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11 novembre 2019

Diminuisce il risparmio delle famiglie italiane

Secondo il quarto rapporto della Consob sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane la ricchezza delle famiglie italiane in rapporto al reddito disponibile resta consistente, ma il tasso di risparmio continua a calare, registrando valori inferiori alla media dell'area euro. 

Infatti, la ricchezza netta delle famiglie italiane rimane stabile sui livelli del 2012 attestandosi a 9 volte il reddito disponibile; il dato medio per i paesi dell'area euro è 8 volte il reddito disponibile.

Ma il tasso di risparmio lordo (rispetto al reddito disponibile) continua a calare e ad attestarsi al di sotto della media dell'area euro: a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell'11.8% della media dell'Eurozona (nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale).

La crisi del 2007-2008 ha segnato un punto di caduta, che sembrava destinato al recupero tra il 2012 e il 2014, rivelatosi poi solo temporaneo.

Con riferimento alle scelte di portafoglio, Italia ed Eurozona continuano a registrare il tradizionale divario nel peso della componente assicurativa e previdenziale, che nel contesto domestico rimane più contenuto anche se in crescita, e dei titoli obbligazionari, comunque in diminuzione.

Per quanto riguarda il livello di indebitamento, le famiglie italiane continuano ad essere più virtuose, registrando a fine 2017 un rapporto debito/Pil pari al 40% a fronte di poco meno del 60% per la media dell'area euro.

Per quanto riguarda l'inclusione finanziaria, la diffusione di alcuni prodotti e servizi bancari (conto corrente, carta di credito e carta di debito) vede l'Italia in linea con la media dell'area euro, grazie all'incremento registrato nel periodo 2011-2017.

In alcuni casi rimane un più accentuato gap di genere, che vede ad esempio carte di credito e di debito meno diffuso tra le donne, mentre si sta riassorbendo il gap per livello di istruzione e per livello di reddito.

Sono meno incoraggianti i dati relativi alla familiarità con gli strumenti di pagamento digitali, che vedono le famiglie italiane meno abituate a utilizzare il telefono mobile o internet per i pagamenti (poco più del 20% versus il 45% in Eurozona) e maggiormente ‘polarizzate' in funzione di genere, reddito, livello di istruzione e occupazione.

Le conoscenze finanziarie degli italiani rimangono basse, anche se gli investitori sono più bravi di chi non investe.

In merito alle competenze di calcolo, strumento indispensabile per l'accrescimento della cultura finanziaria, solo il 23% degli intervistati mostra di avere familiarità con il concetto di probabilità.

Le conoscenze finanziarie delle famiglie italiane rimangono contenute: le nozioni di base (inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, mutui, interesse composto) sono comprese da circa il 50% degli intervistati, mentre per i concetti più avanzati (relazione prezzo/tassi di interesse delle obbligazioni e rischiosità delle azioni) si registrano meno del 20% di risposte corrette.

Però gli investitori rispondono meglio: ad esempio, alle domande su inflazione e relazione rischio/rendimento rispondono correttamente 7 investitori su 10, a fronte di 5 non investitori su 10.

I dati rivelano, inoltre, un disallineamento fra conoscenze finanziarie reali e conoscenze percepite, che interessa circa il 30% degli intervistati. La propensione all'overconfidence (ossia a sopravvalutare le proprie conoscenze finanziarie) è meno frequente tra gli individui con maggiori conoscenze finanziarie.

Il quadro delle conoscenze finanziarie si completa con la cosiddetta risk literacy: posti di fronte alla domanda di ordinare alcuni strumenti finanziari (azioni, fondi azionari, derivati, obbligazioni non finanziarie) in funzione del livello di rischio, solo il 10% campione è in grado di ordinare correttamente le alternative di investimento per livello di rischio.

Meno di un italiano su due tiene una pianificazione finanziaria e risparmia in modo regolare.

Questi comportamenti sono più frequenti al crescere delle conoscenze finanziarie e in presenza di alcune attitudini personali (ad esempio, propensione all'uso di informazioni numeriche, auto-efficacia, auto-controllo, abilità di calcolo); viceversa, l'ansia finanziaria (ossia la propensione a provare disagio nella gestione delle proprie finanze) è correlata negativamente.

La maggior parte delle famiglie italiane si caratterizza per una capacità ancora contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie (cosiddetto financial control): il 40% circa degli intervistati non tiene un bilancio familiare; il 70% delle famiglie dichiara di controllare le spese, ma solo il 30% ne tiene traccia scritta; solo un terzo degli intervistati dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

L'attitudine alla pianificazione e al controllo si associa positivamente a conoscenze finanziarie, abilità di calcolo, inclinazione verso le informazioni numeriche e capacità di auto-controllo, mentre l'ansia funziona da deterrente.

Le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare (soprattutto per motivi precauzionali) in meno del 40% dei casi e in modo occasionale nel 36% dei casi; il 25% non accantona nulla, soprattutto per vincoli di bilancio.

In generale, il risparmio regolare è più frequente tra i soggetti più abbienti; rilevano tuttavia anche le conoscenze finanziarie e le competenze percepite, l'abitudine a pianificare e talune inclinazioni (tra cui l'auto-efficacia, l'ansia finanziaria e l'avversione alle perdite).

Solo il 29% delle famiglie possiede almeno un prodotto o uno strumento finanziario.

Gli investitori si caratterizzano per maggiori conoscenze finanziarie e abilità di calcolo, nonché per alcune attitudini personali (ad esempio, propensione all'uso di informazioni numeriche, propensione al ragionamento impegnativo sul piano cognitivo, ottimismo, fiducia, tolleranza alle perdite nel breve termine); l'opposto vale rispetto all'ansia finanziaria.

Alla fine del 2017, il 29% delle famiglie possiede almeno un'attività finanziaria. A pesare di più nella composizione di portafoglio sono i fondi comuni e i titoli di Stato italiani (dopo i depositi bancari e postali).

Gli investimenti etici e socialmente responsabili (Sri) sono ancora poco conosciuti e poco attrattivi: più del 60% degli intervistati, infatti, dichiara di non averne mai sentito parlare e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato degli elementi che in astratto li qualificano.

I comportamenti nel processo di investimento mostrano ancora numerose criticità.

La maggior parte degli intervistati dichiara di assumere le informazioni utili per l'investimento dal funzionario di banca. Solo il 25% degli intervistati fa riferimento al prospetto finanziario.

La maggioranza del campione ricorre ai consigli di amici e parenti (cosiddetta consulenza informale), poco più del 20% si affida alla consulenza professionale o delega un esperto, il 28% sceglie in autonomia.

Il 40% non monitora i propri investimenti.




permalink | inviato da paoloborrello il 11/11/2019 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



7 novembre 2019

I fiumi sotto assedio

Ancora una volta dopo le intense piogge che si abbattono sul nostro territorio, dal Piemonte alla Sicilia, i fiumi esondano, allagano città e campagne, distruggono ponti, causano vittime. Il Wwf torna a puntare l’attenzione sul fatto che se da un lato i cambiamenti climatici favoriscono situazioni estreme – piogge intense straordinariamente concentrate in poche ore per poi passare qualche mese dopo a siccità altrettanto estreme – dall’altro si sconta la mancanza di una seria politica di adattamento ai cambiamenti climatici.

