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13 luglio 2020

Perchè ricordare il massacro di Srebrenica, 25 anni dopo

Sono passati 25 anni dal massacro di Srebrenica, avvenuto tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe di Bosnia trucidarono tra i 7.000 e gli 8.000 uomini e ragazzi musulmani nella città di Srebrenica.

Mi è sembrato opportuno riportare alcune parti dell’articolo di Tom Mockaitis, pubblicato su “The Conversation” e ripreso da “L’Internazionale”, intitolato “Perche ricordare il massacro di Srebrenica, 25 anni dopo”.

“…Due anni prima del massacro le Nazioni Unite avevano designato Srebrenica come ‘area sicura’ per i civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze serbe separatiste, nel contesto del crollo della Jugoslavia.

Nel 1995 Srebrenica ospitava 20.000 profughi e 37.000 residenti, protetti da meno di 500 soldati delle forze di pace internazionali, scarsamente armati.

Dopo aver travolto le truppe dell’Onu, le forze serbe attuarono quello che in seguito si scoprì essere un atto di genocidio accuratamente pianificato.

I soldati serbi di Bosnia e la polizia radunarono uomini e ragazzi di età compresa tra 16 e 60 anni, quasi tutti civili innocenti, per poi fucilarli e seppellirli in fosse comuni.

Le forze serbe trasportarono circa 20.000 donne e bambini nelle aree sicure controllate dai musulmani, ma non prima di aver stuprato molte donne e ragazze.

La violenza fu talmente atroce che perfino gli Stati Uniti, fino a quel momento riluttanti, decisero di intervenire direttamente e porre fine al conflitto in Bosnia.

Le condanne per i fatti di Srebrenica dimostrano quanto sia importante individuare i colpevoli delle atrocità commesse in tempo di guerra.

Srebrenica è l’esempio di quali possono essere le conseguenze del nazionalismo estremista. In un momento in cui la xenofobia, i partiti nazionalisti e i conflitti etnici tornano a emergere in tutto il mondo, l’anniversario del massacro è quanto mai significativo.

La guerra civile in Bosnia fu un complicato conflitto di natura etnica e religiosa.

Da un lato erano schierati i musulmani bosniaci e i cattolici croati, due comunità che avevano manifestato la volontà di indipendenza dalla Jugoslavia attraverso un voto. Sul fronte opposto c’erano i nazionalisti serbi, che si erano separati dalla Bosnia Erzegovina e volevano espellere tutte le altre comunità dai territori che avevano appena conquistato…

Ci sono voluti più di vent’anni per portare alla sbarra i responsabili delle atrocità commesse durante la guerra civile bosniaca.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, una corte delle Nazioni Unite attiva tra il 1993 e il 2017, ha condannato per i crimini di guerra 62 serbi di Bosnia, tra cui diversi ufficiali di alto grado.

Il tribunale ha stabilito che il comandante dell’esercito serbo di Bosnia, il generale Ratko Mladic, si è reso colpevole di ‘genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e trattamento disumano nell’area di Srebrenica’, oltre a condannare il leader politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic per genocidio.

La corte ha incriminato anche il presidente serbo Slobodan Milosevic  con l’accusa di ‘genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra’ per il suo sostegno alla guerra e alla pulizia etnica. Milosevic è morto durante il processo.

Nonostante molti responsabili siano sfuggiti al processo, le condanne emesse per i fatti di Srebrenica dimostrano quanto sia importante individuare i colpevoli delle atrocità commesse in tempo di guerra, a prescindere dal tempo che è necessario per riuscirci. Le condanne penali offrono un senso di chiusura alle famiglie delle vittime e fanno capire ai colpevoli che non possono mai essere sicuri di sfuggire alla giustizia…

Nonostante le condanne storiche e la scrupolosa documentazione dei crimini contro l’umanità commessi in Bosnia, alcune persone in Serbia sostengono ancora  che il genocidio non sia mai esistito.

Usando argomenti simili a quelli delle persone che negano il genocidio armeno o l’Olocausto, i nazionalisti serbi  ribadiscono che il numero dei morti è esagerato, che le vittime erano combattenti o che Srebrenica è solo una delle atrocità commesse da tutti gli schieramenti coinvolti nel conflitto...

E’ innegabile che durante la guerra i belligeranti su tutti i fronti commettano atti deprecabili.

Ma le prove raccolte in Bosnia dimostrano che le forze serbe hanno ucciso più civili che combattenti di altri gruppi. Almeno 26.852 civili hanno perso la vita durante il conflitto: 22.225 musulmani, 986 croati e 2.130 serbi.

I musulmani rappresentavano il 44% della popolazione della Bosnia, ma l’80% delle vittime. Il tribunale dell’Aja ha condannato solo 5 musulmani di Bosnia per crimini di guerra.

