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24 maggio 2018

40 anni di legge sull'aborto: #LiberaDiScegliere

L’associazione Luca Coscioni, in prima linea nella tutela delle libertà civili, a 40 anni dall’approvazione della legge sull’aborto, ha realizzato una serie di video tutorial pensati per fornire a quante più donne possibile una corretta informazione sulle modalità di interruzione volontaria di gravidanza. Per questo la campagna è stata realizzata in 6 lingue: italiano, arabo, francese, spagnolo, inglese e romeno e verrà diffusa da oggi sui canali social dell’associazione tramite l’hashtag #LiberaDiScegliere.

Sono le stesse donne a parlare di aborto alle donne:

“Lo sai che in Italia si può interrompere una gravidanza non desiderata?

Dal 22 maggio 1978, grazie alla legge 194, noi donne possiamo decidere sul nostro corpo.

Entro le prime 7 settimane con una pillola, RU486, ed entro 12 settimane e 6 giorni con un intervento chirurgico.

Dopo, si può fare solo se il medico accerta che la gravidanza può essere un pericolo per la tua vita e la tua salute psicofisica.

Ma se hai un rapporto a rischio e temi una gravidanza puoi ricorrere subito alla contraccezione d’emergenza: in farmacia se sei maggiorenne puoi avere la pillola del giorno dopo e la pillola dei 5 giorni dopo senza prescrizione del medico.

Che invece serve solo se hai meno di 18 anni. E non può rifiutarsi di fartela. E il farmacista non può rifiutarsi di servirti.

La legge riconosce l’obiezione di coscienza solo per l’interruzione di gravidanza. E purtroppo, a 40 anni dalla legge, 7 medici su 10 sono obiettori. Ma tu non farti intimidire.

Interrompere una gravidanza è un tuo diritto!

Tante donne hanno lottato perché tu potessi scegliere.

Il corpo è tuo. La scelta è tua.”

Un approccio onnicomprensivo rivolto ad una società multietnica, in risposta anche alle evidenze emerse nell’ultima relazione al Parlamento, in cui il ministro della Salute sottolinea che un terzo delle interruzione volontarie di gravidanza totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere, le quali fanno registrare un tasso di abortività maggiore delle italiane relativamente a tutte le classi di età (quella di 20-24 anni per le straniere rimane la più colpita, con un tasso 3.5 volte superiore a quello delle italiane; mentre per le italiane i tassi più alti si osservano tra i 25 e i 29 anni).

“Nonostante la relazione evidenzi in generale una “diminuzione” del ricorso all’Ivg, è fondamentale tenere bene a mente – in un paese in cui 7 ginecologi su 10 sono obiettori e che dunque rendono difficile l’accesso in sicurezza all’IVG – l’esistenza di un numero ‘sommerso’ di donne che si affidano al web o ad altri canali per cercare pratiche di aborto clandestino” – ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato, segretario dell’associazione Luca Coscioni.

“Per una corretta applicazione della legge – ha proseguito Gallo – occorre garantire la non interruzione del servizio di Ivg e favorire l’utilizzo del metodo farmacologico ove possibile al posto dell’intervento chirurgico, privilegiando il ricovero in regime di Day Hospital o l’ambito  ambulatoriale.

Questo consentirebbe di risparmiare risorse da investire in consultori, contraccezione e nella promozione di una corretta informazione per tutti. Il nostro appello al ministro della Salute vuole garantire la salute riproduttiva delle donne, una corretta informazione e la difesa di diritti fondamentali”.

“Per un medico che deve interrompere una gravidanza, garantire la salute della donna significa poter operare secondo le regole della buona pratica clinica, sia rispetto alla scelta del metodo che riguardo l’accessibilità ai servizi di Ivg – ha rilevato Mirella Parachini, ginecologa e membro della direzione dell’associazione Luca Coscioni -.

E’ inoltre fondamentale regolamentare l’obiezione di coscienza al fine di garantire i diritti delle donne che chiedono di accedere all’Ivg e anche dei pochi medici che non sono obiettori di coscienza.

Il Consiglio di Europa ha già condannato due volte l’Italia per le condizioni in cui si applica la 194”.




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24 maggio 2018

Siamo sempre più stupidi

Vittorino Andreoli è un noto psichiatra ed anche un prolifico scrittore. E’ stato intervistato da Flavia Piccinni suwww.huffingtonpost.it. “Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”, ha tra l’altro affermato.

Ecco l’intervista, che riporto integralmente per il suo notevole interesse ed anche perché condivido gran parte delle risposte di Andreoli.

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c’è?

La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c’è qualcuno che gli ha portato via l’oggetto d’amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

E la distruttività?

La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. E’ una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?

C’è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C’è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?

La frustrazione e l’insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?

Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?

Sa, c’è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso…

Adesso?

Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?

Perché governa l’irrazionalità! Domina l’assurdo. Non c’è il senso dell’etica. Peggio di così… E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all’homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all’homo sapiens sapiens.

No! In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?

Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l’uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l’uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?

Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l’aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?

No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c’è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta…

Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c’è, ma è come se non ci fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c’è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l’imitazione in televisione.

L’ho vista poco tempo fa. Considero l’umorismo e l’ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l’uomo rotto. E l’ho sempre cercato con un’arma, l’ironia. Anche se non l’ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffingtonpost fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?

L’Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?

Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?

Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all’epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.

Ecco: ormai non c’è l’etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l’io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l’aumento della violenza sulle donne?

Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell’uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: “Più terribile della morte è la donna, solo l’uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato”.

Dopo cosa è accaduto?

Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C’è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell’uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

Lei come si sente?

Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?

Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. E’una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all’io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l’io insieme all’altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?

Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.