Tale politica, secondo il Wwf, dovrebbe essere caratterizzata dalla prevenzione, dalla tutela e dal ripristino dei servizi eco sistemici.

Interventi come il recupero di aree di esondazione, il ripristino delle fasce riparie, la manutenzione del territorio, i sistemi di drenaggio urbano sostenibile farebbero superare l’approccio del nostro Paese alla gestione dei fiumi, finora attuato con procedure di emergenza, a compartimenti stagni e al di fuori di una visione di bacino idrografico, l’unica in grado di garantire efficacia alle azioni sul territorio.

I fiumi danno acqua per agricoltura, attività produttive, consentono di far godere di paesaggi incredibili e di una biodiversità ricchissima, ma con canalizzazioni e sbarramenti, sversamenti di acque inquinate dalle città e dalle campagne (pesticidi), discariche di rifiuti e inserimenti di specie di piante e animali alieni li abbiamo resi vulnerabili, pericolosi e poveri di natura.

Il 41% dei fiumi italiani è ben al di sotto del buono stato ecologico.

La presenza di pesticidi vede il 23,9% dei punti delle acque superficiali e l’8,3% di quelle sotterranee con concentrazioni superiori al limite.

In prossimità di insediamenti industriali come concerie, produzione di carta e cartone per uso alimentare, abbigliamento tecnico, si registrano elevate presenze di Pfas, sostanze altamente tossiche.

Il segnale più preoccupante è dato dalla perdita di biodiversità: il 40% degli habitat e delle specie acquatiche hanno uno stato di conservazione inadeguato, solo il 29% è favorevole mentre il restante è in cattivo stato o sconosciuto.

I fiumi sono anche vittime del consumo di suolo che alimenta enormemente il fenomeno del dissesto idrogeologico, nonostante i fiumi in buono stato siano proprio gli antidoti migliori per poter adattarsi agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici globali: il 91% dei comuni italiani si trova in aree di alta vulnerabilità mentre la percentuale di suolo consumato in aree a pericolosità idraulica elevata è del 7,3% mentre è del 10,5% nelle aree a pericolosità media.

Contro i  mali dei nostri fiumi il Wwf sta sviluppando una nuova campagna  – #LiberiAmoifiumi – per promuovere interventi contro il degrado dei nostri corsi d’acqua,  favorire la loro rivitalizzazione con interventi di riqualificazione e rinaturazione e restituire, ove possibile, ai fiumi la loro libertà.

Le proposte del Wwf sono semplici: governo delle acque a livello di bacino idrografico, come richiesto dalle direttive europee, promozione di progetti di rinaturazione, come previsto dalla legge (L.133/2014) anche se fino ad ora non si è visto nulla, promozione di un’azione integrata di adattamento ai cambiamenti climatici che va dalla rinaturazione dei fiumi per ridurre gli effetti della troppa acqua (piene) o della sua scarsità (siccità), dalla costituzione di fasce tampone nel reticolo idrografico superficiale per ridurre l’impatto dell’inquinamento diffuso, alla promozione dei sistemi di drenaggio urbano sostenibile nelle città, già molto diffusi in Europa.

La campagna #LiberiAmoifiumi del Wwf  intende sensibilizzare istituzioni e cittadini a cambiare l’approccio culturale verso i nostri ecosistemi d’acqua dolce attraverso, una più adeguata informazione, azioni di citizen science e attività di formazione diffusa per tecnici e funzionari pubblici. 




permalink | inviato da paoloborrello il 7/11/2019 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



6 novembre 2019

Sanità, lunghe liste d'attesa ovunque

Liste di attesa male comune in tutto il territorio nazionale; il Sud arranca su screening oncologici e consumo di farmaci equivalenti; ancora quattro le Regioni che non hanno adottato il piano cronicità; le coperture vaccinali restano insufficienti, non solo al Sud. Questa la fotografia del federalismo sanitario che emerge dall’osservatorio civico presentato recentemente da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.

Più di un cittadino su due, fra quelli che si rivolgono al servizio di consulenza e informazione del Tribunale per i diritti del malato ha denunciato difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie a causa delle liste di attesa.

Secondo un rapporto presentato dall’Istat nel novembre 2018 una percentuale non irrilevante di cittadini rinuncia alle cure per i lunghi tempi di attesa: ciò avviene soprattutto per le visite specialistiche.

La percentuale più alta di rinuncia è al Sud e nelle isole (4,3%) dei pazienti mentre la percentuale più bassa si rileva nel Nord Est (2,2%).

In ambito oncologico per un intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata, oltre 46 nelle Marche.

Per un intervento di tumore alla mammella i tempi più brevi si registrano nella provincia di Bolzano e in Calabria (18 giorni) mentre i tempi più lunghi sono in Sardegna (40,6).

Per il tumore all’utero i tempi di attesa variano tra i 16,2 giorni nella provincia di Bolzano e i 37,5 della Toscana.

Per il tumore al colon retto si va dai 14,4 giorni di attesa per l’intervento in Puglia ai 38,5 della Sardegna.

Per il tumore alla prostata la variabilità è ancora più marcata: dai 13,8 giorni di attesa in Molise agli 85,5 dell’Abruzzo.

Sbalordiscono le differenze tra tempi di accesso nel pubblico e in intramoenia per alcune prestazioni: ad esempio in Sicilia per una colonscopia si attendono 157 giorni nel pubblico e 13 in intramoenia, in Liguria per una visita oculistica si va dai 58 giorni del canale pubblico agli 8 del canale intramurario e anche in Emilia Romagna per una gastroscopia si va dai 45 giorni nel pubblico ai 6 giorni in intramoenia

Le regioni meridionali si collocano al di sotto della media nazionale (82,7 anni) rispetto alla speranza di vita alla nascita con 81,9 anni, mentre il settentrione si attesta sugli 83,2.

Le regioni che mostrano una speranza di vita alla nascita più lunga sono il Trentino Alto Adige con 83,8 anni e il Veneto con 83,4 anni. Le regioni peggiori sono la Campania (81,1) e la Sicilia (81,6).

Queste differenze emergono in modo più marcato se consideriamo la speranza di vita in buona salute. I cittadini nati in Calabria nel 2017 hanno una aspettativa di vita in buona salute di 9 anni e 1 mese inferiore a quelli nati in Emilia-Romagna e rispetto al Trentino Alto Adige addirittura di 15 anni inferiore.

Per quanto riguarda le coperture vaccinali, la Sicilia è indietro sulla copertura per il morbillo, Sardegna, Valle d’Aosta e provincia di Bolzano su quella antiinfluenzale.

Sebbene si siano registrati incrementi generalizzati nelle percentuali di bambini che sono stati sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie, l’immunità di gregge, con percentuali superiori al 95%, è stata raggiunta soltanto da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna, Toscana e Umbria.

Tutte le altre sono al di sotto di tale percentuale, con punte negative nel Friuli Venezia Giulia (90,2%) e nella provincia autonoma di Bolzano (84,7%).

