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8 febbraio 2010

Strada facendo...

Si è conclusa a Terni, la quarta edizione del convegno nazionale "Strada facendo", organizzato dal gruppo Abele, da Libera e dal Cnca (coordinamento nazionale delle comunità d'accoglienza), per discutere sulle politiche sociali in Italia. In tre giorni più di 1.000 partecipanti hanno ragionato nei gruppi di lavoro sui temi del welfare, dell'immigrazione, dei giovani, del carcere e dei diritti alla salute, al lavoro, alla casa.

Al termine dei lavori è stata approvata la Carta di Terni per un nuovo welfare.
Ecco il testo integrale:


LA CARTA DI TERNI PER UN NUOVO WELFARE

Le associazioni non profit, le organizzazioni del volontariato, le rappresentanze dei lavoratori e degli studenti, gli operatori che lavorano nei servizi e le persone che ne fruiscono, i funzionari e gli amministratori locali, riuniti a Terni per confrontarsi sulle ricadute sul sociale della crisi economica sono concordi nel farsi promotore dei seguenti orientamenti e proposte:

Il lavoro

- dotare di caratteristiche universali gli ammortizzatori sociali, superandone l'attuale frammentarietà e relatività, facendone uno strumento di indispensabile ridistribuzione e sostegno del reddito a favore dei lavoratori;
- superare la legge 30 riducendo a non piu' di tre le tipologie dei contratti di lavoro (di apprendistato, di ingresso, di stabilità), garantendo pur nella mobilità la continuità formativa occupazionale;
- determinare un piano per il lavoro stabile e di qualità fondato su scelte di rilancio economico orientato alla tutela dell'ambiente, della sostenibilità e all'equità.

La difesa del diritto alla casa

- passare dall'investimento sul mattone all'investimento sul diritto all'abitare, la città è un bene comune, la casa è un diritto costituzionale;
- oggi ci sono troppe famiglie senza casa e troppe case senza famiglia, è possibile un incontro tra domanda e offerta nell'equità e nel rispetto dei diritti di tutti;
- rafforzare ed estendere le misure per il rispetto della legalità nell'edilizia e nel mercato immobiliare.

Il Welfare

- difendere e rilanciare il progetto di valorizzazione delle comunità locali contenute nella legge 328;
- definire e finanziare i livelli essenziali di assistenza nel sociale;
- costruire un patto nazionale per il sociale.

La Costituzione e la realizzazione del Servizio Sanitario Nazionale

- i principi del sistema sanitario nazionale non hanno bisogno di essere riformati, il rischio è il venir meno della universalità di eccesso e di fruizione delle cure;
- la spesa sanitaria è già al di sotto della spesa media europea, puo' essere diversamente orientata, non ulteriormente diminuita;
- il rilancio della partecipazione e del coinvolgimento a tutela della salute dei cittadini richiede trasparenza, la trasparenza delle decisioni, dei metodi è anche il presupposto per le valutazioni ed il controllo democratico.

Il carcere

- ridare fiato ed opportunità alle misure alternative, in pochi anni drasticamente crollate e sottoutilizzate, la 'cassa delle ammende' è stata istituita per i progetti di riabilitazione e reinserimento e deve essere utilizzata per tale finalità;
- istituire il garante nazionale per i detenuti, ed anche per gli stranieri nei CIE, autonomo dal potere politico, oggi strumento indispensabile a fronte del forte indebolimento dei diritti delle persone ristrette, il carcere priva le persone della libertà, non degli altri loro diritti;
- predisporre un'iniziativa referendaria (iniziativa popolare o regionale) per abrogare le norme che oggi trattengono in carcere persone che invece potrebbero essere meglio aiutate con interventi sociali e sanitari.

I diritti negati dei migranti

- non è accettabile la configurazione del reato di clandestinità, la creazione di fatto di un codice differenziale per i cittadini italiani e stranieri, la negazione dei diritti di cittadinanza per le persone nate in Italia o da lungo tempo in possesso del permesso di soggiorno;
- contrastare il lavoro nero e approvare il disegno di legge sul reato di grave sfruttamento lavorativo come voluto dalle direttive europee e abolire le forme di schiavitù dei migranti con l'uso dell'articolo 18 della legge sull'immigrazione;
- rilanciare un discorso autorevole sull'immigrazione che ci vede impegnati in percorsi di protezione, di integrazione, di advocacy e di incontro tra italiani e stranieri per contrastare atteggiamenti razzisti e xenofobi.
 
In tutti questi ambiti evidenziati i giovani sono in primo piano.
Si rimarca come i giovani costituiscono una risorsa del presente, la necessità di valorizzarne capacità ed iniziative, fornendo loro opportunità, attenzione educative e garantendo tutti i necessari diritti alla loro crescita con impegno di cedere quote di potere e di rappresentanze reali.

Terni, 7 febbraio 2010
 

I contenuti della Carta mi sembrano ampiamente condivisibili.
Ho molti dubbi però sul fatto che l'attuale governo intenda attuare concretamente le diverse proposte in essa inserite.
E' necessario, pertanto, che coloro che ritengono effettivamente valide quelle proposte si impegnino con forza affinchè quanto richiesto possa essere effetivamente realizzato.





6 febbraio 2010

Non partecipare alle primarie del Pd per il candidato alla presidenza della Regione Umbria

Domenica 7 febbraio, si terranno le primarie del Pd per la scelta del candidato alla presidenza della Giunta Regionale dell’Umbria, in vista delle elezioni previste per fine marzo.
Sono state scelte le primarie in quanto il Pd umbro non è stato in grado di scegliere quel candidato in altri modi, soprattutto a causa della volontà della presidente uscente Rita Lorenzetti di candidarsi di nuovo, a tutti i costi, nonostante che per due mandati, cioè per 10 anni, si sia seduta sulla poltrona più importante di palazzo Donini.
 
Io credo che non si debba partecipare a queste primarie e invito tutti a non parteciparvi, per diversi motivi.

In primo luogo le primarie in questione non sono delle vere primarie,
nel senso che non sono affatto uno strumento di partecipazione democratica relativa ad una importante scelta politica semplicemente perché sono state convocate con un fortissimo ritardo (il termine ultimo per la presentazione delle candidature era sabato 27 gennaio alle ore 20). Quindi solo una settimana di tempo per la campagna elettorale e pertanto le primarie si risolveranno in una acerrima lotta fra i sistemi di potere che sostengono i due candidati, Catiuscia Marini e Gianpiero Bocci e non consentiranno una libera e consapevole scelta da parte degli elettori umbri del Pd. Primarie farsa, potrebbero essere chiamate, e già questo sarebbe sufficiente per giustificare la scelta di non partecipare alle primarie.
 
Ma ci sono, a mio avviso, anche altri motivi.
 
Sia la Marini che Bocci non sono candidati accettabili.
Catiuscia Marini è di fatto la “portavoce” di Rita Lorenzetti. Ci sarebbe un governo dell’Umbria per interposta persona se la Marini una volta candidata venisse eletta. Se ci si è espressi contro la ricandidatura della Lorenzetti anche per il suo operato, nel complesso negativo, non si può accogliere la candidatura della Marini. A quel punto sarebbe meglio l’originale...
Bocci non può essere considerato un “uomo nuovo”, è presente da decenni sulla scena politica umbra, è prevalentemente un “uomo di potere” che guiderebbe l’Umbria per avvantaggiare dei gruppi di potere piuttosto che per soddisfare gli interessi collettivi della popolazione.

