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20 maggio 2019

Si spende troppo in pensioni?

Spesso si sostiene che la spesa pubblica in Italia sia troppo elevata. E proprio vero? Sarebbe opportuno, invece, considerare la composizione della spesa pubblica. Infatti si arriverebbe alla conclusione, tra l’altro, che rispetto ad altri Paesi, in Italia la spesa per le pensioni è più alta. Questo non vuol dire ovviamente che le singole pensioni per molti italiani siano molto alte, tutt’altro. 

Tali problematiche sono analizzate in un articolo di Mariasole Lisciandro e Pietro Mistura, pubblicato su www.lavoce.info.

E’ proprio vero che la spesa pubblica in Italia è molto elevata, rispetto ad altri Paesi europei?

Tenendo presente il documento di economia e finanza, si può concludere che nel 2019 il Paese che spenderà di più in percentuale al proprio Pil è la Francia con il 55,5%, seguita dall’Italia con il 48,9%, e dalle meno spendaccione Germania e Spagna con, rispettivamente, il 44,5% e il 41,5%.

Di questi quattro Paesi l’Italia è l’unica che prevede un aumento della spesa per il 2020, con una lieve decrescita nel biennio successivo, mentre la Germania mantiene le proprie spese costanti nel triennio 2019-2022 (mentre le aumenta dal 2018 al 2019, ma può permetterselo), invece Francia e Spagna attuano una riduzione (quest’ultima di un livello già di per sé basso).

L’Italia nel 2019 prevede quindi una spesa in linea con questi Paesi, sebbene in crescita.

Considerando l’intera Eurozona, nel 2017 la spesa pubblica (Italia esclusa) era del 46,7% del Pil, due punti percentuali in meno rispetto al nostro Paese.

E nella Ue a 28 solo sei Paesi presentavano una spesa pubblica superiore alla nostra.

L’Italia è perciò in linea con i Paesi paragonabili, ma sempre nella parte alta della classifica complessiva europea.

E’ poi interessante capire per quali finalità viene impiegata, soprattutto con un occhio a cosa servirà l’aumento di spesa previsto.

Nel documento di economia e finanza viene indicato che nel triennio 2019-2021 le maggiori spese saranno dovute a interventi nel settore lavoro e pensioni, in particolare con l’introduzione di reddito di cittadinanza e quota 100: rispettivamente +23,5 e +20,5 miliardi nel triennio 2019-2021.

In Germania, invece, le maggiori nuove voci di spesa del 2019 riguardano un programma di aiuto ai genitori lavoratori, per i quali sono stati stanziati 5,5 miliardi nel corso del prossimo triennio. Un’altra grande voce di spesa riguarda il trasferimento di risorse ai Paesi dai quali provengono le quote maggiori di rifugiati per i quali sono previsti 6,9 miliardi di euro. Altri 5,2 miliardi saranno aggiunti nel 2019 ai 47,3 miliardi per la spesa militare, come richiesto dalla Nato.

Per quanto riguarda le pensioni vengono previsti 2 miliardi aggiuntivi dal bilancio federale per ogni anno nel triennio 2021 e 2024 per salvaguardare il bilancio dall’effetto demografico.

Anche la Francia prevede un intervento sulle pensioni che saranno rivalutate dello 0,3%, mentre sono previsti ulteriori 10 miliardi di spesa in particolare per le nuove assunzioni nella pubblica amministrazione, obiettivo analogo per la Spagna.

Da questo rapido confronto emerge come il governo italiano abbia dato molta importanza al tema dell’assistenza e delle pensioni, cosa che è stata fatta anche negli altri Paesi ma con minore enfasi.

E un dato su tutti mostra la peculiarità della spesa pubblica italiana: dalle previsioni di lungo periodo, si nota come l’Italia concentri più risorse di tutti gli altri Paesi in esame sul tema delle pensioni.

Tutti i Paesi prevedono un aumento della spesa pensionistica fino al 2050, dovuto al fatto che in concomitanza con il 2030 si ritireranno dal mondo del lavoro coloro che appartengono alla generazione detta del “baby boom”.

Ma l’Italia è comunque il Paese che sia oggi che domani destina la più ampia porzione di Pil al pagamento delle pensioni.