Per l’adesione agli screening oncologici, parte del Sud e le isole sono ancora molto indietro.

Sono cinque le regioni che non raggiungono lo score (9) che definisce una regione adempiente rispetto ai Lea sull’adesione agli screening oncologici: Calabria (2), Campania e Sicilia (3), Puglia (4) e Sardegna (5).

Migliorano Lazio, Molise, Puglia, P.A. di Trento. L’Umbria invece con due punti di score in meno registra un peggioramento, pur rimanendo nell’ambito di un punteggio adeguato.

Al Sud, inoltre, non decollano i farmaci equivalenti.

Cresce il consumo di farmaci equivalenti nella provincia autonoma di Trento, in Lombardia e in Emilia Romagna (la spesa sul totale di quella farmaceutica è rispettivamente pari al 42,7%, 38,9% e 36,6%); il consumo cresce, fra 2017 e 2018, anche nelle regioni del Sud che tuttavia resta ancora l’area con il minor utilizzo di farmaci equivalenti: la Calabria passa dal 15,8% al 19,8%, la Basilicata dal 16,6% al 20,1%, la Campania dal 17% al 21,3%.




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28 ottobre 2019

Continua l'emigrazione di giovani laureati

Continua l’emorragia verso l’estero di giovani laureati. E’ questa una delle conclusioni più importanti contenute nel rapporto “Italiani nel mondo” recentemente presentato dalla fondazione Migrantes. Nel 2018 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali 128.583 italiani, 400 persone in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 13 anni la mobilità italiana all’estero è aumentata del 70,2%.

Giovani tra i 18 e i 34 anni con almeno una laurea, provenienti soprattutto dal Nord Italia: sono una componente molto rilevante di coloro che decidono di emigrare all’estero.

Nel rapporto “Italiani nel mondo” si segnala che nel 2018 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali 128.583 italiani, 400 persone in più rispetto all’anno precedente. In pratica, è come fosse sparita in un solo anno una città come Sassari.

“Il numero di partenze è uguale a quello del 2017, ma il problema è che la mobilità italiana è diventata un dato strutturale – ha evidenziato la curatrice del rapporto Delfina Licata -.

Da quattro anni sono oltre 100.000 gli emigranti registrati ogni anno, da due anni sono oltre 128.000. Perdiamo cittadini italiani che finiscono con l’arricchire i luoghi in cui si trasferiscono”.

Allargando lo spettro della ricerca, emerge un altro dato.

Dal 2006 al 2019 – si legge nel rapporto -, la mobilità italiana all’estero è aumentata del 70,2%.

In pratica, il numero degli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) negli ultimi 13 anni è passato, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni a quasi 5,3 milioni. Prendendo come riferimento gennaio 2019, sono 5.288.281 i cittadini italiani residenti all’estero, l’8,8% del totale della popolazione italiana.

Quasi la metà degli iscritti all’Aire è originaria del Meridione d’Italia (48,9%), mentre nell’ultimo anno è soprattutto il Nord ad aver perso cittadini.

Si tratta soprattutto di uomini e di persone con un’età compresa tra i 35 e i 49 anni (il 23,4%).

Oltre 2,8 milioni (54,3%) degli emigrati risiedono in Europa, oltre 2,1 milioni (40,2%) in America. Nello specifico, però, sono l’Unione europea (41,6%) e l’America Centro-Meridionale (32,4%) le due aree continentali maggiormente interessate dalla presenza dei residenti italiani.

Le comunità più consistenti si trovano in Argentina (quasi 843.000), in Germania (poco più di 764.000) e in Svizzera (623.000).

Nell’ultimo anno, la meta più scelta dagli emigrati italiani risulta essere il Regno Unito, con oltre 20.000 iscrizioni (+11,1% rispetto all’anno precedente).

“La Brexit, per molti, sarà una grossa difficoltà – ha avvertito il presidente della fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora -. Non solo per la normalizzazione delle documentazioni ma anche per richiedere i permessi di soggiorno”.

“Considerando però i numeri contraddittori sulla reale presenza di italiani sul suolo inglese si può pensare che molte di queste iscrizioni siano, probabilmente, delle ‘regolarizzazioni’ di presenze già da tempo in essere, ‘emersioni’ fortemente sollecitate anche dalla Brexit che ha provocato molta confusione nei residenti stranieri nel Regno Unito”, spiega il rapporto.

A spingere tanti giovani a lasciare l’Italia è soprattutto l’esigenza di trovare un’occupazione o un lavoro all’altezza delle loro aspettative.

Lo conferma il presidente della fondazione Migrantes.

“Tanti giovani, con un elevato livello di istruzione, non trovano lavoro o trovano solo possibilità di lavoretti- ha detto mons. Di Tora -. Sentendo che all’estero c’è una maggiore facilità di impiego, emigrano con la speranza di trovare situazioni migliori. Allo stesso modo, altri giovani vanno via per motivi di studio. Tante università offrono possibilità di scambi”.

Un tema sul quale anche le Acli hanno effettuato delle ricerche che hanno portato a una conclusione.

“All’estero è più facile che i ragazzi abbiano non solo un lavoro ma una carriera. In Italia anche con un titolo di studio elevato si rischia di essere inquadrati con qualifiche inferiori”, ha spiegato il presidente Roberto Rossini, che ha evidenziato un ulteriore problema.

“La mobilità sociale in Italia è prossima allo zero. Un lavoratore su tre nel nostro Paese è disposto a perdere qualcuno dei propri diritti pur di mantenere il proprio lavoro. All’estero il rapporto è di uno su dieci. Questo perché negli altri Paesi vi è un lavoro meno ricattabile”. Il presidente delle Acli ha segnalato anche lo spostamento di “giovani che vivono come coppie di fatto con figli o senza figli”. “Si rileva uno spostamento delle famiglie all’estero”.

Milano e Roma sono le città metropolitane che, secondo il rapporto, hanno pagato il prezzo più alto in termini di cittadini persi.

Ma la fondazione Migrantes indica anche il grande impatto che questo fenomeno ha avuto sui comuni più piccoli.

Da Castelnuovo di Conza, in provincia di Salerno, è emigrato negli anni il 480% della popolazione attuale, mentre a Carrega ligure (Alessandria) il 348% e ad Acquaviva Platani (Caltanissetta) il 264%.

“La migrazione non è una scelta ma una necessità – ha evidenziato Licata -. Crediamo che la mobilità sia qualcosa di positivo, ma che c’è un diritto a restare. Bisogna avere una possibilità di scelta. Perché ci siano radici che non si spezzano”.




permalink | inviato da paoloborrello il 28/10/2019 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



23 ottobre 2019

A dieci anni dalla morte di Stefano Cucchi

Il 22 ottobre 2009 morì un geometra romano di 31 anni nell’area detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Si chiamava Stefano Cucchi e il suo nome rimbalzerà nei dieci anni successivi tra cronaca e aule di giustizia, nelle carte di processi e inchieste, in bilico tra la ricerca della verità e la difesa di diritti negati. 

