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23 gennaio 2020

Rifiuti, 200.000 Tir in viaggio

Sono più di 200.000 i Tir necessari ogni anno a trasportare i rifiuti prodotti dalle regioni che non hanno abbastanza impianti per smaltirli e perciò li destinano alle discariche o ai termovalorizzatori situati in altre regioni o all’estero. 

Questa è una delle più importanti conclusioni del dossier “I rifiuti in movimento”, realizzato dal centro studi Ref.

I 200.000 Tir, se messi in fila, formerebbero una colonna lunga 3.300 km, quasi la distanza tra Reggio Calabria e Mosca.

E’ una carovana di oltre 550 Tir al giorno, che inquina (emissioni di CO2 e polveri sottili), costa ai cittadini (aumenta la tassa sui rifiuti) e alle imprese (maggiori costi di smaltimento).

Un conto salato, di cui sono responsabili gli amministratori delle regioni che non solo non hanno provveduto ad assicurare l’autosufficienza impiantistica prevista per legge, ma nemmeno hanno predisposto una strategia per dotare i loro territori degli impianti necessari alla chiusura del ciclo dei rifiuti.

La graduatoria delle peggiori regioni, basata sul numero di Tir carichi di rifiuti messi in strada ogni giorno, vede sul podio Lazio, Campania e Sicilia. 162 Tir al giorno per il Lazio, 142 per la Campania, 78 per la Sicilia.

La somma dei deficit delle 14 regioni che non hanno impianti sufficienti per lo smaltimento e l’avvio a recupero energetico dei rifiuti è di 4,9 milioni di tonnellate, che vengono così esportate all’estero o in altre regioni per essere riciclate o incenerite.

In mancanza di impianti, lo smaltimento avviene trasportando, appunto, altrove i rifiuti. Quando non finiscono per accumularsi nelle strade, con problemi di natura sanitaria e ambientale, e diventare una emergenza, terreno fertile per le organizzazioni criminali.

I costi diretti e indiretti gravano sulle spalle dei cittadini e delle imprese.

Al primo posto nella graduatoria della spesa annua per il servizio rifiuti per una famiglia tipo c’è la Campania, con 447 euro pari al 2,5% del reddito disponibile, ben sopra lo 0,6% della Lombardia e lo 0,7% del Veneto.

Le stesse tre regioni sul podio della classifica per il maggior deficit impiantistico sono anche le prime nella graduatoria del costo del servizio: una chiara evidenza di come siano i cittadini, per primi, a pagare le carenze impiantistiche sulla chiusura del ciclo dei rifiuti.




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20 gennaio 2020

Maxi multa per l'Eni, ha ingannato i consumatori

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha disposto il 15 gennaio 2020 una multa di 5 milioni di euro nei confronti dell’Eni per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla pubblicità “Enidiesel+”, che ha inondato giornali, televisione, radio, cinema, web e stazioni di servizio dal 2016 al 2019. 

La decisione riguarda il messaggio, oggi dichiarato ingannevole, di un diesel bio, green e rinnovabile, che “riduce le emissioni gassose fino al 40%”.

L’Autorità ha imposto all’Eni di non utilizzare più la pubblicità e disposto una sanzione amministrativa, per pratica commerciale scorretta, di 5 milioni di euro “pari al massimo edittale”, tenuto conto della gravità e della durata della violazione.

La sentenza è arrivata a seguito di un reclamo presentato da Legambiente, Movimento difesa del cittadino e da Transport & Environment (T&E) per pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del consumo.

A tale proposito, Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha dichiarato: “Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing e perché finalmente viene smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual è Eni.

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ci ha dato ragione, ma non basta.

Ora è tempo che anche il governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili che sono causa dell’emergenza climatica, definendo anche lo stop agli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

Francesco Luongo, presidente nazionale del Movimento difesa del cittadino, ha aggiunto: “La decisione dell’Autorità rappresenta un primo importante esempio di sanzione in materia di ‘greenwashing’ ovvero quei messaggi pubblicitari ingannevoli quanto alle qualità ‘green’ di un prodotto.

Il rispetto dell’ambiente è un valore fondamentale nell’evoluzione dell’economia globale ribadito dal ‘Green Deal’ approvato dalla Commissione dell’Unione europea e non deve essere piegato, o peggio contraffatto, dalle aziende attraverso un marketing spregiudicato che si traduca in vere e proprie pratiche commerciali scorrette ai danni dei consumatori”.

Veronica Aneris, responsabile di Transport & Environment (T&E), ha infine concluso: “Non esiste il diesel green, prodotto con olio di palma o altre colture alimentari perché causa la deforestazione.

Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute.

Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati e il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero”.




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13 gennaio 2020

Diminuiscono i reati ma aumentano i detenuti

Nel 2019 si è verificata una diminuzione del numero dei reati ma i detenuti nelle carceri italiane sono aumentate. E’ anche per questo motivo che si è registrato un tasso di affollamento particolarmente elevato. Lo sostiene l’associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di diritti e garanzia nel sistema penale e penitenziario. 

Secondo l’associazione citata, la situazione delle carceri italiane non confortante alla fine del 2019 non è confortante, poichè il numero dei detenuti è in costante crescita.

