3 settembre 2010
In Italia il "vero" tasso di disoccupazione è più alto
Pensate che il tasso di disoccupazione sia in Italia circa l'8%? Vi sbagliate, secondo due economisti di "noisefromamerika", un sito web curato da un gruppo di docenti universitari italiani che lavorano negli Stati Uniti. Lo sostengono Giulio Zanella e Michele Boldrin. Il loro articolo risale ad alcuni mesi or sono, ma le loro considerazioni rimangono valide ugualmente.
Innanzitutto può essere utile riportare la definizione comunemente accettata di tasso di disoccupazione. Tale tasso è dato dal rapporto tra disoccupati e forze di lavoro (quest'ultima variabile è ottenuta sommando i disoccupati agli occupati).
Qual'è il ragionamento di Zanella e Boldrin?
"Disoccupazione al 15,8%. In Spagna? No, no, proprio in Italia. Tra un anno? No, no, proprio adesso. Basta avere la decenza di non nasconderci dietro a un paio di dita e di sommare le percentuali che vanno sommate.
Le statistiche ufficiali danno il tasso di disoccupazione in Italia all'8,3% durante l'ultimo trimestre per i quali le stime sono disponibili, ossia il quarto trimestre 2009. Questo numero è inferiore sia alla media dell'area Euro dove è stimato al 10% (con un'impressionante massimo del 19,1% in Spagna a marzo 2010) sia agli Stati Uniti dove il mese scorso si assestava al 9,9%.
Il tasso di disoccupazione è un indicatore piuttosto povero dello stato del mercato del lavoro, per una serie di ragioni che si spiegano nei corsi base di macroeconomia (e che vanno dalla natura ciclica del fenomeno alla definizione elusiva del concetto stesso di disoccupazione). Tuttavia è un indicatore di facile comprensione e per questo riceve grande attenzione da parte dei mezzi di informazione e dei politici. Vale quindi la pena spenderci una parola, anche se scopriamo che l'hanno già fatto Giornalettismo, polisblog.it, e persino la CGIL. Non importa, repetita iuvant.
Il fatto che in Italia la disoccupazione ufficiale sia rimasta relativamente bassa durante la recessione mentre amentava più rapidamente altrove, ha certamente fatto piacere a molti e comodo a molti altri per poter dire che - in fondo vedete? - non siamo così male e reggiamo bene l'urto rispetto al resto d'Europa...". Zanella e Boldrin passano poi ad esaminare i dati sulla disoccupazione annua media dal 2005 al primo trimestre 2010, utilizzando le statistiche del lavoro dell'OCSE:
"Sembriamo i più virtuosi di questo gruppone dopo la Germania (la stima OCSE per l'Italia, nel primo trimestre 2010, è un ragionevole 8,6%, prendiamo nota). Ma non è così. Vediamo perché, mettendo insieme in modo sistematico una varietà di osservazioni già fatte, in modo sparso, da vari altri osservatori ed in altri siti ed aggiungendo un pelino di nostro.
Ora, se prendiamo la definizione tecnica di disoccupazione (non essere impiegati sul mercato ricevendo un salario ed essere in ricerca attiva di tale impiego) non c'è nulla da aggiungere e i numeri sono quelli. Ma se guardiamo per un momento alla sostanza al di là delle etichette statistiche (chi sono e cosa fanno le persone che ci sono dietro ai numeri, diceva Soru ...) allora ci sono due osservazioni rilevanti.
Primo, in Italia nell'ultimo anno si è fatto ricorso massiccio alla cassa integrazione. I cassintegrati sono de facto disoccupati (sono persone che non lavorano ma vorrebbero lavorare) ma non lo sono secondo la definizione usata dall'Istat (che si appoggia sul fatto che non dichiarano di cercare lavoro perché ricevono uno speciale sussidio in virtù del quale sono solo 'sospesi' dalla prestazione ma restano legati al datore di lavoro). L'articolo di Giornalettismo linkato sopra documenta che questi sono il 3,1% della forza lavoro. Prendiamo nota.
L'OCSE pubblica anche interessanti stime dell'incidenza dei lavoratori scoraggiati dal cercare lavoro. Un lavoratore scoraggiato è una persona che non ha lavoro ma non è nemmeno disoccupata perché non lo sta cercando a causa della situazione economica. È un indice interessante da osservare perché durante le recessioni il tasso di disoccupazione potrebbe risultare artificialmente basso proprio perché tanti ex-lavoratori non si prendono la briga di cercare lavoro (condizione essenziale per essere elencati fra i disoccupati secondo la definizione usata universalmente).
L'OCSE, come potete verificare, pubblica questa stima considerando quelli che tra questi lavoratori scoraggiati sarebbero disposti a lavorare se ne avessero l'opportunità. E li quantifica relativamente alla forza lavoro. Anche questi sono de facto disoccupati allora, se guardiamo alla sostanza del fenomeno. Quanti sono in Italia? Tanti, stima l'OCSE: il 4,1% della forza lavoro. E sono molto più che altrove...".
A questo punto Zanella e Boldrin fanno una semplice somma 8,6% (tasso di disoccupazione ufficiale) + 3,1% (percentuale dei cassintegrati) + 4,1% (percentuale dei lavoratori scoraggiati) = 15,8% (vero tasso di disoccupazione).
E i due economisti proseguono:
Se non è il 20,3% della Spagna (facendo lo stesso conto per loro che hanno un 1,2% di disoccupati scoraggiati rispetto alla forza lavoro ma non hanno alcuna cassa integrazione) poco ci manca...".
In sostanza quindi i due economisti rilevano che, se si considerano anche i cassintegrati e i lavoratori scoraggiati come disoccupati, il vero tasso di disoccupazione in Italia è pari a circa il doppio di quello che viene rilevato dall'Istat e diventa anche superiore al tasso di disoccupazione che si verifica in molti altri paesi dell'OCSE. Quanto sostenuto da Zanella e Boldrin. a mio avviso, non fa una piega. Dimostra, fra l'altro, che le statistiche ufficiali non vanno prese sempre per oro colato ma devono essere valutate ed interpretate con attenzione. Nel caso specifico si evidenzia che in Italia, attualmente, il fenomeno della disoccupazione è molto più grave di quanto possa apparire e di quanto vogliono farci credere i nostri governanti. Sarebbe bene, inoltre, che l'opposizione utilizzasse questi argomenti, ma come per altre questioni rimane invece silente, purtroppo.
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2 settembre 2010
I "poveri" di Milano
Chi sono i "poveri" di Milano? O meglio i "vulnerabili", come li definisce Aldo Bonomi, in un articolo pubblicato da "Il Sole 24 ore". Cioè coloro che hanno usufruito del Fondo Famiglia Lavoro, istituito dalla diocesi di Milano e promosso dal cardinale Tettamanzi, a sostegno delle famiglie in difficoltà economiche, in seguito alla crisi.