Infine non partecipare alle primarie sarebbe anche una forma di protesta per come il Pd umbro ha gestito tutta la vicenda della candidatura alla presidenza della giunta regionale. Non vi erano in Umbria problemi esterni al Pd o comunque particolari come quelli verificatisi in Puglia e nel Lazio. Era da tempo evidente che solo al Pd spettava indicare il candidato. Ebbene gli organi del Pd umbro non sono stati in grado di farlo e hanno scelto le primarie solo perché non sono riusciti, per mesi, a raggiungere un accordo. Quindi la “palla” è passata agli elettori perché le varie componenti del Pd umbro non hanno appunto raggiunto un accordo in quanto i loro obiettivi erano esclusivamente obiettivi di potere e non sono state in grado di raggiungere un equilibrio tra i vari “appetiti”, tra le varie richieste di “poltrone” a cui ambivano.

Una vera e propria faida come anche giornali nazionali hanno definito quanto avvenuto in Umbria.

E per finire l’incomprensibile scelta del centrodestra di candidare a presidente Fiammetta Modena, un’esponente di secondo piano del Pdl. Evidentemente il centrodestra non è interessato a governare la Regione Umbria ed è probabile, quanto meno auspicabile, che certe condizioni così favorevoli al centrodestra non si presenteranno più.


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permalink | inviato da paoloborrello il 6/2/2010 alle 0:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



4 febbraio 2010

Il caso di Sergio Marra, quando il lavoro "uccide"

Non è certo il primo, Sergio Marra, che si è suicidato perchè non aveva più un lavoro. Non è certo il primo, Sergio Marra, che, anche quando lavorava, non veniva pagato da mesi. Tante altre storie simili meriterebbero di essere raccontate e soprattutto non dimenticate.
I Sergio Marra non devono essere dimenticati per comprendere fino in fondo che la crisi economica non è solamente rappresentata da una riduzione del Pil, che peraltro sembra essersi fermata, ma la crisi è anche e sopratutto una crisi occupazionale. E dietro questo termine ci sono persone in carne ed ossa che vivono momenti di grande difficoltà che li possono spingere, solo qualche volta per fortuna, a decidere di interrompere la propria esistenza.
Di questi casi i mass media se ne occupano ma per poco tempo e comunque se ne occupano molto meno rispetto ad altri avvenimenti. La storia di Sergio Marra è anche una storia di sfruttamento e in generale le condizioni dei lavoratori, sia di quelli "stabili" sia di quelli precari, soprattutto giovani, non sono più oggetto di grande attenzione.

Con questo post intendo seguire un altro percorso, sperando che i lettori lo apprezzino.

Riporto una parte di un articolo di Elisabetta Reguitti, pubblicato da "Il Fatto quotidiano", e che ho letto nel sito di "Articolo 21", dedicato a Sergo Marra:

"Sergio Marra non si è tolto la vita per aver perso il posto di lavoro. Sergio Marra da agosto dell’anno scorso lavorava senza prendere il becco di un quattrino. E l’ azienda – la Elgicolor Plast Srl di Ciserano – non gli versava neppure i cedolini paga. Sarebbe stato quindi troppo difficile – se non impossibile - per l’operaio (e per altri 3 colleghi) dimostrare che lui, comunque, aveva sempre continuato a lavorare. Solo a novembre l’ operaio aveva deciso di sottoscrivere le dimissioni per giusta causa come gli avevano consigliato alla Cgil di Bergamo. Marra fino al momento della tragica decisione di darsi fuoco in una piazzola lungo la provinciale tra Brembate e Marne di Filago era solo uno dei tanti (sempre di più) lavoratori vittima di proprietari che sfruttano lo sfruttabile. Crisi o no.
 
Siamo a Zingonia località in provincia di Bergamo; frazione dei comuni di Verzellino, Verdello, Boltiere, Osio Sotto e naturalmente Ciserano. Zingonia è frutto di un progetto urbano parzialmente realizzato degli anni '60: la città per i lavoratori voluta dall'imprenditore Renzo Zingone. Ci abitano circa 2.000  persone la maggior parte dei casi lavoratori extracomunitari. Siamo in una delle aree del ricco nord Italia. Dove chi perde il lavoro diventa un emarginato. E dove il peso della responsabilità, verso la propria famiglia, spesso è troppo pesante da sopportare. Dove il senso dell’ esistenza e la propria credibilità verso gli altri, il proprio vicino di casa, è indissolubilmente legata al lavoro più che in altre zone d’Italia dove magari c’è anche più solidarietà.
 
Sergio Marra però abitava in un quartiere di Bergamo insieme alla moglie. Non avevano figli ma tanti progetti ancora da realizzare. Sergio aveva 36 anni era nel pieno del suo vigore. 
'Era un uomo buono onesto che amava il suo lavoro' dice la moglie piangendo e chiedendo di essere lasciata in pace. Questa donna proprio non riesce a rassegnarsi. Tra di loro, la sera in casa, parlavano spesso di ciò che stava accadendo. Dello stipendio che non c’ era ma la moglie non avrebbe mai immaginato che il marito stesse pensando a qualcosa di così tragico. Cospargersi di benzina mettendo fine alla propria esistenza.

Sergio aveva iniziato a lavorare alla Elgicolor Plast, che ha sede in via Aosta,
nell’ aprile del 2008. Un’ azienda che produce coloranti e manufatti 'fallita' secondo le notizie emerse sui giornali. Situazione che però non risulta al sindacato. E telefonando alla Elgciolor Plast e chiedendo del titolare riattaccano.
Peccato perché avremmo davvero voluto sapere perché Sergio non veniva pagato nonostante lavorasse.
Dopo un breve ricerca risulta tra l’ altro che il proprietario della Elgicolor Plast ha una seconda ditta individuale sempre a Ciserano: la Atem che produce attrezzatura termo ed elettro tecnica: i lavoratori non percepiscono lo stipendio da 7 mesi. Sono tutti spaventati dal 'padrone' che neppure risponde ai decreti ingiuntivi emessi dallo studio che si occupa delle pratiche dei dipendenti che però non hanno alcuna voglia di parlare...".


Non penso proprio che sia necessario qualche altro commento.


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permalink | inviato da paoloborrello il 4/2/2010 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



1 febbraio 2010

Danilo Dolci: qualcuno sa chi è?

Le persone che meritano di essere ricordate lo dovrebbero essere anche quando non ricorre alcun anniversario. Da tempo volevo dedicare un post a Danilo Dolci, un personaggio poco conosciuto ma la cui attività è stata molto importante e, a mio avviso, la sua conoscenza va diffusa il più possibile, soprattutto fra i giovani.

Inizio citando la nostra "Bibbia", "Wikipedia", riportando alcune parti della voce dedicata a Dolci: 

"Danilo Dolci (Sesana, 28 giugno 1924 – Trappeto, 30 dicembre 1997) è stato un sociologo, educatore, poeta e attivista della nonviolenza italiano.