Al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017.

Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno.

Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale dei ristretti.

Il tasso di affollamento ufficiale è del 121,2%, tuttavia circa 4.000 dei 50.000 posti ufficiali non sono al momento disponibili è ciò porta il tasso al 131,4%.

Un esempio è quello che riguarda il carcere milanese di San Vittore, dove 246 posti non sono disponibili e dove il tasso di affollamento effettivo è del 212,5%, cioè ci sono più di due detenuti dove dovrebbe essercene uno solo.

Anche senza posti non disponibili, tuttavia, ci sono istituti dove le cose non vanno meglio, ad esempio Como e Taranto, dove il tasso di affollamento è del 202%.

In generale, al momento, la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 159,2% (il 165,8% se consideriamo i posti conteggiati ma non disponibili), seguita dal Molise (150% quello teorico, 161,4% quello reale) e dal Friuli Venezia Giulia (144,1% teorico e 154,7% reale).

“Ancora una volta dobbiamo constatare come, a fronte di un calo dei reati, aumenti il numero dei detenuti”  ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

“Questo dato si spiega con un aumento delle pene, frutto di politiche che, guardando ad un uso populistico della giustizia penale, hanno risposto in questo modo ad una percezione di insicurezza che non trova riscontro nel numero dei delitti commessi.

Quello della crescita dei reclusi è un trend che nell’arco di poco tempo potrebbe portarci nuovamente ai livelli che costarono all’Italia la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti”, ha specificato il presidente di Antigone.

Nel corso del 2019 Antigone, grazie alle autorizzazioni che dal 1998 riceve dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha visitato con i propri osservatori 106 istituti penitenziari (oltre la metà di quelli presenti in Italia).

L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso ma i dati che emergono dalle 66 schede già lavorate restituiscono un panorama preoccupante per la vita negli istituti.

Innanzitutto, nel 27,3% degli istituti visitati, più di un quarto, sembrerebbero esserci celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 mq. a testa di superficie calpestabile, una condizione che secondo la Cassazione italiana è da considerare inumana e degradante, in violazione dell’art. 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Inoltre in più della metà degli istituti sono state trovate celle senza acqua calda disponibile e, in altri cinque, celle in cui il wc non era nemmeno in un ambiente separato dal resto della stanza.

Anche sulla situazione sanitaria delle carceri emerge preoccupazione.

In un terzo degli istituti visitati non era presente un medico per tutto il giorno ed in media per ogni 100 detenuti c’erano a disposizione 6,9 ore settimanali di servizio psichiatrico ed 11,6 di sostegno psicologico. Una presenza bassissima se si considerano le patologie psichiatriche di cui soffre parte della popolazione detenuta. Dalle rilevazioni dell’osservatorio di Antigone è infatti emerso che il 27,5% degli oltre 60.000 reclusi assumeva una terapia psichiatrica.

Inoltre 10,4% erano tossicodipendenti con un trattamento farmacologico sostitutivo in corso.

Anche per quanto riguarda il lavoro la situazione non è migliorata rispetto agli anni passati.

I detenuti che lavoravano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sono, in media, circa il 25% e, nella maggior parte dei casi, questo impegno è solo di poche ore al giorno e non in tutti i giorni della settimana.

Solo il 2,2% lavora per una cooperativa privata o per un datore di lavoro esterno.

Infine, nel 30% degli istituti visitati, non c’è alcun corso di formazione professionale.

“Se il lavoro è uno degli strumenti di maggior importanza per una effettiva risocializzazione del condannato, questi numeri testimoniano un sistema spesso schiacciato sulla funzione custodiale”, ha sottolineato ancora il presidente di Antigone.

“Un fattore quest’ultimo che emerge anche dando uno sguardo alla distribuzione del personale penitenziario, in maggioranza composto da agenti di polizia.

In media, nelle nostre visite, abbiamo trovato un agente ogni 1,9 detenuti (uno dei dati più bassi in Europa), ed un educatore ogni 94,2 detenuti.

Inoltre solo in poco più della metà degli istituti c’era un direttore a tempo pieno, con tutte le difficoltà di gestione della vita interna che questa mancanza comporta.

A proposito di nuove assunzioni nelle carceri – ha concluso Patrizio Gonnella – speriamo che si sblocchi presto quella di giovani direttori. Il bando è fermo da troppo tempo. Ne va della finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione”.




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9 gennaio 2020

Gli anziani ancora ignorati

Gli anziani continuano ad essere ignorati dalle politiche di governo del Paese. E quindi il 2019 è stato come gli anni precedenti, a tale proposito. Lo sostiene Enzo Costa, presidente nazionale dell’Auser, “associazione per l’invecchiamento attivo”. 

Costa ha rilasciato alcune dichiarazioni, pubblicate nel sito www.superabile.it.

I giudizi espressi da Costa sono molto negativi circa le politiche dei governi che hanno operato nel 2019.

“Siamo uno dei Paesi più vecchi del mondo. In un futuro non troppo lontano arriveremo ad essere un Paese in cui un residente ogni tre sarà anziano.

Solo il 40% dei Comuni ha servizi di assistenza domiciliare, la cura degli anziani è affidata soprattutto alle badanti spesso pagate in nero. Molti anziani vivono in edifici vecchi senza ascensori. Ma tutto questo accade nel disinteresse generale”.

