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23 gennaio 2019

La crisi economica ha colpito soprattutto il Sud

A partire dal 2009 l’Italia, è ben noto, è stata interessata da una pesante crisi economica, cessata solo negli ultimi anni. Tale crisi ha prodotto notevoli effetti negativi, anche sull’occupazione. Ma tale crisi non ha interessato nella stessa misura le diverse regioni. Il Sud è stato colpito in modo decisamente più consistente. Pertanto le preesistenti diseguaglianze economiche con il Centro-Nord si sono accentuate.

La crisi economica ha accentuato le diseguaglianze fra i diversi ceti sociali, sia in Italia che a livello mondiale. In buona sostanza, semplificando, ha accentuato le differenze economiche tra “poveri” e “ricchi”.

Ma, per quanto riguarda il nostro Paese, è avvenuto anche altro.

Si sono incrementate, infatti, le diseguaglianze economiche anche a livello territoriale, fra le regioni cioè, a svantaggio delle regioni meridionali.

Che in Italia esistano notevoli diseguaglianze economiche fra le diverse regioni è ben noto e tale fenomeno si verifica da decenni.

Alcuni dati, relativi al 2017, lo dimostrano con evidenza. Sono i dati riguardanti i valori, in euro, assunti dal Pil pro capite per abitante nelle regioni italiane.

Piemonte                            28.222,3
Valle d’Aosta                     32.150,8
Liguria                                28.790,7
Lombardia                          35.234,1
Provincia di Bolzano          38.438,7
Provincia di Trento             33.638,9
Friuli                                   28.531,9
Veneto                                30.445,1
Emilia                                 32.468,5
Toscana                               28.185,6
Marche                                24.822,1
Umbria                                22.569,8
Lazio                                   30.741,8
Abruzzo                               22.962,8
Molise                                 18.736,9
Puglia                                  16.927,9
Basilicata                             21.214,4
Campania                            16.935,9
Calabria                               15.676,6
Sicilia                                   16.336,3
Sardegna                              18.936,9
Italia                                     26.426,5

E se si considerano le variazioni in termini percentuali della stessa variabile, il Pil pro capite per abitante, verificatesi, nel decennio 2007-2017, nelle diverse regioni, si può osservare chiaramente che le riduzioni più accentuate si sono manifestate nelle regioni del Sud, con alcune eccezioni (ad esempio la Basilicata dove il Pil pro capite è aumentato e l’Umbria dove la riduzione è stata particolarmente accentuata).

Piemonte                             - 9,2
Valle d’Aosta                      -12,5
Liguria                                 - 9,8
Lombardia                           - 3,8
Provincia di Bolzano          + 1,3
Provincia di Trento             - 5,3
Friuli                                   - 8,2
Veneto                                 - 6,0
Emilia                                  - 7,1
Toscana                                - 7,3
Marche                                -12,6
Umbria                                -17,7
Lazio                                   -14,6
Abruzzo                               - 6,1
Molise                                 -18,0
Puglia                                  -  7,4
Basilicata                            + 3,0
Campania                            -12,3
Calabria                               -12,1
Sicilia                                  -13,8
Sardegna                             -10,0
Italia                                    -  7,9

I valori esaminati, frutto delle elaborazioni de “Il Sole 24 ore” su dati Istat, dovrebbero indurre a considerare come obiettivo prioritario della politica economica del governo italiano la riduzione delle diseguaglianze economiche fra le regioni, intensificando in misura più consistente lo sviluppo del Sud.

Purtroppo, non sembra che tale obiettivo sia effettivamente considerato prioritario dall’attuale governo.




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18 gennaio 2019

Nelle carceri aumentano i suicidi e il sovraffollamento

L’aumento dei suicidi, la crescita del sovraffollamento, ed una “riformina” dell’ordinamento penitenziario. Sono questi alcuni dei tratti salienti che hanno caratterizzato il 2018 per quanto riguarda il sistema carcerario italiano, secondo l’associazione Antigone.

L’associazione Antigone, come ogni anno, anche relativamente al 2018, ha analizzato gli aspetti più caratterizzanti del sistema carcerario italiano.

Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti (Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

“L’indirizzo dell’attuale governo – ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo”.

“Quello che si potrebbe fare subito – ha poi sostenuto Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità.

Inoltre – ha proseguito il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente”.

Il 2018 ha inoltre visto crescere il numero dei suicidi avvenuti dietro le sbarre. Sono stati 63 (4 nel solo istituto di Poggioreale a Napoli), il primo avvenuto il 14 gennaio nel carcere di Cagliari e l’ultimo il 22 dicembre in quello di Trento. Era dal 2011 che non se ne registravano così tanti. Ogni 900 detenuti presenti, durante l’anno, uno ha deciso di togliersi la vita, venti volte di più che nella vita libera.

“Di fronte a questa lunghissima serie di tragedie – ha detto Patrizio Gonnella – abbiamo promosso una proposta di legge per prevenire i suicidi”. La proposta si articola in tre punti: maggiore accesso alle telefonate, maggiore possibilità di passare momenti con i propri famigliari, inclusa l’opportunità di avere rapporti sessuali con le proprie compagne o con i propri compagni, una notevole diminuzione dell’utilizzo dell’isolamento.

“Per prevenire i suicidi in carcere bisogna togliere la volontà di ammazzarsi e non limitarsi a privare i detenuti degli oggetti con cui farlo. La prevenzione dei suicidi – ha rilevato il presidente di Antigone – ha a che fare con la qualità della vita interna, con la condizione di solitudine, con l’isolamento e con i legami affettivi all’esterno. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo. Abbiamo inviato questa proposta ai parlamentari – ha concluso Gonnella – e a gennaio incontreremo alcuni di loro affinché arrivi presto in Parlamento”.

L’anno che sta per chiudersi ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’esecuzione penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi.

Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione. Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni.

Nel corso del 2018 Antigone, grazie alle autorizzazioni che da 20 anni riceve dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha visitato con i propri osservatori 86 istituti penitenziari.

L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 mq. ciascuno. Nel 36% degli istituti visitati c’erano celle senza acqua calda e nel 56% celle senza doccia. Nel 20% non ci sono spazi per realizzare lavorazioni di tipo industriale e nel 29% non c’è un’area verde in cui incontrare i familiari d’estate. E queste, è importante ribadirlo, sarebbero tutte cose previste per legge.

Si continua a registrare carenza di personale. Negli istituti visitati c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria “Arghillà”) o a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto).

Negli istituti visitati lavorava per il carcere il 28,9% dei detenuti, mentre solo il 2,5% lavorava per datori di lavoro privati.