« Se l'occhio non si esercita, non vede.
Se la pelle non tocca, non sa.
Se l'uomo non immagina, si spegne. »
(Danilo Dolci, da Il limone lunare)

Nasce il 28 giugno 1924 a Sesana (in provincia di Trieste, ora territorio sloveno)...
A Milano consegue il diploma presso un Istituto tecnico e poi la maturità artistica a Brera...
Durante gli anni del regime fascista sviluppa presto una decisa avversione alla dittatura. Arrestato a Genova nel 1943 dai nazifascisti, riesce a fuggire.
Insegna presso una scuola serale a Sesto San Giovanni. Qui, tra gli operai che siedono dietro i banchi, conosce Franco Alasia, che diventerà tra i suoi più stretti collaboratori.
Studia Architettura al Politecnico di Milano, ma nel 1950, poco prima di discutere la tesi, decide di lasciare tutto per aderire all'esperienza di Nomadelfia - comunità animata da don Zeno Saltini - a Fossoli (frazione di Carpi).
Dal 1952 si trasferisce nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promuove lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro: siffatto impegno sociale gli valse il soprannome di 'Il Gandhi di Partinico'...
Nella sua attività di animazione sociale e di lotta politica, Danilo Dolci ha sempre impiegato con coerenza gli strumenti della nonviolenza.
Il 14 ottobre del 1952 Dolci dà inizio a Trappeto al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorità si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario. In questa occasione si stabilisce il contatto con il filosofo di Perugia Aldo Capitini.
Nel gennaio del 1956 oltre mille persone danno vita a uno sciopero della fame collettivo per protestare contro la pesca di frodo, che priva i pescatori dei mezzi di sussistenza.
Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo 'sciopero alla rovescia' a Partinico: centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata: la manifestazione viene fermata dalla polizia e Dolci con alcuni suoi collaboratori viene arrestato. L'episodio suscita indignazione nel Paese, e provoca numerose interrogazioni parlamentari. Dolci viene successivamente scagionato in un processo che ha enorme risalto sulla stampa: a difenderlo è il grande giurista Piero Calamandrei...
Si intensifica, intanto, l'attività di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, tra cui i deputati democristiani Calogero Volpe e Bernardo Mattarella, allora ministro (si veda la documentazione raccolta in Spreco, del 1960, e Chi gioca solo 1966). I due parlamentari querelarono per diffamazione Dolci e Franco Alasia, co-autore della denuncia, che vennero entrambi condannati dopo un processo durato sette anni.
La figura e l'opera di Dolci polarizzano l'opinione pubblica: mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarietà, in Italia e all'estero (anche da personalità come Norberto Bobbio, Carlo Levi, Ignazio Silone, Aldous Huxley, Jean Piaget, Bertrand Russell ed Erich Fromm), per molti avversari Dolci è solo un pericoloso sovversivo. Il cardinale Ernesto Ruffini, in un'omelia pasquale degli anni sessanta indicò la mafia, il romanzo "Il Gattopardo", e Danilo Dolci come "le cause che maggiormente hanno contribuito a disonorare la Sicilia".

Costituisce una caratteristica importante del lavoro sociale ed educativo di Dolci il suo metodo di lavoro: piuttosto che dispensare verità preconfezionate, ritiene che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso valorizza la cultura e le competenze locali, il contributo di ogni collettività e ogni persona. Per questo Dolci collega la sua modalità di operare alla maieutica socratica. Il suo è un lavoro di capacitazione (empowerment) delle persone generalmente escluse dal potere e dalle decisioni.
Nelle riunioni animate da Dolci, ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e decidere. È proprio nel corso di riunioni con contadini e pescatori della Sicilia occidentale che prende corpo l'idea di costruire la diga sul fiume Jato. La successiva realizzazione di questo progetto costituirà un importante volano per lo sviluppo economico della zona e toglierà un'arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini. L'irrigazione delle terre ha consentito in questa zona della Sicilia occidentale la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.

A partire dagli anni settanta per Dolci l'impegno educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre connesso alla sperimentazione, della struttura maieutica, ovvero di una modalità cooperativa di dibattito, studio e ricerca comune della verità. Col contributo di esperti internazionali si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Negli anni successivi Dolci gira l'Italia per animare laboratori maieutici in scuole, associazioni, centri culturali.
Il lavoro di ricerca, condotto con numerosi collaboratori italiani e internazionali, si approfondisce negli anni ottanta e novanta: muovendo dalla distinzione fra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica della società connessi al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione capillare dei mass-media". 

Riporto adesso una parte di una lettera, in ricordo di Dolci, di Franco Alasia, uno dei suoi più stretti collaboratori:

"Di Danilo una prima cosa direi, che mi pare essenziale componente della sua complessa personalità: è stato un autentico spirito religioso, prima che, ed insieme, poeta. Anche se diverse sono state le qualificazioni che gli sono state attribuite: sociologo, animatore, educatore e via dicendo, fino a 'sobillatore', a 'individuo di spiccate tendenze a delinquere', espressione con la quale un giudice, nel processo per lo sciopero a rovescio delle trazzera, motivava il rifiuto della libertà provvisoria chiesta dai suoi avvocati.
Uso il termine religioso non nel senso confessionale: piuttosto col significato che gli dava Aldo Capitini: religione è una libera aggiunta. Un qualcosa in più, che si dà liberamente...
Ma questo tendere all'essenza delle cose, della vita, non è religiosità? E quanto dista la poesia dalla religione? E viceversa? Ciò, a proposito di quanto affermavo all'inizio, a proposito di religione come libera aggiunta. Ricordo che in una occasione Danilo m'aveva fatto vedere un promemoria della sua ragazza, segnato a metà giugno del'48: 'ricordati che ci sposiamo', diceva. Eravamo in gennaio, febbraio forse. Voleva bene alla sua ragazza. In corso Sempione a Milano, lo attendeva uno studio d'architetto. Una professione direi fantastica quella dell'architetto, no? Non un avvenire incerto per lui, dopo la laurea; ma una prospettiva concretamente allettante. Una sera mentre l'accompagnavo alla fermata del tram Monza-Milano al Rondò di Sesto San Giovanni, ne parlammo e lui mi disse di no. Che non avrebbe accettato quell'occasione. Perché? Correva il rischio, pur con un lavoro tanto dignitoso quanto affascinante, di riservarsi un futuro 'di costruttore di case per ricchi'.
Lui era invece molto interessato a quanto si faceva a Nomadelfia, la città fondata da Don Zeno Saltini in Emilia, nell'ex campo di concentramento nazista di Fossoli. Là dove si tentava la generosa utopia di una società che voleva vivere la legge dei fratelli, cominciando con l'accogliere i più deboli e indifesi: i bambini, gli orfani, per dare loro una famiglia. Sperava che la sua ragazza l'avrebbe seguito. Ma non fu così. La perse. Scegliendo di fare quanto credeva giusto.
Danilo, come uomo può aver commesso sbagli, ne ha commesso senz'altro. Ma di una cosa sono testimone: nelle scelte ha sempre cercato di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto. E non chiudendosi in se stesso. Cercando, sollecitando consigli di altri. Confrontandosi. Per avvicinarsi sempre di più all'essenza del vero e del giusto. Cosa per cui è necessario essere liberi da legami con partiti e con chiese; consapevoli che l'amore è tanto indispensabile quanto insufficiente, che conoscenza, tecnica, professionalità e coraggio lo devono integrare. Danilo, come Piaget, credeva nella saggezza dei cosiddetti ignoranti, quelli che lui chiamava gente semplice; che vanno interpellati, sentiti, e coinvolti in un processo di liberazione necessario al nostro sviluppo reciproco. Mi diceva, ricordo, che gli sarebbe piaciuto poter fare da trait d'union tra la cosiddetta alta cultura - che è veramente alta quanto non è soltanto erudizione - e la cultura popolare. Quella della gente semplice...".
 