Io non stimo molte persone, ma quell’uomo di Nazareth, quell’uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?

Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell’umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?

L’economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?

Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? “Non è niente per me”. Ecco, così divento infelice e un po’ arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?

Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.




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17 maggio 2018

I proprietari di un'azienda di prodotti per animali saranno cani e gatti

Almo Nature è stata la prima azienda al mondo a produrre cibo per cani e gatti con il 100% di ingredienti Hfc (Human Food Chain). Ciò significa utilizzare materie prime originariamente destinate al consumo umano. Nel 2017 il suo fatturato è stato pari a 75 milioni di euro, con un utile di una decina di milioni. Nel 2018 Almo Nature verrà donata alla fondazione Capellino. Almo Nature diventerà di fatto “owned by the animals” (proprietà dei cani e dei gatti e degli animali in genere).

I profitti generati dai prodotti verranno utilizzati per proteggere i gatti, i cani e la biodiversità attraverso la fondazione Capellino. La fondazione avrà come unica finalità la salvaguardia della biodiversità e la difesa dei cani e dei gatti.

Più precisamente Almo Nature diventerà in luglio proprietà della fondazione (attraverso un atto di donazione) terminati i passaggi burocratici di legge ma il godimento sui profitti, varrà retroattivamente dal 1° gennaio 2018.

Come si può leggere nel sito di Almo Nature, gli obiettivi principali  della fondazione saranno quelli di rappresentare al meglio tutti coloro che condividono i valori del fondatore, Pier Giovanni Capellino, di essere uno strumento per dare più voce a chi ha un animale domestico e a chi ha a cuore la biodiversità e un nuovo modello per migliorare la qualità della vita, anche delle persone che lavorano con l’azienda.

Ci sono al momento due progetti.

Il primo è un progetto che ha come obiettivo di ridurre il numero di cani e gatti abbandonati e fissare delle regole per la gestione responsabile degli animali a livello europeo.

Il secondo è un progetto con l’obiettivo ultimo di armonizzare la coesistenza tra allevatori e animali predatori selvatici, così che la biodiversità sia un’opportunità per migliorare la qualità della vita.

E la fondazione Capellino sarà il proprietario unico di Almo Nature. Almo Nature non perseguirà un interesse privato, bensì l’interesse degli animali, sviluppando un nuovo modello di azienda. Almo Nature sarà, di fatto, “owned by the animals” (diventando proprietà dei cani, gatti e animali in generale).

La fondazione non avrà proprietari.  Risponderà all’autorità pubblica attraverso i suoi organi di gestione. Il fondatore avrà il solo diritto di essere membro a vita del consiglio di amministrazione.

La fondazione non distribuirà benefici a nessun individuo privato. In caso di scioglimento della fondazione, i suoi beni diventeranno proprietà dello Stato.

La fondazione sarà gestita da un consiglio di amministrazione che opererà con assoluta trasparenza, sotto il controllo delle autorità pubbliche. Ogni anno verranno pubblicati un bilancio chiaro e certificato, nonché i risultati ottenuti.

La fondazione si finanzierà con tutti i profitti (dividendi) maturati dal 1° gennaio 2018 ed inoltre  tutti i beni di proprietà di Almo Nature verranno donati alla fondazione.

Secondo il fondatore, quanto sarà realizzato non sarà un’operazione di marketing. Lo sarebbe se Almo Nature avesse creato una fondazione cui destinare parte dei suoi utili.

Non è il caso di Almo Nature perché tutta la proprietà di Almo Nature passerà alla fondazione diventandone strumento al 100%. Cioè il 100% degli utili passeranno alla fondazione.

Dal capitalismo speculativo si passerà al capitalismo solidale: Almo Nature sarà un esempio di capitalismo solidale, secondo Pier Giovanni Capellino.




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16 maggio 2018

Che brutta fine i sandinisti in Nicaragua

I sandinisti, in Nicaragua, posero termine alla dittatura di Anastasio Somoza Debayle, nel 1979, e Daniel Ortega fu uno dei protagonisti della cosiddetta rivoluzione sandinista. Ortega fu eletto presidente nelle elezioni del 1984. Successivamente, il potere passò anche a governi espressione di partiti di destra. Nel 2006 fu rieletto presidente Ortega. Negli ultimi mesi il governo guidato ancora da Ortega ha represso nel sangue diverse manifestazioni, promosse soprattutto dagli studenti.

Il detonatore delle ultime proteste,  nelle quali sono stati uccisi 40 manifestanti, è stata la drastica riforma del sistema pensionistico approvata lo scorso 16 aprile.

In un primo momento Daniel Ortega aveva ordinato il posizionamento dell’esercito nelle città più importanti del Paese e accusato i manifestanti di essere coinvolti nel narcotraffico e nel terrorismo internazionale, per lasciare poi la gestione della crisi nelle mani della vicepresidente e moglie Rosario Murillo.

Ad essere sotto accusa è il binomio Ortega-Murillo (si ricorda che Ortega è stato rieletto nel 2016).

E’ isolato. Ha perso il controllo delle strade. Lo spirito delle proteste è il ripudio nei confronti della coppia presidenziale per la sua totale mancanza di rispetto per la vita e per i diritti dei cittadini.

Come scrive il sociologo ed economista Oscar Renè Vargas “Le grandi imprese prendono le distanze, anche senza rompere con il governo. Il patto tra Ortega e il consiglio superiore dell’impresa privata nicaraguense (Cosep) comincia a fare acqua. E si stanno producendo discrepanze tra diversi settori dell’imprenditoria.

La maggior parte dei vescovi della chiesa cattolica non sono più assenti davanti la problematica nazionale e hanno deciso di appoggiare il movimento sociale.