Nel 2013 il presidente della Serbia si è scusato per il ‘crimine’ di Srebrenica, ma si è rifiutato di ammettere che questo crimine fosse stato parte di un genocidio perpetrato contro i musulmani di Bosnia.

…Nel 1994, più di un anno prima della strage, il dipartimento di stato degli Stati Uniti riferì che le forze serbe stavano attuando una ‘pulizia etnica’ in alcune aree, ricorrendo all’omicidio e allo stupro come strumenti di guerra e radendo al suolo interi centri abitati.

Tuttavia l’amministrazione Clinton, dopo l’umiliante fallimento del tentativo di fermare la guerra civile in Somalia, non aveva intenzione di farsi coinvolgere.

Le Nazioni Unite, spinte dalla volontà di restare neutrali per ragioni politiche, si rifiutarono di autorizzare un’azione più energica in Bosnia.

Fu necessario il massacro di Srebrenica per convincere le potenze internazionali a intervenire…

Ricordare i genocidi come quello di Srebrenica non impedirà che queste tragedie si verifichino ancora in futuro.

Dopo il 1995 altri gruppi emarginati sono stati violentemente attaccati in Paesi come Sudan, Siria e Birmania.

Oggi gli uiguri, minoranza musulmana in Cina, vengono chiusi nei campi di concentramento e sterilizzati.

Ciò non toglie che il ricordo delle atrocità passate sia fondamentale, perché ci permette di riflettere, di onorare i morti, di celebrare gli elementi che uniscono l’umanità e di lavorare insieme per superare le divergenze.

La memoria, inoltre, protegge l’integrità del passato dalle persone che vorrebbero correggere la storia per fare i propri interessi.

In questo senso la commemorazione di Srebrenica, 25 anni dopo i fatti, potrebbe aiutarci in qualche misura a contrastare la logica malvagia dei crimini di massa in futuro”.




permalink | inviato da paoloborrello il 13/7/2020 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



9 luglio 2020

Il lavoro nero non solo nel Sud

Generalmente si sostiene che il lavoro nero, l’occupazione irregolare, è diffuso soprattutto nel Sud. Ma è proprio vero? Emilio Reyneri, in un articolo pubblicato su “lavoce.info”, intende rispondere a questa domanda, oltre ad esaminare le principali caratteristiche del lavoro irregolare in Italia.

“…Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva.

I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori.

La percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione…

Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitano grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

…Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali.

Il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10% per cinque regioni settentrionali su sei sino a valori pari o superiori al 15% per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20% per Calabria e Sicilia.

Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i Paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

Tuttavia, se consideriamo la diffusione dell’occupazione irregolare rispetto alla popolazione emerge un quadro molto diverso.

Dividendo il tasso di occupazione, che misura il rapporto tra occupati e persone da 15 a 64 anni, tra tasso di occupazione irregolare e tasso di occupazione regolare risulta che la percentuale di abitanti con un’occupazione irregolare oscilla soltanto dal 7-8% per le regioni settentrionali al 9-10% per quelle meridionali.

Per contro, enormi sono le differenze nel tasso di occupazione regolare: dal 65-70% delle regioni settentrionali sino a meno del 40% per tre regioni meridionali (Sicilia, Campania e Calabria).

Il tasso di occupazione irregolare nel Nord è soltanto due punti percentuali inferiore a quello del Centro e addirittura neppure due punti sotto quello del Sud.

E le differenze per industria, edilizia e servizi sono infime.

Per contro, a parte l’agricoltura, le differenze nei tassi di occupazione regolare tra Nord e Sud sono enormi: addirittura quasi 13 punti percentuali nei servizi e oltre 9 punti nell’industria.

Due conclusioni.

Primo, il problema del Mezzogiorno non è tanto una diffusione del lavoro nero particolarmente alta, ma la scarsissima presenza di quello regolare, soprattutto nell’industria e nei servizi.

Secondo, il lavoro nero è solo leggermente meno diffuso nelle regioni settentrionali e quindi costituisce un problema anche per queste regioni. 

Tuttavia, per la scarsa possibilità di trovare un’occupazione regolare, nel Mezzogiorno il lavoro nero interessa fasce di popolazione più ‘centrali’ per la loro posizione familiare.

Né le stime di contabilità nazionale, né le indagini sulle forze lavoro forniscono informazioni su chi lavora in nero, ma nell’indagine Istat ‘Vite familiari e soggetti sociali’ del 2009 ai lavoratori dipendenti (tutti italiani dati i criteri di campionamento) si chiedeva se avessero un contratto o un accordo verbale…

La contrapposizione tra Sud e Nord è netta.

Nelle regioni meridionali gli occupati irregolari sono per lo più maschi, in età centrale e capifamiglia, mentre in quelle settentrionali sono per lo più donne, giovani e coniugi o figli.