Oggi esiste un Centro per lo Sviluppo Creativo "Danilo Dolci", fondato dallo stesso Dolci. Dal suo sito web www.danilodolci.it si possono conoscere gli obiettivi che si propone il centro:

"Attualmente il Centro per lo Sviluppo Creativo 'Danilo Dolci' è una associazione no-profit che coinvolge giovani e adulti ed opera principalmente nell’ambito educativo, a diversi livelli; in collaborazione con scuole, università, istituzioni, gruppi ed altre realtà sociali, vengono periodicamente organizzati e sviluppati incontri, seminari, laboratori maieutici, varie forme di scambio e attività per la più attiva partecipazione di ognuno alle seguenti tematiche:

- educazione al lavoro di gruppo come mezzo di promozione culturale, sociale e civile;
- educazione alla pace, alla soluzione dei conflitti, a un lavoro antimafia attraverso la pratica della nonviolenza;
- rispondere ai bisogni della scuola e più in generale della popolazione per lo sviluppo del territorio a partire dall'uomo, promovendo iniziative che rendano possibili valutazioni comparative;
uso della "struttura maieutica reciproca" nei rapporti: tra adulti e giovani; tra docenti; tra scuola e territorio;
- sviluppare corsi di formazione sulla maieutica strutturale, da cui possano crescere nuovi educatori-formatori;
- favorire i processi di innovazione anche all'interno della scuola pubblica, avviando progetti di laboratori e seminari maieutici, assumendo come punto di riferimento l’esperienza del Centro Studi e Iniziative, e in particolare tutto quel complesso di attività ruotanti attorno alla nascita e al successivo sviluppo del "Centro Educativo - Mirto" di Partinico;
- promuovere, soprattutto con i giovani, iniziative in cui ognuno possa esprimersi (tra loro e con chi li può aiutare a trovarsi, identificarsi) per riconoscere i propri bisogni concreti;
- organizzare seminari e corsi affinché si formino, in ogni ambito e a ogni livello, esperti di come possiamo crescere in gruppi che favoriscano la creatività personale e collettiva, verificandone gli esiti alla luce della Bozza di manifesto;
- documentare il lavoro, in tutti i suoi aspetti, anche attraverso appunti, relazioni, materiali audiovisivi, notiziari, pubblicazioni, in particolare elaborando i progetti insieme alle persone coinvolte.
 

Dopo aver letto tutto questo, una sola considerazione mi sembra necessaria.
Danilo Dolci merita di essere ricordato?
Dolci può essere un modello da seguire?
Io credo proprio di sì e voi?




permalink | inviato da paoloborrello il 1/2/2010 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa



29 gennaio 2010

Umbria nodo strategico dei traffici delle ecomafie

Umbria cuore verde dell'Italia. Questo è stato per anni lo slogan utilizzato per promuovere l'Umbria soprattutto dal punto di vista turistico. In realtà, almeno attualmente, questo slogan non corrisponde pienamente alla realtà, sia perchè la gestione dei rifiuti è avvenuta in modo tradizionale, privilegiando le discariche e sottovalutando la raccolta differenziata (ed inoltre in questo settore vi sono state diverse indagini della magistratura tendenti ad accertare traffici quanto meno poco chiari) sia perchè anche nella nostra regione da anni è stato portato avanti  un processo di "cementificazione" senza dubbio eccessivo, che la dice lunga sui rapporti tra gli amministratori locali, sia della Regione che dei Comuni, e certi gruppi di potere che fanno capo soprattutto ad imprese edili. La stessa presidente uscente della Regione, che ha tentato di ottenere un terzo mandato, senza successo però, era legata a quei gruppi che politicamente l'anno fortemente sostenuta.

Questo altro lato della "medaglia Umbria" è evidenziato chiaramente in un rapporto di Legambiente a cui fa riferimento un articolo pubblicato su "Liberainformazione" che riporto integralmente:


"Un puzzle che lentamente si compone e restituisce una fotografia in bianco e nero dell’altra faccia dell' Umbria. A scattarla la Commissione antimafia regionale in queste prime settimane di lavoro.
Terreno fertile per le infiltrazioni mafiose l’Umbria scopre - giorno dopo giorno - che le pressioni sul territorio non arrivano solo dall’assegnazione di subappalti, forniture o la stipula di subcontratti, ma da buona parte dei canali dietro i quali circolano quantità consistenti di denaro. Anche dal traffico di rifiuti e dal ciclo del cemento.
Più del 10% delle inchieste condotte contro i reati di traffici illeciti di rifiuti vedono coinvolti a vario titolo soggetti legati al territorio umbro. Lo conferma alla Commissione antimafia regionale Alessandra Paciotto, presidente di Legambiente Umbria che commenta anche l’operazione condotta dai carabinieri del Noe di Perugia, coordinati dalla procura di Terni, avvenuta alcuni giorni fa, che ha permesso di disarticolare un traffico illecito di rifiuti speciali (batterie al piombo usate) gestita da una presunta organizzazione che operava fra Lazio e Umbria. 'E'necessario - ha ribadito Paciotto - mantenere alta la guardia e contrastare con mezzi sempre piu' efficaci questo fenomeno criminale che e' una vera e propria piaga per il nostro Paese e un ostacolo allo sviluppo dell'imprenditoria sana'.
Oltre la discarica di Orvieto – sulla quale ci sono ancora indagini in corso – c’è molto altro. Solo nel 2008 sono state 133 le infrazioni nel settore del ciclo dei rifiuti, 136 le persone denunciate e 67 i provvedimenti di sequestro, numeri che collocano l'Umbria al quattordicesimo posto nella classifica delle illegalità connesse allo smaltimento dei rifiuti. Un’analisi peggiorata rispetto allo scorso anno posiziona l’Umbria al centro di traffici favoriti dalla sua collocazione geografica e dall’insospettabile disegno criminale che camorra e ‘ndrangheta in particolare gestiscono con sempre maggiore incisività.
L’ultima operazione in ordine di tempo è scattata lo scorso febbraio su iniziativa della procura di Santa Maria Capua Vetere, coordinata dai carabinieri del Noe, contro alcuni trafficanti di rifiuti. L’operazione 'Old Iron' racconta un traffico di veicoli fuori uso e rottami ferrosi, tra Napoli, Caserta e Terni. Cinque le persone arrestate per traffico e smaltimento illecito di questo 'ferro vecchio'. L’attività illecita della consorteria criminale e interregionale consentiva ingentissimi guadagni, si snodava attraverso una rete vasta e ben organizzata e toccava la bassa Umbria, il ternano, porta d’ingresso della camorra in Umbria.
Del novembre del 2008 invece il gruppo investigativo dei Noe hanno portato allo smantellamento di un consistente traffico di rifiuti pericolosi costituiti da scarichi industriali prodotti da un centro di rottamazione di Gubbio. Dal marzo 2007 sino a qualche mese fa le indagini hanno seguito questo filo nero che ha permesso di accertare l’attività illecita svolta da due titolari della ditta che trattava rifiuti 'particolari' con procedure illecite (auto,bombole e altri rifiuti pericolosi); uno dei due titolari è ad oggi in carcere l’altro agli arresti domiciliari, il centro di rottamazione è stato posto sotto sequestro. Il ricavato illecito di queste operazioni ammontava all’incirca a 1,5 milioni di euro per un totale di circa 1.500 tonnellate di rifiuti provenienti dall’eugubino e dal tifernate.
E' il rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente a tracciare questa radiografia criminale che produce soldi, impastando rifiuti tossici e cemento, arrecando notevoli danni all’ambiente, alla salute dei suoi cittadini e al sistema legale dell’economia. In questa ultima analisi per l'Umbria l'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente lancia l'allarme sulle discariche abusive: una prassi consolidata in altre regioni, da tempo nel silenzio generale, si è fatta strada anche in Umbria. Numerose le operazioni di contrasto al fenomeno.
In provincia di Perugia, a Bettona, nel maggio scorso il gruppo investigativo del Noe ha sequestrato tre aree per un totale di 40.000 metri quadri di rifiuti tossici. Questa è la storia di una discarica abusiva, non in Campania ma in Umbria. L’operazione ha riguardato l’intera regione per un totale di 80.000 tonnellate di rifiuti speciali smaltiti illecitamente, inquinando falde acquifere e inquinando l’atmosfera. All'interno di queste discariche abusive si smaltiscono rifiuti industriali ma anche quelli di aziende più diffuse nella regione: le agroalimentari e quelle d'allevamento (alcune aziende di Fontignano, Bettona e Cannara, in particolare sono state al centro di altri controlli nel 2008 da parte del Noe). 