Il partito al governo è paralizzato. La divisione tra i vecchi quadri lo ha lasciato senza capacità di risposta. Per questo il governo ha fatto ricorso alle forze antisommossa senza base sociale.

I sindacati pro-governativi, guidati da dirigenti senza legittimità sociale, hanno dimostrato la loro incapacità di mobilitare le basi che dicono di rappresentare. Il tema della riforma dell’Istituto nicaraguense della sicurezza sociale (Inss), la repressione e la morte di decine di studenti li ha paralizzati.

Il governo non può contare sull’appoggio dei funzionari dato che si sono espressi pubblicamente a favore del movimento sociale.

Nonostante che il governo mantenga il controllo dei media, questi hanno perso influenza. Sono i social media a tenere informati sugli avvenimenti.

Internazionalmente il tema del Nicaragua e della crisi politica del governo Ortega-Murillo è sulle prime pagine, scritte e video, che cercano di capire il perché e le cause dello stallo sociale. Il governo ha perso l’invisibilità internazionale di cui tanto ha beneficiato”.

Così prosegue Vargas: “Il governo Ortega-Murillo ora viene considerato come una dittatura familiare, simile a quella di Somoza. Considerazioni che gli stanno togliendo gli appoggi sia dei governi che della sinistra internazionale.

Stati Uniti, Unione Europea e vari Paesi latinoamericani chiedono la fine della repressione e la restaurazione della democrazia.

I distinti poteri statali (giuridico, elettorale, legislativo) sono messi in discussione dal movimento sociale. Così che hanno perso quella poca legittimità che restava loro.

La corruzione del governo, altro grande tema rimasto occulto ai media internazionali, è stato molto importante per le proteste nelle mobilitazioni sociali con la denuncia di un arricchimento inspiegabile di molti funzionari dei governi municipali e centrali.

Quella della polizia è l’istituzione più discussa dalla popolazione per la repressione e le morti che hanno provocato. La destituzione dei capi della polizia Aminta Granera e Francisco Diaz è una richiesta generalizzata. Uno dei problemi maggiori sarà come ripulire questa istituzione per renderla accettabile agli occhi della popolazione.

L’esercito si è mantenuto al margine del conflitto. Ma il presidente lo ha utilizzato per proteggere le sedi delle istituzioni statali”.

Le principali richieste del movimento di opposizione sono la formazione di un governo provvisorio con la rappresentanza dei giovani, di accademici onesti e di altri settori della società civile (donne, contadini, minatori), l’istituzione di una commissione per la verità affinchè indaghi e punisca i responsabili dei crimini e l’assassinio di 40 cittadini, ma che si occupi anche dei casi di corruzione da parte dei funzionari.

I principali obiettivi del governo provvisorio devono essere: cambiare la logica di uno Stato-“bottino”, abolire l’attuale sistema autoritario, eliminare l’impunità della classe politica, difendere le risorse naturali e lottare contro le disuguaglianze sociali.

Gli ultimi sviluppi della situazione politica in Nicaragua consistono nel prossimo inizio del “dialogo” nazionale proposto dal Governo, che vedrà la Chiesa cattolica nella duplice veste di mediatrice e testimone.

In un documento della conferenza episcopale si rileva: “Speriamo che il dialogo affronti strutturalmente il tema del funzionamento istituzionale del Paese, con l’obiettivo di facilitare il cammino verso la democratizzazione. Attraverso la buona volontà delle parti, l’ascolto attento delle proposte che verranno fatte, speriamo di arrivare ad accordi importanti che si traducano in decisioni concrete”.

L’inizio del dialogo è avvenuto in seguito all’invito del governo alla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) di visitare il Nicaragua per accertare i fatti di queste settimane che hanno causato diverse decine di morti.

Questa era la prima delle quattro condizioni richieste dalla conferenza episcopale per partecipare al dialogo.

Le altre erano sopprimere i corpi paramilitari, far cessare la repressione e dare segni credibili di volontà di dialogo.

Io spero che l’inizio del dialogo porti a dei risultati concreti, prima di tutto la democratizzazione delle istituzioni nicaraguensi e la fine della repressione dei movimenti di protesta.

Non posso non rilevare, in conclusione, come anche in Nicaragua (lo stesso è avvenuto in altri Paesi del Centro e del Sud America), movimenti e partiti di sinistra, una volta andati al governo, hanno creato delle vere e proprie dittature ed hanno adottato politiche che, di fatto, hanno reso le condizioni di vita delle popolazioni molto difficili e del tutto inaccettabili.




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11 maggio 2018

La federazione degli ordini dei medici contro le "bufale"

La federazione nazionale degli ordini dei medici ha deciso di promuove una campagna di sensibilizzazione dei cittadini contro le fake news in rete, per restituire al medico il ruolo centrale nel rapporto con il paziente rispetto al tema salute.

Le caratteristiche di questa campagna risultano evidenti esaminando quanto scritto in un comunicato.

“‘Non mi hanno vaccinato per paura dell’autismo’, “Avevo acquistato sul web un farmaco miracoloso’, ‘Ho curato il cancro con il bicarbonato di sodio’.

Sono alcuni degli epitaffi che, sovrastati da una croce, campeggiano su altrettante lapidi nella campagna shock ‘Una bufala ci seppellirà?’ lanciata dalla Fnomceo per combattere le bufale in tema di salute, soprattutto quelle che si diffondono tramite la rete.

‘Diffidate delle bufale sul web. Chiedete sempre al medico’ è l’invito che campeggia sui poster 6 metri x 3 e sugli annunci stampa che la federazione nazionale degli ordini dei medici ha ideato e messo a disposizione degli ordini provinciali per la pianificazione in affissione sul territorio e sulla stampa locale…

La campagna – presentata il 10 maggio a Roma – intende sensibilizzare l’opinione pubblica e combattere il fenomeno della diffusione delle fake news sulla salute tramite la rete. Un fenomeno preoccupante e in crescita, che mette a repentaglio la salute dei cittadini.