Non solo, “Da anni chiediamo una legge sull’invecchiamento attivo, ma è ferma in Parlamento – ha aggiunto -.

Una legge che riguarda la maggioranza degli anziani, che sono ancora abili e che potrebbero dare molto al Paese.

E’ una legge che favorirebbe la loro formazione, la creazione di luoghi di socializzazione, lo sviluppo del volontariato da parte degli anziani.

Invece degli anziani ci si occupa solo quando si tocca il tema delle pensioni oppure quando non sono più autosufficienti. E quando non sono autosufficienti diventano un problema se sono poveri oppure sono un business se sono ricchi”.

Il 2019 visto dall’Auser non ha portato quindi grandi novità.

Un anno comunque impegnativo per l’associazione, visto che i suoi volontari hanno percorso circa 20 milioni di chilometri dedicando circa 7 milioni di ore di attività.

Al numero verde nazionale sono arrivate un milione e mezzo di telefonate. C’è chi chiama perché si sente solo, chi per chiedere aiuto.

“Ci sono anziani che rinunciano a curarsi per problemi di soldi”, ha ricordato il presidente dell’Auser, che rivela anche un aspetto inquietante sui casi di violenza nelle case di riposo.

“Ci sono famigliari che sanno ma non denunciano. E lo sa perché? Perché non possono permettersi la spesa per un’altra casa di riposo, magari più costosa. Ecco perché chiediamo politiche di più ampio respiro, che considerino gli anziani complessivamente: da quando sono ancora abili al diritto di invecchiare in casa propria, dall’accessibilità di edifici pubblici e privati all’assistenza domiciliare, dalla qualità della cura alla tutela dei diritti”.




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7 gennaio 2020

Violenza contro gli operatori sanitari,necessaria una legge

Nei primi giorni del 2020 si sono verificati diversi atti di violenza contro gli operatori sanitari, soprattutto a Napoli. E’ necessario intervenire efficacemente per contrastare questo fenomeno. Secondo il presidente della federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, sarebbe indispensabile approvare quanto prima una legge. 

Così Anelli ha commentato quanto avvenuto a Napoli:

“Si apre purtroppo all’insegna della violenza contro i medici anche questo 2020. Gli episodi di Napoli, segnalati dall’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate, non sono che la punta dell’iceberg di quella che è diventata una vera emergenza di sanità pubblica.

Ai colleghi colpiti va, ancora una volta, la nostra vicinanza.

Il nostro augurio per il 2020 è che sia veramente un anno di svolta, per il contenimento degli episodi di violenza, per la revisione della rete di continuità assistenziale e per tutta la nostra professione”.

“Il Parlamento sta procedendo con l’iter di approvazione del disegno di legge contro la violenza sugli operatori sanitari, e già questo mese auspichiamo che riprenda l’esame del provvedimento – continua -. Apprezziamo l’intervento del ministro della Salute Roberto Speranza, che ancora oggi ne ha sollecitato l’approvazione”.

“Tra gli interventi che riteniamo utili e necessari, l’ampliamento della procedibilità d’ufficio; la ricollocazione degli ambulatori di guardia medica in ambiente protetto; l’istituzione, presso ciascun pronto soccorso, di un presidio fisso di polizia e quindi idoneo a garantire un’adeguata tutela dell’incolumità e della sicurezza del personale, composto da almeno un ufficiale di polizia e da un numero di agenti proporzionato al bacino di utenza e al livello di rischio della struttura interessata – prosegue -.

Appare urgente fronteggiare con strumenti efficaci il tema dell’aggressione ai medici e al personale sanitario in servizio, con un piano comprensivo di interventi, che contempli anche misure di sicurezza come videosorveglianza a circuito chiuso negli spazi comuni e altre misure di protezione”.

“Ora al ministro chiediamo di riconvocare l’osservatorio permanente, per poter procedere, partendo dalla revisione della raccomandazione n° 8 per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari, alla risoluzione di tutti quei problemi di carattere organizzativo rimasti un po’ fuori dal disegno di legge” aggiunge ancora.

“Nessun medico deve essere lasciato solo, a garantire assistenza in condizioni di sicurezza precaria – conclude -.

Sono 1200 l’anno le aggressioni denunciate, quasi tre volte di più quelle reali.

Una vera carneficina silenziosa, perché spesso esse non vengono rese note per vergogna, per senso di pudore verso una denuncia che porterebbe allo scoperto situazioni di inadeguatezza o perché, addirittura, le aggressioni sono considerate una naturale componente del rischio professionale”.




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2 gennaio 2020

Emergenza freddo per 7 milioni di bambini

Europa, Medio Oriente e Asia sotto la morsa del freddo: sono circa 6,9 milioni i bambini costretti a concludere il 2019 da sfollati, lontano dalle proprie case, in tende leggere, rifugi inadeguati o addirittura all’aperto, rischiando la vita a causa dell’abbassamento delle temperature che sono già scese sotto lo zero. E’ l’allarme lanciato da Save the Children, alla vigilia della fine dell’anno. 

