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26 marzo 2017

Movimento 5 Stelle, nonostante gli errori aumentano i consensi. Perchè?

La gran parte dei sondaggi elettorali attribuiscono al Movimento 5 Stelle, negli ultimi periodi, una crescita dei consensi, fino a considerarlo il primo partito in Italia, soprattutto dopo la scissione avvenuta nel Pd. E questa crescita dei consensi si sarebbe verificata nonostante gli errori, i problemi, che hanno caratterizzato, recentemente, l’azione di molti esponenti del Movimento 5 Stelle. Come mai non si è manifestata invece una riduzione dei consensi?

E’ bene ricordare, innanzitutto, che non sempre i sondaggi, in passato, in Italia, si sono dimostrati corrispondenti ai risultati delle diverse elezioni o referendum.

Ma, questa volta, credo che tale tendenza all’aumento dei consensi rivolti al Movimento 5 Stelle, nonostante tutto, sia realistica.

E quali sono i motivi alla base di quella tendenza?

In primo luogo, il comportamento degli altri partiti, soprattutto del Pd, che, oggettivamente, va considerato il principale avversario del Movimento.

Gli altri partiti, in primo luogo appunto il Pd, non hanno dimostrato di volersi rinnovare davvero, di voler rinnovare realmente la politica italiana, di perseguire anche l’interesse generale, di affrontare efficacemente i principali problemi dell’Italia.

E poiché da tempo, fra gli italiani, è sempre più diffusa una notevole sfiducia nella politica che, oltre a provocare un aumento dell’astensionismo, ha determinato i successi elettorali del Movimento 5 stelle, ritenuto l’unico partito in grado di rinnovare la politica italiana, nonostante i problemi di questo Movimento, considerando appunto che gli altri partiti hanno continuato a comportarsi come in passato, il Movimento 5 Stelle è rimasto, per molti elettori, l’unica alternativa, quanto meno per quelli più sfiduciati nei confronti della politica e più colpiti dalla crisi economica e sociale che si manifesta ancora nel nostro Paese.

Un motivo, però di secondaria importanza, è rappresentato, a mio avviso, dal fatto, che la maggior parte degli elettori compiono le loro scelte in base ai comportamenti, alle scelte, e alle promesse, dei diversi partiti, più evidenti, più comprensibili, e considerano più importanti i problemi che li colpiscono direttamente (ad esempio la mancanza di sicurezza, la disoccupazione).

Questa situazione, peraltro, si è sempre verificata, anche in passato.

Inoltre solo una minoranza degli elettori sono informati, in modo approfondito, di quanto avviene nel sistema politico e in quello economico.

D’altra parte non sempre i partiti riescono a comprendere fino in fondo gli orientamenti degli elettori, i problemi da loro ritenuti di maggiore rilievo. Lo stesso avviene per i mass media, soprattutto per i giornali tradizionali.

E quindi sono stati trascurati da molti elettori alcuni errori del Movimento 5 Stelle come, ad esempio, l’iniziale decisione dei loro parlamentari europei di aderire al gruppo dei liberali.

Poi, i partiti tradizionali hanno dimostrato, spesso, di non essere più in sintonia con le esigenze, i problemi, di una parte consistente degli elettori, di non riuscire più nemmeno a comprendere tali esigenze e tali problemi.

Peraltro questa situazione si è manifestata anche in altri Paesi. L’esempio più singificativo è stata la vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali americane. Trump è stato ampiamente sottovalutato dal Partito Democratico e dai più “influenti” mass media.

Quindi se gli altri partiti, di nuovo soprattutto il Pd, vorranno contrastare efficacemente la crescita dei consensi del Movimento 5 Stelle, dovranno davvero rinnovarsi, dovranno riuscire a comprendere molto meglio le esigenze, i problemi, della maggioranza degli elettori.

Lo vorranno fare? Saranno in grado di farlo?

A me sembra difficile che ciò avvenga, nel breve periodo.

E, considerando le probabili caratteristiche della legge elettorale e la volontà del Movimento 5 Stelle di non allearsi con nessun altro partito, è possibile che, in seguito alle elezioni politiche, che è ormai quasi certo che si terranno nel 2018, non si riesca a dare vita ad un governo, con tutte le notevoli conseguenze negative che ciò comporterebbe, soprattutto a livello economico.




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26 marzo 2017

Primarie del Pd, probabile una scarsa partecipazione

Il 30 aprile si terranno le primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd. I candidati saranno Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. E’ più che probabile che la partecipazione degli elettori del Pd sarà sensibilmente inferiore rispetto a quanto avvenuto in occasione delle precedenti primarie.