La scuola è presente quasi ovunque ma la grande assente è la formazione professionale. Questa coinvolgeva in media il 4,8% dei detenuti negli istituti presi in esame e tra questi, in 28 (40%), non c’era alcuna offerta di formazione professionale in corso.




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17 gennaio 2019

Le 10 principali violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita

Nelle ultime settimane si è manifestata una certa attenzione, comunque insufficiente, nei confronti della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita sia per l’omicidio del giornalista Khashoggi sia, soprattutto, per lo svolgimento della partita di calcio della cosiddetta Supercoppa, tra Juventus e Milan, a Gedda. In effetti in Arabia Saudita si assiste ad una pesante violazione dei diritti umani, ben sottolineata da Amnesty International.

Amnesty International ha individuato le dieci principali violazioni dei diritti umani che contraddistinguono quello che Amnesty definisce “il regno della crudeltà”.

Guerra devastante nello Yemen

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha contribuito in modo significativo a una guerra che ha devastato lo Yemen negli ultimi tre anni e mezzo, uccidendo migliaia di civili, compresi i bambini, bombardando ospedali, scuole e case.

I ricercatori di Amnesty hanno documentato ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi i crimini di guerra. Nonostante ciò, l’Italia e altri Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia continuano a fare affari lucrosi con i sauditi.

Incessante repressione contro attivisti pacifici, giornaliste e accademici

Da quando il principe ereditario Mohammed Bin Salman è salito al potere, molti attivisti sono stati arrestato o condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, associazione e assemblea.

Le autorità hanno preso di mira la piccola ma rumorosa comunità di difensori di diritti umani, anche usando le leggi anti-terrorismo e contro il cyber-crimine per sopprimere il loro attivismo pacifico come strumento di opposizione alle violazioni dei diritti umani.

Arresti di difensori di diritti umani delle donne

All’inizio del 2018, una serie di eminenti difensori dei diritti delle donne sono stati arrestati  durante la repressione messa in atto dal governo saudita. A maggio, Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono stati arrestati arbitrariamente. Dopo il loro arresto, il governo ha lanciato una campagna diffamatoria per screditarli come “traditori”. Ora rischiano una lunga pena detentiva.

Esecuzioni

L’Arabia Saudita emette ogni anno moltissime condanne a morte, spesso eseguite con macabre decapitazioni pubbliche.

Amnesty ritiene che la pena di morte violi il diritto alla vita e sia crudele, inumana e degradante. Inoltre, nonostante sia dimostrato come la condanna a morte non scoraggi le persone dal commettere reati, l’Arabia Saudita continua a emettere queste sentenze e a eseguirle, a seguito di processi gravemente iniqui.

Nel 2018, l’Arabia Saudita ha giustiziato 108 persone, quasi la metà delle quali per reati legati alla droga.

Punizioni crudeli, inumane e degradanti

Le corti dell’Arabia Saudita continuano a imporre condanne di flagellazione come punizione per molti reati, spesso a seguito di processi iniqui. Raif Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di carcere semplicemente per aver scritto un blog. Amputazioni e amputazioni incrociate, che invariabilmente costituiscono tortura, sono anche eseguite come punizione per alcuni crimini.

Tortura e maltrattamenti

L’uso della tortura come strumento punitivo, e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza rimangono comuni e diffusi, mentre i responsabili non sono mai chiamati a giustificare i propri comportamenti di fronte alla giustizia.

Discriminazione sistematica delle donne

Le donne e le ragazze sono discriminate e legalmente subordinate agli uomini in relazione al matrimonio, al divorzio, alla custodia dei figli, all’eredità e ad altri aspetti. Sotto il sistema di tutela, una donna non può prendere decisioni per conto proprio, bensì è un parente maschio a decidere tutto a suo nome.

Discriminazione religiosa

I membri della minoranza scita del Regno continuano a essere discriminati: limitato il loro accesso ai servizi pubblici e all’occupazione. Decine di attivisti sciiti sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per la loro presunta partecipazione a proteste antigovernative nel 2011 e nel 2012.

“Ciò che succede nel Regno, resta nel Regno”

E’ noto che le autorità saudite intraprendono azioni punitive, anche attraverso i tribunali, contro attivisti pacifici e familiari di vittime che per chiedere aiuto contattano organizzazioni indipendenti per i diritti umani, come Amnesty International, o diplomatici e giornalisti stranieri.

L’omicidio di Jamal Khashoggi

Dopo l’orribile uccisione di Jamal Khashoggi, Amnesty International ha chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di istituire un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sulle circostanze che hanno portato all’esecuzione extragiudiziale di Khashoggi, l’eventuale tortura e altri crimini e violazioni commessi al suo caso.




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16 gennaio 2019

Forse Salvini è un razzista e un bugiardo?

Salvini, ormai non ci sono più dubbi, è il vero presidente del Consiglio, nonostante che sia stato costretto da Conte ad accogliere alcuni dei migranti arrivati a Malta. Inoltre, nei sondaggi, i consensi nei suoi confronti sono sempre molto elevati. Eppure c’è chi sostiene che Salvini è un razzista ed anche un bugiardo.

Ammesso che sia effettivamente un razzista ed un bugiardo, forse sono queste sue caratteristiche che determinano il notevole apprezzamento che una parte consistente di italiani nutre per Lui?

Non lo so, onestamente.

Ma perché potrebbe essere, Salvini, un razzista ed anche un gran bugiardo?

Potrebbe essere razzista perché Lui i migranti non li può proprio vedere. Se fosse per Lui, poi, nemmeno un migrante dovrebbe arrivare in Italia.

Non parliamo poi del suo atteggiamento riguardo ai rom. Fa di tutta l’erba un fascio. Secondo Lui sono tutti ladri e puzzano tutti, proprio tutti. Vorrebbe chiudere tutti i campi in cui i rom abitano, non prevedendo ovviamente soluzioni abitative alternative.

Ma perché, poi, Salvini potrebbe essere un gran bugiardo?

Aveva promesso di rimpatriare 500.000 migranti irregolari. Ne sono in realtà rimpatriati poche centinaia, in considerazione delle notevoli difficoltà, oggettive, connesse al rimpatrio.

Aveva promesso una forte riduzione delle tasse, con la cosiddetta “flat tax”. In realtà, in attuazione della manovra di bilancio recentemente approvata dal Parlamento, la pressione fiscale non solo non diminuirà ma addirittura aumenterà, senza considerare l’aumento delle tasse comunali che molti sindaci saranno costretti a realizzare, in seguito alla riduzione dei fondi a disposizione dei Comuni.