Scrive Aldo Bonomi:
"I vulnerabili non sono marginali in sé. Lo diventano o rischiano di diventarlo nella crisi, per la perdita dell'occupazione, l'assenza per ampie fasce del mondo del lavoro di ammortizzatori sociali, di appropriati strumenti di protezione dai fallimenti di imprese e attività che sono anche progetti di vita. Abbiamo evidenziato e raccontato spesso il suicidio dei piccoli imprenditori che non ce l'hanno fatta. Il percorso del fondo di solidarietà evidenzia mappature territoriali di attività produttive in crisi e di nuova composizione sociale in difficoltà. Ai primi posti per domande di aiuto appaiono aree storiche dei distretti brianzoli del capitalismo molecolare: Cantù, Seregno, Desio (legno e arredo), Vimercate (con l'elettronica), Monza. Poi aree come Magenta, Saronno, Legnano, Busto Arsizio di antica industrializzazione in transizione verso il terziario di attività logistiche, di servizi distributivi e fieristici. Meno numerose le richieste e i beneficiari nel core metropolitano milanese. E soprattutto il tipo di professione evidenzia le dicotomie territoriali. I beneficiari sono infatti in larga maggioranza operai generici o pochi anche specializzati, nel settore industriale delle provincie di Monza, Varese, Lecco. Più della metà di quelli di Milano è impiegata in attività dequalificate dei servizi o in attività non ben precisate dell'economia informale. Emerge una mappatura significativa dei vulnerabili: per il 57,5% sono stranieri - il 21,4% sono occupati - il 66% operai - il 23,1% lavoratori dei servizi. La maggioranza dei vulnerabili appartiene anagraficamente all'età di mezzo. I giovani adulti dai 30 ai 39 anni e l'età intermedia tra i 40 e i 49 anni che insieme fanno il 76,5% dei richiedenti aiuto. Quel più della metà, di 'stranieri' in difficoltà, ha aperto un dibattito sotterraneo nella rete territoriale del Fondo. Esempi di sincretismo sociale problematico su cui occorre riflettere. Se è vero che tra i segni positivi del pendolo per uscire dalla crisi segnaliamo la ripresa della domanda di forza lavoro immigrata da parte delle imprese. Poi, quando questa nella crisi precipita nel segno meno, applichiamo l'antico adagio 'chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato'. Senza capire che quel dato, il 52,9% di domande da parte di stranieri che ne hanno beneficiato per quasi il 60%, rivela che nelle aree più economicamente avanzate del paese il cambiamento della composizione sociale del lavoro ha assunto caratteri strutturali. Prefigurando una inedita stratificazione che combina variabili di classe, di ceto, di nazionalità. I nuovi antichi lavori più vulnerabili di altri. Due terzi dei beneficiari sono infatti operai generici nel ciclo dell'industria della sub fornitura e dell'edilizia. Quelli per intenderci che costruiranno, quando partirà, l'Expo che verrà. Poi seguono i lavoratori non qualificati nei servizi, e un buon 15% assimilabile al lavoro dequalificato di impieghi saltuari o irregolari.
Infine sono solo il 5% i profili da impiegato, insegnante o di professionisti e dirigenti. Ma se hanno trovato il 'coraggio della miseria' per rivolgersi al Fondo, questo la dice lunga anche sulla crisi del ceto medio. Perché se dividiamo tra stranieri e italiani il campione, gli stranieri sono più operai (71,5 %) e tra gli italiani il ceto medio in crisi raddoppia balzando all'11,5%.
I numeri, che nascondono storie di vita, ci dicono anche perché l'oscillare del pendolo della crisi ci rende vulnerabili. Perché si è licenziati (735), per la fine di un contratto a termine (693), per cassa integrazione (323), per riduzione dell'orario di lavoro (153), per fallimento dell'attività in proprio (71) per essere in mobilità (52), per annunciato licenziamento a breve (21), per altro (265)."
Aggiunge Bonomi:
"Il Fondo Famiglia Lavoro ha erogato ad oggi 9 milioni di euro a sostegno di 3.000 famiglie della diocesi di Milano. Per chi, con un sorriso di sufficienza, pensasse alla solita iniziativa da beneficenza compassionevole, vorrei ricordare che le zone pastorali della diocesi di Milano insistono nel cuore produttivo del capitalismo italiano: Varese, Lecco, Monza, Sesto San Giovanni, Melegnano, Rho. I territori della città infinita che è ormai diventata l'area metropolitana milanese. Capire chi sono i vulnerabili partendo dalla capitale finanziaria del paese è tutt'altro che una pura operazione di beneficenza compassionevole. La storia e i numeri del Fondo da gennaio a settembre 2009, quando la crisi da finanziaria ed economica è diventata sociale, ci dicono che le famiglie beneficiarie, pochi mesi prima, erano forse in parziale difficoltà, ma non vivevano in situazioni di esclusione sociale."
In primo luogo è necessario riconoscere la validità dell'iniziativa promossa dal cardinale Tettamanzi. Lo dimostrano chiaramente i numeri: 9 milioni di euro erogati e 3.000 famiglie interessate. Peraltro questa iniziativa non è stata concepita come alternativa ai normali aiuti, ad esempio ai cosiddetti "ammortizzatori sociali", ma integrativa. Sarebbe quindi opportuno che questa iniziativa fosse realizzata anche in molte altre diocesi, ma non mi risulta che ciò stia avvenendo (molti sono "in tutt'altre faccende affaccendati..."). E' poi interessante essere a conoscenza delle caratteristiche di coloro che hanno usufruito dei contributi del Fondo. Infatti emergono anche delle informazioni inattese e pertanto degne di attenzione. Certo, ripeto, sono utili queste attività, ma non ci si può dimenticare del fatto che sarebbe stata necessaria, e lo è ancora, una politica economica del nostro governo molto più efficace nel contrastare la crisi economica. In altri paesi ciò è avvenuto e sarebbe dovuto avvenire anche in Italia.
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30 agosto 2010
Italia insensibile alle tragedie lontane
E' noto che complessivamente, almeno fino ad ora, gli aiuti, provenienti dagli altri paesi, alle vittime dell'alluvione in Pakistan siano del tutto insufficienti e inferiori rispetto a quanto verificatosi in passato, ad esempio per quanto riguarda la situazione determinatasi ad Haiti. Sembra che l'Italia sia tra i paesi meno impegnati a sostegno del Pakistan. Lo sostiene Giangi Milesi, presidente del Cesvi, Ong privata con quartiere generale a Bergamo e 60 uffici nel mondo, e anche vicepresidente di Agire, l'Agenzia italiana di risposta alle emergenze, che coordina gli interventi di 11 tra le maggiori Ong private no profit operative nelle calamità naturali. Infatti, in un articolo di Elio Silva pubblicato da "Il Sole 24 ore", Milesi ha affermato:
"Bisognerebbe smetterla con il luogo comune degli italiani generosi e con la retorica del cuore in mano. Il nostro paese è molto meno sensibile di altri di fronte alle emergenze, sia come istituzioni, sia come popolazione. E, soprattutto, non ha una vera cultura organizzativa, opera con strumenti occasionali e inadeguati. È una sofferenza, per noi, ascoltare al numero verde le chiamate di cittadini - comunque ce ne sono tante - che vorrebbero fare qualcosa per il Pakistan, ma non sanno come donare."