‘Una Spoon River delle occasioni perse in tema di salute, una campagna che in modo secco ed efficace, potremmo dire ‘lapidario’, mette in guardia dai pericoli delle false cure pubblicizzate in maniera allettante anche sul web – ha commentato il responsabile dell’area strategica della comunicazione Fnomceo, CosimoNume.

Secondo la Ricerca Censis Assosalute 2017 sono infatti 15 milioni gli italiani che, in caso di piccoli disturbi, cercano informazioni sul web. Un atteggiamento pericoloso che è sempre più diffuso tra i giovani: il 36,9% dei millennials usa autonomamente il web per trovare informazioni su come curare i piccoli disturbi.

Nel nostro Paese ammontano a 8,8 milioni ogni anno le vittime di fake news in materia di salute, mentre sono 3,5 milioni i genitori che si sono imbattuti in indicazioni mediche sbagliate in rete. Anche perché le fonti di informazione sul web non sempre sono autorevoli: nel 17% dei casi si tratta di siti web generici sulla salute, nel 2,4% di social network e solo nel 6% si tratta di siti istituzionali.

I canali web pesano sempre di più come punto di riferimento per l’informazione in materia di salute: il medico di medicina generale è la fonte nel 53,5% dei casi, il farmacista nel 32,2%. Seguono a breve distanza i canali web (28,4%).

I dati rilevano un bisogno reale: il 69% degli italiani vorrebbe trovare sui siti web e sui social network informazioni certificate sulle piccole patologie e sui farmaci.

Anche per questo motivo da tre mesi è attivo il portale Fnomceo ‘dottoremaeveroche’, che intende essere un punto di riferimento per i cittadini, offrendo informazioni certificate da un ampio comitato scientifico e smontando così le fake news che girano in rete.

La campagna appena lanciata dalla Fnomceo si inserisce in questo ambito di attività, puntando a ridare un ruolo centrale al medico nella relazione con il paziente in tema di salute.

A causa dei tagli alla sanità, il rapporto di fiducia medico paziente si è infatti venuto ad incrinare negli ultimi anni, perché il professionista è sempre più visto come chi nega la prestazione piuttosto che come un alleato nella relazione di cura.

‘Abbiamo scelto una campagna shock perché vogliamo far comprendere i pericoli spesso sottovalutati cui il cittadino va incontro nel momento in cui si affida a fonti non autorevoli per decidere della propria salute.

Gli ordini dei medici sono garanti della salute pubblica come bene per tutta la società ed hanno quindi il dovere di intervenire per informare e sensibilizzare i cittadini rispetto ad atteggiamenti che ne minano il benessere. – ha affermato Filippo Anelli, Presidente Fnomceo – Il medico deve tornare al centro della relazione che il paziente ha con la propria salute. Occorre ricostruire quel rapporto di fiducia medico-paziente che è stato fortemente indebolito dall’aziendalizzazione della sanità’.

Le conseguenze di questa crisi hanno radici anche in un profondo mutamento culturale, che si riflette sulla figura del medico e sulla sua autorevolezza.

L’accesso sempre più facile all’informazione ha creato l’illusione di un sapere alla portata di tutti e ha indotto un pregiudizio verso le professioni intellettuali, che vengono sempre più percepite come superflue: a cosa serve un medico se posso trovare la terapia per una patologia digitandone il nome su Google?

Questo lascia spazio ad atteggiamenti scettici nei confronti della scienza e delle terapie convenzionali e apre il campo a una medicina fai da te quando non a imbonitori e truffatori.

‘Le crescenti aggressioni ai danni dei medici sono una delle ultime conseguenze di questa complessa somma di fattori: medici visti come meri erogatori di servizi in una sanità-azienda, facile accesso all’informazione e scetticismo nei confronti del sapere certificato dagli esperti, svalutazione del ruolo sociale e dell’autorevolezza delle professioni intellettuali – ha sottolineato Anelli -.

Serve una sterzata decisa per riportare il diritto alla salute dei cittadini nelle mani di chi può tutelarlo al meglio, nelle mani dei medici’”.

Concordo con gran parte dei contenuti del comunicato diffuso dalla federazione degli ordini dei medici.

Mi sembra opportuno aggiungere però che affinchè i cittadini abbiano maggiore fiducia nei medici è indispensabile una maggiore disponibilità dei medici nel fornire loro informazioni, senza considerare questo una perdita di tempo, e, per quanto riguarda i cosiddetti medici di famiglia, un maggiore impegno, ad esempio non esitando ad andare a visitare i loro assistiti, quando necessario.

Nella situazione che si è creata, infatti, anche i medici hanno delle responsabilità e anche loro devono cambiare.




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9 maggio 2018

Al via "Ogni bambino è vita", una campagna dell'Unicef

In occasione della festa della mamma, il prossimo 13 maggio, l’Unicef Italia ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “Ogni bambino è VITA” per ricordare che ogni anno, 2,6 milioni di neonati muoiono prima di compiere il loro primo mese di vita – 7.000 ogni giorno.

Perché questa campagna e in che cosa consiste?

Le risposte a questa domanda in un comunicato di Unicef Italia.

“Ogni mamma ha diritto a dare alla luce bambini sani e ogni bambino ha diritto a ricevere cure per poter vivere e crescere.

Nel mondo, un milione di neonati emette il primo e l’ultimo respiro poco dopo essere venuto alla luce e altri 2,6 milioni nascono già morti.