E poi le Regioni, in seguito al taglio delle risorse finanziarie a disposizione della sanità pubblica, potrebbero essere costrette ad aumentare i ticket.

Ancora, aveva promesso di ridurre le accise che gravano sul prezzo della benzina. E invece non c’è stata nessuna riduzione delle accise.

Mi fermo qui, anche se altre promesse fatte da Salvini in campagna elettorale non sono state mantenute.

Peraltro anche la maggior parte delle promesse dei grillini, in campagna elettorale, non sono state mantenute.

Una bella gara quindi tra Salvini e Di Maio a chi l’ha sparata più grossa e a chi ha imbrogliato di più gli elettori?

Chiudo con una domanda rivolta ai lettori di questo post: credete davvero che Salvini sia un razzista e un bugiardo?

O queste accuse sono delle fake news?




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9 gennaio 2019

Welby, 12 anni dopo

A dodici anni dalla morte di Piergiorgio Welby, l’associazione Luca Coscioni ha ricordato il “pioniere” delle battaglie sul fine vita con una camminata che dalla sede della Corte Costituzionale è arrivata a Montecitorio, rappresentando simbolicamente il percorso dell’invito rivolto dalla Consulta al Parlamento, chiamato a colmare entro il 24 settembre 2019 il vuoto di tutele sul tema dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Oltre ai familiari delle persone che in questi anni hanno lottato per i propri diritti sul fine vita, la manifestazione ha visto la partecipazione di tre deputati: Riccardo Magi (Più Europa), Doriana Sarli (M5S) e Gilda Sportiello (M5S).

Già due mesi sono stati persi senza che il Parlamento abbia calendarizzato nemmeno una discussione sulla risposta da dare alla Corte Costituzionale – ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni -.

I presidenti Fico e Casellati hanno l’occasione di richiamare i parlamentari alla propria responsabilità. Nel frattempo, noi non restiamo fermi. Altre persone ci hanno contattato, da marzo 2015 a oggi sono già 641 le persone che abbiamo aiutato : continuiamo con la disobbedienza civile.

In Parlamento giace da cinque anni una proposta di legge di iniziativa popolare, “Eutanasia legale”,  promossa dall’associazione Luca Coscioni. Non è mai stata discussa nemmeno un minuto.

Mina Welby, moglie di Piergiorgio e co-presidente dell’associazione Luca Coscioni ha a sua volta dichiarato:

“12 anni fa mio marito otteneva il distacco del suo respiratore artificiale dopo una lunga battaglia politica e personale che riuscì a coinvolgere i radicali prima e il presidente Napolitano poi.

Grazie soprattutto al caso giudiziario che nacque nei confronti del dotto. Mario Riccio, il medico anestesista che lo aiutò e che tuttora è al nostro fianco, quello fu il primo passo per il riconoscimento dei diritti di ogni persona sulla propria vita e quindi sul proprio fine vita.

Oggi il Parlamento resta muto di fronte a quella richiesta di Piero che poi, in questi anni, è diventata la richiesta di Gilberto, Damiana, Dominique, Piera, Dj Fabo, Davide e tanti altri.

Ai parlamentari chiedo di farsi vivi subito aderendo all’intergruppo parlamentare sulle scelte di fine vita. Io “Mina vagante” continuerò la mia missione di sensibilizzazione  in ogni città, quartiere e paese italiano.

Welby, malato di distrofia muscolare e all’epoca co-presidenti dell’associazione Luca Coscioni, nel 2006 trasmise al Presidente della Repubblica Napolitano la richiesta di eutanasia.

Dopo mesi di coinvolgimento del mondo scientifico e giuridico, Welby ottenne legalmente ciò che inizialmente gli era stato negato: l’aiuto di un medico, il dott. Mario Riccio, anestesista, per distaccare, senza soffrire, il respiratore.

Il caso fece maturare nel Paese il consenso alla libertà delle scelte di fine-vita e rappresentò un precedente giudiziario fondamentale per il diritto all’interruzione delle terapie.

Dopo Welby infatti nel corso di lunghi anni e di sofferte battaglie, sono arrivati nuovi importanti traguardi in tema di fine vita, fino alle disposizioni della Consulta.




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7 gennaio 2019

Malattie cardiovascolari e tumori le prime due cause di morte

Malattie cardiovascolari e tumori sono le prime due cause di morte degli italiani. Ma sotto i 30 anni la metà dei decessi è per eventi violenti. Calano i ricoveri, aumentano i letti nelle Rsa (residenze sanitarie assistite). Questi e altri dati sono contenuti nell’annuario 2018 dell’Istat, nel capitolo interamente dedicato alla sanità e alla salute.

Una sintesi dei contenuti del capitolo citato è riportata in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

L’anno 2015 è stato caratterizzato da un significativo aumento dei decessi. Il numero definitivo di morti avvenute in Italia è stato pari a 646.048 (47.378 in più del 2014), 307.392 maschi e 338.656 femmine, con un tasso grezzo di mortalità anch’esso in aumento e superiore a quello riscontrato nei 5 anni precedenti: nel 2011 era pari a 1.000,6 per 100.000 abitanti e nel 2015 era 1.063,8 decessi.

Il livello della mortalità non era molto differente tra i due generi infatti è 1.042,8 per 100.000 per gli uomini e 1.083,6 per le donne.

L’analisi dell’andamento della mortalità per le varie cause, nel quinquennio considerato, evidenzia quali gruppi sono stati maggiormente responsabili del picco di decessi registrato nel 2015.

In particolare, si osserva un incremento delle malattie infettive e parassitarie (che includono la setticemia), dei disturbi psichici, delle malattie del sistema nervoso e degli organi dei sensi (raggruppamento che comprende le demenze, l’Alzheimer e il Parkinson), delle malattie del sistema respiratorio (che includono influenza e polmonite) e di sintomi e segni mal definiti.

Nel 2015 le cause di morte più diffuse erano ancora le malattie del sistema circolatorio e i tumori che insieme erano responsabili del 65% dei decessi dell’anno.

Distinguendo per genere si evidenzia che il quoziente di mortalità per le malattie del sistema circolatorio degli uomini (436,1 per 100.000 abitanti) è del 24% superiore a quello delle donne (350,3 per 100.000), mentre per i tumori il livello di mortalità è maggiore nelle donne (337,3 contro il 254,2 degli uomini).

La terza posizione nella graduatoria delle cause, invece, si differenzia per genere e spetta alle malattie del sistema respiratorio per gli uomini (86,5 per 100.000 abitanti) e ai disturbi psichici e malattie del sistema nervoso per le donne (98,3 per 100.000).