Quindi nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori in nero siano i soli occupati in famiglia, mentre nel Nord è probabile che i lavoratori in nero vivano in famiglie in cui il capofamiglia ha un lavoro regolare.

Si spiega così la maggiore gravità sociale del lavoro in nero nel Mezzogiorno.

Oltretutto, la più elevata presenza di poco istruiti nel Mezzogiorno indica una maggiore dequalificazione delle occasioni di lavoro nero, mentre una più alta presenza di laureati nel Nord sembra indicare una discreta presenza di lavoro nero qualificato.

Le diverse caratteristiche dei lavoratori in nero ampliano quindi le differenze tra Sud e Nord, abbastanza ridotte dal punto di vista quantitativo, e suscitano diversi interrogativi riguardo alle politiche di contrasto”.




permalink | inviato da paoloborrello il 9/7/2020 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



3 luglio 2020

25 anni dalla morte di Alexander Langer

Oggi 3 luglio sono 25 anni dalla morte di Alexander Langer, un politico, se così lo si può definire, comunque “sui generis”, il fondatore del movimento ecologista in Italia, la cui mancanza si avverte ancora moltissimo. Tra gli altri lo ha ricordato Reinhold Messner.

Langer il 3 luglio 1995 si tolse la vita in un oliveto nei pressi di Firenze.

Così si è espresso Messner: “Più che mai manca la voce di Alex Langer, anche ora durante le proteste negli Usa servirebbero le sue parole chiare. Sono immensi i meriti di Alex per le minoranze, l’ecologia e il sociale. Credeva nel dialogo ed era pragmatico. Ha infatti poco in comune con Greta Thunberg, che usa parole troppo dure. Sono convinto che se non ci fosse stato Langer, l’Alto Adige oggi non avrebbe un governatore come Arno Kompatscher, che ha addotto alcune posizioni langheriane, fino a poco tempo fa inimmaginabili per un esponente Svp”.

Per ricordarlo riporto integralmente l’editoriale di Giorgio Mezzalira comparso oggi su “Il Corriere dell’Alto Adige”.

“Alexander Langer è una figura di intellettuale e politico che appartiene alla storia della nostra regione e a pieno diritto a quella europea della seconda metà del novecento.

E non solo perché è stato parlamentare in Europa, eletto nelle liste dei Verdi a partire dal 1989 fino alla sua prematura morte.

A 25 anni dalla sua scomparsa, l’eredità del suo pensiero non è per nulla sfumata e il suo modo di concepire l’impegno politico, lontano dai dogmatismi, dalla fascinazione e dall’esercizio del potere, è un riferimento cui soprattutto i giovani possono guardare.

Si definiva ‘facitore di pace’, a sottolineare l’importanza di contribuire concretamente a prevenire e ricomporre le fratture nelle zone di conflitto, piuttosto che rischiare di rimanere prigionieri di una pace astratta e di un pacifismo privo di strumenti per raggiungere i suoi obiettivi.

Lo sosteneva in questa sua convinzione l’esperienza del ‘gruppo misto’, piccolo laboratorio di dialogo e convivenza avviato in Sudtirolo negli anni Sessanta, dove Langer con un piccolo gruppo di amici italiani e tedeschi condividevano l’esercizio dell’ascoltare l’altro, impararne la lingua, comprenderne la cultura, mettere a confronto le proprie storie.

Da queste prove di contatto e di scambio ha preso forma un modello culturale interetnico che si presta oggi come importante strumento di pacificazione e ricomposizione dei conflitti. Nella consapevolezza che aprire la strada al dialogo e alla convivenza non è né facile né lineare, ma rappresenta l’unica alternativa alla contrapposizione etnica o nazionalistica.

Nel suo Sudtirolo, lo sappiamo, tale modello non ha prevalso, non si è imposto, ma le esperienze che ha generato e le idee che ha messo in circolazione hanno fatto crescere gli anticorpi contro le possibili derive etnocentriche della nostra società. A chi è stato definito, a torto, ‘nemico dell’autonomia’ questo almeno gli dovrebbe essere riconosciuto.

Langer è stato un uomo di confine se con questo vogliamo indicare colui che ne sa interpretare al meglio la ricchezza e la complessità, colui che sa aprirsi al mondo senza mai dimenticare da dove viene.

La sua stessa biografia è un rimando continuo all’intreccio tra origini e provenienze culturali, linguistiche, religiose diverse. Lo si potrebbe definire il paradigma positivo di cosa possa voler dire nascere e vivere al confine tra due mondi, sia che si tratti di mondi che hanno a che fare con lingue e culture diverse, sia che si tratti di mondi che incrociano sponde apparentemente lontane come etica e politica, utopia e concretezza.

Langer è stato un uomo del dialogo, che ha saputo credibilmente proporsi quale saltatore di muri e costruttore di ponti, come amava definirsi.