Non solo rifiuti - come denuncia alla Commissione antimafia regionale il presidente di Legambiente Umbria Alessandra Piciotto - ma anche numerose illegalità nel ciclo del cemento. La cementificazione progressiva dell’Umbria è ormai un dato di fatto - denunciato dalle associazioni locali, qui e li dalla politica e dall’informazione. I movimenti talvolta ingiustificati di aziende che costruiscono sottraendo verde e aggiungendo cemento provocano modifiche ai piani regolatori sono sotto gli occhi dei cittadini umbri e i più attenti chiedono da anni che si verifichi con attenzione la trasparenza di questo mercato in pieno boom economico nella regione nonostante le dei cifre invariate dell'anagrafe regionale. Si risponde con il cemento ad una domanda che non sembra esserci. E allora perché si costruisce? Chi ha interesse a farlo proprio in Umbria?
Nella classifica nazionale delle infiltrazioni nel ciclo del cemento, quest'anno l'Umbria è undicesima alle spalle della Lombardia; 253 reati accertati, 338 denunce e 29 sequestri. Non solo. La prima operazione antimafia che ha contestato il 416 bis nella regione è legata proprio ad un’inchiesta che parla di appalti, costruzioni e cemento fra Umbria, Calabria e Toscana e coordinata dalla Direzione antimafia del capoluogo umbro.
Questo non è un dato casuale. Ad una prima analisi del mercato edilizio umbro si registrano numerose attività provenienti dalla Calabria e dalla Campania che operano nel settore immobiliare e cementizio con la tecnica del massimo ribasso. Nell’ultimo anno anche le mafie albanesi
si sarebbero inserite in questo business, rafforzando la loro penetrazione attiva sul territorio umbro già legata al traffico di droga e prostituzione. Proprio questa joint venture criminale fra diverse mafie, italiane e straniere, ha catalizzato l'ingresso delle mafie su un territorio un tempo vergine come l'Umbria".

 
Chi, non umbro, leggerà questo post forse si stupirà. Ma quanto rilevato nell'articolo e nel rapporto di Legambiente corrisponde pienamente alla realtà. Gli stessi umbri, spesso, non conoscono, o fanno finta di non conoscere, quanto citato.

Io non voglio disconoscere che in Umbria, anche attualmente, non si realizzino politiche tendente a salvaguardare l'ambiente e a tutelare i centri storici.

Però non sono solo queste le politiche che vengono portate avanti, ce ne sono altre assolutamente non condivisibili e anche di esse la popolazione umbra deve prendere coscienza,
presupposto indispensabile affinchè gli interventi negativi si interrompano, anche se non sarà facile, perchè il complesso degli interessi coinvolti è molto ampio e riguarda anche consistenti componenti della società umbra.




27 gennaio 2010

Servono cervelli giusti per le riforme

Non c'è dubbio che nella vita servono, o meglio servirebbero cervelli giusti, insomma funzionanti e utilizzati il più possibile. Sappiamo purtroppo che ciò non avviene spesso, anzi avviene raramente che i nostri cervelli siano ben funzionanti e poche volte li utilizziamo secondo le loro potenzialità. Talvolta sembriamo ragionare con altri organi del nostro corpo, non proprio con il cervello. Sembra pensarla così anche il professor Carlo Trigilia che ha intitolato un suo articolo, pubblicato agli inizi di gennaio da "Il Sole 24 ore", "I cervelli giusti per le riforme - per cambiare le regole i partiti non trascurino la selezione delle persone".

La tesi di Trigilia è, in estrema sintesi, la seguente: le riforme istituzionali sono sì importanti ma servono a poco se non migliora la qualità del personale politico.

Poichè condivido in pieno la tesi di Trigilia, riporto una parte dell'articolo citato, per comprendere il ragionamento da lui formulato:

"Le riforme istituzionali - al centro anche del discorso di fine anno del presidente Napolitano - sono invocate a gran voce dalla politica italiana e promesse per il nuovo anno, ma siamo sicuri che questa sia la ricetta esclusiva per il buongoverno? Che il cambiamento delle regole possa aiutare è fuori discussione. Tuttavia, da quando il problema è stato posto con più forza, cioè dalla prima metà degli anni 90, dopo il tracollo del vecchio sistema partitico, interventi di varia natura sono stati realizzati.
Hanno riguardato il sistema elettorale, l'assetto dei governi locali e regionali, i rapporti tra centro e periferia con il rafforzamento dei poteri locali, fino alla recente riforma federalista.

Eppure, sembra sempre che le vere riforme - quelle più efficaci e decisive - debbano ancora venire, in una continua corsa al rilancio. A questo punto è la 'sindrome delle riforme istituzionali' che dovrebbe invece suscitare qualche sospetto e indurre più cautela, cioè l'idea che la 'buona politica' discenda automaticamente ed esclusivamente dal cambiamento delle regole (elettorali e istituzionali).
Questa sindrome esprime la debolezza della politica, ma diffondendosi rischia di accrescerla, alimentando la deresponsabilizzazione delle forze politiche.
In altre parole, i partiti continuano a cercare fuori (nel cambiamento delle regole) delle soluzioni a problemi che essi stessi contribuiscono a creare in misura crescente, e che dipendono largamente dalla loro azione.

Quali sono questi problemi? Quelli attinenti alla selezione e valutazione di una classe politica decentemente preparata e orientata all'interesse pubblico.
 
Se confrontiamo la situazione italiana con quella di altri grandi paesi europei, scopriamo due fenomeni peculiari che caratterizzano il nostro paese: la minore efficienza delle politiche e la maggiore diffusione della corruzione, da un lato, e l'estrema debolezza dei processi di selezione della classe politica (nazionale e locale) operati dai partiti, dall'altro. La sindrome delle riforme istituzionali cerca una soluzione ai problemi della scarsa efficienza delle politiche e della diffusa corruzione esclusivamente nel cambiamento delle regole: quelle elettorali, che devono aumentare la concorrenza tra i candidati; quelle istituzionali, che devono rafforzare gli esecutivi per sottrarre i vertici alla pressione d'interessi particolari; o quelle dei rapporti tra centro e periferia, che devono responsabilizzare i governanti locali e regionali con il federalismo fiscale.
L'ingegneria istituzionale trascura invece del tutto i processi di selezione della classe politica e i loro effetti sulla politica. Ma così facendo, non solo contribuisce a delegittimare ulteriormente il ruolo dei partiti, ma li deresponsabilizza, non aiutandoli a fare scelte difficili che migliorino i processi di selezione della classe politica...".