Viene quindi da chiedersi se fosse necessario caricare il bilancio pubblico italiano di nuove risorse destinate alle pensioni.

La risposta è no, se si pensa a quanto meno spendono gli altri paesi.

Tuttavia, spesso si giustifica l’eccesso di spesa pensionistica con il fatto che la popolazione italiana è molto più vecchia rispetto a quella di altri Paesi.

Ma i dati Ocse indeboliscono questa narrazione.

L’Italia è effettivamente al secondo posto dei Paesi Ocse per quota di over-65 sulla popolazione in età lavorativa, con il 37,8%. Questo valore però non è troppo distante da quelli di Germania (34,8) e Francia (33,3). O quantomeno forse non così distante da giustificare una differenza così ampia di spesa pensionistica sul Pil.

In ogni caso, aumentare la spesa è un grosso errore per un paese che cresce a velocità  zero virgola come l’Italia.  Soprattutto se la si aumenta per spesa corrente e non per investimenti o capitale umano.

E, aggiungo e termino, in considerazione dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile e dell’insufficiente livello della spesa pubblica per l’istruzione, piuttosto che prendere provvedimenti come la cosiddetta quota 100, che, oggettivamente, ha contribuito e contribuirà ad innalzare la spesa pensionistica, sarebbe stato necessario prevedere interventi volti a favorire l’occupazione giovanile e ad accrescere la spesa pubblica per l’istruzione.

Ma, si sa, al di là delle chiacchiere, i giovani, le loro esigenze, non rappresentano la priorità per questo governo.

Peraltro, provvedimenti rivolti a favorire i giovani potrebbero aver anche l’effetto di ridurre, seppure in misura limitata, l’invecchiamento della popolazione, contribuendo ad accrescere il tasso di natalità, oggi particolarmente basso.




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16 maggio 2019

Save the Children, 100 anni dalla fondazione

Sono passati 100 anni dalla nascita di Save the Children. Cento anni di storia segnati da emergenze umanitarie, in Italia e nel mondo, rimaste impresse nella memoria collettiva e in cui a pagare il prezzo più alto sono i bambini. E ieri come oggi conflitti e disastri naturali, carestie, siccità, epidemie e povertà che rappresentano le sfide più grandi che ancora oggi mettono a repentaglio l’infanzia e il futuro dei minori. 

In occasione delle celebrazioni per il centenario dalla sua fondazione, che avvenne nel 1919 proprio per portare aiuto alle vittime del primo conflitto mondiale, Save the Children ha lanciato, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la campagna globale “Stop alla guerra sui bambini”.

La denuncia di Save the Children arriva attraverso i dati del nuovo dossier dal titolo “La guerra sui bambini”: ancora oggi 1 minore su 5, pari a 420 milioni di bambini e bambine (il doppio dalla fine della Guerra Fredda) vive attualmente in aree di conflitto,  sempre più esposto a violazioni dei propri diritti, tra i quali i continui attacchi contro le scuole.

Solo nel 2017 sono stati bombardati oltre 1.400 edifici scolastici: nelle aree di conflitto, l’istruzione è uno dei principali diritti negati all’infanzia e sono 27 milioni i bambini sfollati a causa delle guerre a non avere più accesso all’educazione.

Un tema, quello dell’educazione durante i conflitti, che rischia di essere sottovalutato ma che ha conseguenze drammatiche per l’infanzia e per la ricostruzione dei paesi stessi che vivono il conflitto: ad oggi è difficile stabilire quanti siano esattamente i bambini che a causa della guerra sono stati costretti a lasciare non soltanto le loro case, ma anche la scuola, divenendo la “generazione perduta” che senza educazione rischia di non poter contribuire alla ricostruzione del proprio paese al termine delle ostilità.

“Ogni guerra è una guerra contro i bambini, diceva Eglantyne Jebb, la fondatrice di Save the Children, ed è vero oggi esattamente come cento anni fa.

Per questo motivo, nel celebrare questo importante anniversario, Save the Children è tornata alle ragioni originarie per cui è nata.

“Sono troppi i bambini nel mondo a cui sono negati i diritti principali dell’infanzia a causa dei conflitti e, oggi più che mai, abbiamo il dovere di indignarci e fare qualcosa di fronte a tutte quelle guerre – spesso dimenticate dall’opinione pubblica”, ha dichiarato Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia.