La sua vicenda è ormai molto nota ma, a dieci anni dalla sua morte, per ricordarlo, mi è sembrato opportuno riportare integralmente l’intervista rilasciata a Teresa Valiani dal Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale Mauro Palma e pubblicata su www.romasette.it.

La morte di Stefano Cucchi e tutto quello che ne è seguito sono riusciti a cambiare qualcosa?

Un elemento che è cambiato in questi dieci anni è la consapevolezza diffusa che alcune cose accadono, che possono accadere e che uno Stato è forte quando è in grado di andare a fondo e non di coprirle o di nasconderle. Io credo che questo elemento, dovuto anche alla tenacia della famiglia,appartenga ora alla consapevolezza sociale: lo Stato deve essere in grado di guardare anche alle ferite del proprio corpo. Perché altrimenti è uno stato debole. Nel caso Cucchi, poi, c’è stata anche una questione molto specifica in quella parte di soggetti che hanno cercato di far ricadere la responsabilità su altri Corpi. A lungo è stata messa sotto inchiesta la Polizia penitenziaria che invece non c’entrava niente mentre in realtà le responsabilità erano altrove. E questo è anche un po’ più amaro perché dà la sensazione di qualcuno che si difende attaccando altri.

Che cosa insegna il caso Cucchi?

Ci ha confermato che è giusto avere fiducia nelle istituzioni perché piano piano sono riuscite in qualche modo, ora vedremo cosa dirà la sentenza, a togliere quei veli. Qualche elemento di tristezza, oltre al fatto in sé, alla morte di un giovane, lo dà il fatto che alcune persone che avevano compiti di alta responsabilità, per quanto emerge finora dalle carte, si sono adoperate perché la verità non venisse fuori. Questo è elemento di forte amarezza, che indica quanto lavoro va fatto, anche di ordine preventivo. Il Garante è meccanismo nazionale di prevenzione e la prima prevenzione sta nell’accertare doverosamente e con verità anche le cose che possono far male. Il 14 conto di andare in aula perché anche la sentenza è un momento di affermazione di qualcosa che non deve ripetersi ed ha valore, anch’essa, di tipo preventivo. Vedremo che cosa dirà, ma le carte processuali hanno comunque delineato un quadro molto diverso da quello che emergeva dalle indagini iniziali. Resta un altro elemento da considerare, al di là del processo: quanto sia alto il rischio dell’occhio assuefatto. Stefano Cucchi in quei pochi giorni è stato visto da una decina di diverse istituzioni del nostro Paese: i medici, il 118, i carabinieri, poi è arrivato in carcere, poi il giudice, e troppo spesso gli occhi non hanno visto. E questo ci interroga: mai essere assuefatti a un meccanismo di violenza. Non si poteva non capire. Giusto quando è arrivato a Regina Coeli l’hanno mandato in ospedale, mentre altri occhi non hanno visto niente. Questo dell’occhio assuefatto è uno dei drammi, a volte, nei casi di violenza, per questo sottolineo che è necessario mantenere sempre lo stupore e l’indignazione rispetto a ciò che vediamo.

Quanto c’è ancora da fare? Quali sono stati i nodi maggiori che in questi anni il suo Ufficio ha dovuto affrontare?

C’è da fare ancora molto, nelle culture. Se ancora, come nei giorni recenti, vediamo che ci sono indagini rilevanti su casi di maltrattamento. Ma bisogna anche non pensare che questa sia la cultura dominante nelle forze dell’ordine. Il mio Ufficio, che contribuisce alla parte di formazione delle diverse forze dell’ordine, ha un rapporto positivo perché siano sradicate certe culture che in qualche modo a volte anche con il linguaggio vengono incrementate. Culture che cercano di far passare da una sorta di esercizio dell’azione penale rispetto a reati e rei, a una azione penale rispetto a nemici: questo è l’errore. Qualunque reato abbia commesso, la persona deve essere giudicata e deve scontare per quello che gli è stato dato, deve essere sancito che ciò che ha commesso è un reato ma non è un nemico, non è qualcuno da abbattere in qualche modo. Questa piegatura è una piegatura che in alcune culture diffuse, non solo nelle forze dell’ordine, ultimamente anche con il cosiddetto linguaggio d’odio si è ampliata. Le forze dell’ordine, tutte, hanno fatto un cammino di grande democrazia in questi anni e sono un presidio da tenere presente e da valorizzare. Ma come tutti i settori sono anche una fotografia di quella che è la cultura diffusa nel sociale. Spetta forse a chi ha compiti istituzionali, anche nel mio piccolo, contribuire alla formazione perché certi modelli culturali non rimangano tali e si vada sempre verso modelli culturali aperti. Che non significa permissivi ma tutt’altro: significa strettamente aderenti al dettato costituzionale.

Vuole lanciare un appello?

Quando certe cose accadono è doveroso indagare e sanzionare ma poi ci dobbiamo chiedere: dove eravamo? Nessuno è innocente rispetto alle cose che accadono. Neanche noi che non eravamo né la persona fermata, né coloro che l’hanno fermata o coloro che non hanno visto. Perché se certe cose accadono c’è sempre una responsabilità sociale e quindi anche noi dobbiamo interrogarci su quale è il tessuto sociale che attualmente stiamo costruendo.




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21 ottobre 2019

Più di un milione i minori in povertà assoluta

In Italia, negli ultimi dieci anni, il numero dei minori che vivono in povertà assoluta, senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, è più che triplicato, passando dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018. Oggi sono oltre 1,2 milioni. 

Questi e altri dati sono contenuti nel decimo Atlante dell’infanzia a rischio realizzato da Save the Children. 

Negli anni più duri della crisi economica, tra il 2011 e il 2014, il tasso di minori in condizioni di povertà è passato dal 5 al 10%, trasformando un fenomeno circoscritto in una vera e propria emergenza.

La povertà dei minori si riflette anche sulle difficili condizioni abitative in cui molti di loro sono costretti: in un Paese in cui circa 2 milioni di appartamenti rimangono sfitti e inutilizzati, negli anni della crisi il 14% dei minori ha patito condizioni di grave disagio abitativo.

L’Italia continua a non avere un piano strategico per l’infanzia e l’adolescenza, investe risorse insufficienti in spesa sociale, alimentando gli squilibri esistenti nell’accesso ai servizi e alle prestazioni, condannando proprio i bambini e le famiglie più in difficoltà ad affrontare da sole, o quasi, gli effetti della crisi.

La povertà economica è spesso correlata alla povertà educativa, due fenomeni che si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione.

Nel nostro Paese 1 giovane su 7 ha abbandonato precocemente gli studi, quasi la metà dei bambini e degli adolescenti non ha letto un libro extrascolastico in un anno, 1 su 5 non fa sport.

“Nell’ultimo decennio insieme alle diseguaglianze intergenerazionali, si sono acuite le diseguaglianze geografiche, sociali, economiche, tra bambini del Sud, del Centro e del Nord, tra bambini delle aree centrali e delle periferie, tra italiani e stranieri, tra figli delle scuole bene e delle classi ghetto. Si sono divaricate le possibilità di accesso al futuro”, ha rilevato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Un Paese ‘vietato ai minori’, che negli ultimi dieci anni ha perso di vista il suo patrimonio più importante: i bambini.