Nell'articolo citato si prosegue:
"Anche per il Pakistan, come nel gennaio scorso per Haiti, la mobilitazione del network è stata immediata, ma i risultati sono sconfortanti: «Le inondazioni che hanno colpito milioni di persone non vengono percepite da noi come un disastro umanitario», dichiara Milesi. «Non siamo ancora riusciti a far attivare il numero unico per gli sms solidali, che in Italia resta lo strumento piu efficace per le donazioni. È vero che, in questo caso, ci sono stati anche ritardi di natura tecnica, che entro pochi giorni saranno risolti, ma per ora siamo fermi alle elargizioni con carte di credito, bonifici o bollettini postali». «Sul conto corrente ad hoc di Agire per l'emergenza Pakistan - precisa Milesi - sono stati accreditati a ieri poco più di centomila euro, mentre una stima generale della raccolta complessiva in Italia, peraltro tutta da verificare, parla di 5 milioni. In questo stesso periodo in Gran Bretagna, paese a noi simile per popolazione e produzione di ricchezza, il Dec, Disasters Emergency Committee, ha raccolto 33 milioni di sterline, cioè 40 milioni di euro, mentre in Svizzera, in un solo giorno, le donazioni hanno toccato i 10 milioni di euro».
Bisogna concludere, dunque, che in Italia non si fa più caso alle calamità e ai disastri? «Può darsi che ci sia un fenomeno di assuefazione - commenta Milesi - ma la verità è che siamo molto provinciali, le tragedie stimolano la generosità solo se ci toccano da vicino. Quando avvenne lo tsunami, il 26 dicembre 2004, la mobilitazione fu enorme, ma a far scattare la molla furono, all'inizio, soprattutto i racconti dei nostri turisti coinvolti. Quando, meno di un anno dopo, un terremoto provocò 80mila morti in Pakistan, la mobilitazione della gente qui fu molto scarsa». Non ci può essere anche un'ulteriore difficoltà, rappresentata dalla percezione di un paese lontano e difficile, per di più di religione islamica? «Non lo escluderei, dato che è la seconda volta che ciò accade dopo, appunto, il sisma del 2005. Ma resto dell'idea che a mancare siano soprattutto il coordinamento degli sforzi e l'efficacia degli strumenti». Qualche alternativa? «Penso soprattutto alle donazioni direttamente in busta paga, o alle operazioni di co-marketing. Anche in Italia il privato sociale ci sta provando, ma la mentalità prevalente resta quella di assegnare il primato al ruolo pubblico, quindi il traguardo è tutto da conquistare»."
Personalmente non ero a conoscenza del fatto che l'impegno degli italiani nei confronti di calamità e disastri, che si verificano periodicamente in varie aree del mondo, fosse inferiore al sostegno che si manifesta in altri paesi. Non ci facciamo certo una bella figura, ma il punto non è questo. Occorre modificare questa situazione. E' vero che le autorità pubbliche devono svolgere un ruolo di primo piano, ma anche i singoli cittadini, i privati, devono attivarsi nella misura necessaria, anche se vanno attivati gli strumenti più efficaci. Non è pensabile che solo i governi possano e debbano agire per aiutare le popolazioni colpite.
Pakistan. aiuti
Italia
privati
| inviato da paoloborrello il 30/8/2010 alle 7:40 | |
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27 agosto 2010
L'economia buddista del Bhutan
Indubbiamente il Bhutan è un piccolo stato (47.000 kmq. e 650.000 abitanti) ma il suo sistema economico è degno di attenzione e può evidenziare una serie di questioni di natura economica e sociale di notevole interesse per il mondo intero. Almeno così sostiene Jeffrey D. Sachs, economista e docente universitario presso l'Università della Columbia, nonchè consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del millennio, in un articolo pubblicato nella versione on line de "Il Sole 24 ore".
Jeffrey Sachs così descrive l'economia del Bhutan:
"La geografia selvaggia del Bhutan ha favorito la crescita di un’impavida popolazione di agricoltori e pastori e ha contribuito a promuovere una forte cultura buddista, strettamente legata alla storia del Tibet. La popolazione è scarsa – circa 700.000 abitanti su un territorio grande quanto la Francia – con comunità agricole nascoste in valli profonde e un manipolo di pastori disseminato in alta montagna. Ogni valle è protetta da un dzong (fortezza), al cui interno si trovano monasteri e templi, che risalgono a secoli fa e che rappresentano magistralmente la commistione tra architettura sofisticata e belle arti.
L’economia del Bhutan, basata sull’agricoltura e sulla vita monastica, era autosufficiente, povera e isolata fino a pochi decenni fa, quando una serie di straordinari monarchi iniziò a guidare il paese verso la modernizzazione tecnologica (strade, energia, sistema sanitario moderno e istruzione), gli scambi commerciali (in particolare con la vicina India) e la democrazia politica. È incredibile la sollecitudine con cui il Bhutan sta affrontando questo processo di cambiamento, e come tutto questo sia guidato dal pensiero buddista. Il Bhutan si sta ponendo la domanda che dovrebbero farsi tutti: come può una modernizzazione economica fondersi con la solidità culturale e il benessere sociale?
In Bhutan, la sfida economica non è la crescita del prodotto interno lordo, ma quella della felicità interna lorda (Fil). Sono andato in Bhutan per comprendere meglio come funziona questo indice. Non c’è una formula, ma, come si confà alla serietà della sfida e alla profonda tradizione bhutanese di meditazione buddista, c’è un processo, attivo e importante, di discussione nazionale. Questo dovrebbe essere d’ispirazione per tutti noi.
Parte del Fil bhutanese ruota, naturalmente, intorno alla soddisfazione dei bisogni primari – migliore assistenza sanitaria, ridotta mortalità materna e infantile, maggiori risultati scolastici e migliori infrastrutture, soprattutto elettricità, acqua e strutture igieniche. Questa attenzione rivolta al miglioramento concreto dei bisogni primari ha senso per un paese con un livello di reddito relativamente basso come il Bhutan.
Tuttavia il Fil va ben oltre una crescita di ampia portata, focalizzata sui poveri. Il Bhutan si sta chiedendo anche come potere combinare crescita economica e sostenibilità ambientale – una questione a cui in parte ha risposto il grande impegno profuso a protezione della vasta area boschiva del paese e della sua straordinaria biodiversità. Si sta chiedendo come poter preservare la tradizionale uguaglianza e promuovere lo straordinario retaggio culturale. E si sta chiedendo come il singolo possa mantenere la propria stabilità psicologica in un’era di rapidi cambiamenti, segnata dall’urbanizzazione e dall’accanimento della comunicazione globale in una società in cui fino a dieci anni fa non c’era la televisione...
Ma sono sempre di più i paesi per cui la riflessione di Thinley (n.a., il primo ministro del Bhutan) sulle fonti basilari del benessere diventa non solo necessaria, ma urgente.
Tutti sanno che l’iperconsumismo in stile americano può destabilizzare le relazioni sociali e portare aggressività, solitudine, avidità ed esaurimento da iperlavoro. Quello che forse non abbiamo compreso è che negli ultimi decenni quelle tendenze hanno subito un’accelerata proprio negli Stati Uniti. Questo potrebbe essere il risultato, tra gli altri motivi, di un incremento e di un accanimento ora incontenibile della pubblicità e delle pubbliche relazioni. La questione su come guidare un’economia per produrre felicità sostenibile – insieme a benessere materiale e salute dei singoli, conservazione dell’ambiente ed elasticità psicologica e culturale – dovrebbe essere affrontata in ogni paese.