Al quarto posto, per entrambi i generi, ci sono gli altri stati morbosi rilevanti (96,7 e 77,3 per 100.000, rispettivamente per uomini e donne).

Interessante osservare che soltanto dopo gli 80 anni le malattie del sistema circolatorio passano al primo posto nella graduatoria delle cause di mortalità, sia per gli uomini, sia per le donne, pur essendo la principale causa di morte per il complesso delle età: è evidentemente l’effetto dell’invecchiamento della popolazione per il quale la quota maggiore di popolazione muore in età sempre più avanzate. Oltre i 90 anni, un decesso su due avviene per una malattia del sistema circolatorio.

L’analisi delle geografia della mortalità del 2015 conferma la contrapposizione, già osservata negli anni precedenti, fra Centro-Nord, dove i livelli di mortalità sono superiori alla media nazionale, e Sud e Isole, dove i livelli sono più bassi.

Da vari anni il fenomeno della mortalità infantile è in progressiva diminuzione. Tra il 2011 e il 2015 il numero di decessi avvenuti nel primo anno di vita passa da 1.774 casi a 1.482 e il tasso da 3,3 per mille nati vivi a 3,1 (sebbene sia rimasto pressoché costante rispetto all’anno precedente).

Nel 2015 il 47,4% dei decessi è avvenuto nella prima settimana di vita (703 casi) e il 25,3 per cento del totale nel primo giorno (375 casi).

Da un punto di vista geografico si conferma nel 2015 lo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno a cui si aggiungono quelle del Centro, con valori del tasso di mortalità infantile superiori a quello italiano.

In particolare la Sicilia e la Basilicata (con un tasso pari a 4,3 per mille nati vivi), seguiti dal Lazio (4,2 per mille nati vivi), hanno dei livelli di circa il 35 per cento più elevati del valore medio nazionale.

Nel Centro anche l’Umbria ha un valore elevato del tasso pari a 3,5 per mille nati vivi. Tra le Isole maggiori si distingue la Sardegna, che presenta il tasso più basso del Paese, pari a 1,7 per mille nati vivi.

Nel Nord, invece, tutte le regioni hanno un tasso di mortalità infantile inferiore al livello italiano di 3,1 per mille nati vivi; fa eccezione la Liguria che presenta un valore elevato e pari a 3,9 per mille nati vivi.

Considerando il fenomeno dell’abortività volontaria, si può osservare che tra il 1980 e il 2016 i tassi calcolati sulla popolazione femminile sono diminuiti di oltre il 50% per tutte le classi di età, con la sola eccezione delle donne giovanissime (15-19 anni), per le quali si presenta una riduzione più contenuta (ma pur sempre rilevante) pari al 30,0%.

Nel 2016 continuavano ad essere le donne giovani (25-29 anni) a mostrare valori più elevati con 10,3 interruzioni di gravidanza ogni mille donne.

Un contributo considerevole viene dato dall’aumento della presenza delle donne straniere in Italia, che hanno una struttura per età più giovane delle italiane e una propensione all’aborto più elevata.

Nel 2016, il 30,3% di interventi si riferiva a donne con cittadinanza non italiana, tra le quali il gruppo più numeroso è rappresentato dalle rumene, seguite dalle donne cinesi, albanesi, marocchine e peruviane.

Le differenze territoriali non risultano essersi modificate significativamente nel corso degli ultimi anni.

Nel 2016 la ripartizione con il più elevato ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza risultava essere il Nord-ovest, che presentava un tasso standardizzato pari a 7,7 casi ogni mille donne, seguita dal Centro con 7,4; situazione opposta presentano le Isole il cui valore è pari a 5,8.

A livello regionale si distinguono la Liguria con 10,3 e la Puglia con 8,7 per i valori più elevati; la provincia autonoma di Bolzano con 5,2, seguita dalla Calabria (5,3) e dalle Marche (5,4) invece presentano i valori più bassi.

I suicidi verificatesi in Italia nel 2015 erano 3.989 (6,6 ogni 100.000 abitanti). L’evento riguardava prevalentemente gli uomini, 3.105 casi rispetto agli 884 delle donne, con rapporti per 100.000 abitanti pari rispettivamente a 10,5 e 2,8.

La mortalità per suicidio per entrambi i sessi cresce al crescere dell’età: si passa da 1,5 suicidi per 100.000 abitanti sotto i 24 anni a 5,7 tra i 25 e i 44 anni, a 8,6 fra i 45 e i 64 anni, fino ad arrivare a 10,5 per le persone di oltre sessantacinque anni, sette volte più alta rispetto alla classe più giovane.

Nel 2015 il numero di suicidi ogni 100.000 abitanti era prossimo ai valori minimi riscontrati negli anni 2006 e 2007 (6,6 nel 2015 rispetto a 6,4 nel 2006-2007).

Il Nord-Est, confermando il triste primato degli ultimi due decenni, è la ripartizione con i livelli di mortalità più elevati, 7,8 suicidi ogni 100.000 abitanti. L’elevata mortalità riguarda sostanzialmente entrambi i sessi e tutte le fasce di età.

Il Sud presenta i valori più bassi per entrambi i generi e per tutte le classi di età con l’eccezione per le donne oltre i 65 anni, fascia di popolazione per la quale il valore più basso si riscontra al Sud, le quali presentano comunque valori al di sotto della media nazionale.

Quasi un suicidio su due avviene per impiccagione e soffocamento. Tra gli uomini, dove questa modalità sale al 52,9% dei casi, sono modalità frequenti anche la precipitazione (15,5%), il ricorso ad armi da fuoco ed esplosivi (13,6 per cento). Tra le donne, oltre a impiccagione e soffocamento (34,7% dei casi) sono frequenti i suicidi dovuti a precipitazione (33,8%), e rispetto a quanto avviene tra gli uomini, è frequente il ricorso all’avvelenamento (9,3% tra le donne rispetto a 4,6% tra gli uomini).

Il 42% della popolazione ha fatto uso di farmaci nei due giorni precedenti l’intervista.

Le donne più degli uomini hanno dichiarato di aver assunto farmaci nel periodo considerato (46,1% contro 37,7 per cento). Le quote di consumatori aumentano all’avanzare dell’età: per entrambi i sessi si raggiunge la metà della popolazione già dai 55 anni, fino a raggiungere il 90,8% tra le donne ultra settantacinquenni e l’87,3% tra gli uomini della stessa fascia d’età.

L’Italia è ancora lontana da un’ampia diffusione del modello basato sul pasto veloce consumato fuori casa.