Alle primarie che furono vinte da Matteo Renzi parteciparono circa 2.800.000 elettori. Io credo che il numero di coloro che il prossimo 30 aprile voteranno per uno dei tre candidati sarà considerevolmente più basso.

Ritengo che i partecipanti non saranno più di un milione o di un milione e mezzo.

Devo ammettere che anche io, che oltre ad essere un elettore del Pd sono iscritto a questo partito, non so se mi recherò a votare.

Ma a parte le considerazioni che sono alla base della mia incertezza, vorrei occuparmi dei motivi che potrebbero, in generale, determinare la scarsa partecipazione che ho già evidenziato come più che probabile.

Innanzitutto i tre candidati risultano essere, per molti, inadeguati a svolgere l’incarico di segretario del Pd.

Renzi è stato sonoramente sconfitto dalla schiacciante vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre e non ha, almeno pubblicamente, analizzato approfonditamente le cause che hanno determinato quella sconfitta.

E non ha nemmeno elaborato un progetto credibile di rinnovamento del Pd, necessario sia per accrescere i consensi nei confronti di quel partito sia – e questo è molto più importante – per affrontare i notevoli problemi che contraddistinguono attualmente l’Italia.

Neanche Orlando ed Emiliano hanno presentato un progetto di rinnovamento del Pd che avesse quelle caratteristiche, a mio avviso indispensabili.

Inoltre la partecipazione alle primarie potrebbe essere piuttosto limitata anche perché il Pd, nelle sue diverse articolazioni, sia nel governo nazionale che nel governo degli enti locali, generalmente – ci sono però delle eccezioni soprattutto a livello locale che non vanno trascurate – non ha dimostrato di essere in grado di attuare quel processo di profondo cambiamento della politica, ritenuto indispensabile da molti italiani, né di fornire risposte adeguate ai principali problemi del nostro Paese.

Quindi la fiducia nel Pd è andata via via riducendosi e potrebbe avere come esito appunto la scarsa partecipazione alle primarie.

Del resto queste caratteristiche del Pd sono alla base del consistente numero di coloro che si astengono nelle diverse elezioni e del notevole consenso che continua a riscuotere il Movimento 5 Stelle, nonostante i numerosi errori compiuti negli ultimi periodi.

E una scarsa partecipazione alle primarie del prossimo 30 aprile non sarebbe solamente un problema per il Pd.

Infatti sarebbe la dimostrazione dell’aumento della sfiducia fra i cittadini italiani nei confronti di strumenti democratici importanti come le primarie, che potrebbe poi trasformarsi in un aumento dell’astensionismo in occasione delle elezioni politiche che si terranno nel 2018.

E tutto ciò non sarebbe per nulla un fatto positivo.




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19 marzo 2017

Il 21 marzo a Locri la giornata della memoria delle vittime delle mafie

Si svolgerà a Locri il 21 marzo e in contemporanea in 4.000 luoghi in tutta Italia la XXII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico, in collaborazione con la Rai Responsabilità Sociale, Conferenza Episcopale Calabra e con il patrocinio del Comune di Locri e sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.

Il tema della giornata, “Luoghi di speranza e testimoni di bellezza”, richiama proprio l’importanza di saldare la cura dell’ambiente e dei territori con l’impegno per la dignità e la libertà delle persone. Esercitando al contempo le nostre responsabilità di persone, di cittadini, di abitanti – ospiti e custodi – della Terra.

Perché è stata scelta Locri?

La risposta la si può ottenere leggendo una parte di un comunicato emesso da Libera.

“Locri, come piazza principale, per stare vicino a chi – in Calabria , come in altre regioni – non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere.

Per la forza e l’attualità della ‘ndrangheta, che oggi è l’organizzazione criminale più attiva. Ed è la più forte non solo per il numero degli affiliati, ma anche per il consenso che riesce ad avere in molti strati sociali. È l’organizzazione criminale italiana più diffusa nel mondo e quella che meglio può riciclare all’estero i profitti illeciti.

Perché Libera, che a quella terra è particolarmente legata, vuole testimoniare e valorizzare il positivo di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone.

Una edizione quest’anno, importante , perché lo scorso 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

La lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie e i tanti momenti di ricordo e approfondimento, nello stesso giorno, alla stessa ora unirà Locri con i 4.000 luoghi in tutta Italia e in Europa e in America Latina.

Un 21 marzo diffuso su tutto territorio nazionale, da Verbania a Olbia , attraversando Rimini, Prato, Ostia, Napoli, Bari, Trapani.

E che supera i confini nazionali. Attraverso la rete latinoamericana di Alas – América Latina Alternativa Social, il 21 Marzo sarà condiviso con le associazioni messicane, colombiane e argentine rispettivamente a Città del Messico, Bogotà e Buenos Aires.