Il Bhutan sta facendo molti passi in questa direzione. Sarà in grado di aumentare le esportazioni verso l’India di energia idroelettrica pulita, che deriva dai fiumi, così guadagnando scambi con l’estero in modo sostenibile e in maniera tale da riempire le tasche dello stato per finanziare istruzione, sanità e infrastrutture. Il paese è altresì intenzionato a garantire che i benefici della crescita tocchino tutta la popolazione, a prescindere dalla regione o dal livello di reddito.
Esistono però gravi rischi. Il cambiamento climatico globale minaccia l’ecologia e l’economia del Bhutan. I consigli incauti e dispendiosi da parte di McKinsey e di altre aziende private di consulenza potrebbero contribuire a trasformare il Bhutan in una zona turistica degradata. C’è da sperare che la ricerca del Fil aiuti a sviare il paese da queste tentazioni. Per il Buthan la chiave è considerare il Fil come una ricerca duratura, piuttosto che come una semplice checklist. La tradizione buddista del Bhutan considera la felicità non come un attaccamento a beni e servizi, ma come il risultato di un serio lavoro di riflessione interiore e di compassione verso gli altri.
Il Bhutan ha seriamente intrapreso tale viaggio. Le altre economie del mondo dovrebbero fare lo stesso."
Indubbiamente le considerazioni di Sachs sono piuttosto interessanti. E' certo comunque che quanto si sta facendo o quanto si farà in un paese piccolo come il Bhutan è molto più difficile da realizzare in un paese come gli Stati Uniti. Quindi non può essere preso come un modello da seguire pedissequamente. Nè da quanto avviene nel Bhutan si può trarre la conseguenza che indicatori come il Pil sono da buttare via e da non prendere più in considerazione. Resta valido però un principio fondamentale: non è sufficiente per i paesi sviluppati preoccuparsi esclusivamente della crescita del Pil, dei consumi, occorre perseguire anche il benessere non economico della popolazione, anche perchè, a lungo andare, se tale obiettivo sarà trascurato, potranno determinarsi conseguenze negative anche di natura economica. Certo non è facile muoversi in questa ottica in un periodo in cui la crisi finanziaria internazionale è ancora molto grave e produce danni sullo stesso benessere non economico delle persone. Ma questa ottica non può essere abbandonata e dovrà essere rilanciata soprattutto quando, si spera, la crisi finanziaria internazionale verrà superata.
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26 agosto 2010
In Italia almeno 50.000 le vittime di tratta e sfruttamento
Sono almeno 50.000 le vittime di tratta e sfruttamento in Italia che hanno ricevuto protezione, assistenza e aiuto fra il 2000 e il 2008. Questo è uno dei numerosi dati contenuti nel dossier "Le nuove schiavitù", diffuso da "Save the Children". Sono per lo più nigeriane e ragazze dell'est le vittime della tratta mentre afgani, egiziani e bengalesi sono i minori più a rischio di sfruttamento.
Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia, ha dichiarato a tale proposito:
"Il dato che emerge dal nostro dossier è l’allargamento del bacino di minori sfruttati o potenziali vittime di sfruttamento, mentre la tratta sembra sempre più circoscritta al gruppo delle ragazze nigeriane e dell’est Europa. Nel caso di minori sfruttati o a rischio, parliamo di ragazzi fra i 12 e i 17 anni, soprattutto afgani, egiziani e bengalesi ma anche rumeni. Sono minori stranieri non accompagnati che si lasciano alle spalle situazioni così difficili da essere disposti a tutto pur di non tornare indietro e pur di pagare i trafficanti che li hanno portati qui. Sono ragazzi messi talmente alle strette dalle loro condizioni da accettare di prostituirsi, di lavorare in nero nel settore orto-frutticolo e della ristorazione, di spacciare, chiedere l’elemosina, compiere attività illegali".
Nel dossier si può leggere, tra l'altro: "Sono per lo più ragazze, in gran parte di nazionalità nigeriana e rumena e di età compresa tra i 15 e i 18 anni, le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Italia. In ripresa sono gli arrivi in aereo, il che comporta un debito più elevato da ripagare, mentre su strada si continuano a intercettare le ragazze giunte in Italia via mare, in Sicilia e poi spostatesi sull’intero territorio nazionale, ad esempio a Torino, Milano, Napoli o sulla costa adriatica. Una forte presenza di ragazze nigeriane si registra nell’area di Castelvolturno, dove la loro situazione rimane critica. Le giovani rumene o di altri paesi dell’Est Europa, sono una presenza costante su strada. Molti operatori rilevano ancora la prostituzione indoor, cioè al chiuso, ma più come un’alternativa per evitare che le ragazze siano fermate e multate dalle forze dell’ordine mentre si prostituiscono per strada.
Il coinvolgimento in attività illegali riguarda prevalentemente bambini e adolescenti di ambo i sessi per lo più rumeni ma anche di origine nord-africana, alcuni con non più di 14 anni e quindi non perseguibili penalmente. Reclutati nei paesi di origine o in Italia, vengono costretti a compiere furti e scippi. Nel nord Italia si sta radicando il fenomeno dello sfruttamento di minori senegalesi nello spaccio di stupefacenti. In particolare nella zona torinese è in aumento il numero di ragazzi, dai 14 ai 18 anni, provenienti principalmente dell’area di Louga in Senegal, coinvolti nello spaccio.
Lavoro sottopagato, in nero, nei mercati, nei ristoranti. Vita su strada, perfino prostituzione. I minori egiziani sono un gruppo particolarmente a rischio di sfruttamento perché la necessità di ripagare il debito per il viaggio in Italia li spinge a lavorare a qualsiasi condizione. Per mandarli nel nostro paese le loro famiglie contrattano e pagano mediamente agli smugglers (trafficanti, secondo i minori, appartenenti alla mafia egiziana e italiana) una cifra che va dai 4.700 ai 5.500 euro. Recenti casi seguiti da Save the Children in Sicilia sembrano indicare un incremento della cifra fino a 8.000 euro. Tale cifra garantisce l’arrivo nel nostro paese attraverso la Sicilia, mentre per ulteriori spostamenti interni, fino al luogo finale di destinazione, pare che i minori debbano pagare una cifra aggiuntiva di circa 200 euro. I minori bengalesi vengono ospitati in abitazioni di connazionali, pagando 250 euro al mese per il posto letto. È possibile che i minori coprano il costo dell’ospitalità lavorando come venditori ambulanti di collanine, giocattoli, ombrelli ecc., per conto di chi ha in affitto la casa. Si teme, inoltre, che i minori bengalesi paghino la consulenza sulle procedure da seguire per ottenere il permesso di soggiorno in Italia nonché per ottenere documenti che attestino la loro identità.