I dati relativi al 2017 evidenziano che il pranzo costituisce, infatti, ancora nella gran parte dei casi il pasto principale (66,6% della popolazione di 3 anni e più) e molto spesso è consumato a casa (72,8%), permettendo così una scelta degli alimenti ed una composizione dei cibi e degli ingredienti più attenta rispetto ai pasti consumati fuori casa.

Sempre nel Mezzogiorno, più frequentemente rispetto al resto del Paese, è il pranzo ad essere considerato il pasto principale (76% al Sud e 73,8 per cento nelle Isole).

Nel 2017 è pari all’81,5% della popolazione di 3 anni e più, la quota di persone che al mattino ha l’abitudine di fare una colazione, che può essere definita “adeguata”, vale a dire non solo limitata al caffè o al tè, ma nella quale vengono assunti alimenti più ricchi di nutrienti: latte, cibi solidi (biscotti, pane, ecc.).

E’ noto e documentato in molti studi epidemiologici, che l’esposizione al fumo di tabacco può comportare l’insorgenza di patologie cronico-degenerative soprattutto a carico dell’apparato respiratorio e cardio-vascolare.

Nel 2017 si stima pari al 19,7% la quota di fumatori di tabacco tra la popolazione di 14 anni e più. Rispetto al 2016 si osserva una sostanziale stabilità del fenomeno. Forti sono le differenze di genere: tra gli uomini i fumatori sono il 24,8%, tra le donne invece il 14,9%. L’abitudine al fumo di tabacco è più diffusa nelle fasce di età giovanili ed adulte.




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7 gennaio 2019

In calo gli italiani soddisfatti della propria vita

Nel VI rapporto Bes (benessere equo e sostenibile), presentato dall’Istat, arrancano i “domini” delle relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale e benessere economico, istruzione, lavoro, ricerca e sviluppo, ambiente guadagnano terreno ma il gap con l’Europa è ancora significativo. Calano gli omicidi, alta la guardia per la violenza di genere. Servizi insoddisfacenti al Sud, migliorano però le speranze per il futuro, soprattutto tra i giovani. Però diminuiscono coloro che sono soddisfatti della propria vita.

In generale tutti i dodici ambiti del Bes (benessere equo e sostenibile), sono importanti per il popolo italiano, ma il punteggio più alto è attribuito agli aspetti legati alla salute mentre quello più basso va al dominio “politica e istituzioni”.

Malgrado però la “primaria” considerazione rivolta dagli italiani alla salute, nei fatti le cose non sono andate proprio così.

Nel 2017 si interrompe il trend di crescita della speranza di vita, ma soprattutto procede con grande difficoltà la diffusione di stili di vita più salutari. Unica eccezione in positivo è la riduzione della percentuale di persone che non praticano alcuna attività fisica nel tempo libero (da 39,4% e 37,9%). Nonostante ciò, un maggiorenne su 5 è sia in eccesso di peso sia sedentario, due condizioni che, se compresenti, possono costituire un serio rischio per la salute.

Tuttavia, gli ultimi dati disponibili contenuti nel VI rapporto Bes dicono che la situazione nel complesso delle varie misure è in miglioramento: quasi il 40% degli indicatori per i quali è possibile il confronto con l’anno precedente mostrano una variazione positiva, mentre risultano inferiori ma significative le percentuali di quelli che peggiorano (31,8%) o rimangono sostanzialmente stabili (29,1%).

Tuttavia, nel complesso dei domini, la quota di indicatori che peggiorano è significativa (36,2%), evidenziando un gap rispetto al pieno recupero delle condizioni di benessere sperimentate prima dell’ultima crisi economica.

Ciò si verifica specialmente per i domini Relazioni sociali (unico elemento positivo è l’aumento delle istituzioni non profit attive in Italia, che crescono del 2,1% in un anno e sono 56,7 ogni 10 mila abitanti nel 2016), Paesaggio e patrimonio culturale (anche se le aziende agrituristiche, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo rurale e nella difesa del territorio, sono sempre più diffuse (+3,3% rispetto all’anno precedente), l’indice di abusivismo edilizio è in leggera riduzione (19,4 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 19,6 del 2016) e la pressione esercitata sul paesaggio e sull’ambiente dalle attività di cave e miniere è in calo (nel 2016 -3% rispetto all’anno precedente), Benessere economico (che però torna ai livelli del 2010-2011 il reddito aggiustato lordo disponibile pro capite delle famiglie, che ammonta a 21.804 Ppa (Parità del Potere d’Acquisto), anche se risulta inferiore dell’1,7% alla media europea e del 7,8% alla media dell’area Euro).

Anche se la situazione generale è dunque in lieve ripresa, il gap con l’Europa rimane consistente.

Ad esempio, i principali indicatori dell’istruzione e della formazione si mantengono molto inferiori alla media europea. Particolarmente critica la dinamica dell’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione (14% dei giovani di 18-24 anni) in crescita dopo 10 anni di ininterrotta diminuzione, specialmente al Nord.

Il digital divide, poi, misurato in termini di competenze digitali, penalizza fortemente gli anziani, che dichiarano competenze avanzate solo nel 3% dei casi. Ne deriva, per questa fascia di popolazione, una esclusione generalizzata dai vantaggi della società dell’informazione.

Anche sul fronte del lavoro, malgrado i livelli di occupazione dei 20-64enni (62,3%) aumentino, il ritmo di crescita è decisamente più lento rispetto a quello medio europeo (72,2%), con un divario più ampio per le donne.

Le condizioni del Mezzogiorno rimangono comunque difficili: in Sicilia la quota di mancata partecipazione al mercato del lavoro raggiunge il 40, 8%, un valore dieci volte maggiore rispetto a quello registrato nella provincia autonoma di Bolzano.

Lievi miglioramenti si registrano per la sicurezza sul lavoro: il tasso di infortuni mortali e inabilità permanente continua a ridursi, raggiungendo nel 2016  quota 11,6 infortuni per 10.000 occupati (era 12,1 nel 2015).

Anche la spesa in ricerca e sviluppo sul Pil è in aumento nel 2016 (+0,1%) così come gli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale (+2,1% nel 2017), ma anche in questo caso permane un ampio gap rispetto ai livelli registrati nel resto dei Paesi europei.

Migliora però nel 2017 il saldo tra entrate e uscite dei giovani laureati italiani, con il tasso migratorio che passa a -4,1 per mille (da -4,5 per mille nel 2016).

Il Nord si conferma l’area del Paese che offre maggiori opportunità ai giovani con alto livello d’istruzione (+7,7 per mille) mentre si registra una diminuita capacità del Centro di attrarre e trattenere giovani laureati (-2,9, da -2,4 nel 2016) e una sostanziale stabilità del Mezzogiorno, dove prosegue la perdita di giovani laureati (-23 per mille).