Ciascuna di queste perdite è una tragedia, che nella maggior parte dei casi potrebbe essere evitata.

Oltre l’80% della mortalità perinatale e neonatale è causata da parto prematuro, complicanze durante il travaglio e il parto, nonché infezioni come setticemia, tetano, meningite e polmonite.

Il tasso di mortalità infantile nei bambini di età compresa tra 1 mese e 5 anni è diminuito notevolmente negli ultimi decenni. Tuttavia, i progressi nel ridurre la mortalità dei neonati – i bambini di età inferiore a 1 mese – sono stati meno incisivi.

Tutto questo avviene perché i decessi neonatali sono difficili da affrontare con un singolo farmaco o intervento, mentre richiedono un approccio sistematico e integrato.

L’Unicef lavora affinché ogni mamma e ogni bambino, soprattutto i più vulnerabili, ricevano assistenza sanitaria di qualità e a costi accessibili.

In occasione della campagna, l’Unicef Italia rilancia la petizione ‘Ogni bambino è VITA’, il cui obiettivo è di chiedere ai Governi, agli addetti alla sanità, ai donatori, al settore privato, alle famiglie e alle imprese di contribuire in ogni modo per assicurare la sopravvivenza e la cura di ogni bambino.

Le firme raccolte saranno consegnate ai ministri della Salute, riuniti nell’Assemblea Mondiale della Sanità – l’appuntamento annuale dell’organo legislativo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). che si terrà a Ginevra dal 21 al 26 maggio 2018 – per chiedere loro di impegnarsi con azioni concrete per porre fine alla tragedia di 7.000 neonati che muoiono durante il primo mese di vita.

Finora la petizione ha ricevuto oltre 80.000 firme in diversi paesi del mondo. Fino al 20 maggio 2018 puoi aderire online anche tu sul sito www.unicef.it”.




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2 maggio 2018

Prima assemblea di Forza Europa, cosa intendono fare?

Si è tenuta a Milano la prima assemblea degli iscritti di Forza Europa, soggetto politico costituente della lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, che ha ottenuto il 2,5% – poco più di 800.000 voti – nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

L’assemblea di Forza Europa , composta di circa 300 iscritti, ha eletto Benedetto Della Vedova Presidente e Piercamillo Falasca alla carica di Segretario e i 25 membri della direzione nazionale. Cooodinatore della direzione, in quanto capolista della lista più votata, è Carmelo Palma. Infine, su proposta del Presidente, Andrea Mazziotti è stato nominato vicepresidente del movimento.

Cosa ha deciso l’assemblea di Forza Europa? Cosa intendono fare gli organi dirigenti del movimento?

Lo si può in parte comprendere dalle dichiarazioni di coloro che sono stati chiamati a ricoprire i principali incarichi.

“Dobbiamo lavorare per dare una prospettiva a +Europa – ha detto Della Vedova chiudendo i lavori dell’assemblea – e dobbiamo farlo ora, non a settembre o a ottobre.

Perchè non c’è altra possibilità se non raddoppiare i voti ottenuti il 4 marzo, partendo da dove siamo andati meglio, cioè nei centri delle grandi città, e arrivare fino alle periferie e alle province del sud Italia, concentrandoci da subito sull’obiettivo delle Europee del 2019?, ha aggiunto il Presidente di Forza Europa.

“Meno Europa ha vinto le elezioni e noi di +Europa abbiamo l’ambizione di rappresentare l’alternativa a questa nuova maggioranza politica, che è tale sia che Salvini e Di Maio formino un governo sia che non lo formino – ha sottolineato Falasca nel suo intervento dopo l’elezione a Segretario -.

Come En Marche in France e Ciudadanos in Spagna, è tempo di costruire anche in Italia il centro politico della società aperta”.

Secondo Palma, “l’identità europeista è l’unica vera identità progressista, l’unica alternativa, culturale e politica, da opporre al dilagare del contagio populista. Non solo in Italia, ma in tutta Europa, i principi della costruzione europea sono l’unico strumento di difesa della società aperta e delle libertà economiche e civili”, ha concluso il coordinatore della direzione di Forza Europa.

Del resto la volontà di continuare nell’esperienza di +Europa è risultata esplicita anche al termine di un incontro tenutosi il 28 marzo, incontro al quale hanno partecipato i rappresentanti delle diverse componenti che hanno dato vita al progetto politico in questione.

Infatti nell’incontro citato è iniziato il lavoro di riforma statutaria di +Europa.

Lo statuto attualmente vigente prevede infatti la nomina di “un comitato a cui è affidato il compito di redigere un nuovo statuto da sottoporre all’assemblea entro il 31 maggio 2018. Il nuovo Statuto dovrà, tra l’altro, determinare le regole di apertura e di partecipazione democratica al progetto politico di “+Europa” anche ai fini della costruzione di un soggetto politico-elettorale federalista e paneuropeo.

L’assemblea di +Europa, composta da Benedetto Della Vedova, Riccardo Magi, Bruno Tabacci e Gianfranco Spadaccia aveva in precedenza nominato il comitato per la riforma statutaria composto da Marco Cappato, Maurizio Di Nicola, Olivier Dupuis, Andrea Mazziotti, Carmelo Palma, Angelo Sanza e Lorenzo Strik Lievers, i quali hanno partecipato all’incontro.

Alla riunione sono anche intervenuti Emma Bonino, Silvja Manzi, rappresentante legale di +Europa e Alessandro Fusacchia, deputato eletto nella circoscrizione estero.

Nell’ambito dell’attività di elaborazione statutaria, +Europa ha deciso di convocare a breve un seminario di approfondimento dei contenuti e delle forme dell’iniziativa europeista nella nuova fase politica.