Per quanto riguarda i minori afgani, è nel loro lunghissimo e pericolosissimo viaggio che si annidano esperienze e rischi di sfruttamento: vita su strada, lavori pericolosi, affidamento alla rete di trafficanti. L’Italia costituisce, nel progetto migratorio dei ragazzi afgani, più un paese di transito verso il Nord Europa che di destinazione: si stima che per arrivare illegalmente in Norvegia dall’Italia il costo sia di 2.500 euro. Il pagamento avviene ad ogni tratta - paese o frontiera che si attraversa - del lungo viaggio che conduce questi ragazzi via dall’Afghanistan. Per procurarsi i soldi necessari i minori afgani solitamente si affidano ai genitori o a parenti che pagano i trafficanti con il sistema della hawala (il trasferimento del denaro avviene al di fuori del sistema bancario, sulla base di una rete di dealer e sulla fiducia). I problemi cominciano quando le famiglie non hanno più i soldi e il ragazzo è a metà del viaggio. Si ritrova così alla mercé del trafficante che oltre ad avere il controllo sui suoi movimenti, può costringerlo a lavorare per saldare il debito contratto e non saldato dai genitori."
Che cosa si deve fare secondo Save the Children? "Per aiutare e proteggere chi è vittima di tratta bisogna identificarlo tempestivamente", spiega Valerio Neri. "E’ fondamentale che gli operatori, le forze dell’ordine, i magistrati e tutti coloro che a vario titolo e in vari momenti – in frontiera, nei porti, sulle strade delle nostre città, nei mercati, nelle campagne – entrano in contatto con le potenziali vittime, abbiano le competenze e un’adeguata formazione per identificarle e conseguentemente inserirle in progetti di protezione".
Save the Children, insieme ai partners del progetto AGIRE, quali il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ha redatto un manuale per l’identificazione delle vittime di tratta e sfruttamento, utilizzato in seminari formativi in varie città italiane: il prossimo seminario è in programma in autunno a Roma, per la Polizia di Stato.
"E’ poi necessario potenziare il sistema nazionale antitratta e sfruttamento, dotandolo di adeguati finanziamenti. I tagli che alcune amministrazioni locali stanno operando su servizi quali le unità di strada, non vanno purtroppo in questa direzione", conclude Valerio Neri.
La presenza in Italia di numerosi minori stranieri vittime di tratta e sfruttamento è nota da tempo. Fa bene comunque Save the Children a denunciarla ancora una volta, anche perchè il fenomeno, senza alcun dubbio, non viene contrastato in modo adeguato. Certo le autorità di governo, a livello nazionale e locale, dovrebbero fare di più. Sarebbe opportuno però che vi fosse anche una maggiore attenzione da parte di tutti noi. E a me non sembra che, generalmente, vi sia una sufficiente attenzione da parte nostra nei confronti di questo fenomeno. Come, in molti altri casi, prevale il disinteresse.
| inviato da paoloborrello il 26/8/2010 alle 7:56 | |
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23 agosto 2010
Le violenze subìte dai bambini di Kony
In Africa sono frequenti le violenze nei confronti dei bambini, ma non per questo è possibile abituarsi ad esse. E pertanto tali violenze vanno denunciate, sempre. Come quelle perseguite da Joseph Kony, il comandante del Lord's Resistance Army, che semina il panico in Congo e nella Repubblica Centrafricana. Ad essere i più colpiti sono i bambini e le bambine: i primi sono impiegati nella lotta armata, le seconde diventano schiave del sesso nelle alcove dello stato maggiore del Lra. E i più deboli vengono ammazzati come bestie a colpi di bastone.
Ne riferisce Nicola Sessa in un articolo pubblicato da "Peacereporter":
"Si abbattono sui villaggi come un flagello; come uno sciame di locuste divorano e saccheggiano tutto ciò che può servire a soddisfare i loro istinti. Solo che, dopo il passaggio delle orde del Lord's Resistance Army (Lra) guidati dal messianico comandante Joseph Kony, a sparire dalle case messe a ferro e fuoco non sono soltanto le provvigioni, ma anche qualcosa di molto più prezioso: bambini e bambine. I primi impiegati nella lotta armata, le seconde come schiave del sesso nelle alcove dello stato maggiore del Lra. Joseph Kony, l'uomo che vorrebbe rovesciare il potere del presidente Museveni, ha in mente di instaurare a Kampala un governo teocratico regolato dai Dieci Comandamenti della Bibbia. Per far ciò deve rientrare in Uganda (dopo che l'esercito ugandese lo ha respinto fuori dai confini nel 2005) e rimpinguare le fila del suo esercito. Kony non ha scrupoli, procede nella sua campagna di arruolamento in maniera sistematica e spietata: arriva in un villaggio, lo saccheggia, lo rade al suolo, rapisce gli uomini e i bambini più in salute per usarli come soldati, le bambine come schiave e come concubine. I più deboli vengono ammazzati come bestie a colpi di bastone (i proiettili sono troppo preziosi per essere usati contro vittime inermi). Spesso, come esecutori di queste stragi vengono scelti proprio i bambini che sono costretti a uccidere i propri genitori, gli amici, i vicini di casa. Negli ultimi diciotto mesi, denuncia Human Right Watch (Hrw), gli uomini di Kony hanno effettuato 697 rapimenti (tra cui circa 250 bambini di età inferiore o poco superiore ai dieci anni) hanno ucciso 255 civili e provocato fughe di masse dai villaggi colpiti dalle devastazioni del Lra. Operano in Uganda, in Sudan, in Repubblica Centrafricana ma l'area più colpita dalle incursioni di Kony è la provincia nordorientale del Congo (Drc) Bas Uele. The Enough Project (Enough), un'organizzazione non governativa che lotta per la prevenzione dei genocidi e dei crimini di guerra, ha documentato (in un periodo monitorato tra l'aprile del 2009 e il maggio del 2010) cinquantuno attacchi separati nel Bas Uele, 105 morti, 570 rapimenti (tra cui quelli di 52 bambini), 58 mila profughi interni.
Questa nuova ondata di violenza, che secondo Hrw ed Enough viene ignorata dal main streaming e dai governi occidentali, ha innalzato un nuovo fronte polemico (dopo quanto successo l'anno scorso nel Kivu) nei confronti delle Nazioni Unite e della loro missione in Congo (Monuc): dove sono i 19.000 caschi blu che dovrebbero proteggere la popolazione da queste violenze? In tutta la provincia di Bas Uele, infatti, il Monuc ha una sola base, quella di Dingile.
Mentre Hrw ed Enough lanciano l'allarme e invocano l'intervento di Stati Uniti, Onu e governi regionali per fermare la follia di Kony, pare che la sopravvivenza del Lord's Resistance Army sia utile a troppi giochi e ricatti politici: l'opposizione accusa il presidente Museveni, il presidente di ferro dell'Uganda, di non fare nulla per fermare Kony perché quest'ultimo costituisce un ottimo movente per condurre politiche repressive nei confronti della popolazione; le autorità del Sud Sudan accusano Khartoum di sponsorizzare e finanziare le truppe di Kony nel territorio sud sudanese per destabilizzare la regione. Il 24 maggio scorso il Congresso degli Stati Uniti ha approvato, e il presidente Obama ha firmato, l'Lra Disarmament and Northen Uganda Recovery Act, una legge che darebbe mandato al presidente Obama, di concerto con i governi regionali, a fermare i crimini del Lra e a ricostruire la società civile nel nord dell'Uganda. Ad oggi, però, nessun passo è stato fatto in questa direzione. Hrw continua a chiedere che vengano spiccati dei mandati di cattura per crimini di guerra nei confronti dello stato maggiore del Lra, i villaggi del Bas Uele continuano a vivere nel terrore e i bambini convertiti in soldati continuano ad essere sottoposti ai crudeli cerimoniali d'iniziazione che li trasformano negli assassini di chi li ha messi al mondo".