Aumenta anche la percentuale della raccolta differenziata, che nel 2017 raggiunge il 55,5% del totale (tre punti in più dell’anno precedente e 20 punti in più del 2010). Nonostante il miglioramento, la quota è ancora lontana dall’obiettivo del 65%, fissato per il 2012 dalla direttiva comunitaria 2008/98/CE, raggiunto soltanto nel Nord (66,2%)

Peggiora invece la qualità dell’aria nelle città, si per le polveri sottili Pm10 sia per il biossido di azoto. Le città più inquinate sono quelle del Nord, dove due centraline su tre hanno superato i limiti per Pm10 e una su quattro per No2.

Peggiorano anche gli indicatori di rischio idrogeologico: nel 2017 il 2,2% della popolazione è esposta al rischio di frane e il 10,4% al rischio di alluvioni.

Stabili invece le emissioni responsabili dell’effetto serra, stimate in 7,2 tonnellate pro capite come nell’anno precedente

Sul piano della sicurezza prosegue il calo degli omicidi (nel 2017 sono 0,6 per 100.000 abitanti)  e migliora, seppure leggermente, anche la percezione di sicurezza: le persone che si dichiarano molto o abbastanza sicure di camminare al buio da sole nella zona in cui vivono sono il 60,6% nel 2016 (erano il 59,6% nel 2009).

Si conferma la necessità di una particolare attenzione nei confronti delle violenze di genere: l’80,5 delle donne uccise è vittima di una persona che conosce (nel 43,9% dei casi di una partner o un ex partner). Nel 2017, 49.152 donne si sono rivolte a un centro antiviolenza.

Segnali negativi sul fronte dei servizi dove il 7,6% delle famiglie dichiara molta difficoltà a raggiungere tre o più servizi essenziali nel 2015-2017. L’accesso ai servizi è molto difficile per il 10,5% delle famiglie nel Mezzogiorno e solo per il 5,5% di quelle nel Nord.

Meglio non va per i trasporti: nel 2017 la soddisfazione per i servizi di mobilità segna una contrazione, con solo il 16,4% degli utenti assidui dei mezzi pubblici che si dicono molto soddisfatti del servizio (17,8% l’anno precedente). Particolarmente critica la situazione nel Lazio, dove solo il 3,%% degli utenti abituali si dichiara molto soddisfatto.

In questo quadro la soddisfazione per la propria vita, espressa dagli italiani, presenta un nuova flessione nel 2017. Sono meno soddisfatte le donne (38,6% contro il 40,6% degli uomini) e gli anziani (33,9% delle persone di 75 anni e più, 52,8% tra i 14 e i 19 anni).

Nonostante tutto, però, migliorano le aspettative per il futuro: in lieve aumento la quota di individui che ritiene che la propria situazione migliorerà nei prossimi 5 anni (27,2%), sostanzialmente stabile quella dei pessimisti (15%).

E i giovani sono quelli che nutrono maggiori speranze per il futuro.




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7 gennaio 2019

7 italiani su 10 non sanno cos'è il biotestamento

E’ passato un anno dall’approvazione della legge sul biotestamento, ma la Dat (la disposizione anticipata di trattamento) è ancora semisconosciuta. Quasi il 54% delle persone ne ha sentito parlare solo superficialmente e il 18% non ne sa nulla: quindi “non pervenuta” in?sette casi su 10 e solo il 28% dice di conoscerla bene.

L’indagine voluta da Vidas (associazione di assistenza gratuita ai malati terminali) e svolta da Focus Mgmt rivela inoltre come il testamento biologico venga molto spesso equiparato all’eutanasia.

Dodici mesi dopo, la legge continua a polarizzare l’opinione pubblica fra chi vi vede la promozione dei diritti e della dignità della persona e chi la considera come un passo verso la liberalizzazione del suicidio.

La legge approvata definitivamente il 14 dicembre 2017, ma entrata in vigore il 31 gennaio 2018 permette a chi lo desidera di mettere a punto e registrare il Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento che registra le decisioni relative alle terapie e ai trattamenti sanitari cui ci si vuole (o non ci si vuole) sottoporre nel caso in cui non si sia più in grado di esprimere le proprie scelte a causa di malattie o lesioni invalidanti.

La legge auspica inoltre (ma non c’è alcun obbligo) l’individuazione di un fiduciario, ossia di una persona che rappresenti il titolare del biotestamento nelle relazione con il medico e con le strutture sanitarie.

La legge è però ancora poco conosciuta e spesso sono proprio i Comuni dove il Dat, ossia la disposizione di autorizzazioni al trattamento (il “biotestamento”) va registrato a non essere in grado di fornire informazioni adeguate.

I dati emergono dalla ricerca Focus Mgmt per Vidas sulle percezioni relative al testamento biologico e ha coinvolto un campione di 400 cittadini lombardi.

Anche chi è favorevole al biotestamento tende a posticipare la decisione. Non sembra il momento giusto sia quando ci si ritiene troppo giovani ma anche quando si pensa di essere ormai troppo vecchi. Solo 3 persone su 10 pensano al fine vita.

D’altronde non è certo facile confrontarsi con il tema della “propria” morte. Quello del testamento biologico è un argomento estremamente delicato che, come tutti i temi etici, coinvolge i i valori e il credo religioso delle persone. E la ricerca lo rivela, mettendo in luce che la contrarietà aumenta fra chi si dichiara credente e diminuisce fra i laici.

Secondo l’indagine parte dei cattolici italiani considera la legge contraria ai principi della propria fede e ritiene che la decisione sulla propria morte sia in conflitto con il volere di Dio.

Anche l’età ha un peso: ad esprimere un giudizio favorevole sono infatti soprattutto i giovani.

Ma si tratta anche di un tema etico “nuovo”, ossia posto (e causato) dai progressi della tecnica e dei trattamenti sanitari, ormai (fortunatamente) capaci di dare speranze di vita o di allungarne la durata in modi fino a qualche anno fa inimmaginabili.

A complicare il quadro c’è poi la disinformazione.

Una situazione che favorisce la sovrapposizione con l’altro delicatissimo tema dell’eutanasia.

Se il 70% degli intervistati è mediamente favorevole al biotestamento, il 63% teme che sia uno step verso l’eutanasia, ossia la morte volontaria di malati terminali o cronici in presenza o con l’assistenza di un medico (eutanasia attiva).

La maggior parte delle persone (quasi l’82%) è venuta a conoscenza della legge tramite la televisione. A colpire sono soprattutto le storie e i casi famosi.