Non ci si inventa una simile attitudine, se non si viene riconosciuti capaci di farlo.

Si è fatto portatore di una visione di ‘futuro amico’, di riconciliazione con la natura e di una prospettiva di pace tra gli uomini, tutto ciò calato dentro un impegno quotidiano profuso senza risparmio di energie per costruire le basi per una conversione ecologica, termine a lui caro, che impegnasse ognuno di noi, singolarmente, a essere protagonista di un cambiamento di fronte a modelli di sviluppo non più sostenibili per l’uomo e l’ambiente.

La sua riflessione su questi temi è oggi termine di confronto sia rispetto all’allarme ambientale sia alle nuove sensibilità emergenti, ai molti giovani che vedono ipotecato il loro futuro e chiedono ai grandi della terra una svolta a favore della salvaguardia del pianeta.

Dentro a un mondo attraversato da imponenti flussi migratori, altrettanto attuale resta la sfida della convivenza e dell’integrazione di cui Langer è stato interprete e ‘facitore’, una lezione buona per noi che nel frattempo siamo diventati tutti uomini di confine”.




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3 luglio 2020

No alle barriere per i disabili

L’associazione Luca Coscioni riunita online il 27 giugno 2020 con esperti e cittadini attivi per i diritti delle persone con disabilità nel convegno “No barriere. In ogni senso” ha  ritenuto urgente restituire a milioni di cittadini con disabilità quelle libertà negate per ragioni dipendenti da leggi non rispettate o da riforme non attuate e che impongono loro un costante lockdown. Modifiche legislative e di politica oggi ancora più necessarie per via delle misure imposte dall’emergenza sanitaria. 

Queste le proposte emerse dal convegno:

introdurre un “superbonus per la libertà”, per equiparare gli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici a quelli del cosiddetto superbonus del 110%.;

garantire l’accessibilità digitale prevista – e troppo spesso non attuata – per la pubblica amministrazione, anche ai servizi pubblici dell’offerta privata e consentire l’utilizzo della firma digitale – già equiparata alla firma autografa a livello comunitario – e altri strumenti di identificazione digitale per la piena partecipazione in ambito democratico delle persone con disabilità per la sottoscrizione di referendum, proposte di legge popolare, liste elettorali ecc.;

istituire registri regionali- già presenti in Lazio e Lombardia – da collegare a un registro nazionale, per monitorare l’applicazione della legge sui piani di eliminazione delle barriere archittettoniche da parte dei Comuni affinché l’adozione degli stessi, obbligatoria per tutte le amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, divenga requisito necessario per l’accesso ai finanziamenti pubblici per l’eliminazione delle barriere architettoniche;

adottare una legge sull’assistenza sessuale, già presentata in Parlamento in altre legislature, per consentire anche alle persone con gravi disabilità di poter vivere una dimensione fisica e psicologica relativa alla loro sfera sessuale, che oggi è di fatto proibita;

esigere il rispetto dell’art. 30 bis della legge 96/17, evitando che le tipologie di ausili contenuti nel “nomenclatore tariffario” destinate ai bisogni più delicati e complessi siano acquistate e fornite mediante gare d’appalto che non permettono l’individuazione personalizzata dell’ausilio e la partecipazione della persona alla scelta;

prevedere un modello di gestione unica per tutto quanto attiene alla disabilità e le attività e gli interventi sociosanitari integrati di cui al Dpcm 12.1.2017 (nuovi Lea) con il fine di includere – secondo la metodologia del budget di salute – le diverse misure di parte sociale e sanitaria previste dalle vigenti normative per il sostegno all’autonomia, la vita indipendente, la domiciliarità delle cure per le persone con disabilità fisica e psichica, attraverso uno strumento informativo completo e di facile comprensione per la massima conoscenza e fruizione dei cittadini.




permalink | inviato da paoloborrello il 3/7/2020 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 giugno 2020

Sempre più difficile essere madri

L’Italia si è presentata alle porte di un’emergenza senza precedenti come quella causata dal coronavirus con oltre 6,2 milioni di madri con un almeno un figlio minorenne. Molte di loro sono costrette a rinunciare alla carriera professionale (tra i 25 e i 54 anni solo il al 57% delle madri risulta occupata rispetto all’89,3% dei padri), non possono appoggiarsi ad una rete per la prima infanzia (solo il 24,7% dei bambini frequenta un  servizio socio-educativo per la prima infanzia) e spesso ammettono di aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per cercare di conciliare lavoro e vita privata.  

E’ questo il quadro preoccupante che emerge dall’analisi di Save the Children “Le Equilibriste:la maternità in Italia 2020”, dal quale emerge chiaramente che la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare.

Una situazione già critica che è ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid-19, specie per le 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali.