Impoveriti, fuori dall’interesse delle politiche pubbliche, costretti a studiare in scuole non sicure e lontani dalle possibilità degli altri coetanei europei. Ma che non si arrendono, che hanno trovato il coraggio di chiedere a gran voce che vengano rispettati i loro diritti, che gli adulti lascino loro un pianeta pulito e un ambiente di vita dove poter crescere ed esprimersi”.

“Chiediamo un forte segnale di inversione di rotta, per affrontare quella che è una vera e propria emergenza. Ci auguriamo – ha proseguito Valerio Neri – che il Presidente del Consiglio che nel suo discorso di insediamento ha voluto raccogliere l’appello lanciato da Save the Children per garantire ai bambini e alle bambine l’accesso all’asilo nido, nella prossima legge di bilancio sappia dare seguito concreto a quanto annunciato, a partire dalle aree del paese dove maggiormente si concentra la povertà minorile”.

Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo sesto anno, chiedendo il recupero di tanti spazi pubblici oggi abbandonati in stato di degrado da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini e scuole sicure per tutti.

A partire dal 21 ottobre è inoltre prevista una settimana di mobilitazione, con centinaia di eventi e iniziative in tutto il Paese, da nord a sud, realizzate a cura di tante realtà locali, associazioni, scuole, enti e istituzioni culturali che anche quest’anno hanno scelto di essere al fianco di Save the Children per sensibilizzare e informare sul tema del contrasto alla povertà educativa che colpisce bambini e ragazzi e sull’importanza di attivare comunità educanti.




permalink | inviato da paoloborrello il 21/10/2019 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 ottobre 2019

In Italia 3 milioni di affamati

In Italia ci sono 2,7 milioni di affamati che nel 2018 sono stati costretti a chiedere aiuto per mangiare, di cui oltre il 55% concentrati nelle regioni del Mezzogiorno. E’ quanto emerge dalla prima mappa della fame in Italia elaborata dalla Coldiretti in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione promossa dalla Fao, sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea). 

A differenza di quanto si pensa – sottolinea la Coldiretti – il problema alimentare non riguarda solo il terzo mondo ma anche i Paesi più industrializzati dove le differenze sociali generano sacche di povertà ed emarginazione.

Le maggiori criticità in Italia – precisa la Coldiretti – si registrano in Campania con 554.000 di assistiti, in Sicilia con più di 378.000 ed in Calabria con quasi 300.000 ma anche nella ricca Lombardia dove si trovano quasi 229.000 persone in difficoltà alimentare.

Tra le categorie più deboli degli indigenti a livello nazionale si contano – continua la Coldiretti – 453.000 bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 197.000 anziani sopra i 65 anni e circa 103.000 senza fissa dimora.

La stragrande maggioranza di chi è stato costretto a ricorrere agli aiuti alimentari lo ha fatto attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che, per vergogna, prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.

Infatti sono appena 113.000 quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,36 milioni che invece hanno accettato l’aiuto delle confezioni di prodotti.

Ma ci sono anche 103.000 persone – aggiunge la Coldiretti – che sono state supportate dalle unità di strada, gruppi formati da volontari che vanno ad aiutare le persone più povere incontrandole direttamente nei luoghi dove trovano ricovero.

Di fronte a questa situazione di difficoltà sono molti gli italiani attivi nella solidarietà a partire da Coldiretti e Campagna Amica che hanno lanciato l’iniziativa della “spesa sospesa”.

Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i banchi dei mercato di Campagna Amica per fare la spesa a favore dei più bisognosi. In pratica, si mutua l’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo.

Insieme a questi dati forniti da Coldiretti devono essere necessariamente considerati anche quelli recentemente resi pubblici dall’Eurostat.

Infatti in Italia nel 2018 il 27,3% della popolazione è risultata essere a rischio povertà o esclusione sociale contro il 25,5% del 2008, precisando che il nostro Paese figura tra i sette Paesi dell’Unione europea dove oltre un quarto della popolazione è a rischio.

Al primo posto si colloca la Bulgaria (32,8%) mentre l’Italia figura al sesto davanti alla Spagna (26,1%).

E in Sicilia e Campania più del 40% della popolazione è a rischio povertà, ha cioè un reddito disponibile dopo i trasferimenti sociali inferiore al 60% di quello medio nazionale.

Si tratta del livello più alto in Unione Europea.

In Campania la percentuale di coloro che sono a rischio povertà è del 41,4% (era 34,3% nel 2017) mentre in Sicilia è in calo al 40,7%. La situazione migliora in Calabria dove le persone a rischio di povertà sono il 36,4%.

Esaminando il rischio di povertà ed esclusione sociale che tiene conto non solo del reddito disponibile confrontato con la media nazionale ma anche della grave deprivazione materiale e delle famiglie nelle quali è molto bassa l’intensità di lavoro Campania e Sicilia rimangono  comunque le regioni europee nelle quali questa percentuale è più elevata.

In Campania è a rischio di povertà o esclusione sociale più della metà della popolazione (il 53,6%) con un incremento significativo rispetto al 2017 (era il 46,3%) e il dato peggiore dal 2004, anno di inizio delle serie storiche.

In Sicilia il tasso di povertà o esclusione sociale è al 51,6%, in flessione dal 52,1% del 2017.

Secondo l’Eurostat mentre migliora complessivamente il risultato italiano (dal 28,9% al 27,3% le persone a rischio di povertà o esclusione nel complesso nel 2018) in Campania la situazione peggiora.

Osservando le persone che vivono in famiglie nelle quali vi è una bassa intensità di lavoro (dove le persone che hanno tra i 18 e i 60 anni, esclusi gli studenti, hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale negli ultimi 12 mesi) Campania e Sicilia sono comunque tra le tre peggiori in Europa.

Dopo la regione spagnola di Ceuta (34,6%) c’è la Sicilia dove oltre un quarto della popolazione vive in famiglie con bassa intensità di lavoro (il 25,8%, in crescita dal 23,7% del 2017).

In Campania è in questa situazione un quinto della popolazione (il 20,9%, in calo rispetto al 23,5% del 2017).

In Italia la percentuale nel 2018 è all’11,3%, in calo rispetto all’11,8% del 2017.




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14 ottobre 2019

La 'ndrangheta riduce l'occupazione

Generalmente si ritiene che le mafie determinano un aumento dell’occupazione. Le conclusioni di uno studio recente della Banca d’Italia “Gli effetti della ‘ndrangheta sull’economia reale: evidenze a livello di impresa” sono invece molto diverse: le attività di riciclaggio della ‘ndrangheta nel Centro-Nord provocano una notevole diminuzione dell’occupazione. 

Lo studio analizza gli effetti della criminalità organizzata sull’economia reale, concentrandosi sul caso della ‘ndrangheta.

Combinando dati di fonte giudiziaria e di impresa si costruisce un indicatore statistico del rischio di infiltrazione mafiosa per le imprese del Centro Nord.