E noi che facciamo? Ci occupiamo della appassionante "disfida" tra finiani e berlusconiani, della famiglia Tulliani e di quando si fa vivo in spiaggia Gianfranco Fini, ad Ansedonia...
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20 agosto 2010
Nei Paesi in via di sviluppo cresce il consumo di droga
E' stato recentemente pubblicato il rapporto mondiale sulla droga 2010 dell'Onudc, l'ufficio dell'Onu per la lotta alla droga e al crimine, che utilizza dati relativi al 2009. Queste le conclusioni principali:
- l'incremento maggiore nel consumo di droga si è verificato per la prima volta nei Paesi in via di sviluppo - i prodotti sintetici conquistano il mercato della droga scalzando l'utilizzo degli stupefacenti tradizionali come cocaina ed eroina - le droghe con maggiori ripercussioni nel traffico internazionale sono l'eroina, la cocaina e le anfetamine stimolanti, mentre la cannabis generalmente è prodotta e consumata nello stesso luogo - il "record" mondiale nel consumo di eroina spetta alla Russia
Delle princpali conclusioni del rapporto ne riferisce Marina Castellaneta in un articolo pubblicato da "Il Sole 24 ore":
"...Le persone che nel mondo utilizzano droghe sintetiche, come le anfetamine, oscillano tra 30 e 40 milioni, in netto aumento rispetto al passato. Ciò porta al prossimo superamento dei consumatori di oppiacei e cocaina. Le nuove droghe, prodotte a basso costo dalla criminalità organizzata, fanno incassare guadagni record ma presentano pochi rischi per i cartelli della droga. Il prezzo è tenuto basso anche per incentivarne l'uso, specie nelle fasce più deboli. Senza dimenticare - come precisa il rapporto - che gli strumenti di controllo e di reazione per rintracciare questi nuovi prodotti non sono rapidi. Anche perchè le droghe sintetiche sono prodotte in luoghi vicini a quelli dello spaccio e le materie prime per la produzione sono facilmente reperibili...
Il primato di produzione spetta alla cannabis, usata in tutto il mondo. C'è però una novità: il suo uso è inftti in calo in alcuni Paesi come Stati Uniti, ma si sono aperti nuovi mercati, specie nel Terzo mondo... Scenario analogo per le altre droghe: boom del consumo di eroina in Africa, specie orientale. Aumenta l'utilizzo di cocaina in Africa occidentale e in Sud America, il ricorso a droghe sintetiche nel Medio Oriente e nel Sud-est asiatico. Tasselli che compongono un unico quadro: la criminalità è riuscita a conquistare nuovi mercati, colpendo iPaesi più poveri del mondo...
Diminuisce invece la produzione di oppio in Afghanistan. La coltivazione è scesa del 22% nell'ultimo biennio... Diminuzione anche per la coltivazione di coca, specie in Colombia, che è scesa del 28% negli ultimi 10 anni e del 5% rispetto al 2008: il numero più alto di consumatori è negli Stati Uniti, seguito dall'Europa. La piazza più redditizia per i trafficanti è la Gran Bretagna, tallonata da Spagna, Italia e Germania. L'Italia è uno dei pochi mercati europei in cui la criminalità organizzata locale è legata ai cartelli messicani...
Per quanto concerne l'eroina è l'Europa a registrare le novità più rilevanti
Lo rileva Paolo Migliavacca, in un articolo sempre pubblicato da "Il Sole 24 ore":
"...A fronte di un ulteriore calo globale, è in Russia che si registra un ulteriore balzo, riempiendo di panico i dirigenti del Cremlino. Velenosa eredità dell'invasione sovietica dell'Afghanistan (molti reduci dell'Armata Rossa tornarono tossicodipendenti sia per lo stress di un decennio diguerra durissima sia per la facilità di reperire la "materia prima"), la Russia si ritrova con circa 1,5 milioni di eroinomani su 140 milioni di abitanti. Un'enormità rispetto agli 1,6 milioni della Ue (su 501 milioni di abitanti) e gli 1,5 degli Usa (su 310 milioni). E con un esito tragico nel 2009: almeno 30.000 vittime dirette e forse altre 100.000 causate da complicazioni...".
Molti sono i dati interessanti contenuti nel rapporto dell'Unodc. Onestamente quelli che mi hanno impressionato di più sono stati i dati riguardanti i Paesi in via di sviluppo, nei quali le condizioni di vita, è noto, sono già di per sè molto difficili e ora si registra un aumento molto consistente nel consumo di droghe che, ovviamente, peggiora ulteriormente quelle condizioni. Spesso, storicamente, i Paesi in via di sviluppo hanno seguito i comportamenti prevalenti nei Paesi sviluppati, in vari settori. Speriamo che questo non avvenga per quanto concerne il consumo di droghe e che quindi la notevole crescita registrata nel 2009 subisca, negli anni successivi, quanto meno un'attenuazione. I Paesi in via di sviluppo, nel loro impegno per il miglioramento delle condizioni di vita delle loro popolazioni, dovrebbero avere come riferimento solo i modelli positivi determinatisi nei Paesi sviluppati e non quelli negativi. Ma il condizionale è proprio d'obbligo...
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17 agosto 2010
Fosse comuni e forni crematori in Colombia
Ormai è possibile affermare con certezza che, durante la presidenza di Uribe, in Colombia, le uccisioni, anche di civili, siano state ben più numerose di quanto si credeva fino ad ora. Nel corso della visita di una delegazione di sei eurodeputati è stata infatti accertata l'esistenza di almeno una fossa comune. Molti contadini hanno dichiarato che ne esistevano altre. I magistrati hanno raccolto la testimonianza di un paramilitare riguardo all'uso frequente di forni crematori.
Ne riferisce Stella Spinelli in un articolo pubblicato da "Peacereporter":
"Una delegazione europea, con sei eurodeputati, ha certificato durante un sopralluogo pubblico a La Macarena, dipartimento centrale del Meta, culla dei Falsos Positivos, l'esistenza di una fossa comune contenente circa duemila cadaveri. A guidarla, il sacerdote gesuita Javier Giraldo, figura d'eccezione nella lotta per i diritti umani in Colombia, rappresentante del Centro di indagine ed educazione popolare (Cinep), fondazione no profit da sempre impegnata nella denuncia dei crimini di Stato e dei soprusi paramilitari. Che ha spiegato come tortura e omicidio generalizzato siano i tragici comun denominatori della normalità colombiana, anticipando come il prossimo settembre saranno presentati altri casi documentati di sparizioni forzate e omicidi in altre regioni del paese.
In una atmosfera surreale, i delegati europei hanno ascoltato, attoniti, le tragiche testimonianze dei sopravvissuti, contadini stroncati da fatica e terrore, che hanno finalmente deciso di rompere il silenzio denunciando come l'esercito colombiano usasse gli elicotteri per gettare nelle fosse i corpi di civili massacrati e spacciati per guerriglieri, con l'intento di ottenere qualche licenza speciale. Erano in tanti, circa 800, i campesinos, venuti da tutte le regioni in cui l'esercito ha agito indisturbato, ingannando, illudendo e ammazzando, a sangue freddo...