Le mamme nell’ultimo periodo sono sempre più “equilibriste”: nonostante quasi la metà di quelle intervistate (44,4%) stia proseguendo la propria attività lavorativa in modalità agile, tra queste, solo il 25,3% ha a disposizione una stanza separata dai figli e compagni/e/mariti dove poter lavorare, mentre quasi la metà (42,8%) è costretta a condividere lo spazio di lavoro con i familiari.

In questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato, sia per l’accudimento di figli/e, anziani/e in casa, persone non autosufficienti, sia per le attività quotidiane di lavoro casalingo (spesa, preparazione pasti, pulizie di casa, lavatrici, stirare).

All’interno dei nuclei familiari, comunque, le mamme continuano ad avere netta la sensazione che tutto “pesi sulle loro spalle”: solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

E’ ancora più precaria la situazione delle donne che vivono in condizioni di vulnerabilità socio-economica.

In un’altra recente indagine, emerge come il carico di cura nelle famiglie vulnerabili  sia sulle spalle delle donne, senza il supporto degli uomini: sono praticamente da sole a occuparsi dei figli (51,7%), a pulire la casa e lavare i vestiti (l’80,2%), a fare la spesa (50,3%), cucinare (70,5%).

“Con l’avvio della fase tre, le più penalizzate rischiano di essere le madri lavoratrici, circa il 6% della popolazione italiana.

Con la mancata riapertura dei servizi per la primissima infanzia molte donne, soprattutto quelle con retribuzioni più basse e impiegate in settori dove è necessaria la presenza fisica, rischiano di dover decidere di non rientrare al lavoro, aggravando la già difficile situazione dei livelli occupazionali femminili italiani.

Per quelle che invece potranno lavorare in smart working, è forte il rischio di un carico eccessivo di lavoro e di cura” ha rilevato Antonella Inverno, responsabile politiche per l’infanzia di Save the Children, che così ha proseguito “Non è solo la chiusura dei servizi per la prima infanzia a preoccupare le madri, ma anche la gestione della didattica a distanza, che soprattutto per le scuole primarie, necessita di un continuo supporto da parte di un adulto a casa, e soprattutto la gestione del carico emotivo dei figli, ancora oggi dimenticati dalla politica nella fase della ripartenza.

E’ necessario adottare al più presto un piano straordinario per l’infanzia e l’adolescenza, che metta al centro i diritti dei minorenni, perché le famiglie non devono essere lasciate sole ad affrontare le sfide educative e sociali che la crisi sanitaria ha imposto”.

Sul fronte occupazionale, l’Italia rimane tra i paesi in Europa con il divario di genere più consistente (18 punti di distanza tra donne e uomini rispetto alla media europea di 10 punti a vantaggio maschile), divario che all’indomani dell’emergenza Covid19, rischia di diventare incolmabile.

Nel nostro Paese per la fascia di età 20-64 anni ad essere occupato nel 2018 era il 72,9% degli uomini a fronte del 53,1% delle donne. Inoltre persiste una considerevole distanza che separa le donne 15-64enni occupate del Nord (59,7%) dal quelle del Sud (32,8%).

Secondo l’Istat in particolare le madri occupate sono il 69,4% al Nord, il 65,1% al Centro e appena il 35,9% nel Mezzogiorno, poco più di una su tre.

Spesso sono disoccupate o inattive, ma anche con tipi di contratti precari e a termine ed è per questo che, ben il 46% di loro non può usufruire dei congedi parentali, che il decreto Rilancio destina solo ai lavoratori dipendenti.




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25 giugno 2020

I problemi della sanità italiana evidenziati dal coronavirus

Poche luci e molte ombre sul servizio sanitario nazionale, penalizzato da riduzioni di spesa pubblica e sempre maggiore carenza di personale medico e infermieristico. Alla vigilia della pandemia, il sottofinaziamento della sanità, insieme alla “devolution” che ha di fatto creato 21 diversi sistemi sanitari regionali diversamente performanti, ha determinato conseguenze per i cittadini, che non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Questa la principale conclusione della diciottesima edizione del rapporto “Osservasalute”. 

Il rapporto è stato curato dall’osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma.

Il rapporto è stato il frutto del lavoro di 238 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e aziende sanitarie, Istituto superiore di sanità, Consiglio nazionale delle ricerche, istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori, ministero della Salute, agenzia italiana del farmaco, Istat.

Emblematici i principali dati economici: dal 2010 al 2018 la spesa sanitaria pubblica è aumentata di un modesto 0,2% medio annuo, molto meno dell’incremento del Pil che è stato dell’1,2%.

Al rallentamento della componente pubblica delle risorse finanziarie ha fatto seguito una crescita più sostenuta della spesa privata delle famiglie, pari al 2,5%.

Nel 2018, la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata sostenuta dalle famiglie, ammontava a circa 153 miliardi di euro, dei quali 115 miliardi di competenza pubblica e circa 38 miliardi a carico delle famiglie.