I soggetti considerati più affidabili sono però le associazioni non profit e la Chiesa cattolica, seguiti dagli operatori del mondo sanitario, mentre le formazioni politiche, sia di destra che di sinistra, non sono viste come punti di riferimento.




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7 gennaio 2019

L'Africa finanzia il resto del mondo

“L’Africa finanzia il resto del mondo per l’ammontare di 41,3 miliardi di dollari l’anno”. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto “Honest Accounts 2017. Come il mondo beneficia della ricchezza dell’Africa”, frutto dell’impegno congiunto dell’organizzazione britannica di cittadinanza attiva Global Justice Now, del movimento internazionale per l’annullamento del debito dei paesi più poveri Jubilee Deby Campaign e di un gruppo di Ong europee e africane.

Il sorprendente dato è originato dall’esame dei flussi economici e finanziari di 47 paesi africani. Il risultato è che nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, mentre l’ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari.

Nello specifico, i Paesi africani hanno ricevuto circa 19 miliardi di dollari in sovvenzioni e aiuti allo sviluppo, ma più del triplo di questi fondi, 68 miliardi, è uscito dal continente in attività finanziarie illecite.

Di questa enorme fetta di torta, corrispondente a oltre il 6% del Pil dell’intera Africa, una buona parte, 48,2 miliardi di dollari, è legata al cosiddetto fenomeno del “trade misinvoicing”, ossia alle false fatturazioni commerciali delle multinazionali.

A questa cifra, inoltre, vanno aggiunti 32,4 miliardi di dollari di profitti delle multinazionali  che, semplicemente, vengono riportati nei Paesi dove le società hanno la loro sede. Nulla di illegale, in questo caso, ma comunque un altro grosso pezzo di ricchezza creata in Africa e goduta altrove.

E poi ci sono il rimborso del debito da parte di governi e settore privato (quasi 30 miliardi in tutto), gli utili inviati nei paradisi fiscali dopo aver sfruttato le risorse africane, la pesca e la caccia di frodo, il disboscamento illegale.

Senza contare l’effetto di impoverimento prodotto dal cosiddetto “brain drain”, ossia la perdita di giovani talenti africani, che migrano a causa dei dissesti naturali e dei conflitti.

Gli autori del rapporto sono molto critici sul ruolo esercitato dagli aiuti esteri erogati dai governi occidentali nel continente, sostenendo che spesso si tratta semplicemente di finanziamenti per promuovere la privatizzazione dei servizi pubblici, il libero scambio e gli investimenti privati.

“Se lo scopo degli aiuti è quello di supportare lo sviluppo dell’Africa, dovrebbe allora essere slegato da interessi corporativi occidentali”, si  afferma nello studio.

Viene poi evidenziato che l’Africa ha un grande potenziale minerario ed energetico, manodopera qualificata, nuove imprese in forte espansione, un vasto mercato interno e una straordinaria biodiversità.

La sua popolazione dovrebbe dunque prosperare, mentre l’economia del continente dovrebbe crescere con tassi annuali a doppia cifra, pari ad almeno il doppio del 5% attuale.

Al contrario, molte persone che vivono nei 47 Paesi presi in esame restano intrappolate nella povertà, mentre gran parte della ricchezza del continente defluisce sistematicamente verso i Paesi più sviluppati, in gran parte ex colonizzatori.

La relazione rileva inoltre le responsabilità che i governi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno nel depauperamento del continente, per avervi introdotto politiche economiche che alimentano la povertà.

Per esempio, lo studio descrive come le compagnie estrattive che esportano minerali, gas e petrolio, ottengono ingenti profitti pagando esigue tasse grazie a rilevanti incentivi fiscali. Misure tributarie mirate, messe in atto dai governi occidentali per favorire generose riduzioni delle imposte alle multinazionali.

Sono prese in esame con estrema attenzione anche le perdite associate agli effetti avversi del cambiamento climatico, nonostante l’Africa abbia contribuito in misura irrisoria allo storico accumulo dei gas a effetto serra, rispetto ai Paesi sviluppati.

Il costo di adattamento per prevenire l’impatto del cambiamento climatico nel continente è stimato in 10,6 miliardi all’anno, mentre per la mitigazione dei fenomeni ad esso correlati sarebbero necessari circa altri 26 miliardi, nei quali è compresa l’adozione di sistemi di conversione dell’energia da fonti rinnovabili

Un processo di  trasformazione molto più oneroso rispetto all’Europa o all’America, perché in Africa mancano le infrastrutture e la tecnologia necessarie.

Arrivando alle conclusioni, la ricerca dimostra che quello di cui i Paesi africani hanno veramente bisogno è che il resto del mondo fermi i saccheggi retaggio dell’epoca coloniale, la cui natura di base rimane invariata. Per questo, gli aiuti internazionali andrebbero riconsiderati come una sorta di risarcimento per i danni causati al continente.

I ricercatori di Honest Accounts non formulano però solo critiche, ma propongono anche alcune soluzioni concrete.

Tra queste, un maggiore coinvolgimento della società civile del continente e di quella dei Paesi che beneficiano della sua ricchezza per contrastare la corruzione, eliminare le politiche fiscali svantaggiose e i troppi squilibri che impediscono lo sviluppo dell’Africa.




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7 gennaio 2019

Quanto incide la corruzione sulla crescita economica

L’associazione “Riparte il futuro” ha condotto, insieme a I-Com – Istituto per la Competitività, uno studio volto a capire quanto e in che misura la corruzione incide sullo sviluppo economico del nostro Paese. Si intitola “Italia interrotta, il peso della corruzione sulla crescita economica”.  

Una sintesi dello studio è contenuta nella sua parte iniziale.

Il capitolo 1 fornisce una panoramica dei fenomeni corruttivi in Italia. Essi presentano dimensione rilevante, che si riflette nella percezione comune.

Il capitolo 2 indaga il primo dei tre temi oggetto dello studio, cioè la relazione tra corruzione e Investimenti Diretti Esteri (Ide) in entrata in Italia.

Si approfondisce il rapporto tra la qualità delle Istituzioni e la competitività di un sistema economico.

A questo scopo si utilizza l’European Quality of government Index (Eqi). Appare evidente una correlazione significativa tra lo stock di Ide e l’Eqi per i 28 Paesi dell’Ue.

Oltre alle consistenze di Ide, si prendono in considerazione alcuni indici che riassumono la capacità di uno Stato di creare le condizioni per sostenere l’attività d’impresa e quindi la ricettività rispetto agli investimenti esteri, come l’Ease of Doing Business (Edb) e il Global Competitiveness Index (Gci).

Si verifica una correlazione positiva e significativa tra l’Eqi e la facilità nel fare business nei 28 Stati Ue.

