisi toglie anche la vita
Secondo il rapporto Osservasalute per il 2013, presentato presso l’Università Cattolica di Roma, gli italiani sono sempre più depressi ed inoltre il numero dei suicidi è aumentato del 30%. E la crisi economica può essere considerata la principale causa di tale situazione.
In un articolo pubblicato su www.dazebaonews.it vengono analizzati i principali contenuti del rapporto citato.
“Si è svolta, presso l’Università Cattolica di Roma, la presentazione del rapporto Osservasalute 2012, ‘Stato di salute e qualità dell'assistenza nelle regioni italiane’.
Il rapporto è stato presentato dal professor Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica e direttore dell'Osservatorio e da Alessandro Solipaca, segretario scientifico dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Regioni Italiane.
Ciò che si è evidenziato in primis è sicuramente la grave sofferenza in cui versa il Servizio Sanitario nazionale e il cui maggiore pericolo è soprattutto quello di ‘non essere più alla portata di tutti’, crescono sempre più infatti le diseguaglianze nell'accesso ai servizi.
Se da una parte infatti emerge un lieve miglioramento rispetto all'efficienza economica, dall'altra si profila sempre più il rischio di tagli all'offerta e all'accessibilità delle cure.
I cittadini gravati dalla crisi finanziaria e da una tassazione troppo forte non possono pagarsi non solo le prestazioni, ma neanche i ticket.
La necessità quindi, come ha sottolineato il professor Ricciardi è quella di uscire da questa contrapposizione, pensando che la sanità, la scuola, l’università, la ricerca sono voci su cui non si possono fare tagli. Non si può più tagliare oltre quanto è stato fatto fino ad oggi, poiché in termini di salute, questo significa vivere meno e vivere peggio.
Nonostante ciò sotto certi aspetti sembra che la salute degli italiani sia migliorata, nonostante i pessimi stili di vita adottati, ma questo è un po’ il ‘paradosso degli italiani’. Evidenziato anche dal trend in aumento della speranza di vita, in particolare per gli uomini che riducono la distanza rispetto alle donne (trend in atto dal 1979).
Il dato invece più allarmante che è emerso dal rapporto è quello relativo allo stato di salute mentale degli italiani, che risultano essere sempre più depressi e sempre più dipendenti dall'uso di farmaci antidepressivi.
E' stato infatti evidenziato come negli ultimi anni il trend di utilizzo di antidepressivi si sia mostrato in continua crescita, addirittura si è quadruplicato in dieci anni e difficilmente vedrà un'inversione di tendenza.
Solo nel 2011 il consumo di farmaci antidepressivi è stato di 36,1, contro un consumo di 8,18 nel 2000. E, secondo le ultime stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, emerge che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di morte nei Paesi occidentali, con crescente e continuo utilizzo dei farmaci correlati.
Ancora più inquietante e preoccupante è però l'incremento, osservato negli anni più recenti, dei suicidi, soprattutto tra gli uomini e in particolare tra i 25 e i 69 anni.
Il tasso è passato da 11,70 (per 100.000) nel 2006 e nel 2007 a 11,90 (per 100.000) nel 2008 e 12,20 (per 100.000) nel 2009.
A togliersi la vita è un uomo nel 77% dei casi (il tasso di mortalità è pari a 12,05 per 100.000 per gli uomini e a 3,12 per le donne).
Il dato è allarmante poiché l'incremento è stato di circa il 30% dal 2006 ad oggi e, il fatto che il tasso di suicidi sia considerevolmente aumentato solo in questi ultimi anni, in concomitanza con la crisi economica, fa pensare che le cause non siano da imputare tanto a patologie psichiatriche, quanto ad un crescente disagio sociale ed economico.
Questo quanto rilevato dal rapporto, dove si aggiunge che tale disagio ‘deve essere monitorato con attenzione anche al fine di prevedere un rafforzamento delle attività preventive e della presa in carico sanitaria e sociale di soggetti a rischio’”.
| inviato da paoloborrello il 2/5/2013 alle 7:17 | |
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30 aprile 2013
La mafia è più forte dello Stato
Il centro studi Pio La Torre ha realizzato la settima indagine sulla percezione mafiosa che ha coinvolto 2.000 studenti delle scuole superiori italiane. Tra i principali risultati la convinzione che la mafia sia più forte dello Stato a causa dell’insufficiente impegno che le istituzioni interessate hanno profuso per contrastare le mafie.
In un comunicato pubblicato sul sito del centro studi www.piolatorre.it è contenuta una sintesi dell’indagine citata.
È colpa della politica se il fenomeno mafioso non è ancora stato debellato.
Colpa delle istituzioni se la criminalità mafiosa si infiltra nell’economia sociale e ha il potere di controllo sul futuro. Per questa ragione la mafia è più forte dello Stato e sarà molto difficile riuscire a sconfiggerla.
Questo il pensiero emerso dalla settima rilevazione sulla percezione mafiosa condotta dal centro Pio La Torre coinvolgendo quasi 2.000 ragazzi delle scuole medie superiori italiane che hanno partecipato al progetto educativo antimafia promosso dal centro.
Per il 45.06% degli studenti la mafia non potrà essere definitivamente sconfitta e per il 94.52% la mafia ha un rapporto molto o abbastanza forte con la politica.
Poco meno della metà degli intervistati, il 49.35%, ritiene che la mafia sia più forte dello Stato.
“Questo è l’aspetto più negativo registrato dall’indagine - dichiara Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre - sul quale dovrebbe riflettere tutta la classe dirigente del Paese, soprattutto alla luce dei risultati delle elezioni di febbraio. Esse, infatti, hanno dimostrato una grande mobilità degli elettori, disponibili a premiare i nuovi fenomeni di populismo esasperato, e pronto a raccogliere i frutti del disorientamento provocato dalla crisi economica, dalle politiche del centrodestra, dal governo dei tecnici e dalla persistente contraddittorietà delle proposte del centrosinistra, diviso e perciò poco credibile”.
Ma come riuscire a combattere la mafia e riscattarsi? Per gli studenti la strada da seguire è quella, per il 38,45%, di non sostenere l’economia mafiosa (per esempio, non acquistando droghe, non acquistando merce contraffatta, ecc.) e per il 21,67 di non essere omertosi.
Mentre lo Stato dovrebbe “colpire la mafia nei suoi interessi economici” (22.50%) e “combattere la corruzione e/o il clientelismo” (24.40%).
Molto importante per i ragazzi anche l’educazione alla legalità (17.26%). Si riconferma dunque ancora una volta l’importanza del ruolo della scuola.
“Il 66% dei ragazzi - rileva Antonio La Spina, ordinario di sociologia dell’Università di Palermo - discute dell'argomento soprattutto con i docenti, il che evidenzia per un verso che in altre sedi ciò avviene assai meno, ma anche che i docenti che aderiscono al progetto si dedicano intensamente all'educazione antimafia.
Emerge anche che, soprattutto alle superiori, il 70% circa degli studenti in questione ha partecipato ad almeno un'altra attività di educazione antimafia in anni precedenti a quello in corso”.
Sul nuovo numero di ASud’Europa, scaricabile all’indirizzo www.piolatorre.it , l’analisi dettagliata del questionario e dei suoi risultati”.
| inviato da paoloborrello il 30/4/2013 alle 7:27 | |
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