I tagli alla spesa non sono stati sempre accompagnati da un aumento di efficienza dei servizi, e spesso si sono tradotti piuttosto in una riduzione dei servizi offerti ai cittadini.

Per esempio, dal 2010 al 2018 il numero di posti letto è diminuito di circa 33.000 unità, con un decremento medio dell’1,8%, continuando il trend in diminuzione osservato già a partire dalla metà degli anni ’90.

“La crisi drammatica determinata da Covid-19 ha improvvisamente messo a nudo fino in fondo la debolezza del nostro sistema sanitario e la poca lungimiranza della politica nel voler trattare il servizio sanitario nazionale come un’entità essenzialmente economica alla ricerca dell’efficienza e dei risparmi, trascurando il fatto che la salute della popolazione non è un mero ‘fringe benefit’, ma un investimento con alti rendimenti, sia sociali sia economici”, ha affermato il direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica.

L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia.

Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni”, ha rilevato il direttore scientifico dell’osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane Alessandro Solipaca.




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25 giugno 2020

Grave lo stop all'aborto farmacologico in day hospital in Umbria

Il Consiglio regionale dell’Umbria, guidato dalla presidente leghista della Giunta Donatella Tesei, ha abrogato la delibera del 2018 che aveva introdotto la possibilità di effettuare in day hospital l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica. Tale scelta è stata giustamente criticata da molti ed è diventato un caso nazionale.

Amica (l’associazione medici italiani contraccezione e aborto) e l’associazione Luca Coscioni hanno espresso la loro contrarietà nei confronti di tale scelta del Consiglio regionale dell’Umbria.

“La pandemia Sars CoV-2 ha costretto le società scientifiche ad emanare raccomandazioni per l’interruzione volontaria della gravidanza, riconosciuta anche nel nostro Paese come urgenza indifferibile.

In particolare ‘si raccomanda di privilegiare la metodica farmacologica in regime ambulatoriale, che permette minori accessi in ospedale, garantendo quindi un minore rischio di contagio’.

In assoluta controtendenza, nei giorni scorsi, il Consiglio regionale dell’Umbria ha abrogato la delibera che nel dicembre 2018 aveva introdotto il regime di ricovero in day hospital per l’interruzione volontaria della gravidanza  farmacologica.

‘Risulta difficile comprendere i motivi di questo gravissimo ritorno indietro, che mette in pericolo il diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne – hanno dichiarato Filomena Gallo e Mirella Parachini – rispettivamente segretario e vicesegretario dell’associazione Luca Coscioni – e Anna Pompili, co-fondatrice di Amica.

Se i membri del Consiglio regionale umbro sono a conoscenza di dati scientifici nuovi, sarebbero tenuti, a tutela della salute pubblica nazionale e internazionale, a renderli pubblici, al fine di rivalutare la sicurezza della procedura.

Altrimenti, proprio alla luce dei dati di letteratura scientifica, che rendono possibile l’interruzione volontaria della gravidanza farmacologica, dovrebbero muoversi in direzione totalmente opposta, ammettendo, oltre al ricovero in day hospital, anche il regime ambulatoriale come avviene in molti paesi oramai da anni’.

‘Per questo motivo Amica e l’associazione Luca Coscioni chiedono un incontro urgente con la presidente del Consiglio regionale e con l’assessore competente, al fine di garantire l’accesso alla procedura farmacologica, fortemente ostacolato da questa irresponsabile ed ingiustificata decisione, al fine di garantire anche alle donne dell’Umbria procedure aggiornate, basate sull’evidenza scientifica’”.




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11 giugno 2020

Stop alle armi all'Egitto

Fermare l’invio delle armi all’Egitto di al-Sisi. E’ questo l’obiettivo della campagna lanciata da Amnesty International, Rete della Pace e Rete Italiana Disarmo, denominata #StopArmiEgitto. 

Con questa campagna si chiede al governo di bloccare qualsiasi ipotesi di nuove forniture militari all’Egitto.

Le associazioni, poi, sollecitano deputati e senatori a pretendere un dibattito aperto e chiaro in Parlamento su questa ipotesi di “contratto armato” che “tocca punti nodali della politica estera e di difesa dell’Italia”.

La notizia di un maxi contratto con il Cairo è apparsa in questi giorni sulla stampa e prevedrebbe, ricordano le associazioni, due fregate multiruolo Fremm costruite per la marina miliare italiana ed ora destinate all’Egitto (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi, del valore di 1,2 miliardi di euro), di altre quattro fregate, 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), di 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346.

Tale decisione andrebbe discussa in Parlamento vista la dimensione della commessa, soprattutto ad un Paese – continuano le associazioni pacifiste – che “sostiene direttamente l’offensiva militare in Libia del generale Haftar fornendo basi di supporto e, probabilmente, materiali militari alle truppe di Haftar”.