Le considerazioni di Trigilia mi sembrano piene di buon senso e sono molto chiare.
Non richiedono pertanto, a mio giudizio, particolari commenti.

A me però è venuto un dubbio.
Poichè non credo che i dirigenti dei partiti siano degli stupidi (o meglio non sempre sono degli stupidi...), io ritengo che la scarsa attenzione al miglioramento della qualità del personale politico è, nella generalità dei casi, completamente voluta. Ai vertici dei diversi partiti (infatti questa situazione mi sembra proprio "trasversale" o "bipartisan" come si usa affermare spesso attualmente...) conviene che il ceto politico nel suo complesso sia di scarsa qualità. Diversamente potrebbe avvenire (non è certo ma è possibile...) che la politica non sia considerata solo come ricerca e gestione del potere, ma potrebbe anche essere concepita, almeno in parte, come strumento per soddisfare gli interessi generali.

E io non credo affatto nei processi di autoriforma dei partiti.

Quindi o gli iscritti e, soprattutto, gli elettori dei partiti si mobilitano con forte impegno affinchè migliori la qualità del ceto politico attuale oppure non credo che la situazione si modifichi radicalmente come necessario.
Infatti, anche in questo caso, non è sufficiente porre il problema ma occorre anche individuare delle soluzioni e senza iniziative autonome, soprattutto appunto degli elettori, non penso che il problema esaminato possa essere risolto, anzi è destinato ad aggravarsi. 


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24 gennaio 2010

Un fine settimana, libero con Libera contro le mafie e i comportamenti mafiosi

Ho partecipato da venerdì a domenica, a Rocca di Papa, a un seminario di formazione promosso da Libera, l'associazione, presieduto da don Luigi Ciotti, a cui aderisco. Il titolo del seminario era "Nei territori: come esserci, come leggere le mafie". Era un seminario rivolto ai referenti territoriali di Libera, come il sottoscritto, che mi ha indotto a formulare alcune riflessioni non soltanto sui contenuti del seminario ma sullo stesso modo di essere di Libera, dei suoi "militanti".
E' stato il primo seminario a livello nazionale a cui ho partecipato nonostante abbia aderito a questa associazione da circa due anni, e un po' mi ha sorpreso, favorevolmente.

Innanzitutto un gruppo di partecipanti eterogeneo, nel quale c'erano diversi preti, spesso poco riconoscibili se non si autodichiaravano tali (don Ciotti evidentemente non è il solo prete di Libera...),
 "cattocomunisti" come si sono definiti, che tra di loro, talvolta, nelle discussioni , si facevano degli scherzi verbali che non posso che definire ""scherzi da prete", dei preti consapevoli che non riusciranno mai a diventare, purtroppo, vescovi, forse perchè non solo cercano di aiutare i poveri ma che provano anche il perchè i poveri sono tali.
Non c'erano solo
  preti, ovviamente, c'erano anche i laici, la maggioranza, di diverso orientamento politico, generalmente di sinistra ma non solo, giovani e meno giovani, provenienti da molte regioni, da Aosta a Ragusa, ma tutti accomunati dall'essere fortemente motivati, molto concreti anche nelle discussioni, da un elevato spessore umano ed anche da un elevato livello culturale, come ampiamente dimostrato sopratutto nei dibattiti nei gruppi di lavoro.

Quindi Libera un'"isola felice"? Probabilmente in gran parte sì.

Certamente ci saranno stati, ci sono e ci saranno problemi, anche personalismi, ma attualmente in Italia io credo che Libera, ne ho avuto la diretta percezione, rappresenti una delle poche realtà associative dove certe tematiche vengoni discusse in modo così approfondito, così partecipato.
Io abituato a ben altri incontri, nei partiti e nelle associazioni, molto diversi, caratterizzati da litigi, dall'esclusivo perseguimento di interessi personali, sono rimasto stupito. Conoscevo Libera ovviamente, don Ciotti soprattutto, conoscevo gli aderenti a Libea nella mia regione, l'Umbria, ma la realtà, per me, ha superato l'immaginazione.

Posso tranquillamente affermare che in questo fine settimana sono stato veramente bene e credo che sia raro che ciò avvenga, di questi tempi, in occasione di incontri di movimenti politici, come pneos che Libera sia, che fanno però la politica con la P maiuscola.
E ho voluto per questo rendervi partecipi di questa mia esperienza.

Mi sono sentito, e negli ultimi anni non mi è capitato spesso, libero, con Libera (non è solo un gioco di parole...), libero di esprimere senza preoccupazioni e vincoli le mie opinioni, libero di fare solo delle "cose" che mi piacevano e non essere costretto a fare anche "cose" che non mi piacevano.

E poi il notevole interesse dei due principali interventi, in assemblea plenaria, quello di Gabriella Stramaccioni, la direttrice di Libera, la quale ha fatto un breve ma molto preciso, e molto interessante, resoconto della storia dell'associazione, da quando è nata, quindici anni or sono, ad oggi, e quello di Nando Dalla Chiesa, presidente onorario, sul tema "Mafie: leggere il locale nel globale. Coniugare il globale nel locale", nel corso del quale Dalla Chiesa si è occupato, tra l'altro, di come il sistema informativo, i partiti, le istituzioni, tendono a trascurare le esperienze e gli eventi locali, la cui conoscenza potrebbe essere molto utile a comprendere, ed anche ad anticipare, diverse problematiche di rilievo nazionale.

Poi molto importante l'informazione fornitaci che quest'anno la giornata della memoria e dell'impegno, in cui sopratutto si ricordano le vittime delle mafie, si svolgerà a Milano il prossimo 20 marzo.
A Milano? Ma le mafie non operano solo nelle regioni meridionali? In realtà le mafie, e soprattutto i loro affari, imperversano anche nella cosiddetta capitale economica del nostro Paese e quella giornata dovrebbe proprio servire a diffondere la consapevolezza di questa realtà, poco conosciuta, che ha spinto, proprio alcuni giorni fa, lo stesso prefetto ad affermare che la a Milano la mafia non esiste (forse lui lo sa bene che esiste ma ha voluto esplicitamente dichiarare il contrario).


La discussione nel mio gruppo di lavoro mi ha indotto a pormi alcuni interrogativi?

Occorre combattere solo le mafie, certamente non solo nelle regioni meridionali ma in tutta Italia, o combattere anche il pensiero, i comportamenti mafiosi?

E comportamenti mafiosi possono essere considerati le azioni che, anche nelle regioni del centro-nord, le stesse pubbliche amministrazioni locali promuovono, ad esempio nella gestione dei concorsi, degli appalti, nelle scelte urbanistiche, ed inoltre possono essere considerati comportamenti mafiosi anche quelli che sempre di più si diffondono nelle università, ad esempio nella scelta di coloro che possono diventare docenti, ricercatori?

Che ne pensate di questi ultimi interrogativi che mi sono posto?