E quanto questo complotto fosse fondato sul sangue e l'orrore emerge unendo come in grandi puzzles testimonianze e ricordi appartenenti a una parte e all'altra della barricata. L'ultima testimonianza shock in ordine di tempo è quella che ha rilasciato il paramilitare Iván Laverde Zapata, che davanti ai magistrati ha raccontato che per smaltire il numero impressionante di cadaveri che facevano a destra e a manca, cadaveri insostenibili perché avrebbero gonfiato in maniera inspiegabile le statistiche ufficiali, hanno funzionato per anni veri e propri forni crematori. Una maniera sbrigativa e pulita per far sparire le tracce di mattanze inenarrabili contro il popolo. Una pratica barbara, che ha subìto un'impennata proprio durante i due mandati di Uribe e della sua sicurezza democratica. Non solo. Zapata ha spiegato come in Antioquia, mentre Uribe era governatore, molti cadaveri venisero fatti sparire anche nel fiume Cauca. Stessa pratica anche nel dipartimento di Santander. Mentre altrove, si ricorreva a pratiche da macelleria: cadaveri fatti a pezzi e nascosti in varie fosse comuni, di cui La Macarena ne è eclatante esempio.
Questa è una parte della testimonianza del paramilitare: 'Ci sono molti morti che non sono stati ritrovati perché qui nelle vicinanze di Medellín, ad un'ora, si trovavano dei forni crematori. Molta gente è stata bruciata. Io ho assistito a questi fatti [...]. Tra il 1995 ed il 1997 le vittime venivano buttate nel Cauca, dopo aver aperto i corpi e averli riempiti di pietre [...], avendo l'ordine di far scomparire le vittime, è sorta l'idea dei forni crematori [...]. Dell'installazione del forno si è occupato Daniel Mejía, era delle Auc e della Oficina de envigado. Il forno lo faceva funzionare un tale detto Funeraria, credo si chiamasse Ricardo, mentre due signori si occupavano della manutenzione delle griglie e delle ciminiere, perché si ostruivano col grasso umano [...]. Portavamo al forno tra le 10 e le 20 vittime a settimana, vive o morte, e c'era un procedimento preciso da seguire: quando arrivavamo bisognava suonare e ci dicevano ‘Questa spazzatura portatela giù', allora andavamo dentro e le portavamo in sacchi di plastica per non sporcare di sangue. Dopo aver dissanguato il cadavere, ci chiedevano: ‘Chi lo manda questo?'. Avevano una cartella in cui annotavano tutto. Noi entravamo e dovevamo aspettare le ceneri... poi si mostravano a Daniel e si buttavano al fiume o dove ci dicevano. Il forno fu inaugurato gettandovi dentro una persona viva, perché aveva rubato dei soldi'."
Che le forze militari e paramilitari colombiane fossero responsabili di molte uccisioni e di molte violenze era noto. Sapere che ci sono state anche fosse comuni e forni crematori rende, oggettivamente, ancora più inaccettabile il loro comportamento che non può, peraltro, essere giustificato affatto dalla presenza pluriennale di guerriglieri, come gli aderenti alle Farc, i quali certo non ci sono andati "per il sottile" con le loro azioni. L'auspicio è che il governo del nuovo presidente Santos, il successore di Uribe, cambi radicalmente il proprio modo di comportarsi. Non è molto probabile perchè Santos era ministro della Difesa sotto la presidenza di Uribe ed è possibile che continui sulla strada perseguita dal presidente uscente. Non devono trarre in inganno quindi i migliori rapporti instaurati tra Santos e Chavez, il presidente del Venezuela. Pertanto l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale e dei governi dei paesi più importanti del nostro pianeta, nei confronti di quanto avverrà in Colombia, non dovrà attenuarsi, anche se occorre riconoscere che nemmeno nel corso della presidenza Uribe tale attenzione fu quella necessaria, tutt'altro. Per quello che vale, vi assicuro comunque che la mia attenzione non si ridurrà.
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10 agosto 2010
Ferragosto in carcere
Ferragosto in carcere. Una precisazione innanzitutto: non mi riferisco a Dell'Utri, Scajola, Cosentino, Berlusconi e altri. O meglio mi riferisco indirettamente anche a loro ma, più in generale, a tutti i parlamentari e non per auspicare che vi restino in carcere, ma per invitarli a visitare le carceri italiane proprio nel giorno di ferragosto.
L'invito ai parlamentari è in realtà dei radicali, come scrive, in un articolo pubblicato da "Articolo 21", Daniela de Robert. Si tenta cioè di ripetere anche quest'anno quanto avvenuto nel 2009, quando 165 parlamentari, nell'arco di tre giorni, visitarono le carceri italiane.
Leggiamo quanto successo un anno fa:
"Hanno varcato il portone blindato, hanno superato i cancelli che separano la società libera da quella prigioniera, hanno visto le celle dove si vive in spazi insufficienti e spesso indecenti e dove si muore appesi alle sbarre delle finestre, le docce comuni spesso senza acqua calda, i cortili di cemento armato dove si trascorrono le cosiddette ore d’aria, hanno sentito i rumori e gli odori, hanno percorso i lunghi corridoi. Qualcuno sarà anche entrato nelle sezione nido dove vivono reclusi con le loro madri decine di bambini dagli zero ai tre anni, detenuti anche loro. Bambini che non hanno mai visto una casa, un albero, un negozio, un cane, un parco, una cucina. E poi hanno ascoltato le parole, i silenzi, le richieste, gli appelli delle donne e degli uomini detenuti. Li hanno guardati negli occhi. Certamente i centosessantacinque deputati che hanno trascorso qualche ora del loro ferragosto dietro le sbarre difficilmente potranno parlare di carceri a cinque stelle. Le stelle in carcere non si vedono, neanche quelle del cielo notturno almeno per chi – come tanti – ha ancora le finestre a bocca di lupo per limitare anche la libertà dello sguardo. Forse qualcosa sarà cambiato nella loro percezione della realtà del mondo prigioniero e forse questo inciderà anche nelle scelte politiche. Forse. Finora quel che è certo è che i cambiamenti nel mondo penitenziario sono stati solo in peggio. Ci stiamo avvicinando alla soglia dei settantamila detenuti, ma gli spazi restano gli stessi, quelli costruiti e pensati per quarantaduemila persone. Il piano carcere sembra ormai un battuta di cattivo gusto. La galera è diventata la risposta – spesso l’unica – ai problemi sociali: tossicodipendenza, immigrazione, povertà, disagio psichico. Le misure alternative vengono date con il contagocce. Il personale è insufficiente, non solo la polizia penitenziaria, ma anche gli educatori che dovrebbero costruire insieme al detenuto percorsi di reinserimento, gli psicologi, gli assistenti sociali. Mancano gli spazi per le attività comuni, trasformate in cameroni dove si convive in nove o quindici persone.