Per quanto riguarda la dimensione italiana, si è posto in relazione l’Eqi con il numero di multinazionali presenti nelle regioni italiane e con la quota di multinazionali sul totale delle imprese attive in ogni regione.

E’ il secondo dato a risultare maggiormente sensibile alla qualità delle istituzioni regionali.

In modo simile, si passa a verificare la relazione tra fenomeni corruttivi, per cui si ricorre al Cpi, e la ricezione di investimenti diretti esteri.

Si riscontra una correlazione negativa significativa tra il livello di corruzione percepito e il volume di investimenti diretti esteri per Stato.

Nel capitolo 3 si indaga la relazione tra corruzione e occupazione, in particolare quella giovanile, in Italia.

Si evince una correlazione positiva tra il tasso di occupazione giovanile per le regioni italiane e il rispettivo Eqi.

A un più alto livello di qualità dell’amministrazione e a un più basso livello di corruzione, pertanto, corrispondono tassi di occupazione giovanile più elevati.

In modo analogo, si riscontra una correlazione negativa a livello regionale tra l’Eqi e il tasso di disoccupazione, sia complessivo sia per la fascia d’età 25-34 anni, e tra l’Eqi e la quota di Neet nella fascia d’età 15-34 anni.

In conclusione del capitolo, si indaga il rapporto tra investimenti diretti esteri e disoccupazione. In quest’ambito, si ritrova una correlazione positiva tra la quota di multinazionali sul totale delle imprese attive nelle regioni italiane e il rispettivo tasso di occupazione, e una correlazione negativa tra la quota di multinazionali e il tasso di disoccupazione.

A una quota maggiore di multinazionali presenti in regione, pertanto, vengono associati un tasso di occupazione giovanile più alto e un tasso di disoccupazione giovanile più basso.

Il capitolo 4 analizza il terzo tema oggetto dello studio: l’esistenza di una relazione tra corruzione e sviluppo digitale di un Paese.

Pur non essendo ancora del tutto chiaro il nesso di casualità, di sicuro appare ormai acclarato che più i Paesi possiedono sistemi digitali efficaci ed efficienti, meno subiscono il peso deleterio della corruzione, e viceversa.

La seconda sezione del capitolo propone un’analisi statistico-econometrica della relazione esistente tra corruzione e digitalizzazione.

La correlazione tra digitalizzazione di un Paese – misurata dal Desi (Digital Economy and Society Index), l’indice elaborato dalla Commissione Europea per valutare lo stato di avanzamento degli Stati membri dell’Ue verso un’economia e una società digitali – e corruzione – misurata dal Cpi (Corruption Perception Index), elaborato da Transparency International – appare forte e positiva (+88,6%).

Inoltre, l’analisi non esclude la possibilità di un legame inverso – per cui, cioè, la corruzione stessa limiti in qualche modo la capacità di un Paese di svilupparsi in maniera adeguata sul piano digitale.

Infine, si suggeriscono alcune misure di policy per contrastare la corruzione rispetto ai tre temi affrontati (investimenti esteri, occupazione con particolare riguardo a quella giovanile e digitalizzazione).

Riguardo gli investimenti esteri, si propone:

la stipula di un accordo tra la cabina di regia Ice-Invitalia e l’Anac perché sui progetti di investimento seguiti dalla prima ci sia una vigilanza continua utile non solo a prevenire episodi di corruzione ma anche a segnalarli efficacemente e con la massima urgenza qualora si presentino;

un fast track per denunce di corruzione da parte di imprese estere operanti in Italia, possibilmente con una linea dedicata presso l’Anac, che sia in grado di fornire consigli e suggerimenti in lingua inglese (oltre a raccogliere le segnalazioni);

in una cornice più macro, una semplificazione delle procedure di ingresso degli operatori esteri sul mercato italiano, tali da ridurre la base di possibili episodi di corruzione.

Rispetto all’occupazione giovanile e alle politiche del lavoro necessarie a contrastarla, vanno assicurati:

il ricorso generalizzato a procedure di call ad evidenza pubblica rivolte al bacino di iscritti nelle apposite liste presso le direzioni provinciali del lavoro;

l’uso di forme di alert, in base a caratteristiche chiave del cv, per i potenziali interessati alle differenti call, in modo tale da evitare che alcuni bandi siano appositamente nascosti o non adeguatamente pubblicizzati;

lo sviluppo il più possibile avanzato di forme elettroniche di marketplace, basate su algoritmi che consentano il miglior match possibile tra competenze offerte (e opportunità di lavoro ricercate) e bisogni delle aziende;

il divieto per le amministrazioni pubbliche di ogni livello e per le relative società in house di assumere personale per chiamata diretta (senza bando), anche mediante contratti non strutturati (es. co.co.co o partita IVA), nei 6 mesi che precedono le scadenze elettorali nonché nei 6 mesi successivi.

Va infine accelerato il processo di digitalizzazione, in particolare della P.A., con misure che al contempo aiutino il contrasto alla corruzione, tra le quali:

la tracciabilità delle attività svolte dalle singole P.A. e la possibilità di poterla facilmente confrontare con la performance di altre amministrazioni comparabili, attraverso open data che consentano questo tipo di confronti;

sistemi di rating delle amministrazioni pubbliche, basati su giudizi di cittadini e imprese sull’efficienza ma anche sul livello di trasparenza e correttezza amministrativa;

inoltre, ogni amministrazione di dimensione adeguata (es. Governo nazionale, Regioni, Città metropolitane) dovrebbe avere l’obbligo di dotarsi di uno sportello per raccogliere (anche o esclusivamente attraverso lo strumento telematico) denunce di corruzione, alle quali garantire il pieno anonimato nonché un riscontro entro tempi certi;

mappatura e messa in trasparenza delle interazioni tra portatori di interesse e centri nevralgici delle amministrazioni (ministeri, uffici di gabinetto, uffici di diretta collaborazione), attraverso l’adozione del cosiddetto “legislative footprint”, che riporti la cronologia, gli attori e l’oggetto degli incontri in seno ai processi legislativi e regolamentari;

obbligo di disponibilità online dei bilanci dei partiti e delle fondazioni o associazioni legate a partiti o personalità politiche che ricoprono cariche pubbliche nel presente o le hanno ricoperte nel recente passato (negli ultimi cinque anni), insieme a una rendicontazione dettagliata dei finanziamenti ricevuti;

estensione della prassi consolidata, attualmente solo presso le autorità indipendenti, di procedere a consultazioni pubbliche, attraverso internet, in concomitanza con l’adozione di nuovi regolamenti.




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