Inoltre, l’Egitto “a seguito del colpo di Stato promosso dal generale Abdel Fattah al Sisi, le autorita` hanno fatto ricorso a una serie di misure repressive contro i manifestanti e i dissidenti, tra cui sparizioni forzate, arresti di massa, torture e altri maltrattamenti, uso eccessivo della forza e gravi misure di limitazione della liberta` di movimento”.

Del resto “le autorita` egiziane non solo non hanno mai contribuito a fare chiarezza sul barbaro omicidio di Giulio Regeni” ma continuano ad ignorare le richieste dell’Italia per il rilascio di Patrick Zaki, attivista, ricercatore egiziano di 27 anni e studente dell’Universita` di Bologna, che si trova dal 7 febbraio 2020 in detenzione preventiva fino a data da destinarsi.

La nuova campagna si articolerà essenzialmente diffondendo messaggi, prese di posizione, iniziative di sostegno di molti personaggi noti e di tutti coloro che vorranno esprimere il proprio dissenso “verso questa ipotesi grave, negativa e contraria alle norme nazionali ed internazionali che regolano l’export di armamenti”, spiegano i promotori.

Per sostenere questa richiesta ci si può mobilitare sui social network in questi modi: girando un video di 30 secondi esplicitando il dissenso alla vendita di armi all’Egitto e il sostegno alle richieste di Amnesty International, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo. E terminando il video dicendo “#StopArmiEgitto” e usando questo hashtag per fare pressione su esponenti governativi e parlamentari.

Altro modo è scattare una foto con le grafiche delle campagna, ancora una volta usando l’hashtag #StopArmiEgitto per collegarsi all’azione congiunta, come pure diffondere il materiale informativo sulla situazione dei diritti umani e sul commercio di armi italiane in Egitto creato per questa mobilitazione e che si trova sui siti e sugli account di Amnesty International, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo.




permalink | inviato da paoloborrello il 11/6/2020 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 giugno 2020

Preoccupante: il tasso di disoccupazione è diminuito...

Rispetto al mese di marzo, secondo l’Istat si è verificata, in Italia, una consistente diminuzione del tasso di disoccupazione, sceso al 6,3% (-1,7 punti) e, tra i giovani, al 20,3% (-6,2 punti). Ma tale diminuzione non può essere valutata positivamente, come generalmente avviene, perché ad essa si è accompagnata una notevole crescita degli inattivi, +5,4% (pari a +746.000 unità), +5% tra le donne (pari a +438.000 unità) e +6% tra gli uomini (pari a +307.000). Il tasso di inattività si è attestato al 38,1% (+2,0 punti). 

Cosa è avvenuto?

In seguito alle notevoli difficoltà occupazionali derivanti dalla chiusura di molte attività economiche, connesse alla diffusione del coronavirus, è aumentato considerevolmente il numero di coloro i quali non hanno cercato più lavoro perché sapevano di non trovarlo, e quindi sono diventati inattivi, e quindi il tasso di disoccupazione si è ridotto.

Infatti viene considerato disoccupato, dall’Istat ma anche dagli istituti statistici di tutti gli altri Paesi, chi cerca attivamente un lavoro, non semplicemente chi non ha un lavoro.

La gravità della situazione del mercato del lavoro, in Italia, nel mese di aprile, è ulteriormente dimostrata da un altro dato: la diminuzione dell’occupazione (-1,2% pari a -274.000 unità) è stata generalizzata, coinvolgendo le  donne (-1,5%, pari a -143.000), gli uomini (-1,0%, pari a -131.000), i dipendenti (-1,1% pari a -205.000), gli indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d’età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).

Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l’occupazione è risultata in evidente calo (-1,0%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere.

Sono diminuite nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre sono aumentati gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità).

Il netto calo congiunturale dell’occupazione ha determinato una flessione rilevante anche rispetto al mese di aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità), verificata per entrambe le componenti di genere, per i dipendenti temporanei (-480.000), per gli autonomi (-192.000) e per tutte le classi d’età, con le uniche eccezioni degli over50 e dei dipendenti permanenti (+175.000).

Il tasso di occupazione è sceso di 1,1 punti percentuali.

Quanto verificatosi nel mercato del lavoro italiano, nel mese di aprile, dimostra inoltre che i dati statistici relativi al sistema economico devono essere ben interpretati se si intende evitare di formulare valutazioni frettolose ed errate.




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12 marzo 2020

Coronavirus, 157 economisti: cosa deve fare l'Ue

157 economisti italiani hanno redatto una lettera aperta nella quale è contenuto un piano di provvedimenti di politica economica che, a loro avviso, l’Unione europea dovrebbe adottare per fronteggiare la grave crisi sanitaria ed economica determinata dalla diffusione del coronavirus. 