In Europa invece le iniziative previste riguarderanno Parigi, Morges e Losanna , Berlino, Madrid e Bruxelles.

A sottolineare – non solo simbolicamente – che per contrastare le mafie e la corruzione occorre sì il grande impegno delle forze di polizia e di molti magistrati, ma prima ancora occorre diventare una comunità solidale e corresponsabile, che faccia del “noi” non solo una parola, ma un crocevia di bisogni, desideri e speranze.




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14 marzo 2017

La legge sulla povertà un importante passo in avanti, ma...

Il 9 marzo il Parlamento ha approvato definitivamente, con il voto dei senatori, la legge delega sulla povertà. Secondo l’Alleanza contro la povertà con l’approvazione di questa legge “per la prima volta nella storia del nostro Paese il Parlamento ha definito una reale misura di contrasto alla povertà assoluta. Si tratta di un deciso passo in avanti, pur nella consapevolezza della necessità di una decretazione attuativa all’altezza della sfida: vale a dire uno strumento di lotta alla povertà capace di includere le persone e le famiglie più povere”.

L’Alleanza contro la povertà, nata nel 2013, raggruppa 35 associazioni che hanno deciso di unirsi per contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta in Italia.

In una nota l’Alleanza esprime le proprie valutazioni su tale legge.

“Va riconosciuto l’impegno del Parlamento e delle forze politiche che, anche attraverso l’ascolto dell’appello della Alleanza contro la povertà in Italia dello scorso 28 dicembre, hanno sostenuto – in diversi modi – questa battaglia. Così come vanno ricordate con gratitudine le parole d’incoraggiamento che, in occasione del suo messaggio di fine d’anno, il Presidente della Repubblica, ha rivolto a chi si batte per contrastare la povertà in Italia.

La sfida che emerge dall’approvazione della legge delega è duplice: sviluppare una decretazione efficace per una misura che è contestualmente di sostegno al reddito e di inclusione sociale; dall’altra, predisporre un piano nazionale contro la povertà che definisca strategie attuative e di finanziamento incrementali, che consentano il progressivo ampliamento dell’utenza sino a raggiungere tutta la popolazione in povertà assoluta…

L’Alleanza ha sempre sollecitato l’adozione di uno strumento fondato su due pilastri: il sostegno economico a chi vive in povertà assoluta e la presa in carico da parte dei servizi territoriali.

Una misura priva della dimensione dei servizi e che eroga solo sussidi sarebbe, infatti, inadeguata, poiché si scontrerebbe con la forte carenza dei medesimi in vaste aree dell’Italia, risulterebbe avere natura meramente assistenziale e perderebbe quel carattere inclusivo che rappresenta il vero punto di svolta nella lotta alla povertà e all’emarginazione sociale.

Vi sono dunque alcuni elementi principali che riteniamo debbano essere incorporati nei successivi decreti delegati per garantire l’efficacia della misura:

– Assicurare che il fondo povertà sia articolato sulle due componenti complementari: contributi economici e servizi alla persona, garantiti attraverso il welfare locale. Ai servizi alla persona dovrebbe essere assicurato un finanziamento adeguato: solo così, infatti, il reddito d’inclusione può risultare effettivamente inclusivo e capace di modificare le condizioni di vita delle persone.

– Assicurare eque condizioni di accesso alla misura, attraverso un utilizzo dello strumento dell’Isee e sulla base del reddito disponibile, che dovrà servire da riferimento per la quantificazione del beneficio, tenendo anche conto dei costi dell’abitare.

– Garantire assistenza tecnica a tutti i territori coinvolti, così da porli nelle migliori condizioni per costruire percorsi d’inclusione. Sempre a tal fine, prevedere forme associate di gestione del reddito d’inclusione tra i comuni di un medesimo ambito territoriale.

– Assicurare un incisivo sistema di monitoraggio e valutazione dei servizi, per verificarne l’efficacia, la crescita incrementale e la qualità.

L’obiettivo è l’effettiva universalità della prestazione, dentro una strategia di potenziamento incrementale del sistema dei servizi e della loro capacità di una presa in carico efficace e inclusiva.

L’Alleanza, come ormai fa dal 2013, continuerà ad accompagnare, sia con la propria rappresentanza sociale sia con la propria competenza e iniziativa, l’introduzione di questa misura a livello nazionale e locale”.

Le valutazioni dell’Alleanza mi sembrano condivisibili.

Sarà soprattutto necessario aumentare i fondi a disposizione affinchè i benefici previsti dalla legge possano essere utilizzati da tutte le persone in povertà assoluta.