“Di fronte agli egoismi e ai nazionalismi dilaganti, non possiamo più volgere lo sguardo dall’altra parte e non sentirci responsabili: la guerra, ovunque essa sia e con qualunque arma venga combattuta, è una guerra contro i bambini, che continuano a perdere la vita ogni giorno. E non importa in quale paese vivano, da quale famiglia provengano e a quale gruppo o etnia appartengano: i bambini sono bambini e devono essere protetti, soprattutto dalle guerre degli adulti”, ha proseguito Tesauro.

A 100 anni dalla sua fondazione, Save the Children ha ricordato poi che nonostante gli enormi progressi che il mondo ha compiuto negli ultimi decenni per i bambini – dal dimezzamento della mortalità infantile e del numero di minori tagliati fuori dalla scuola primaria alla vittoria contro la poliomielite, che negli anni ’70 uccideva mezzo milione di minori ogni anno – oggi, nel mondo, più di 1 bambino su 2 è minacciato da guerre, povertà e discriminazioni.

In particolare, circa 5,4 milioni di bambini sotto i 5 anni, inoltre, perdono la vita ogni anno a causa di malattie facilmente curabili e prevenibili, mentre in Africa subsahariana e in Asia si calcola che fino a 500 milioni di persone siano attualmente esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, spesso costrette ad abbandonare le proprie terre.

Ben 27 milioni di minori nel mondo sono tagliati fuori dall’educazione perché le loro scuole sono state distrutte, danneggiate o occupate e oltre 1 miliardo di loro vivono in contesti dove ogni giorno sono costretti a fare i conti con la povertà, anche nei paesi più avanzati come l’Italia dove attualmente 1,2 milioni di minori si trovano in condizioni di povertà assoluta.

“Questo dimostra che anche oggi c’è tanto da fare per proteggere fino all’ultimo bambino ed è quello che i nostri operatori continuano a fare ogni giorno anche nel più remoto angolo del pianeta.

Ma allo stesso tempo non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla mancanza di volontà politica con cui il mondo continua a rimanere inerte davanti alle sofferenze indicibili che stanno patendo i bambini a causa di guerre, povertà o cambiamenti climatici.

Il futuro dei bambini non può più attendere oltre ed è arrivato il momento che la comunità internazionale si assuma finalmente in pieno fino all’ultima delle proprie responsabilità”, ha concluso Claudio Tesauro.

 




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13 maggio 2019

Se l'Italia si disoccupa dei giovani

L’Italia non si occupa dei suoi giovani. E questo non è certo una novità. Se si considerano solamente le politiche attuate dai governi, è da molto tempo che i giovani sono trascurati. Ad esempio la decisione dell’attuale governo di attuare, per le pensioni, la cosiddetta quota 100 è la manifestazione più evidente del suo disinteresse nei confronti delle esigenze dei giovani. 

Tale problematica viene esaminata da Alessandro Rosina, un docente universitario di demografia e statistica sociale, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

Cosa sostiene Rosina?

“Il nostro paese non sembra animato da una grande volontà di impegnarsi per migliorare la condizione delle nuove generazioni, requisito fondamentale per mettere le basi di un solido percorso di crescita.

Non si tratta solo della condizione lavorativa, ma del ruolo loro assegnato all’interno dei processi di innovazione e sviluppo competitivo del paese. Oggi l’Italia è senza progetto per il proprio futuro e i giovani italiani sono senza ruolo.

I dati lo riflettono in modo coerente.

Nel 2008, all’inizio della recessione, il tasso di disoccupazione giovanile era in Italia del 21,2% contro una media europea pari al 15,9%, con un divario quindi di poco più di 5 punti percentuali.

Nel 2018, ultimo dato completo disponibile, il tasso europeo risulta leggermente più basso rispetto al 2008 (15,2%) mentre il nostro è sensibilmente più alto (32,2%), con un divario salito a oltre 15 punti percentuali…

Il problema non è solo la carenza di politiche efficaci, manca a monte una vera attenzione nei confronti dei giovani e un approccio strategico nell’affrontare il tema della crescita con le nuove generazioni.

Tutto quello che riguarda i giovani è sconsolatamente al ribasso nel nostro paese rispetto al mondo con cui ci confrontiamo.