Particolarmente preoccupante la situazione in Siria, in Bosnia ed Erzegovina e in Afghanistan.

“Milioni di bambini sono sfuggiti a terribili conflitti e violenze, in cerca di sicurezza. Eppure per alcuni l’inverno rigido potrebbe essere pericoloso tanto quanto le minacce che si sono lasciati alle spalle.

Durante la scorsa stagione fredda, nel giro di poche settimane, le temperature gelide e le difficili condizioni hanno ucciso solo in Siria quindici bambini che erano fuggiti dal conflitto”,  ha  rilevato Rachael Cummings, responsabile dell’ intervento sanitario di Save the Children.

In Sira 2,6 milioni di bambini sono sfollati a causa dei quasi nove anni di conflitto ininterrotto. Sebbene si tratti di una situazione complessa che si differenzia a seconda delle diverse aree del Paese, prima delle recenti escalation nei combattimenti nel nord del paese, il 14% delle famiglie di sfollati erano costrette a vivere in luoghi fatiscenti, campi troppo estesi e altri rifugi, molti dei quali senza energia elettrica, dove è quasi impossibile garantire la salute dei bambini

Ad esempio il campo di Areesha, nel nord est della Siria, è seriamente sovraffollato e le inondazioni ripetute in inverno hanno aggravato la situazione già compromessa delle famiglie, molte delle quali sono dovute fuggire dal conflitto più volte.

“Mi sono dovuta spostare quindici volte all’interno di questo campo durante lo scorso inverno, l’intero campo si è allagato, la tenda si è inzuppata d’acqua e il terreno si è trasformato in una palude. I miei figli non avevano vestiti adeguati, non avevamo il riscaldamento e nemmeno la legna per accendere il fuoco! Siamo spaventati da ciò che sta arrivando, abbiamo davvero paura della pioggia. Molti bambini hanno perso la vita lo scorso inverno a causa del freddo e delle inondazioni” ha raccontato agli operatori di Save the Children Hamida, 40 anni, madre di sette figli.

Il conflitto siriano ha costretto anche 2,5 milioni di bambini a fuggire in altri Paesi che potrebbero raggiungere temperature molto rigide nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

In alcune parti del Libano, le temperature sono diminuite improvvisamente negli ultimi giorni. I bambini che vivono nei campi della valle della Bekaa sono indeboliti dalle tempeste come quelle che hanno colpito il paese nel gennaio 2019. I rifugi si sono allagati, bagnando e danneggiando i pochi beni preziosi delle famiglie e lasciandole a rischio di ipotermia.

Situazione analoga per i profughi che, fuggendo da violenze e conflitti, si trovano sulla rotta balcanica: più di 28.000 rifugiati e migranti sono arrivati in Bosnia ed Erzegovina quest’anno e più di 8.000 sono ancora nel Paese che è già stato colpito da forti nevicate.

Molti di loro, compresi i bambini, occupano edifici in disuso e bruciano plastica per riscaldarsi oppure alloggiano in container vuoti.

Tra di loro Jakey, 15 anni, fuggito senza i suoi genitori dalle persecuzioni dei talebani in Afghanistan: vive in un container in un’ex fabbrica senza luce naturale e senza riscaldamento.

“Il percorso durante il mio viaggio è stato difficile, faceva molto freddo. Ho visto che due persone sono morte a causa del freddo” ha raccontato Jakey.

In Bosnia ed Erzegovina Save the Children ha recentemente contribuito a evacuare un accampamento poco dignitoso, gelido e coperto di neve che si era sviluppato in un ex sito di rifiuti, che evidenzia la sfida enorme di mantenere i bambini al sicuro e al caldo in ambienti caotici e pericolosi.

“A volte teli di plastica spessi solo pochi millimetri o pareti fatiscenti di edifici abbandonati, sono tutto ciò che separa i bambini dall’esterno, mentre le temperature precipitano.

Anche quando le famiglie sono riuscite ad affittare un posto dove stare, è difficile trovare o potersi permettere un alloggio che protegga completamente dal freddo, dal vento e dall’umidità.

Molti bambini sono stipati insieme in stanze sovraffollate che in inverno diventano aree perfette per la produzione di malattie, quando le persone escono meno e i fumi di incendi e riscaldatori intasano i polmoni dei più piccoli”, ha aggiunto Cummings.

Gli inverni rigidi e i rifugi di fortuna – ha rilevato ancora Save the Children, che sta distribuendo coperte, vestiti e generi di prima necessità per supportare bambini e famiglie colpiti dal freddo – possono essere mortali.

In Afghanistan, le organizzazioni umanitarie hanno riportato un aumento della mortalità infantile in inverno: dopo 18 anni di guerra le famiglie sfollate vivono spesso in case fatte di terra, senza elettricità, e lottano per procurare vestiti caldi o addirittura scarpe ai propri figli.

Molti bruciano plastica e legno per riscaldare le stanze, mente le temperature hanno già raggiunto i -5 °C questo inverno e potrebbero abbassarsi ulteriormente.




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11 novembre 2019

Diminuisce il risparmio delle famiglie italiane

Secondo il quarto rapporto della Consob sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane la ricchezza delle famiglie italiane in rapporto al reddito disponibile resta consistente, ma il tasso di risparmio continua a calare, registrando valori inferiori alla media dell'area euro. 