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12 marzo 2017

In difesa della sanità pubblica

La Rete sostenibilità e salute, a cui hanno aderito 26 associazioni, ha redatto un manifesto per la difesa del servizio sanitario nazionale che sarà presentato in occasione della giornata mondiale della salute, il 7 aprile. Tra gli obiettivi della Rete il più importante è rappresentato dalla necessità di contrastare la volontà politica di ridimensionare la sanità pubblica.

In una nota della Rete si può leggere “Secondo le valutazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Le varie forme assicurative integrative o sostitutive, invece, rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che colpirebbero profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, con aumento del consumismo sanitario e riduzione dell’appropriatezza degl’interventi”.

E la nota così prosegue “La salute non equivale alla quantità di prestazioni erogate: pertanto bisogna favorire l’informazione perché i cittadini non credano che il mantenimento della salute dipenda dal numero di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati o dal consumo di farmaci. Un sistema sanitario sostenibile persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni di ciascuno, considerando criteri di documentata efficacia. Secondo l’articolo 32 della Costituzione, la gratuità delle prestazioni in funzione del bisogno è dovuta in quanto il servizio sanitario è sostenuto dalla fiscalità generale secondo la logica della progressività; ciò ha un valore ancora maggiore in fase di crisi economica per consentire a tutti l’accesso alle cure”.

Tra le 26 associazioni aderenti alla Rete si possono citare, tra le altre, Medicina Democratica, Psichiatria Democratica e Slow Food.

Il manifesto della Rete è composto da 10 punti.

– Non è vero che la sanità pubblica è insostenibile. Un sistema sanitario è tanto sostenibile quanto si vuole che lo sia. Secondo le valutazioni dell’Oms degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Un sistema sanitario sostenibile non prevede l’utilizzo illimitato delle risorse ma persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni.

– Le varie forme assicurative integrative o sostitutive di ogni natura ed il cosiddetto secondo welfare rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che potrebbero colpire profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, tendendo ad aumentare il consumismo sanitario e a non migliorare l’appropriatezza degli interventi. Gli attuali 35 miliardi di euro della spesa sanitaria privata italiana potrebbero costituire solo la spesa iniziale in un mercato privato che ha come sua principale finalità la massimizzazione degli utili e la minimizzazione del rischio d’impresa: la tendenza che ne risulterebbe potrà aumentare di conseguenza anche la spesa sanitaria complessiva scaricando sempre sul pubblico gli interventi più complessi e costosi (emergenza-urgenza, rianimazione, oncologia, patologie cronico-degenerative).

– E’ deleteria l’ideologia della salute equivalente alla quantità di prestazioni erogate che significa indurre la popolazione a credere che il mantenimento della salute dipenda dal numero di visite, esami, indagini e dal consumo di farmaci: ciò è solo funzionale al sistema medico-industriale nella logica di una crescita economica illimitata ed indiscriminata e dell’accrescimento dei profitti.

– La prevenzione primaria, intesa come andare alle cause che producono malattie e disagi nell’ambiente di vita e di lavoro, deve tornare ad essere elemento fondamentale del sistema sanitario e non può essere confusa né sostituita da pratiche di diagnosi precoce, pur se dimostrate utili. Altrettanto importanti sono le azioni di promozione della salute e del benessere, da perseguire in modo intersettoriale con approccio di ‘salute in tutte le politiche’: prevedere interventi di cura per poi riportare le persone nei luoghi di provenienza senza modificare le condizioni che le hanno fatte ammalare contraddice il buon senso, l’efficacia e la giustizia sociale.

– La dimensione relazionale è centrale al rapporto di cura, e coinvolge il paziente come persona all’interno delle proprie reti familiari e sociali. Per questo serve un approccio multidisciplinare, in stretta sinergia con l’ambito d’intervento sociale.

– Secondo l’articolo 32 della Costituzione, la gratuità delle prestazioni in funzione del bisogno è dovuto in quanto il servizio sanitario è sostenuto dalla fiscalità generale secondo la logica della progressività; ciò vale specialmente in fase di crisi economica che riduce una crescente percentuale della popolazione sotto il livello di povertà.

– Il ricorso a forme di assistenza privatistica in ambito pubblico deve essere profondamente rivisto incentivando da un lato l’effettiva continuità assistenziale del processo di cura dei pazienti, dall’altro valorizzando gli operatori sanitari che aderiscano a progetti con questa finalità. L’obiettivo di riduzione delle liste d’attesa non può prescindere dalla valutazione dell’efficacia degli interventi.

– Il servizio sanitario è un sistema che si realizza nel decentramento territoriale: appare opportuno che i responsabili siano conosciuti e identificati dai cittadini in modo tale che questi ultimi possano esercitare forme partecipate di controllo. Tale possibilità, finora peraltro mai contemplata, diventa sempre più ardua a causa della continua estensione territoriale delle Asl che allontanano sempre più dai territori locali i responsabili istituzionali.