I risultati mostrano che la criminalità organizzata tende a infiltrarsi in imprese che attraversano periodi di difficoltà finanziaria e che operano in settori maggiormente legati alla domanda pubblica o più adatti al riciclaggio; l’infiltrazione si associa a un significativo aumento del fatturato delle imprese interessate; la diffusione della criminalità organizzata ha effetti negativi sulla crescita aggregata di lungo periodo.

Di conseguenza nei comuni del Centro-Nord le cui imprese sono state infiltrate dalla ‘ndrangheta l’occupazione è calata del  28% tra il 1971 e il 2011.

Si tratta del primo studio che cerca di ricostruire gli effetti di lungo termine determinati dalla criminalità organizzata sulla produzione dei territori in cui questa si infiltra, escludendo quelli di provenienza.

La ‘ndrangheta è il soggetto più adatto per un’analisi del genere perché solo il 23% dei suoi ricavi annuali, stimati fra i 3 e i 4 miliardi di euro, è realizzato in Calabria, , a differenza di quanto succede per camorra e Cosa nostra che in Campania e in Sicilia hanno ricavi superiori al 60% del totale.

La maggior parte del business ‘ndranghetista, quindi, è altrove (Centro-Nord, ma anche il resto d’Europa): narcotraffico internazionale, manipolazioni di appalti pubblici, estorsioni, gioco d’azzardo.

Come già anticipato, tre sono le principali conclusioni dello studio.

Prima conclusione, la ‘ndrangheta tende a infiltrarsi in imprese che hanno difficoltà finanziarie  e in settori che dipendono maggiormente dalla domanda del settore pubblico oppure in cui è più diffuso il riciclaggio di denaro.

Nel primo caso, il motivo principale di infiltrazione è massimizzare il profitto o estrarre una rendita, mentre nel secondo lo scopo è l’occultamento dei proventi di attività illecite.

Seconda conclusione: l’infiltrazione inizialmente genera un incremento dei ricavi delle aziende. Forse anche perché una parte dei ricavi maschera il riciclaggio.

Terza conclusione: nel lungo termine ci sono effetti negativi sulla crescita economica a livello locale  e di conseguenza sull’occupazione.

L’ingresso della mafia aumenta i ricavi delle aziende facendo crescere il numero di impiegati ma non gli investimenti: le imprese corrotte hanno una maggiore probabilità di uscire dal mercato, non è chiaro se per via volontaria o per decisioni di carattere giudiziario.

Il peggio succede se la mafia si inserisce nel mercato per fare profitto e investimenti, falsando il gioco della concorrenza e costringendo i competitor a chiudere: in questo caso l’impatto negativo è maggiore.

E sono molti i modi in cui la criminalità organizzata finisce per ridurre la ricchezza e il benessere di un paese, a cominciare dai costi diretti, cioè tutte le risorse che la mafia recupera direttamente dall’economia (rapine ed estorsioni, per esempio).

A questi si aggiungono i costi indiretti, generati da tutte le distorsioni che la criminalità opera sull’economia, che includono i legami di corruzione con i governi locali.




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7 ottobre 2019

Susanna Tamaro, un libro sulla scuola

Il nuovo libro di Susanna Tamaro si intitola “Alzare lo sguardo” ed è dedicato alla scuola. In una lunga lettera a una professoressa la scrittrice riflette sul senso – e sulla perdita di senso – dell’insegnamento: “Nel secolo scorso abbiamo smesso di pensare che educare le nuove generazioni fosse una cosa importante” scrive Tamaro. 

Prima di riportare alcune riflessioni sul nuovo libro di Susanna Tamaro, mi sembra opportuno riportare un breve estratto, in cui la scrittrice ricorda i suoi esordi scolastici:

“Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Indossavo un maglioncino color blu petrolio sferruzzato da mia madre, una gonna grigia che pizzicava terribilmente e avevo i capelli raccolti in due modesti codini legati da fermagli a forma di coccinella.

Ricordo il caos della grande aula dove venivano gridati i nomi per comporre le varie classi e il terrore assoluto nel sentire quel frastuono, nel vedermi circondata da decine, centinaia di volti sconosciuti.

Quando mi hanno chiamata, ho varcato quella porta con la consapevolezza dantesca del ‘lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. Non sapevo ancora né leggere né scrivere, non ero una bambina prodigio.

Mi è subito piaciuto l’abbecedario perché lì tutto era chiaro. Un bel pulcino giallo e sotto la lettera P, la luna e la L, un gattino e la G. Mi piaceva anche riempire le pagine di lineette, di riccioli, di tondi panciuti. C’era un ordine da rispettare e un’ossessività che ben si adattavano al mio carattere.

Non ho mai imparato a tenere la penna in mano – tutt’ora la impugno come fosse un punteruolo – però ero una bambina piena di silenziose curiosità e desiderosa di fare al meglio i suoi compiti.

Ma nell’ottobre della seconda è arrivata la catastrofe: il primo cinque della mia vita. Che cos’era successo? La maestra aveva detto che dovevamo studiare a memoria una poesia su Cristoforo Colombo per il giorno dopo. Io non avevo la minima idea di cosa volesse dire studiare, e tanto più a memoria, così il giorno dopo, vedendo la maggior parte delle mie compagne ripetere la poesia cantilenando con serena sicurezza, avevo capito di essere spacciata. Arrivato il mio turno, avevo cercato di inventare: ‘Le tre caravelle… erano grandi, erano belle…’.

‘Tamaro, un bel cinque! Non hai studiato niente e hai cercato anche di imbrogliare’.

Ricordo con perfetta lucidità l’angoscia di quelle ore. Come avrei potuto sopravvivere al marchio di infamia? Come avrei potuto camminare fino a casa, aprire la bocca davanti a mia madre e confessare il mio brutto voto?

Al termine delle lezioni avevo detto con voce tremante a mio fratello maggiore: ‘Ho preso cinque…’. Ma lui – che all’epoca era quello che si diceva un discolo – non era sembrato colpito. ‘Cosa vuoi che sia!’ La sua leggerezza però non mi aveva tolto dalle spalle quel giogo.

Al giorno d’oggi sarei stata considerata un Bes, ovvero un Bisogno Educativo Speciale. All’epoca ero soltanto una bambina che non capiva niente; prendere fischi per fiaschi era la mia attitudine naturale; dire cose sbagliate nei momenti sbagliati era il secondo dei miei talenti.

Il passare degli anni mi ha reso sempre più fragile, sempre più insicura, più incapace di aprire bocca con il rischio di sentire il mio cognome accoppiato a quel simpatico quadrupede che ha l’abitudine di ragliare.

Anche mio fratello ha avuto una carriera scolastica tutt’altro che brillante, ma la grande differenza tra noi era che lui non studiava affatto, mentre io trascorrevo ossessivamente il mio tempo sui libri cercando di migliorare, di imparare quello che per me era impossibile capire.

Ci può essere qualcosa di più frustrante che essere studiosi e andare male a scuola?

La mia testa funziona in modo molto lento e, soprattutto, è incapace di mandare a memoria cose di cui non comprende il senso. Ecco perché ho desiderato insegnare, per aiutare i bambini come me, quelli che non capivano niente, a entrare dalla porta principale. Forse avrebbero potuto imparare molto di più se a loro fosse stata indicata una porta di accesso secondaria”.