A questo seminario parteciperanno i gruppi dirigenti dei tre soggetti fondatori di + Europa, cioè di Radicali Italiani, Forza Europa e Centro Democratico.

Come disse Emma Bonino all’indomani del voto del 4 marzo: “abbiamo deciso, senza grandi né piccoli tentennamenti, che questo progetto deve continuare. Troveremo le formule e il modo di lavorare assieme, ma nessuno di noi è disposto a tradurre una sconfitta numerica evidente in una sconfitta del progetto politico, che è nato nuovo, di recente, e che nel contesto generale ci sembra che valga sempre più la pena di continuare a curare e ad organizzare”.




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2 maggio 2018

Le false credenze in economia

In economia le credenze prive di fondamento si stanno sviluppando notevolmente. Lo sostiene, in un articolo pubblicato suwww.lavoce.info, “Contro il negazionismo economico”, l’economista Guido Tabellini.

Le considerazioni di Tabellini mi sembrano molto interessanti e pertanto ho deciso di riportarne una parte.

“Viviamo in un’epoca in cui il progresso scientifico avanza a velocità straordinaria. Eppure, spesso le decisioni politiche non incorporano le migliori e più aggiornate conoscenze, e l’opinione pubblica non solo non è adeguatamente informata, ma non di rado è vittima di credenze errate e in contrasto con il consenso scientifico. Paradossalmente, il fenomeno sembra essersi accentuato con la diffusione di internet.

Il problema esiste in tutti i campi: dalla medicina, alla climatologia, alle scienze sociali.

Ma è particolarmente rilevante in economia.

Innanzitutto, perché vi sono grandi interessi in gioco. Organizzazioni, gruppi, imprese hanno un forte incentivo a manipolare l’opinione pubblica e a influenzare le decisioni politiche, e spesso vi riescono.

In secondo luogo, perché i fenomeni economici e sociali sono estremamente complessi e difficili da prevedere e ciò contribuisce a diffondere l’opinione errata che la scienza economica non abbia nulla di rilevante da dire.

Infine, perché le implicazioni pratiche dell’economia riguardano ambiti che sono anche oggetto di visioni ideologiche e di programmi politici.

E i dati dicono che spesso le opinioni politiche e i giudizi di valore condizionano anche le credenze individuali circa le conseguenze di specifici interventi o azioni.

Il risultato è che le conoscenze economiche stentano a informare il dibattito politico e l’opinione pubblica è spesso vittima di pregiudizi o credenze che sono in contrasto con il consenso e le conoscenze consolidate della scienza economica.

Un recente libro di Pierre Cahuc e André Zilberberg illustra il problema, ne discute le conseguenze e propone possibili rimedi.

Il punto centrale del libro è che negli ultimi anni l’economia ha attraversato una vera e propria rivoluzione. Grazie alla grande disponibilità di dati e a importanti innovazioni metodologiche, la conoscenza economica ora si appoggia su risultati sperimentali o quasi-sperimentali, e l’evidenza empirica svolge un ruolo fondamentale nel guidarne il progresso.

Da un lato, questo vuol dire che la conoscenza economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili. Dall’altro, il metodo sperimentale può essere esteso per valutare le conseguenze di specifici interventi di politica economica, senza dover fare affidamento su ipotesi solo teoriche.

Tuttavia, questi progressi spesso sono ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici…

Ad esempio, anche in Italia il pensiero economico è spesso additato come un ‘pensiero unico’, adagiato sull’ideologia neoliberista che vede il mercato come la soluzione di tutti i problemi.

Ma non è così. Innanzitutto, è semplicemente falso che in economia vi sia un’unica visione dominante. Al contrario, spesso gli economisti sono accusati di non essere mai d’accordo tra loro, come ci ricorda la battuta di Winston Churchill: ‘Se metti due economisti in una stanza, hai due opinioni, a meno che uno di loro sia Lord Keynes, nel qual caso hai tre opinioni’.

In secondo luogo, il neo-liberismo non ha nulla a che vedere con il consenso scientifico in economia. Basta ricordare che Jean Tirole ha vinto il premio Nobel in economia nel 2016 per i suoi studi sulla regolamentazione dei mercati. Chi afferma il contrario semplicemente non sa di cosa sta parlando.

Il punto è che accusare gli economisti di ‘pensiero unico’ o di ‘ideologia liberista’ è spesso un modo per screditarne gli argomenti, senza entrare nel merito delle questioni dibattute.

I nuovi movimenti populisti usano spesso questo argomento, anche in Italia.

Ciò non deve sorprendere. Sebbene in economia non vi sia un pensiero unico, infatti, vi è comunque uno stock di conoscenze consolidate e non vuote di contenuto. Lo stock di conoscenze molte volte è in contrasto con le ricette populiste.

Anche in Italia, il populismo, di destra come di sinistra, spesso avanza proposte semplicistiche e miopi: la moneta fiscale come antidoto all’euro, una flat tax (o tassa unica) al 15%, l’affermazione che un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia compatibile con la discesa del debito pubblico.

Queste proposte o affermazioni non stanno in piedi dal punto di vista economico e si scontrano con le conoscenze consolidate degli economisti.

Ecco allora che conviene screditare l’economia e accusarla di pensiero unico e ideologico.

Diffondere la sfiducia verso gli esperti e le élite, cioè, è un modo per evitare di fare i conti con la realtà…

Ci sono tre ricette per evitare che l’opinione pubblica sia vittima di credenze prive di fondamento, e per avvicinare il dibattito politico alle migliori e più consolidate conoscenze in campo economico.