– Il servizio sanitario deve essere riformato dai principi costituzionali di cui agli articoli 3, 32, 41 della Costituzione, ripresi ed estesi dagli articoli 1 e 2 della legge di riforma sanitaria del 23 dicembre 1978.

– Una nuova riforma sanitaria e sociale non può prescindere da una riforma del sistema di formazione dei professionisti della salute, che comprenda i criteri e le procedure di reclutamento, selezione e accesso (riduzione del gradiente sociale); gli approcci metodologici (formazione al pensiero critico); i contenuti (multidisciplinarietà); le sedi di formazione (territorio, comunità); e le modalità operative (lavoro integrato in equipe all’interno di un sistema sanitario pubblico).

Il principale obiettivo della Rete, è cioè la necessità di contrastare la volontà di ridimensionare la sanità pubblica, mi sembra più che condivisibile, ed anche i contenuti del manifesto sono molto interessanti e degni di notevole attenzione.

Aggiungo però che non si debbano sottovalutare i problemi della sanità pubblica italiana, che contraddistinguono soprattutto le regioni meridionali. Ritengo pertanto che si debbano intensificare le iniziative per ridurre considerevolmente tali problemi.




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8 marzo 2017

Yemen, molti bambini stanno morendo

Nello Yemen è in corso da tempo una guerra civile, poco conosciuta, una guerra “dimenticata”, che ha già provocato numerosi morti e nella quale le parti in causa sono sostenute dai governi di altri Paesi, tra i quali l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Questi ultimi stanno ostacolando da mesi la consegna di aiuti umanitari da parte di Save the Children, nonostante la carestia stia minacciando buona parte del Paese e il sistema sanitario sia sull’orlo del collasso. E l’impossibilità di raggiungere migliaia di persone con gli aiuti medici e sanitari urgenti ha già causato la morte di molti bambini che si sarebbero potuti salvare.

E Save the Children è intervenuta con un comunicato per denunciare quanto sta avvenendo, a tale proposito, nello Yemen.

Solo tra gennaio e febbraio 2017, la coalizione saudita ha già impedito che tre grosse spedizioni di aiuti medici salvavita dell’organizzazione potessero arrivare al principale porto del Paese ad Hodeida, obbligandole a cambiare destinazione e ritardando così il loro arrivo di quasi tre mesi.

“Questi ritardi stanno uccidendo i bambini. I nostri operatori sono alle prese con epidemie di colera, e bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione, e potrebbero essere curati con gli aiuti bloccati invece dalla coalizione saudita, che sta usando il controllo di queste spedizioni come un’arma di guerra,” ha dichiarato Grant Pritchard, direttore in Yemen di Save the Children.

E’ bene rilevare che sette milioni di persone sono in grave carenza di cibo in Yemen e più di 2 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, tra cui quasi mezzo milione è ormai in pericolo di vita.

Nove zone del paese, inclusa Hodeida, sono classificate IPC-4 (Integrated Food Security Phase Classification), l’ultimo livello di emergenza prima della carestia.

A questo si aggiungono più della metà delle strutture medico-sanitarie in 16 dei 22 governatorati monitorati che sono inservibili o solo parzialmente funzionanti, lasciando 14,8 milioni di persone, inclusi 8,1 milioni di bambini, senza i minimi servizi di base.

Non può che essere considerato inaccettabile tale comportamento della coalizione saudita.

Ed è auspicabile quindi che i governi dei Paesi occidentali, alleati dell’Arabia Saudita, e le istituzioni internazionali si attivino rapidamente affinchè l’Arabia cessi di ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari destinati alla popolazione yemenita.




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5 marzo 2017

Ci siamo già dimenticati di Fabo?

Come previsto da molti, mi sembra che, passati pochi giorni dalla sua morte, ci siamo già dimenticati di Fabo, di Fabiano Antonioni e della sua decisione di sottoporsi al suicidio assistito in una clinica svizzera.

I media tradizionali non  si occupano più della sua vicenda. Lo stesso avviene nei social media.

I rappresentanti del mondo politico e delle istituzioni non rilasciano più dichiarazioni sulla decisione di Fabo e sulle problematiche ad essa connesse, in primo luogo l’assenza, in Italia, di una legge sia sul testamento biologico che sull’eutanasia.

La conferenza dei capigruppo della Camera ha rinviato al 13 marzo l’inizio della discussione in aula della proposta di legge sul testamento biologico, approvata dalla commissione Affari Sociali.