Già sono numerose le recensioni di questo libro di Susanna Tamaro.

Mi è sembrato sufficiente riportare alcune parti di un articolo della scrittrice Paola Mastrocola, pubblicato su “Il Sole 24 ore”, perché molto interessanti.

“…Susanna Tamaro ha appena pubblicato un libro che riguarda la scuola e che già nel titolo contiene un invito molto chiaro: “Alzare lo sguardo”. Non stare bassi, provare a mirare più in alto, non accontentarsi, esigere, richiedere qualcosa in più e a tutti, ragazzi, genitori, insegnanti.

Alzare lo sguardo è, per esempio, la professoressa che regala ai suoi allievi di un istituto tecnico, ogni anno a inizio anno, una copia delle Lettere a un giovane poeta di Rilke (a lei Susanna Tamaro si rivolge scrivendo l’intero libro come fosse una lettera).

Alzare lo sguardo è non considerare quei ragazzi inferiori o incapaci solo perché frequentano un tecnico. Anzi, è pensare che proprio perché frequentano un tecnico è doveroso regalar loro Rilke.

Alzare lo sguardo è, soprattutto e in modo rivoluzionario, pensare che Rilke – la poesia in generale, l’arte, la letteratura, la scienza, il pensiero astratto – sia fondamentale per la formazione di un ragazzo oggi.

Il libro tocca molti temi, ma è nella sostanza un appello accorato. Senza polemiche, senza prese di posizioni drastiche, senza diktat perentori.

E’ un appello ‘soft’, a bassavoce, ma potente, di una persona che da fuori – non fa l’insegnante, scrive libri – dice che la scuola le interessa. In questo senso ci pro-voca, ci chiama a raccolta: la scuola deve interessare a noi tutti, in quanto esseri umani, perché riguarda il destino dei giovani, dunque il futuro della nostra civiltà.

Il libro di Susanna Tamaro è soprattutto un invito a ricominciare a educare. Traducendo nel linguaggio della sua passione naturalistica, ci dice che educare è coltivare. Ora non coltiviamo più, lasciamo che i nostri figli vengano su come l’erba selvatica, mentre dovremmo pensarli come alberi, bambini-alberi e non bambini-erba. Alberi da frutta, per esempio, che hanno bisogno di cure costanti perché alla fine poi diano i frutti.

Educazione è e-ducere, portar fuori. Indicare la via. Dunque, scegliere. Assumersi la responsabilità di una scelta, cosa che, lei dice, nel secolo scorso abbiamo smesso di fare.

‘Che cos’è infatti l’educazione se non la più alta e raffinata opera di discernimento? Si riconosce che esistono due strade e si aiuta la persona a saper decidere quale imboccare. Se si tace, se si ignora che tutta la complessità umana si gioca nella scelta tra questi due cammini, se si lascia un cucciolo d’uomo in balia dei suoi istinti, è assai probabile che si comporti come gli scimpanzè…’.

…Alzare lo sguardo è anche, dunque, educare. Prendersi il rischio, accettare la sfida che ogni scelta comporta, pagare il prezzo che ogni presa di posizione richiede.

Forse quel che più m’inquieta della scuola oggi lo trovo nel passo in cui Tamaro racconta questo: ‘Una mia amica, – scoprendo che gli studenti dell’ultimo anno giocavano a carte durante le sue lezioni, è andata a parlare col preside per capire come comportarsi. Li lasci fare, si è sentita rispondere, tanto sono abituati così. E poi sono in quinta, quest’anno se ne andranno…’.

Lasciamo da parte la colpevole e indecorosa indifferenza di chi ci dovrebbe guidare – che ci sconcerta. E anche la solitudine, la completa impotenza a cui l’insegnante è destinato – che ci commuove. In quel racconto sta il problema più serio e gigantesco che abbiamo, secondo me, il problema, il più urgente da risolvere: i ragazzi in classe, durante le lezioni, giocano a carte.

Si può dire che si comportano così perché la scuola è sbagliata, non riesce a interessarli, i programmi sono vecchi, gli insegnanti incapaci. Può darsi.

Ma io non credo che sia (soltanto) questo. Direi piuttosto che la scuola è uscita dalla loro vita, o non c’è mai entrata, perché nella vita nostra, di noi tutti non c’è più il valore che la scuola ha sempre rappresentato: la cultura, astratta, disinteressata, il desiderio di averla, farla propria.

Un ragazzo di oggi non va a scuola per leggere Rilke, non è fiero di conoscere le poesie di Rilke, non sa cosa farsene, e lo annoiano. Per questo gioca a carte.

Ma la scuola continua a insegnare Rilke! Questo è il punto. So che molti (la maggioranza?) pensano che dovrebbe smetterla, che proprio il fatto di insegnare ancora Rilke sia ciò che allontana i ragazzi.

La penso esattamente al contrario, che sia giusto e sacrosanto, e che la scuola proprio questo debba continuare a fare fino alla fine del mondo: far leggere Rilke. Petrarca, Dovstoevskj, Goethe, Orazio, Montale, Aristotele, Swift…

Se la scuola mai smettesse di fare questo, non avremmo più un passato, e tutta la grandezza e bellezza che nei millenni abbiamo prodotto andrebbe persa per sempre. Consegneremmo il mondo alla volgarità del presente e basta, senza scampo.

Ma certamente c’è un enorme problema di scollamento: da una parte una scuola che continua a fare Rilke, cioè a proporre contenuti culturali alti, e dall’altra una società che se n’è andata altrove, a partire dagli ambiti dirigenziali, dagli esponenti di maggior rilievo.

Per questo dico che mi preoccupa ciò che circonda la scuola, più che la scuola in sé.

Lo spettacolo deprimente che la politica ha offerto negli ultimi mesi certamente non aiuta la scuola, se la scuola è il luogo dove si legge Rilke, se per fortuna è ancora chiamata a far passare, attraverso le materie che insegna, messaggi di altezza, nobiltà, generosità, lealtà e quel valore che è, per l’appunto, lo studio disinteressato, ‘inutile’, pago di se stesso (perché tali sono i messaggi che vengono dai libri, dalla poesia, dall’arte, dalla scienza, dalla letteratura, dalla storia, dai grandi del pensiero di ogni tempo).

Ulteriore scollamento, dunque, tra il patrimonio di valori che i ragazzi sono ancora chiamati a studiare, e gli esempi di miserevole squallore intellettuale e morale che la realtà attuale ci offre quotidianamente.

Pensiamo anche solo a come parlano alcuni politici, a come si esprimono alcuni giornalisti, alcuni conduttori di radio e tivù… Come possiamo accettare questo? Come possiamo far leggere ai ragazzi Rilke in un mondo così?

Ed ecco che torniamo al punto di partenza: dobbiamo esigere di più, non accontentarci, non far finta di niente, non mettere la testa nella sabbia. Alzare lo sguardo.

Ma che fare? Insorgere? Cambiare il mondo? Spodestare la classe dirigente, svitare la testa a chi ci governa, a chi ci indottrina, a chi ci dice menzogne, a chi palesemente agisce soltanto per il proprio tornaconto?