Infatti, la ricchezza netta delle famiglie italiane rimane stabile sui livelli del 2012 attestandosi a 9 volte il reddito disponibile; il dato medio per i paesi dell'area euro è 8 volte il reddito disponibile.

Ma il tasso di risparmio lordo (rispetto al reddito disponibile) continua a calare e ad attestarsi al di sotto della media dell'area euro: a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell'11.8% della media dell'Eurozona (nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale).

La crisi del 2007-2008 ha segnato un punto di caduta, che sembrava destinato al recupero tra il 2012 e il 2014, rivelatosi poi solo temporaneo.

Con riferimento alle scelte di portafoglio, Italia ed Eurozona continuano a registrare il tradizionale divario nel peso della componente assicurativa e previdenziale, che nel contesto domestico rimane più contenuto anche se in crescita, e dei titoli obbligazionari, comunque in diminuzione.

Per quanto riguarda il livello di indebitamento, le famiglie italiane continuano ad essere più virtuose, registrando a fine 2017 un rapporto debito/Pil pari al 40% a fronte di poco meno del 60% per la media dell'area euro.

Per quanto riguarda l'inclusione finanziaria, la diffusione di alcuni prodotti e servizi bancari (conto corrente, carta di credito e carta di debito) vede l'Italia in linea con la media dell'area euro, grazie all'incremento registrato nel periodo 2011-2017.

In alcuni casi rimane un più accentuato gap di genere, che vede ad esempio carte di credito e di debito meno diffuso tra le donne, mentre si sta riassorbendo il gap per livello di istruzione e per livello di reddito.

Sono meno incoraggianti i dati relativi alla familiarità con gli strumenti di pagamento digitali, che vedono le famiglie italiane meno abituate a utilizzare il telefono mobile o internet per i pagamenti (poco più del 20% versus il 45% in Eurozona) e maggiormente ‘polarizzate' in funzione di genere, reddito, livello di istruzione e occupazione.

Le conoscenze finanziarie degli italiani rimangono basse, anche se gli investitori sono più bravi di chi non investe.

In merito alle competenze di calcolo, strumento indispensabile per l'accrescimento della cultura finanziaria, solo il 23% degli intervistati mostra di avere familiarità con il concetto di probabilità.

Le conoscenze finanziarie delle famiglie italiane rimangono contenute: le nozioni di base (inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, mutui, interesse composto) sono comprese da circa il 50% degli intervistati, mentre per i concetti più avanzati (relazione prezzo/tassi di interesse delle obbligazioni e rischiosità delle azioni) si registrano meno del 20% di risposte corrette.

Però gli investitori rispondono meglio: ad esempio, alle domande su inflazione e relazione rischio/rendimento rispondono correttamente 7 investitori su 10, a fronte di 5 non investitori su 10.

I dati rivelano, inoltre, un disallineamento fra conoscenze finanziarie reali e conoscenze percepite, che interessa circa il 30% degli intervistati. La propensione all'overconfidence (ossia a sopravvalutare le proprie conoscenze finanziarie) è meno frequente tra gli individui con maggiori conoscenze finanziarie.

Il quadro delle conoscenze finanziarie si completa con la cosiddetta risk literacy: posti di fronte alla domanda di ordinare alcuni strumenti finanziari (azioni, fondi azionari, derivati, obbligazioni non finanziarie) in funzione del livello di rischio, solo il 10% campione è in grado di ordinare correttamente le alternative di investimento per livello di rischio.

Meno di un italiano su due tiene una pianificazione finanziaria e risparmia in modo regolare.

Questi comportamenti sono più frequenti al crescere delle conoscenze finanziarie e in presenza di alcune attitudini personali (ad esempio, propensione all'uso di informazioni numeriche, auto-efficacia, auto-controllo, abilità di calcolo); viceversa, l'ansia finanziaria (ossia la propensione a provare disagio nella gestione delle proprie finanze) è correlata negativamente.

La maggior parte delle famiglie italiane si caratterizza per una capacità ancora contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie (cosiddetto financial control): il 40% circa degli intervistati non tiene un bilancio familiare; il 70% delle famiglie dichiara di controllare le spese, ma solo il 30% ne tiene traccia scritta; solo un terzo degli intervistati dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

L'attitudine alla pianificazione e al controllo si associa positivamente a conoscenze finanziarie, abilità di calcolo, inclinazione verso le informazioni numeriche e capacità di auto-controllo, mentre l'ansia funziona da deterrente.

Le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare (soprattutto per motivi precauzionali) in meno del 40% dei casi e in modo occasionale nel 36% dei casi; il 25% non accantona nulla, soprattutto per vincoli di bilancio.

In generale, il risparmio regolare è più frequente tra i soggetti più abbienti; rilevano tuttavia anche le conoscenze finanziarie e le competenze percepite, l'abitudine a pianificare e talune inclinazioni (tra cui l'auto-efficacia, l'ansia finanziaria e l'avversione alle perdite).

Solo il 29% delle famiglie possiede almeno un prodotto o uno strumento finanziario.