Io spero che, in tempi brevi, sia approvata, prima della Camera e poi dal Senato, una legge sul testamento biologico.

Sarebbe questo infatti il modo migliore per ricordare Fabo e tutti gli altri che, in passato, hanno compiuto una scelta simile.

Per la verità, io credo che sarebbe necessario approvare anche una legge che consenta, a certe condizioni, di praticare, nel nostro Paese, l’eutanasia.

Ma mi rendo conto che, al momento, purtroppo, sarebbe chiedere troppo e mi accontenterei che nell’ordinamento giuridico italiano fosse finalmente presente una legge sul testamento biologico.

Mi sembra opportuno riportare l’articolo 3 della proposta di legge sul testamento biologico, varata dalla commissione affari sociali della Camera, riguardante le cosiddette disposizioni anticipate di trattamento (Dat):

“Ogni persona maggiorenne, capace di intendere e di volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento (‘Dat’), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Indica altresì una persona di sua fiducia (‘fiduciario’) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.

Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne, capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle Dat o con atto successivo, che viene allegato alle Dat. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto, che viene comunicato al disponente.

L’incarico del fiduciario può essere revocato dal disponente in qualsiasi momento, con le stesse modalità previste per la nomina e senza obbligo di motivazione.

Nel caso in cui le Dat non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto, le Dat mantengono valore in merito alle convinzioni e preferenze del disponente. In caso di necessità, il giudice tutelare provvede alla nomina di un fiduciario o investe di tali compiti l’amministratore di sostegno, ascoltando nel procedimento il coniuge o la parte dell’unione civile o, in mancanza, i figli, o, in mancanza, gli ascendenti.

Fermo restando quanto previsto dal comma 7 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle Dat le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico, in accordo con il fiduciario, qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Nel caso di conflitto tra fiduciario e medico, si procede ai sensi di quanto previsto dal comma 3.

Le Dat devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata, con sottoscrizione autenticata dal notaio o da altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale o convenzionato. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le medesime forme sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento; in caso di emergenza o di urgenza, la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni.

Le Regioni che adottino modalità telematiche di gestione della cartella clinica o il fascicolo sanitario elettronico o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale possono, con proprio atto, regolamentare la raccolta di copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.

Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della salute, le Regioni e le Aziende sanitarie, provvedono ad informare della possibilità di redigere le disposizioni anticipate di trattamento in base alla presente legge”.




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28 febbraio 2017

Dopo le elezioni nessun governo? L'irresponsabilità dei partiti

Entro un anno, forse anche prima, si terranno le elezioni politiche, perché terminerà la legislatura. Ma è più che probabile che se non verrà approvata una nuova legge elettorale, diversa da quella scaturita dalla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha esaminato il cosiddetto “Italicum”, sarà molto difficile se non impossibile formare un nuovo governo.

Tale situazione si potrà verificare anche perché ormai esistono tre “poli” che dovrebbero avere più o meno lo stesso peso elettorale, il centro sinistra, il centro destra e il movimento 5 stelle.

Una premessa, prima di procedere oltre.

Io ritengo che i problemi politici, sociali ed economici del nostro Paese siano dovuti anche ai comportamenti di componenti significative della società italiana, non solo alle azioni dei partiti.

Ma, nel caso della più che probabile ingovernabilità che si verrebbe a creare se non sarà approvata dal Parlamento una nuova legge elettorale, le responsabilità saranno solamente dei partiti.

Infatti ciascun partito vorrebbe sì modificare l’attuale sistema elettorale ma con un unico obiettivo: disporre di una legge che lo favorisca e che, di conseguenza, danneggi gli altri.

L’obiettivo della governabilità non è considerato prioritario, per nulla.

Tale atteggiamento dei partiti non può che essere ritenuto del tutto irresponsabile.

Infatti sono evidenti i danni che l’impossibilità di dare vita ad un governo, e quindi la necessità di convocare nuove elezioni, determinerebbero relativamente alla situazione economica e sociale dell’Italia.

E’ quindi auspicabile che i dirigenti dei diversi partiti “rinsaviscano” e consentano l’approvazione, in tempi rapidi, di una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità.

Purtroppo, sarà molto difficile che ciò avvenga.




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27 febbraio 2017

Amnesty International, i diritti umani in Italia

E’ stato recentemente presentato a Roma il rapporto 2016-2017 di Amnesty International, che contiene una dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 Paesi e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa.

Anche quest’anno nel rapporto c’è un capitolo sull’Italia.

Nel corso della presentazione, il presidente della sezione italiana di Amnesty, Antonio Marchesi, si è occupato della situazione dei diritti umani nel nostro Paese, così come descritta nel rapporto.