Tra i firmatari della lettera si possono citare Nicola Acocella, Pietro Alessandrini, Andrea Boitani, Carlo Borzaga, Giovanni Dosi, Maurizio Franzini, Antonio Majocchi, Paolo Piacentini, Alessandro Vercelli, Gianfranco Viesti.

Riporto integralmente la letttera.

E’ urgente che l’Unione europea adotti un pacchetto di provvedimenti di politica economica in grado di far fronte alla grave crisi sanitaria ed economica, dovuta alla diffusione del coronavirus. Il problema è globale e richiede interventi congiunturali tempestivi da parte degli organismi internazionali.

E’ ormai chiaro che la recessione che si prospetta non è solo determinata dalla caduta dell’offerta, com’era stato da alcuni erroneamente diagnosticato giorni fa, ma è anche legata alla forte riduzione della domanda.

Dal lato dell’offerta, il rallentamento dell’attività economica globale comporta brusche interruzioni delle catene dei rifornimenti delle filiere internazionali di produzione (global value chain). La riduzione dei livelli produttivi riduce i ricavi e aumenta in maniera insostenibile il peso dei costi fissi delle imprese.

Dal lato della domanda, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori e l’effetto domino ne amplifica gli effetti, mettendo in crisi l’intera economia.

Un’emergenza così grave, non adeguatamente gestita, potrebbe portare alla fine della moneta unica e in ultima analisi alla disgregazione finale dell’Unione europea.

Quali sono le ragioni dello stare insieme se l’Unione europea non è neanche in grado di intervenire efficacemente di fronte a una crisi che sta colpendo tutti i paesi europei?

In questo momento sono indispensabili stanziamenti urgenti a sostegno del sistema sanitario, delle famiglie e delle imprese di tutti i Paesi europei, ma non crediamo che si tratti solo di garantire maggiore flessibilità ai bilanci pubblici nazionali, perché gli stanziamenti dei singoli Stati non sarebbero sufficienti e comunque comporterebbero aumenti del deficit pubblico e dello spread degli interessi sul debito pubblico che vanificherebbero le politiche di riequilibrio dei conti pubblici.

Concordiamo con chi sostiene che l’Unione europea debba mettere a disposizione dei Paesi membri ingenti risorse per far fronte con rapidità e in maniera adeguata all’emergenza sanitaria, economica e sociale.

Riteniamo che questo momento di crisi debba essere trasformato in un’occasione concreta per valorizzare la specificità europea rispetto ad altri sistemi sanitari e di protezione sociale, e per mostrare ai cittadini europei il senso profondo della nostra unione.

I  provvedimenti urgenti per far fronte alla crisi sanitaria ed economica dovrebbero riguardare:

1) Il finanziamento immediato dei sistemi sanitari dell’Unione europea per l’aumento del personale sanitario e dei posti letto degli ospedali, per le spese riguardanti i test clinici e per le attrezzature per la protezione del personale sanitario.

2) Un sussidio di disoccupazione temporaneo per tutti i lavoratori a tempo indeterminato o a tempo determinato che rimarranno senza lavoro nei prossimi mesi a causa della flessione dell’attività produttiva.

3) Un indennizzo economico alle famiglie messe in quarantena domiciliare.

4) Sussidi e apertura di linee di credito alle imprese che devono sospendere temporaneamente l’attività a causa della messa in quarantena del personale o della caduta della domanda da parte dei consumatori.

5) Assistenza ai minori nel caso di ricovero di entrambi i genitori e agli anziani non auto-sufficienti nel caso di ricovero delle persone che li assistono. Aiuti alle famiglie nei periodi in cui le scuole sono chiuse a titolo precauzionale.

6) Un finanziamento straordinario del sistema scolastico per l’acquisto di apparecchiature che consentano la didattica a distanza.

7) Un finanziamento alle organizzazioni del terzo settore che operano a sostegno delle situazioni di emergenza createsi con la diffusione del coronavirus.

8) Infine, è necessario realizzare un grande piano d’investimenti, relativo a infrastrutture e ambiente, che rilanci l’economia europea già fortemente colpita dalla crisi finanziaria e ora messa in ginocchio dalla crisi sanitaria.

Questi provvedimenti richiedono l’attuazione di un rapido piano di spese correnti e d’investimenti pubblici. Per il finanziamento di queste spese andrà creato un appropriato strumento di scopo, sostenuto da garanzie comuni, privo di rischio, e quindi caratterizzato da bassi tassi d’interesse (safe asset).

E’ prevedibile che tale nuovo strumento sarà ben accetto alla massa del risparmio attualmente inoperoso. Il finanziamento di queste spese potrebbe essere distribuito ai singoli paesi in proporzione alla popolazione.




permalink | inviato da paoloborrello il 12/3/2020 alle 9:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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