22 gennaio 2010

Si torna a parlare di Parretti il discusso uomo d'affari umbro e orvietano

Di Giancarlo Parretti, l'ex cameriere divenuto in modi ancora inspiegabili, negli anni passati, un discusso uomo d'affari che per un certo periodo, in accordo con il finanziere, altrettanto "chiacchierato, Florio Fiorini, proprietario della Metro Goldwyn Mayer, non se ne parlava quasi più almeno nelle pagine dei giornali nazionali.
Noi, umbri e orvietani, continuavamo a sapere qualcosa di lui, che ormai abita in un palazzo signorile nelle vicinanze del duomo di Orvieto e che mantiene qualche responsabilità di natura politica, relativa all'organizzazione del Psi.
Ma ormai sembrava aver abbandonato il mondo degli affari. Forse ci sbagliavamo. Infatti in un articolo di Simone Filippetti, pubblicato da "Il Sole 24 ore", dal titolo "Parretti tra Ben Ammar e De Michelis", si riferisce dei progetti attuali dell'ex cameriere.

Per la sua brevità riporto integralmente l'articolo in questione:

"Dal cinema alla politica. Da Hollywood a Orvieto. Giancarlo Parretti ultimamente lo si vede in giro per le strade della città umbra dove è nato, famosa per il duomo gotico e per la rupe. L'uomo che negli anni ‘80 sfidò l'olimpo dello spettacolo scalando la Metro Goldwyn Mayer, la storica casa cinematografica dei film di James Bond e tanti altri successi (come ‘Thelma & Louise’), oggi, contattato al telefono, appare ignaro delle vicende del colosso di cui è stato per un po' proprietario. Ma non si stupisce che sia di nuovo in vendita. «Ormai è stata venduta e ricomprata così tante volte» commenta laconico. L'ex cameriere che fece piangere persino Giovanni Paolo II con il suo film su Bernadette (la giovane cui apparve la Madonna a Lourdes) ha da tempo lasciato i fasti da raider finanziari alla Gordon Gekko, dei 2.500 miliardi di lire spesi per comprare la Mgm grazie all'aiuto della francese Credit Lyonnais, e le ville a Beverly Hills e le Rolls Royce. La casa del Leone che ruggisce non ha portato molta fortuna e in questi anni Parretti ha anche cercato di far dimenticare gli angoli bui della sua impresa, dalle accuse di Dustin Hoffman per l'emissione di assegni scoperti, al buco lasciato nel Credit Lyonnais e nella stessa Mgm, vicenda per cui è finito agli arresti, al pari del suo ex socio di affari Florio Fiorini.
Ma il cinema gli è rimasto nel sangue: il mese scorso a Roma l'ex finanziere ha lanciato un'accademia di cinema, comunicazione e spettacolo per ragazzi sotto i 16 anni. Il progetto, con la sponsorizzazione del governo Berlusconi, si chiama «Charlie O» e tra i soci dell'iniziativa figurano l'imprenditore franco-timisino Tarak Ben Ammar, consigliere di Mediobanca, produttore cinematografico, imprenditore televisivo e in ottimi rapporti con il premier Silvio Berlusconi. Nonostante la disavventura e il suo 'ritiro' nell'amata Orvieto, il sessantottenne Parretti è riuscito a mantenere buoni rapporti con l'establishment del potere e del mondo del cinema.
Il legame con Ben Ammar si è cementato con la Roma Studios, società immobiliare partecipata anche da Raimondo Lagostena, il patron di Profìt, che ha rilevato i vecchi studi che Dino De Laurentiis Costruì negli anni ‘60 e gestisce alberghi. Per 15 anni Ben Ammar ne è stato presidente e oggi la carica è ricoperta dal figlio di Parretti, Mauro, anche lui azionista della società. E proprio Mauro Parretti oggi è anche a capo dell'altra attività imprenditoriale della famiglia: la piccola casa farmaceutica Chrono-Life che produce sostanze anti-invecchiamento tra cui melatonina. Nell'orizzonte di Parretti, come si apprende dal suo sito, c'è la politica (è stato candidato a sindaco in una lista civica) e quel partito socialista per cui ha sempre nutrito simpatia tanto che nella sua autobiografia parla dl suo ruolo nell'elezione alla presidenza di Francois Mitterrand.
Oggi le sue frequentazioni sono meno internazionali e ruotano attorno a Gianni De Michelis, consigliere per la politica estera del Governo Berlusconi, con cui «mi vedo sempre» afferma Parretti".


Innanzitutto una precisazione in correzione di quanto sostenuto in un passaggio dell'articolo: Parretti ha tentato di presentare la sua candidatura a sindaco di Orvieto nel 2004 ma non ci è nemmeno riuscito e quindi gli orvietani non hanno avuto nemmeno l'opportunità di votarlo.

Indubbiamente dall'articolo si evidenzia il declino dell'ex cameriere, declino quanto mai opportuno.
La speranza è che il figlio che sembra essere diventato anche lui un uomo d'affari non segua le orme del padre, come spesso avviene in generale, è riesca a promuovere qualche iniziativa imprenditoriale che persegua anche l'interesse collettivo, degli umbri in primo luogo.  


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21 gennaio 2010

Il pensiero strategico non c'è più. Prevale lo sguardo corto... E allora?

In Europa, e anche in Italia, è in declino il pensiero strategico? Per rispondere a questa domanda che può apparire complessa, si deve comprendere in primo luogo che cosa si intende per pensiero strategico.

Per pensiero strategico io intendo la capacità delle classi dirigenti, ma non solo, e non solamente del ceto politico, di avere una visione generale, di promuovere una progettualità di elevato profilo, di voler perseguire obiettivi che non possono realizzarsi in un futuro non prossimo, di essere in grado di salvaguardare gli interessi collettivi, senza appiattirsi esclusivamente sulla gestione dell'esistente e sulla tutela degli interessi personali. Saper progettare il futuro? Anche.
 
Ho avvertito la necessità di queste riflessioni, che spero interessino almeno alcuni di voi, leggendo, a metà dicembre dell'anno passato, un articolo di Carlo Carboni, pubblicato da "Il Sole 24 ore", di cui ora riporto alcune parti:

"Quello che resta oggi del pensiero strategico è in gran parte dovuto alle élite economiche e finanziarie nordamericane o si tratta, in realtà, di frammenti di pensiero 'laterale', creativo. In Europa, il pensiero strategico è per lo più scambiato, in senso riduttivo, con un'interpretazione intellettuale retrospettiva, incapace, se non raramente, di esprimere intenti, culture e tempi realmente innovativi.
Più che di un ipotetico declino del pensiero strategico globale o di un'improbabile eclissi della leadership globale statunitense, noi europei, e in particolare noi italiani, dovremmo occuparci di più dell'attuale palpabile caduta del nostro pensiero strategico che si accompagna al declino conosciuto negli ultimi 30 anni dalle grandi capitali europee...

In Italia, solo il 14% della popolazione ritiene che una visione strategica sia un tratto di rilievo delle élite italiane che, non a caso, sono percepite poco 'traenti' e poco innovative (ad eccezione di imprenditori, professionisti e ricercatori) e non va molto meglio nel resto dei paesi europei.

Le cause del declino del pensiero strategico sono molto complesse e andrebbero correlate con una fenomenologia culturale e strutturale di lungo periodo: l'astinenza dalle grandi visioni ideologiche che dura almeno da trent'anni; i nuovi ritmi di vita - schiacciati sul presente - imposti dalle tecnologie interconnettive del 'tempo reale'; una classe politica sempre più trasfigurata dalla società dello spettacolo e dei desideri; l'espansione delle democrazie di mercato...