Ho ritenuto opportuno di riportare alcune parti di quanto dichiarato da Marchesi, a questo proposito.

“Nel nostro Paese, non possiamo non constatare che quella retorica divisiva, del ‘noi contro loro’, è spesso presente nei discorsi di alcuni leader nazionali, in quelli di Matteo Salvini della Lega Nord, ma anche di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia oltre a essere piuttosto diffusa a livello di esponenti politici locali, anche di altri partiti…

A livello locale, oltre ad una diffusione notevole di atteggiamenti anti-migranti o anti-stranieri analoghi a quelli riscontrati a livello nazionale, registriamo anche un fenomeno distinto ma fondato anch’esso sulla mancata accettazione della diversità, in questo caso alla diversità di orientamento sessuale.

Mi riferisco, tra l’altro, all’istituzione da parte di alcune Regioni di sportelli cosiddetti ‘antigender’, il cui effetto è di fornire giustificazione culturale e legittimazione sociale alla discriminazione basata, appunto, sull’orientamento sessuale, rischiando di fomentare un clima di intolleranza e di odio verso le persone Lgbti che nel nostro Paese, purtroppo, sono piuttosto spesso vittime di aggressioni verbali e fisiche…

Fra le vittime per eccellenza degli atteggiamenti ostili di alcuni politici e di parti della società italiana, che tanto spazio hanno conquistato, vi sono i rifugiati e i migranti, sulla cui condizione di vulnerabilità di fronte al rischio di violazioni dei diritti umani Amnesty concentra da tempo la propria attenzione e i propri sforzi.

Nel 2016 Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto ‘Hotspot Italia’ nel quale, oltre a compiersi una valutazione complessiva, molto critica, dell’approccio hotspot deciso a livello europeo, vengono poste alcune questioni precise: la questione delle modalità della cosiddetta preidentificazione (per cui chi arriva è messo in condizioni di decidere della propria vita, subito dopo lo sbarco, in condizioni psico-fisiche molto difficili e spesso senza adeguata informazione) e la questione delle procedure di allontanamento (attraverso i decreti di respingimento differito che sono molto difficilmente attuabili e che rischiano di avere come unico effetto quello di consegnare i destinatari a chi li vuole sfruttare)…

Voglio infine ricordare, prima di passare ad altro argomento, che il Governo non ha ancora attuato la delega del Parlamento, risalente ormai a quasi tre anni fa (aprile 2014) e con un termine per l’attuazione di 18 mesi, ad abrogare il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

La perdurante criminalizzazione della mera presenza irregolare sul territorio è contraria agli standard internazionali e pregiudica, tra l’altro, la possibilità dei migranti irregolari di accedere alla giustizia. E’ stata giudicata non solo inutile ma addirittura controproducente, rispetto all’attività di contrasto di reati assai gravi, tra gli altri, dal Procuratore nazionale antimafia…

Ieri abbiamo scritto al ministro della Giustizia Orlando una lettera – assieme a Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva – sulla questione dell’inesistenza di un reato di tortura nel nostro ordinamento (e dell’elevato rischio di impunità per atti di tortura che ne deriva). Il ministro ha recentemente affermato che quel reato sarebbe stato presto introdotto e in effetti il punto, dopo oltre un anno di interruzione francamente incomprensibile, è nuovamente all’ordine del giorno del Parlamento…

Il 2016 è stato anche l’anno della morte in Egitto di Giulio Regeni, in un contesto di violazioni gravi e diffuse dei diritti umani, che viene descritto in un capitolo particolarmente ricco del nostro rapporto.

Le relazioni tra Italia ed Egitto hanno inevitabilmente risentito di questa vicenda. Sul piano diplomatico, questa ha comportato il ritiro del nostro ambasciatore: una scelta giusta, che abbiamo apprezzato, rispetto alla quale siamo convinti che non vi siano al momento le condizioni per fare alcun passo indietro (come invece viene richiesto da alcuni). Il ritorno alla normalità dei rapporti diplomatici con l’Egitto è auspicabile solo quando avremo ottenuto per Giulio tutta la verità, un’adeguata riparazione e la punizione di tutti i responsabili – e tutto questo ancora non s’intravede…

Passando a un settore specifico di rapporti commerciali, quello delle armi che l’Italia esporta verso altri Paesi, ve ne sono alcuni nei quali a nostro avviso quelle armi possono essere o sono effettivamente impiegate per violare i diritti umani o le norme di diritto umanitario dei conflitti armati.

A partire dal 2015 e per tutto il 2016 sono partiti carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force, l’ultimo in dicembre, quando sono partite oltre 3.000 bombe MK80 prodotte dalla RWM Italia, fabbricate in Sardegna, dal porto canale di Cagliari.