Ci piacerebbe che la scuola restasse l’ultimo baluardo contro la barbarie. Ma non so se possiamo chiederle tanto. Come fa? Dovrebbe assumersi totalmente il compito di educare. Strappare i ragazzi al mondo intero, ai media, alla pubblicità, ai social, alla rete, anche alla famiglia… Dovrebbe tenerseli tutti per sé, i ragazzi, a scuola tutto il giorno, e lasciarli andare solo all’ora di dormire.

Chiudere tutti i dispositivi che li mettono a contatto col mondo reale, che non vedano mai un telegiornale, non leggano un quotidiano, non usino internet…

Utopia che, non lo nego, trovo abbastanza affascinante. Paradossale? Certamente un paradosso che nasce dalla disperazione. Eppure mi pare di scorgere qualche segnale che va nella stessa direzione: penso ai programmi di digital detox, al metodo americano di mandare i futuri manager nel deserto per facilitare la loro attività intellettuale e creativa, e anche alle nuove forme di home learning e home schooling: sistemi quasi monastici, eremitici, di riabilitazione del pensiero, della concentrazione, meditazione, riflessività?

Forse il segno che una certa esigenza di separazione comincia a farsi sentire, un desiderio di “spostarsi”, abitare altri luoghi, sottrarsi all’iperconnessione costante e all’eccessiva esposizione a un mondo che ci convince sempre meno e non ci piace così com’è.

Si potrebbe prevedere un ciclo di vita completamente sganciato, avulso, protetto. Un po’ com’era l’educazione a Sparta, ma con fini culturali, morali, intellettuali… non certo militareschi!

Una scuola che si prende i nostri figli, per esempio per sette anni (dai sei ai tredici), e ce li restituisce che sanno parlare, scrivere, pensare, che amano leggere e studiare, che hanno un cospicuo patrimonio di conoscenze, che non si sono persi nel nulla e sono pronti a far parte della società, o lavorando o continuando gli studi: in due parole, perfettamente liberi.

Se non possiamo cambiare il mondo, almeno salviamoci dal mondo. La scuola come aerea protetta, separata dal resto. Oasi di crescita tutelata. Parco marino. Per salvare la specie dall’inciviltà incipiente…”.




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7 ottobre 2019

L'economia secondo San Francesco

Il Papa ha deciso, d’intesa con i francescani del Sacro Convento, di organizzare un grande incontro internazionale tra giovani economisti e imprenditori “under 35” dal 26 al 28 marzo prossimi ad Assisi, per discutere, confrontare esperienze e condividere proposte per una nuova economia, denominato “The Economy of Francesco”, e che è già stato ribattezzato la “Davos francescana”, dal nome della città della Svizzera dove ogni anno si riuniscono politici e banchieri per discutere i destini di un mondo reale che in realtà nessuno o quasi di loro frequenta, chiusi nelle enclave residenziali e nei voli executive.

Perché questo incontro?

Per vari motivi.

Innanzitutto per sfatare un mito, che l’economia di mercato sia stata in qualche modo generata nel mondo protestante nord europeo. Le cose sono andate diversamente, ma questo non sempre viene accettato dalla dottrina economica dominante.

Sono stati, invece, i seguaci di San Francesco d’Assisi a dar vita ad un sistema di relazioni e interazioni che rappresentarono i primordi dell’economia di mercato, secondo gli organizzatori dell’incontro.

Ha scritto l’economista Stefano Zamagni che si trattò di una “risposta all’imbarazzo della ricchezza”, termine tecnico che usano gli storici.

L’imbarazzo della ricchezza era stato scoperto dai monaci cistercensi – basti pensare a Bernardo da Chiaravalle – che “accumulavano ricchezza nei loro monasteri, ma non riuscivano a farla circolare, evidenziando la miseria all’esterno”.

Insomma, Francesco d’Assisi disse: “C’è qualcosa che non va” ed e così `che i francescani escono dai monasteri e creano i conventi.

Il convento è esattamente l’opposto del monastero: nel convento è un “con venire”, ed i conventi devono stare nelle città, non fuori perché ´devono essere aperti a tutti.

Quindi l’economia di mercato nasce per consentire alla ricchezza di essere partecipata. Nasce così l’organizzazione della divisione del lavoro.

E Jorge Mario Bergoglio, gesuita argentino che per primo nella storia ha assunto il nome del poverello, sa che è lì che si deve tornare per dare impulso ad un nuova economia, ad un “patto” tra le persone del pianeta che vogliono che ci sia un futuro e che si sviluppi all’interno di un sistema che metta la persona e l’ambiente al centro, e non solo il denaro che produce altro denaro.

Per quanto riguarda l’incontro di marzo il programma si sta ancora scrivendo,  ma ci sarà naturalmente lui, Francesco, e sarà la sua quarta volta ad Assisi in sette anni.

Certo, il percorso che porta all’incontro del prossimo marzo –-un po’ Davos certo, ma forse anche Camaldoli, l’eremo nella vicina Toscana dove nel luglio 1943 le migliori menti cattoliche scrissero il celebre codice per l’economia nazionale – parte da lontano.

Fu Bergoglio, appena eletto nel 2013, che disse cosa pensava del rapporto della Chiesa verso la ricchezza, ma soprattutto del modello economico dominante, uscito immutato nella sostanza dalla grande crisi finanziaria.

Il passaggio del fondamentale documento “Evangelii Gaudium” – considerato il manifesto del pontificato – “questa economia uccide!” è ormai inciso sulla pietra, e il Papa lo ha declinato in ogni sua forma, dai temi della finanza all’economia reale, dalle relazioni sindacali alla difesa dell’ambiente.

Non l’economia di mercato, ma un sistema esasperato (“questa economia”, che ha generato le infinite bolle speculative) che metta l’uomo schiacciato sotto il profitto.

E a seguire l’altro documento fondante sulla salvaguardia dell’ambiente, l’enciclica del 2015 Laudato Si’, dal Cantico delle Creature, il massimo testo di Francesco.

La difesa dell’ambiente, della casa comune, non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale.

Occorre, pertanto per il Papa, “correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future”.

Al centro della pastorale bergogliana-francescana c’è la denuncia della “cultura dello scarto”, che a pensarci è il fondamento culturale dell’economia circolare, ormai entrata a pieno titolo nelle agende imprenditoriali.

E per scarto il Papa non pensa solo al cibo o ai materiali dei cicli produttivi: pensa prima di tutto alle persone, siano essi i poveri delle baraccopoli, gli anziani soli delle periferie urbane, le persone diversamente abili, le donne vittime di violenze, i disoccupati, i nuovi schiavi reclutati nei campi profughi.

“Nell’incontro ci saranno tantissimi imprenditori giovani che proveranno ad invertire sistemi economici iniqui a favore di sistemi circolari”, ha rilevato padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento.

Riemerge quindi il concetto di “patto”, declinabile in ogni nuovo impegno, e che arriva fino al grande movimento mondiale dei giovani per la difesa dell’ambiente.

E’ lo stesso Papa che lo ribadisce: “un patto comune, un processo di cambiamento globale  che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi”.




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