Gli investitori si caratterizzano per maggiori conoscenze finanziarie e abilità di calcolo, nonché per alcune attitudini personali (ad esempio, propensione all'uso di informazioni numeriche, propensione al ragionamento impegnativo sul piano cognitivo, ottimismo, fiducia, tolleranza alle perdite nel breve termine); l'opposto vale rispetto all'ansia finanziaria.

Alla fine del 2017, il 29% delle famiglie possiede almeno un'attività finanziaria. A pesare di più nella composizione di portafoglio sono i fondi comuni e i titoli di Stato italiani (dopo i depositi bancari e postali).

Gli investimenti etici e socialmente responsabili (Sri) sono ancora poco conosciuti e poco attrattivi: più del 60% degli intervistati, infatti, dichiara di non averne mai sentito parlare e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato degli elementi che in astratto li qualificano.

I comportamenti nel processo di investimento mostrano ancora numerose criticità.

La maggior parte degli intervistati dichiara di assumere le informazioni utili per l'investimento dal funzionario di banca. Solo il 25% degli intervistati fa riferimento al prospetto finanziario.

La maggioranza del campione ricorre ai consigli di amici e parenti (cosiddetta consulenza informale), poco più del 20% si affida alla consulenza professionale o delega un esperto, il 28% sceglie in autonomia.

Il 40% non monitora i propri investimenti.




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7 novembre 2019

I fiumi sotto assedio

Ancora una volta dopo le intense piogge che si abbattono sul nostro territorio, dal Piemonte alla Sicilia, i fiumi esondano, allagano città e campagne, distruggono ponti, causano vittime. Il Wwf torna a puntare l’attenzione sul fatto che se da un lato i cambiamenti climatici favoriscono situazioni estreme – piogge intense straordinariamente concentrate in poche ore per poi passare qualche mese dopo a siccità altrettanto estreme – dall’altro si sconta la mancanza di una seria politica di adattamento ai cambiamenti climatici.

Tale politica, secondo il Wwf, dovrebbe essere caratterizzata dalla prevenzione, dalla tutela e dal ripristino dei servizi eco sistemici.

Interventi come il recupero di aree di esondazione, il ripristino delle fasce riparie, la manutenzione del territorio, i sistemi di drenaggio urbano sostenibile farebbero superare l’approccio del nostro Paese alla gestione dei fiumi, finora attuato con procedure di emergenza, a compartimenti stagni e al di fuori di una visione di bacino idrografico, l’unica in grado di garantire efficacia alle azioni sul territorio.

I fiumi danno acqua per agricoltura, attività produttive, consentono di far godere di paesaggi incredibili e di una biodiversità ricchissima, ma con canalizzazioni e sbarramenti, sversamenti di acque inquinate dalle città e dalle campagne (pesticidi), discariche di rifiuti e inserimenti di specie di piante e animali alieni li abbiamo resi vulnerabili, pericolosi e poveri di natura.

Il 41% dei fiumi italiani è ben al di sotto del buono stato ecologico.

La presenza di pesticidi vede il 23,9% dei punti delle acque superficiali e l’8,3% di quelle sotterranee con concentrazioni superiori al limite.

In prossimità di insediamenti industriali come concerie, produzione di carta e cartone per uso alimentare, abbigliamento tecnico, si registrano elevate presenze di Pfas, sostanze altamente tossiche.

Il segnale più preoccupante è dato dalla perdita di biodiversità: il 40% degli habitat e delle specie acquatiche hanno uno stato di conservazione inadeguato, solo il 29% è favorevole mentre il restante è in cattivo stato o sconosciuto.

I fiumi sono anche vittime del consumo di suolo che alimenta enormemente il fenomeno del dissesto idrogeologico, nonostante i fiumi in buono stato siano proprio gli antidoti migliori per poter adattarsi agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici globali: il 91% dei comuni italiani si trova in aree di alta vulnerabilità mentre la percentuale di suolo consumato in aree a pericolosità idraulica elevata è del 7,3% mentre è del 10,5% nelle aree a pericolosità media.

Contro i  mali dei nostri fiumi il Wwf sta sviluppando una nuova campagna  – #LiberiAmoifiumi – per promuovere interventi contro il degrado dei nostri corsi d’acqua,  favorire la loro rivitalizzazione con interventi di riqualificazione e rinaturazione e restituire, ove possibile, ai fiumi la loro libertà.

Le proposte del Wwf sono semplici: governo delle acque a livello di bacino idrografico, come richiesto dalle direttive europee, promozione di progetti di rinaturazione, come previsto dalla legge (L.133/2014) anche se fino ad ora non si è visto nulla, promozione di un’azione integrata di adattamento ai cambiamenti climatici che va dalla rinaturazione dei fiumi per ridurre gli effetti della troppa acqua (piene) o della sua scarsità (siccità), dalla costituzione di fasce tampone nel reticolo idrografico superficiale per ridurre l’impatto dell’inquinamento diffuso, alla promozione dei sistemi di drenaggio urbano sostenibile nelle città, già molto diffusi in Europa.