In ottobre l’allora ministro degli Esteri Gentiloni ha riconosciuto, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. Con l’Arabia Saudita, del resto, è in vigore un accordo di cooperazione militare, che prevede una collaborazione preferenziale anche nel settore della fornitura di armi, ratificato nel 2009 e che si rinnova tacitamente ogni 5 anni.

In dicembre, poche settimane dopo la visita della ministra della Difesa Pinotti è stata diffusa la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe ricevuto da Fincantieri proposte per l’acquisto di nuove navi militari.

Eppure la legge 185 del 1990 stabilisce che le esportazioni di armamenti sono vietate tra l’altro verso i Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Non vi è dubbio che l’azione militare a guida saudita in Yemen rientri tra quelle che, secondo la legge italiana, comportano il divieto di autorizzare esportazioni di armi dall’Italia verso gli Stati che vi prendono parte. Eppure dal Ministero della Difesa sostengono che sia tutto in regola e hanno reagito in modo piuttosto aggressivo alle richieste di chiarimento, nostre e di altri”.




permalink | inviato da paoloborrello il 27/2/2017 alle 6:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



21 dicembre 2016

Legambiente, le 10 linee pendolari peggiori

Come ogni anno, all’entrata in vigore dell’orario invernale, Legambiente ha lanciato la campagna Pendolaria, www.pendolaria.it, con una prima analisi della situazione del trasporto ferroviario pendolare in Italia e la lista delle 10 peggiori linee, mentre un’analisi puntuale dei finanziamenti e dei processi organizzativi verrà presentata nel rapporto che sarà reso pubblico nel mese di gennaio 2017.

Secondo Legambiente, guasti tecnici, ritardi imprecisati, sovraffollamento mettono alla prova ogni giorno quei milioni di cittadini che utilizzano il treno per raggiungere il luogo di lavoro o di studio.

E mentre cresce ancora l’offerta del servizio ad alta velocità (+276% dal 2007 sulla Roma-Milano), le condizioni in molti casi continuano a peggiorare per chi si muove sulla rete secondaria, sugli intercity e sui regionali dove invece si sono ridotti i treni (in 15 Regioni) o sono state aumentate le tariffe (in 16 Regioni).

E quali sono le 10 linee peggiori, utilizzate dai pendolari?

Anche nel 2016 a guidare la classifica delle tratte peggiori sono la Roma-Ostia e la Circumvesuviana.

Seguono la Reggio Calabria-Taranto, la Messina-Catania- Siracusa, la Cremona-Brescia, la Pescara-Roma, i collegamenti per Casale Monferrato (con la linea per Vercelli e quella per Mortara che sono state chiuse), la Bari-Martina Franca-Taranto, la Treviso-Portogruaro e la Genova-Acqui Terme.

Nel complesso, in Italia sono quasi 3.300 ogni giorno i treni del servizio regionale.

Il 69% dei treni in circolazione supera i 15 anni d’età, con differenze marcate tra le regioni del centro-nord e quelle del sud.

Nel dettaglio, la regione con la più alta età media dei treni è l’Abruzzo, con 24,1 anni di età seguito dalla Basilicata, con una età media dei treni di 23,3 anni e dalla Sicilia, con 23,2.

Il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha dichiarato, a tale proposito:

“Il trasporto ferroviario pendolare deve diventare una priorità nazionale negli investimenti e nelle attenzioni. Oggi non è così, e su troppe linee la situazione in questi anni è addirittura peggiorata, con meno treni, convogli vetusti, ulteriori tagli ad interi collegamenti.

Emblematica è la situazione della Roma-Ostia Lido e della Circumvesuviana dove ogni giorno oltre 300.000 persone subiscono le conseguenze di una gestione indegna per un paese civile. Ma questo non è più accettabile.

Il nuovo Governo deve individuare le risorse per il rilancio del trasporto pendolare e procedere al commissariamento dove le Regioni non sono in grado di garantire il servizio”.

Zanchini ha così concluso:

“Il nostro Paese ha bisogno di una cura del ferro a partire dalle città, per consentire al trasporto pendolare di raggiungere la stessa qualità ed efficienza dell’Alta velocità.

In questi anni è mancata una regia nazionale rispetto a un servizio ferroviario pendolare trasferito alle Regioni, che ha avuto come conseguenza tagli e aumenti delle tariffe senza che si fissassero obiettivi di efficienza del servizio o controlli su quanto avveniva nelle linee.

Occorre dare speranza ai pendolari che la situazione possa migliorare, e ciò potrà avvenire solo trovando risorse per aumentare il servizio e per acquistare treni nuovi”.




permalink | inviato da paoloborrello il 21/12/2016 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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