In Italia aveva pensiero strategico De Gasperi, e anche Togliatti e Nenni lo avevano.
Lo avevano il repubblicano La Malfa e il liberale Panunzio, ma ne difettano le attuali fondazioni politiche, che da cenacolo di competenze sono spesso ridotte a segreterie di leader politici.
Nella politica italiana sono diventati ossessivi i tatticismi e gli equilibrismi che si ripropongono anche nei grandi assetti bancari-finanziari ed economici.

Lo sguardo corto sembra prevalere sul pensiero strategico. In Italia come in Europa,
l'eclissi di un pensiero strategico si accompagna all'incapacità delle classi dirigenti nazionali di pensare e agire nel proprio interesse e, al tempo stesso, per fini universalistici.
Tuttavia, limitarsi alla gestione dell'esistente, senza alzare mai lo sguardo, equivale a gestire il proprio declino senza accorgersene".
 

Queste considerazioni formulate da Carboni mi sembrano condivisibili.

Lo sguardo corto, una bella immagine da lui utilizzata, non mi sembra però che riguardi solo l'Europa, ma l'intero Pianeta.
Se si pensa al sostanziale fallimento della conferenza di Copenhagen sull'ambiente, si ha la dimostrazione più evidente di quanto ho appena sostenuto. E in teoria, ormai, che nel breve-medio periodo il nostro Mondo corra dei grossi rischi di natura ambientale lo riconoscono in molti. Eppure...Eppure non si fa niente ma non fanno niente non solo i Paesi europei ma anche quelli extraeuropei, i più piccoli come i più grandi.

E poi lo sguardo corto interessa solo le classi dirigenti? Il pensiero strategico non dovrebbe essere praticato anche da coloro che non fanno parte di quelle classi. O meglio l'appiattimento esclusivo sulla tutela dell'interesse personale non riguarda un po' tutti. E un po' tutti non dovremmo cambiare la nostra ottica, occuparci in misura maggiore dell'interesse collettivo e preoccuparci non solo del nostro futuro prossimo, non solamente dell'esistente?

Queste domande le considerate superflue o comunque non molto importanti, sono solo il frutto di un pensiero, il mio, non so se strategico, forse un po' contorto, che mi è entrato nella mente a tarda ora di un freddo giorno di fine gennaio?

Che ne pensate di tutto ciò e del pensiero strategico?
Ammesso che sia utile ed opportuno pensare qualcosa del pensiero strategico...

Che strano post...




17 gennaio 2010

In Cina un esercito di bambini abbandonati

In Cina negli ultimi anni si è verificato uno sviluppo economico molto intenso che ha reso quel Paese una vera e propria "potenza". Alcuni osservatori si sono spinti a prevedere che nel prossimo futuro saranno due i "giganti" che guideranno il mondo: gli Stati Uniti d'America e la Cina appunto. Lo sviluppo economico cinese sembra che sia avvenuto senza alcun vincolo, senza alcun limite, ha indubbiamente migliorato le condizioni di vita di milioni di persone ma ha anche prodotto molte "vittime".
Sarebbe stato possibile seguire un'altra strada?
E' difficile rispondere a questa domanda. E' certo che sarebbe necessario farlo. Io però non posso fare a meno che scrivere di alcune di queste vittime.
Chi sono? Oltre 70 milioni di bambini e ragazzi, fino ai 15 anni, lasciati nei villaggi di origine, in seguito allo spostamento di 200 milioni di persone che, in pochi anni, dalle campagne, soprattutto delle province occidentali e centrali, si sono recate nei grandi centri urbani.

Ne scrive su "Il Sole 24 ore" Marzia De Giuli:

"...Un fenomeno migratorio senza precedenti, iniziato a metà degli anni '80, ma del quale il governo ha preso coscienza solo dal 2004, quando il ministero dell'Istruzione ha organizzato un seminario sui cosiddetti 'bambni lasciati indietro' (liushou ertong). Se i più fortunati sono affidati alle cure dei nonni, molti vengono completamente abbandonati a se stessi.
Quasi tutti soffrono di quella che viene definita la 'sindrome dell'abbandono': un malessere psicofisico più o meno accentuato che colpisce tutti i liushou ertong...

Molte subiscono abusi oppure cominciano fin da piccolissime a vendersi per pochi yuan. Sono numerosi anche i ragazzi che finiscono nella criminalità organizzata, come quelli - dicono le statistiche - vittime di incidenti domestici, dovendo sbrigare da soli tutte le faccende di casa.
L'anno scorso, nel violento terremoto del Sichuan che ha provocato almeno 80.000 vittime, numerosi liushou ertong hanno perso la vita. Ed erano liushou ertong anche molti dei piccoli avvelenati nel settembre del 2008 dal latte contaminato alla melamina (uno scandalo che ha coinvolto decine di aziende cinesi).
She Mao, professore della Central South University (università dell'Hunan dipendente dal ministero dell'Istruzione) ha condotto un sondaggio tra i liushou ertong delle province più povere e scoperto che solo il 20% gode di buona salute, mentre oltre il 60% soffre di disturbi mentali. Le rare telefonate e visite dei genitori non bastano infatti a colmare il vuoto affettivo del loro addio. L'anno scorso un dodicenne si è impiccato durante il Capodanno. Poco tempo prima aveva scritto alla madre, chiedendole di tornare presto. Una bambina di dieci anni dell'Hunan si è più volte tagliata le vene perchè, ha raccontato <<penso che se mi ferisco mia madre tornerà a casa. L'ultima volta che mi sono fatta del male è venuta da me e mi ha anche portato molto cibo. Per questo mi devo fare spesso male...Anche se quando l'ho vista non riuscivo a dire una parola. Mi manca così tanto>>...

Per aiutare i bambini, il governo ha varato politiche di assistenza, allestendo per esempio collegi o inviando nei villaggi squadre di cosiddette 'madri amorevoli', cioè insegnanti o funzionarie che si prendono cura di loro, mentre alcune compagnie telefoniche hanno ideato carte a basso costo per garantire un filo diretto con i genitori. Secondo il quotidiano Chna Youth Daily, aprire un numero sufficiente di collegi costerebbe al governo 600 miliardi di yuan (circa 60 miliardi di euro). Non solo: molte famiglie non riuscirebbero a pagare la retta. Le scuole più economiche offrono così ai ragazzi cibo scarso e acqua inquinata, mentre usano violenza nel tentativo di tenere sotto controllo fenomeni dilaganti come il bullismo o la dipendenza da internet...".

Che commento è possibile fare dopo aver letto di queste tristissime vicende?

Come spesso si sostiene, le parolo servono a poco se non a niente...

Non posso però non rilevare mi ha lasciato stupefatto sapere che al governo cinese sono stati necessari venti anni per accorgersi, o quanto meno per fare qualcosa, del fenomeno. Probabilmente quel governo è più impegnato ed interessato a reprimere i giovani cinesi che chiedono un aumento delle loro libertà. E' del tutto normale che le condizioni di vita di milioni di bambini e ragazzi vengano dopo...

E poi, certo 60 miliardi di euro sono tanti ma la vita di quei bambini vale di più o di meno?

E torno alla domanda iniziale, sarebbe stato possibile uno sviluppo economico, sì intenso, ma diverso, da quello avvenuto in Cina. Ripeto, non lo so con precisione. Ma sono certo che uno sviluppo economico profondamente diverso sarebbe stato necessario, sarebbe appunto...



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