La campagna #LiberiAmoifiumi del Wwf  intende sensibilizzare istituzioni e cittadini a cambiare l’approccio culturale verso i nostri ecosistemi d’acqua dolce attraverso, una più adeguata informazione, azioni di citizen science e attività di formazione diffusa per tecnici e funzionari pubblici. 




permalink | inviato da paoloborrello il 7/11/2019 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



6 novembre 2019

Sanità, lunghe liste d'attesa ovunque

Liste di attesa male comune in tutto il territorio nazionale; il Sud arranca su screening oncologici e consumo di farmaci equivalenti; ancora quattro le Regioni che non hanno adottato il piano cronicità; le coperture vaccinali restano insufficienti, non solo al Sud. Questa la fotografia del federalismo sanitario che emerge dall’osservatorio civico presentato recentemente da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.

Più di un cittadino su due, fra quelli che si rivolgono al servizio di consulenza e informazione del Tribunale per i diritti del malato ha denunciato difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie a causa delle liste di attesa.

Secondo un rapporto presentato dall’Istat nel novembre 2018 una percentuale non irrilevante di cittadini rinuncia alle cure per i lunghi tempi di attesa: ciò avviene soprattutto per le visite specialistiche.

La percentuale più alta di rinuncia è al Sud e nelle isole (4,3%) dei pazienti mentre la percentuale più bassa si rileva nel Nord Est (2,2%).

In ambito oncologico per un intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata, oltre 46 nelle Marche.

Per un intervento di tumore alla mammella i tempi più brevi si registrano nella provincia di Bolzano e in Calabria (18 giorni) mentre i tempi più lunghi sono in Sardegna (40,6).

Per il tumore all’utero i tempi di attesa variano tra i 16,2 giorni nella provincia di Bolzano e i 37,5 della Toscana.

Per il tumore al colon retto si va dai 14,4 giorni di attesa per l’intervento in Puglia ai 38,5 della Sardegna.

Per il tumore alla prostata la variabilità è ancora più marcata: dai 13,8 giorni di attesa in Molise agli 85,5 dell’Abruzzo.

Sbalordiscono le differenze tra tempi di accesso nel pubblico e in intramoenia per alcune prestazioni: ad esempio in Sicilia per una colonscopia si attendono 157 giorni nel pubblico e 13 in intramoenia, in Liguria per una visita oculistica si va dai 58 giorni del canale pubblico agli 8 del canale intramurario e anche in Emilia Romagna per una gastroscopia si va dai 45 giorni nel pubblico ai 6 giorni in intramoenia

Le regioni meridionali si collocano al di sotto della media nazionale (82,7 anni) rispetto alla speranza di vita alla nascita con 81,9 anni, mentre il settentrione si attesta sugli 83,2.

Le regioni che mostrano una speranza di vita alla nascita più lunga sono il Trentino Alto Adige con 83,8 anni e il Veneto con 83,4 anni. Le regioni peggiori sono la Campania (81,1) e la Sicilia (81,6).

Queste differenze emergono in modo più marcato se consideriamo la speranza di vita in buona salute. I cittadini nati in Calabria nel 2017 hanno una aspettativa di vita in buona salute di 9 anni e 1 mese inferiore a quelli nati in Emilia-Romagna e rispetto al Trentino Alto Adige addirittura di 15 anni inferiore.

Per quanto riguarda le coperture vaccinali, la Sicilia è indietro sulla copertura per il morbillo, Sardegna, Valle d’Aosta e provincia di Bolzano su quella antiinfluenzale.

Sebbene si siano registrati incrementi generalizzati nelle percentuali di bambini che sono stati sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie, l’immunità di gregge, con percentuali superiori al 95%, è stata raggiunta soltanto da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna, Toscana e Umbria.

Tutte le altre sono al di sotto di tale percentuale, con punte negative nel Friuli Venezia Giulia (90,2%) e nella provincia autonoma di Bolzano (84,7%).

Per l’adesione agli screening oncologici, parte del Sud e le isole sono ancora molto indietro.

Sono cinque le regioni che non raggiungono lo score (9) che definisce una regione adempiente rispetto ai Lea sull’adesione agli screening oncologici: Calabria (2), Campania e Sicilia (3), Puglia (4) e Sardegna (5).

Migliorano Lazio, Molise, Puglia, P.A. di Trento. L’Umbria invece con due punti di score in meno registra un peggioramento, pur rimanendo nell’ambito di un punteggio adeguato.

Al Sud, inoltre, non decollano i farmaci equivalenti.

Cresce il consumo di farmaci equivalenti nella provincia autonoma di Trento, in Lombardia e in Emilia Romagna (la spesa sul totale di quella farmaceutica è rispettivamente pari al 42,7%, 38,9% e 36,6%); il consumo cresce, fra 2017 e 2018, anche nelle regioni del Sud che tuttavia resta ancora l’area con il minor utilizzo di farmaci equivalenti: la Calabria passa dal 15,8% al 19,8%, la Basilicata dal 16,6% al 20,1%, la Campania dal 17% al 21,3%.




permalink | inviato da paoloborrello il 6/11/2019 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 ottobre 2019

Continua l'emigrazione di giovani laureati

Continua l’emorragia verso l’estero di giovani laureati. E’ questa una delle conclusioni più importanti contenute nel rapporto “Italiani nel mondo” recentemente presentato dalla fondazione Migrantes. Nel 2018 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali 128.583 italiani, 400 persone in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 13 anni la mobilità italiana all’estero è aumentata del 70,2%.