Le nascite sono al ribasso, il peso elettorale dei giovani è al ribasso, gli investimenti in formazione, ricerca e sviluppo sono al ribasso, la loro presenza attiva nei processi di crescita del paese è al ribasso, di conseguenza anche la loro fiducia nelle istituzioni è bassa.

Ciò che è cresciuto in questi anni tra i giovani è l’incertezza nel futuro e la mobilità verso l’estero…

Lo stesso discorso pubblico sui giovani è pieno di luoghi comuni, di schemi interpretativi datati, di superficialità nel descrivere la loro condizione.

Abbiamo visto, anche sui giornali più autorevoli, servizi in prima pagina sui giovani che rifiutano offerte di lavoro ben pagate.

Esempi del peggior giornalismo, quello che estrae dalla realtà i casi più in sintonia con la propria chiave di lettura e li piega in funzione del luogo comune che funziona per far notizia, senza sforzarsi di cercare di rappresentare la realtà nella sua complessità e gettar luce sulle cause.

Un ulteriore segnale che conferma la disattenzione pubblica è il basso impegno a interpretare in modo adeguato gli indicatori che riguardano le nuove generazioni. I Neet (giovani che non studiano e non lavorano) vengono spesso rappresentati in modo polarizzato come ‘quelli che non vogliono lavorare’ o come ‘quelli così scoraggiati che nemmeno più cercano il lavoro’.

Nessuna delle due interpretazioni è corretta. Nei Neet entrano tutti i giovani fuori dal percorso formativo e senza occupazione, ovvero tutti gli inattivi (sia chi cerca lavoro, sia chi non è interessato, sia chi è scoraggiato).

Analoga sorte subisce il tasso di disoccupazione giovanile (che, è bene chiarire, si riferisce alla classe 15-24 anni).

Quando nella sua lunga cavalcata al rialzo durante la grande crisi il tasso ha superato il 33%, i mass media hanno pubblicato titoli di apertura che affermavano che ‘oltre un terzo dei giovani è senza lavoro’.

Con l’inasprirsi del fenomeno, questi titoli si sono ripetuti più e più volte, tanto che a un certo punto l’Istat ha sentito l’esigenza di diffondere, nel 2012, un comunicato stampa di precisazione spiegando che non corrisponde ad alcun dato reale il fatto che un giovane su tre sia senza lavoro.

Rispetto a tutti i giovani, quelli che non lavorano sono oltre 8 su 10 (il complementare del tasso di occupazione), mentre chi non trova lavoro pur cercandolo (i disoccupati in senso stretto) sono meno di 1 su 10.

Nessuno dei due valori corrisponde a ‘un terzo dei giovani’.

Quindi? Il fatto è che al denominatore del tasso di disoccupazione non ci sono tutti i giovani, ma solo quelli che si offrono al mercato del lavoro (quindi non studenti e non scoraggiati o disinteressati).

Nella sua nota del 2012, l’Istat precisava coerentemente che ‘non è corretto affermare che più di un giovane su tre è disoccupato’, mentre sarebbe più corretto segnalare che ‘più di uno su tre dei giovani attivi è disoccupato’.

Siamo nel 2019, il dato sulla disoccupazione giovanile è ancora superiore al 30% e sui titoli dei giornali, in occasione del primo maggio, ci troviamo a leggere che ‘un giovane su tre non ha lavoro’. Una coazione a ripetere che ci imprigiona in un presente senza prospettiva di vero miglioramento”.

E allora cosa manca veramente, secondo Rosina?

“Se non vogliamo passare così anche il primo maggio dei prossimi anni dobbiamo sforzarci di cambiare sia la qualità dell’attenzione verso i giovani nel dibattito pubblico (capacità di raccontare la realtà), sia l’approccio nelle politiche pubbliche (capacità di agire sulla realtà).

Dobbiamo pensare all’Italia non come a un paese nel quale manca il lavoro per i giovani, ma nel quale mancano giovani qualificati al lavoro, la risorsa chiave per produrre crescita innovativa e competitiva.

Le nuove generazioni sono quantitativamente scarse, mentre quelle demograficamente più consistenti stanno andando in pensione.