Prima di tutto, gli economisti non devono vendere false certezze. L’economia ha molte implicazioni rilevanti per la politica economica, e ormai ci sono tante conoscenze pratiche che possono informare le decisioni politiche. Tuttavia, in economia non vi sono leggi universali che valgono con esattezza e precisione e la nostra capacità di prevedere le conseguenze di specifiche azioni è comunque limitata.

Far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate, o esagerando la portata della nostra conoscenza, è controproducente perché alimenta lo scetticismo e giustifica le critiche ideologiche. Non sempre gli economisti si sono astenuti dal commettere questo errore, anche da noi.

Poi c’è il compito dei giornalisti che devono documentarsi e sapere che non tutte le opinioni meritano lo stesso peso. Nel nome del pluralismo, spesso i media danno visibilità e rilevanza a opinioni palesemente false o contraddette da rigorosi studi scientifici, mettendole sullo stesso piano di affermazioni che invece sono sostenute da un ampio spettro di ricerche e approfondimenti…

Infine, è importante trasmettere all’opinione pubblica l’idea che non esistono ricette semplici o miracoli. Sono decenni che l’economia italiana stenta a crescere, non dà opportunità ai giovani, ha un debito pubblico elevato.

Se nessuno si è accorto prima che c’era una scorciatoia per aumentare la crescita, ridurre la disoccupazione o combattere la povertà, quasi certamente è perché quella scorciatoia è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte. Anche se è difficile da accettare, probabilmente non vi sono alternative alle riforme scomode e impopolari che molti osservatori esterni ci suggeriscono da tempo”.

Io mi permetto di aggiungere due sole osservazioni, relativamente alle cause che determinano la diffusione di false credenze in economia.

Innanzitutto il livello medio di conoscenza delle discipline economiche nella popolazione italiana è molto basso, soprattutto perché nelle scuole primarie e secondarie l’economia viene insegnata pochissimo e, quando lo si fa, piuttosto male.

Inoltre gli economisti, nei loro scritti e nei loro discorsi, rivolti ad un pubblico ampio, utilizzano un linguaggio generalmente poco comprensibile alla maggioranza delle persone, solo in parte in seguito a quanto rilevato nella mia prima osservazione.




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19 aprile 2018

La "diabesità", un grave rischio per la salute

In Italia sono 3,2 milioni le persone affette da diabete di cui circa 2 milioni sono persone obese: una persona con diabete e obesa ha un rischio di morire entro 10 anni quadruplicato rispetto a una persona con diabete di peso normale. L’obesità, quindi, è uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”.

Questi temi sono analizzati in un articolo pubblicato suwww.quotidianosanita.it.

In Italia, secondo i dati Istat del 2016, sono oltre 3.200.000 le persone che dichiarano di avere il diabete, passando così negli ultimi trent’anni dal 2,9% al 5,6% dell’intera popolazione.

Questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, all’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete e all’anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia..

L’obesità è appunto uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”.

Si stima infatti che il 44% dei casi di diabete tipo 2 siano attribuibili all’obesità/sovrappeso; tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8%.

Complessivamente pertanto sono circa 2 milioni i “diabesi”.

Questo dato è molto preoccupante se si considera che il rischio complessivo di morte prematura raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea: una persona con diabete e sovrappeso ha quindi un rischio raddoppiato di morire entro 10 anni, rispetto a una persona con diabete di peso normale e una persona con diabete e obesa addirittura un rischio quadruplicato.

“Possiamo ormai considerare diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi un’emergenza sanitaria che necessita di un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno”, ha dichiarato Renato Lauro, presidente  di Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation.

“Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che queste malattie rappresentano e potranno rappresentare. Per questo motivo Ibdo Foundation pubblica annualmente un report in grado di offrire una fotografia non parziale della situazione del diabete e dell’obesità a livello mondiale, nazionale e regionale” ha aggiunto Lauro, in occasione della presentazione dell’undicesima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report da parte di Ibdo Foundation e Università di Roma “Tor Vergata”.

“Nello specifico, parlando di caratterizzazione regionale del diabete, valori più elevati della media Italia si evidenziano in Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, ma anche in alcune regioni del Centro come il Lazio; quelli più bassi nelle province autonome di Trento e Bolzano e Liguria.

Anche per la mortalità la geografia resta simile, con una maggiore penalizzazione del Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Nelle regioni del Mezzogiorno peraltro si riscontrano anche livelli più elevati di obesità.

Un’attenzione particolare merita l’obesità infantile, che presenta marcate differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Sud, dove un minore su tre è in eccesso di peso: le percentuali più elevate in Campania (36,1%), Molise (31,9%), Puglia (31,4%), Basilicata (30,3%) e Calabria (30%) a fronte del valore minimo osservato nelle province autonome di Trento e Bolzano (15,4%)”, ha rilevato Roberta Crialesi, dirigente del servizio sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, dell’Istat.
Oltre alla differenza di diffusione del diabete tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani.

“In Italia il 36% della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città Metropolitane”, ha detto Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute e presidente del comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri, che ha aggiunto “l’urban diabetes è un problema emergente di sanità pubblica. Nel mondo, oggi due terzi delle persone affette da diabete vivono nelle grandi città.

Infatti, secondo i dati dell’International Diabetes Federation (Idf), sono 246 milioni (65%) coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali.

I cambiamenti demografici in corso, che includono l’urbanizzazione, il peggioramento degli stili di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’isolamento sociale si riflettono in una crescita costante della prevalenza di diabete.

Questi fattori influenzano anche la maggior diffusione di obesità che, oltre che dell’aumentato rischio di diabete, è causa di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore e compromette gravemente la qualità di vita.

Per far fronte a questo problema di rilevanza clinica, sociale, ma anche economico e politico-sanitario il 19 maggio in tutta Europa si celebrerà l’European Obesity Day per sensibilizzare riguardo una piaga sociale in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito”.