Giovani tra i 18 e i 34 anni con almeno una laurea, provenienti soprattutto dal Nord Italia: sono una componente molto rilevante di coloro che decidono di emigrare all’estero.

Nel rapporto “Italiani nel mondo” si segnala che nel 2018 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali 128.583 italiani, 400 persone in più rispetto all’anno precedente. In pratica, è come fosse sparita in un solo anno una città come Sassari.

“Il numero di partenze è uguale a quello del 2017, ma il problema è che la mobilità italiana è diventata un dato strutturale – ha evidenziato la curatrice del rapporto Delfina Licata -.

Da quattro anni sono oltre 100.000 gli emigranti registrati ogni anno, da due anni sono oltre 128.000. Perdiamo cittadini italiani che finiscono con l’arricchire i luoghi in cui si trasferiscono”.

Allargando lo spettro della ricerca, emerge un altro dato.

Dal 2006 al 2019 – si legge nel rapporto -, la mobilità italiana all’estero è aumentata del 70,2%.

In pratica, il numero degli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) negli ultimi 13 anni è passato, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni a quasi 5,3 milioni. Prendendo come riferimento gennaio 2019, sono 5.288.281 i cittadini italiani residenti all’estero, l’8,8% del totale della popolazione italiana.

Quasi la metà degli iscritti all’Aire è originaria del Meridione d’Italia (48,9%), mentre nell’ultimo anno è soprattutto il Nord ad aver perso cittadini.

Si tratta soprattutto di uomini e di persone con un’età compresa tra i 35 e i 49 anni (il 23,4%).

Oltre 2,8 milioni (54,3%) degli emigrati risiedono in Europa, oltre 2,1 milioni (40,2%) in America. Nello specifico, però, sono l’Unione europea (41,6%) e l’America Centro-Meridionale (32,4%) le due aree continentali maggiormente interessate dalla presenza dei residenti italiani.

Le comunità più consistenti si trovano in Argentina (quasi 843.000), in Germania (poco più di 764.000) e in Svizzera (623.000).

Nell’ultimo anno, la meta più scelta dagli emigrati italiani risulta essere il Regno Unito, con oltre 20.000 iscrizioni (+11,1% rispetto all’anno precedente).

“La Brexit, per molti, sarà una grossa difficoltà – ha avvertito il presidente della fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora -. Non solo per la normalizzazione delle documentazioni ma anche per richiedere i permessi di soggiorno”.

“Considerando però i numeri contraddittori sulla reale presenza di italiani sul suolo inglese si può pensare che molte di queste iscrizioni siano, probabilmente, delle ‘regolarizzazioni’ di presenze già da tempo in essere, ‘emersioni’ fortemente sollecitate anche dalla Brexit che ha provocato molta confusione nei residenti stranieri nel Regno Unito”, spiega il rapporto.

A spingere tanti giovani a lasciare l’Italia è soprattutto l’esigenza di trovare un’occupazione o un lavoro all’altezza delle loro aspettative.

Lo conferma il presidente della fondazione Migrantes.

“Tanti giovani, con un elevato livello di istruzione, non trovano lavoro o trovano solo possibilità di lavoretti- ha detto mons. Di Tora -. Sentendo che all’estero c’è una maggiore facilità di impiego, emigrano con la speranza di trovare situazioni migliori. Allo stesso modo, altri giovani vanno via per motivi di studio. Tante università offrono possibilità di scambi”.

Un tema sul quale anche le Acli hanno effettuato delle ricerche che hanno portato a una conclusione.

“All’estero è più facile che i ragazzi abbiano non solo un lavoro ma una carriera. In Italia anche con un titolo di studio elevato si rischia di essere inquadrati con qualifiche inferiori”, ha spiegato il presidente Roberto Rossini, che ha evidenziato un ulteriore problema.

“La mobilità sociale in Italia è prossima allo zero. Un lavoratore su tre nel nostro Paese è disposto a perdere qualcuno dei propri diritti pur di mantenere il proprio lavoro. All’estero il rapporto è di uno su dieci. Questo perché negli altri Paesi vi è un lavoro meno ricattabile”. Il presidente delle Acli ha segnalato anche lo spostamento di “giovani che vivono come coppie di fatto con figli o senza figli”. “Si rileva uno spostamento delle famiglie all’estero”.

Milano e Roma sono le città metropolitane che, secondo il rapporto, hanno pagato il prezzo più alto in termini di cittadini persi.

Ma la fondazione Migrantes indica anche il grande impatto che questo fenomeno ha avuto sui comuni più piccoli.

Da Castelnuovo di Conza, in provincia di Salerno, è emigrato negli anni il 480% della popolazione attuale, mentre a Carrega ligure (Alessandria) il 348% e ad Acquaviva Platani (Caltanissetta) il 264%.

“La migrazione non è una scelta ma una necessità – ha evidenziato Licata -. Crediamo che la mobilità sia qualcosa di positivo, ma che c’è un diritto a restare. Bisogna avere una possibilità di scelta. Perché ci siano radici che non si spezzano”.




permalink | inviato da paoloborrello il 28/10/2019 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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