Il 2010 è stato già segnato da un’altra visita di parlamentari negli istituti di pena, quella dei senatori della Commissione di inchiesta sulla sanità presieduta da Ignazio Marino. A sorpresa sono andati nei sei Ospedali psichiatrici giudiziari della penisola. 'Un viaggio tra gli ultimi degli ultimi' ha detto Marino. Un viaggio nell’inferno in cui vivono millecinquecento persone in strutture che niente hanno da invidiare ai vecchi manicomi, chiusi ormai da decenni grazie alla legge Basaglia: letti di contenzione, umidità, vetri rotti, persone nude in mezzo alla sporcizia. Tutte tranne una, quella di Castiglione delle Stiviere. E poi c’è l’ergastolo bianco, quel meccanismo micidiale delle misure di sicurezza che, di proroga in proroga, trasforma condanne brevi in pene a vita, come è successo a un uomo di Secondigliano entrato nell’OPG per essersi vestito da donna davanti a una scuola elementare venticinque anni fa che ancora adesso è lì rinchiuso. Un destino che lo accomuna al quaranta per cento delle persone internate. Non sappiamo quanti parlamentari aderiranno all’iniziativa. Sappiamo quanti sono i detenuti e sappiamo anche che continueranno ad aumentare. Qualcuno di loro a Ferragosto potrà parlare con i senatori e gli onorevoli, qualcuno no. È morto prima: centocinque persone nel 2010: per malattia, per 'cause da accertare', per suicidio. Anche loro andrebbero ascoltati, la loro morte dice più di tante parole."
Io vorrei soffermarmi solo su un punto: credo che effettivamente il modo in cui vengono trattati i carcerati sia un indicatore del grado di civiltà che contraddistingue un determinato paese. E ribadisco un'ovvietà che però di questi tempi non lo è poi tanto: rilevare la necessità che le condizioni di vita nelle carceri debbano migliorare considerevolmente non significa sottovalutare il problema della sicurezza, non pretendere che le condanne quando dovute siano anche molto pesanti e che vengano effettivamente scontate dai condannati. Significa semplicemente rispettare quanto previsto dalla Costituzione ed inoltre rilevare che il rispetto della dignità delle persone è uno dei principi basilari, o meglio dovrebbe esserlo, delle società moderne. Altrimenti dobbiamo ammettere che vogliamo ritornare indietro nel tempo, al Medioevo per esempio. Lo vogliamo veramente?
carceri
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| inviato da paoloborrello il 10/8/2010 alle 19:50 | |
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8 agosto 2010
Lo Stato non aiuta i bambini autistici
Le vere storie dei bambini autistici, almeno in Italia, sono molto diverse da quelle che vengono raccontate nei film, che molto spesso trattano l'autismo come un fenomeno geniale e molto interessante. La realtà italiana non corrisponde affatto a quella descritta nei film.
Lo si percepisce chiaramente leggendo un articolo, pubblicato dal mensile dell'associazione Luca Coscioni ( www.lucacoscioni.it), Agenda Coscioni, scritto dal padre di Valerio, un bambino autistico.
"Mio figlio nasce nel 2004, un bellissimo bambino che la sorellina, di un anno più grande, chiama Tatà. Nasce apparentemente 'normale' e ne siamo convinti per un paio d’anni. Poi affiorano i primi sintomi, ma che possono ancora essere confusi con altri 'ritardi' o associati ad altri 'disturbi', meno gravi. Iniziamo a cercare con insistenza il suo sguardo mentre sistematicamente ci evita; lo chiamiamo ripetutamente e non ci ascolta. Emergono più nitidamente le stereotipie. Aleggia lo spettro e poi arriva la diagnosi: Disturbo Generalizzato dello Sviluppo Non Altrimenti Specificato. Il mondo di noi genitori è fatto di speranze, delusioni, fatiche, investimenti e arrabbiature. Cercavamo di immaginare il futuro di Tatà. Con il tempo ci rendemmo conto che nessuno ci poteva dare delle risposte.
Le persone con autismo sembrano richiedere, soprattutto a noi genitori, un’abilità speciale: quella di saper convivere con una diversità diversa, tante fatiche per poi non riuscire a condividere nulla, costretti ad interpretare i suoi stati d’animo o i suoi malesseri dall’espressione o dal comportamento. Per proprietà transitiva anche noi genitori diventiamo autistici: ci isoliamo nel nostro dolore, ma spesso anche per l’oltraggio degli sguardi delle famiglie 'normali'. Qual è lo sguardo giusto su questa sofferenza? Se non usciamo fuori dalla trappola del 'meno disturba meglio è' non riusciremo mai a far rispettare i diritti dei nostri figli. Siamo spinti ad accontentarci ad accettare quel poco che lo Stato ci concede come un’elemosina. Ma proprio questo mi fa pensare che non c’è umanità se gli spazi entro i quali l’umanità si esprime sono spazi che escludono, che non comprendono e non contemplano l’esistenza di persone speciali.
Le famiglie sono lasciate sole davanti alla diagnosi e, secondo le loro attitudini e capacità, si muovono di conseguenza. Tra queste, naturalmente, c’è chi cerca il miracolo e trova chi è pronto a venderlo: strane diete, integratori alimentari miracolosi, cure di chelazione da mercurio, camera iperbarica…
Un handicap come l’autismo deve essere seguito correttamente e non considerato solo 'grave'. Grave, invece, è l’assenza dei servizi pubblici, la mancanza di competenza e d’interventi idonei a migliorare le condizioni di vita di chi ne è colpito!
È determinante una diagnosi puntuale elaborata da specialisti competenti e interventi riabilitativi intensivi e precoci, specifici e di provata efficacia che devono divenire servizio pubblico, sostenuti con coerenza e continuità dal nostro Sistema Sanitario Nazionale e non lasciati a carico delle famiglie, come avviene nella maggior parte dei casi. La qualità dell’assistenza non può essere misurata sulle due ore a settimana di riabilitazione, ma sulla capacità che abbiamo di estendere l’intervento riabilitativo a scuola, con personale preparato motivato. È importante permettere ai bambini autistici di svolgere delle attività con gli altri bambini, di essere educati all’interno della scuola degli 'altri' bambini, essere educati senza essere segregati nella scuola di 'tutti'. A noi genitori va riconosciuto il diritto, nei confronti della scuola, della sanità e del servizio sociale, di essere partner informati e collaboranti del processo d’intervento, il diritto a far valere, anche per i nostri figli, l’evidenza di un apprendimento e di un intervento ri-abilitativo.
Sempre più spesso sentiamo parlare di: centralità della famiglia, centralità della persona, integrazione, presa in carico, continuità. Poi torno a casa, guardo mio figlio e mi chiedo se questa è la realtà che sto sperimentando. Sicuramente no. In Italia ci sono 360.000 soggetti autistici e 360.000 famiglie che pagano da sole le terapie riabilitative dei loro figli. I bambini autistici, come tutti i bambini malati, hanno diritto alla miglior cura oggi esistente, e le loro famiglie al giusto sostegno e assistenza."
I contenuti dell'articolo sono molto chiari. E' difficile ed inutile aggiungere altro. Una sola considerazione: quanto è lontana la realtà descritta dal padre di Valerio da tutto ciò che si muove intorno e all'interno del mondo politico italiano. E' una considerazione qualunquistica? E va bene, con queste ultime righe voglio essere proprio un qualunquista...
famiglia
stato
autismo
| inviato da paoloborrello il 8/8/2010 alle 19:4 | |
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