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18 aprile 2018

Oltre 250.000 gli alunni con disturbi dell'apprendimento

Il ministero dell’Istruzione ha pubblicato i dati relativi agli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento nell’anno scolastico 2016-2017. E’ la dislessia il disturbo più diffuso (42,5% delle certificazioni). La percentuale più alta nella scuola secondaria. Liguria al primo posto.

Nell’anno scolastico 2016/2017 il numero degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento frequentanti le scuole italiane di ogni ordine e grado si è attestato complessivamente intorno alle 254.600 unità, pari al 2,9% del totale degli alunni.

Entrando nel dettaglio degli ordini di scuola, dalle rilevazioni emerge che nella scuola primaria la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni frequentanti si è attestata sull’1,9%, per la scuola secondaria di I grado intorno al 5,4% e per la scuola secondaria di II grado sul 4%.

Le scuole dell’infanzia hanno trasmesso dati riguardo a casi sospetti di disturbi specifici dell’apprendimento. Si tratta di un numero esiguo, tuttavia in 774 bambini, pari allo 0,05% del totale dei bambini frequentanti, è stato riconosciuto un rischio di Dsa.

In relazione alla gestione della scuola, si può osservare che le scuole statali accolgono un numero più elevato di alunni con disturbi specifici dell’apprendimento rispetto alle scuole non statali: mediamente in tutti gli ordini di scuola la percentuale di alunni con Dsa è pari al 3,1% del totale degli alunni frequentanti nella scuole a gestione statale e al 2,1% nella scuole a gestione non statale (2,9% in media in tutte le scuole).

Esaminando la distribuzione territoriale, gli alunni con disturbi specifici di apprendimento sono maggiormente presenti nelle regioni del Nord-Ovest in cui la percentuale sul totale dei frequentanti raggiunge il 4,5%.

Anche per le regioni del Centro e del Nord-Est la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni è piuttosto elevata, attestandosi in media in tutti gli ordini di scuola rispettivamente intorno al 3,5% e al 3,3%.

Colpisce come per le regioni meridionali tale percentuale sia nettamente più contenuta, pari in media all’1,4%.

Tra le singole regioni, i valori più elevati si rintracciano in Liguria, Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, con il 4,9%, il 4,8% e il 4,5% di alunni con disturbi specifici di apprendimento sul totale alunni frequentanti. Per contro le percentuali più contenute sono presenti in Calabria, Campania e Sicilia, rispettivamente con lo 0,7%, lo 0,9% e l’1,1%.

La legge 8 ottobre 2010, n. 170 riconosce la dislessia (disturbo nell’imparare a leggere), la disgrafia (disturbo nell’imparare a scrivere), la disortografia (disturbo nell’utilizzare il codice linguistico) e la discalculia (disturbo nel calcolo matematico) “quali disturbi specifici di apprendimento che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana” (comma 1, art.1).

Tali disturbi possono coesistere in una stessa persona, in questo caso si parla di comorbilità. Può esistere anche comorbilità tra i disturbi specifici dell’apprendimento e altri disturbi di sviluppo, quali disturbi di linguaggio, disturbi di coordinazione motoria e disturbi dell’attenzione, e tra i disturbi specifici dell’apprendimento e i disturbi emotivi e del comportamento.

Complessivamente 139.620 alunni presentano disturbi di dislessia, 57.259 di disgrafia, 68.421 di disortografia e 62.877 di discalculia).

Il numero complessivo degli alunni con Dsa può non coincidere con la somma degli alunni per tipologia di disturbo dal momento che, come già rilevato, alcuni alunni possono avere più tipologie di Dsa.

In termini di composizione percentuale, si evidenzia che per tutti gli ordini di scuola il disturbo mediamente più diffuso è quello della dislessia: considerando insieme primaria e secondaria di I e di II grado, si ha infatti che il 42,5% delle certificazioni presentano dislessia, il 20,8% disortografia, il 19,3% discalculia e il 17,4% disgrafia.

In termini percentuali gli alunni con dislessia rappresentano l’1,6% del totale degli alunni che frequentano le scuole di ogni ordine e grado; gli alunni con disgrafia lo 0,7%, gli alunni con disortografia lo 0,8%, gli alunni con discalculia lo 0,7%.

Nel corso degli ultimi anni le diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento sono notevolmente aumentate: se nell’anno scolastico. 2010/2011 la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni si attestava ad appena lo 0,7%, nell’anno scolastico 2016/2017 tale percentuale è salita, come si è detto, fino al 2,9% nella media dei diversi ordini di scuola.

Da un confronto con l’anno scolastico 2010/2011, il numero di alunni con Dsa è passato dallo 0,8% del totale alunni all’1,9% nella scuola primaria, dall’1,6% al 5,4% nella scuola secondaria di I grado e dallo 0,6% al 4% nella scuola secondaria di II grado.

Per la scuola dell’infanzia si è registrata, viceversa, una lieve diminuzione della percentuale di alunni a rischio Dsa sul totale dei frequentanti, probabilmente a seguito di una maggiore prudenza nell’individuare casi sospetti di Dsa quando i bambini sono ancora in età prescolare.

La notevole crescita delle certificazioni di Dsa è conseguenza diretta della legge 170 del 2010, con la quale la scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti degli alunni con disturbo specifico dell’apprendimento.

Il processo di formazione dei docenti e le crescenti competenze didattiche hanno determinato una più consapevole e una sempre maggiore individuazione dei casi di sospetti di Dsa tra i frequentanti, dando seguito al necessario percorso diagnostico presso le competenti strutture sanitarie e determinando così l’incremento del numero delle certificazioni per le varie tipologie di disturbo.




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