Solo un paese in declino può trasformare la carenza di giovani in alta disoccupazione. Ma un paese che non investe nel capitale umano delle nuove generazioni e nell’inserimento solido nei settori più strategici e produttivi, non può crescere e condanna i giovani, pur pochi, a esser sempre più marginali”.




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13 maggio 2019

L'Italia, un Paese di idioti, violenti e barbari

In un’intervista pubblicata su www.huffingtopost.it, il noto psichiatra Vittorino Andreoli è esplicito e molto duro nel commentare alcune vicende verificatesi in Italia nelle ultime settimane: il nostro è un Paese di idioti, violenti e barbari. 

Mi sembra utile e opportuno riportare integralmente l’intervista.

Professore Andreoli, l’impressione che arriva dalla cronaca è che in Italia sia ormai diffuso un bullismo trasversale, tutti bullizzano tutti. Stiamo diventando un Paese di bulli?

Non mi piacciono i termini “bulli” e “bullismo”, che dilagano pur non avendo fondamento né antropologico né scientifico. Qui non si tratta di bullismo, termine inventato dai giornalisti per riferirsi prevalentemente a comportamenti che riguardano i giovani.

Di cosa si tratta, allora?

Di violenza, caratteristica umana, biologica, che non essendoci più freni inibitori e in assenza di regole, principi, esempi, diventa comportamento dominante.

Dilaga la violenza, dunque, professore.

E’ un fatto diffuso – pensi anche alle violenze tra persone anziane – e di grosse dimensioni, che va spiegato tenendo sì presenti i comportamenti di chi compie l’atto violento specifico, ma mai dimenticando che essi sono derivati ed espressione di una grande crisi di civiltà. L’uomo che incontriamo è sempre meno razionale, sempre più pulsionale.

Che significa?

Parlando dello sviluppo della civiltà, Giambattista Vico spiegava come via via, nel corso dei secoli, si è passati dalla barbarie alla società della ragione, chiarendo che è la parte più umana – la ragione ma pure il rispetto degli affetti – che riesce a dominare gli istinti. Senza questi freni siamo barbari. Ecco, attualmente viviamo una fase di regressione verso la barbarie. Le sembra che oggi si applichi la ragione?.

No.

La mia era una domanda pleonastica. Questa regressione ci riporta al punto inverso del percorso di cui parlava Vico.

Da cosa dipende secondo lei?

Mancano le regole, gli esempi. Non ci sono più le leggi, che, diceva Platone, devono servire perché ci si rispetti tutti. La legge oggi è diventata una modalità per fare quello che si vuole giustificandosi. Non valgono più regole, parole che erano a fondamento del vivere civile.

A cosa si riferisce?

Alla coerenza, per esempio, oggi considerata un segno di scarsa capacità di adattamento alla società. Nel nostro Paese c’è chi sta esaltando il valore dell’incoerenza. Ancora, da quanto tempo non si sente più usare la parola “ladro”, che è uno che si adatta? Ormai c’è una perdita di ragione generalizzata, una prevalenza di istinti e pulsioni non più inibiti. Mi piace una donna? La pulsione da soddisfare è possederla. Mi piace un telefonino che non posso acquistare? Lo rubo. Non è un caso che per avere successo bisogna essere idioti. Per non dire del potere.

No, dica pure.

Il potere è in mano ai cretini, la cultura è considerata inutile, il sapere non conta. Conta il potere come verbo, faccio perché posso non perché è utile. Il potere è la più grande malattia sociale che esiste. Di fronte a certe imbecillità non si può stare zitti.

Di quali imbecillità parla?

Pensi alla stupidità di tirare fuori la castrazione chimica per stupratori e pedofili. Con questo andamento ci avviciniamo all’homo stupidus stupidus, altro che homo sapiens sapiens”.

All’homo stupidus stupidus ha intitolato un suo celebre saggio. Ci siamo arrivati?

Guardi, io non offendo nessuno, piuttosto faccio diagnosi. “Stupidus” ha la stessa radice di “stupor”, “stupore” e io sono stupito che un Paese come il nostro, con la sua illustre civiltà, si stia riducendo alla barbarie. Purtroppo lo stupido non sa cos’è l’intelligente e pensa di esserlo, mentre l’intelligente qualche volta ha il dubbio di essere stupido.

La proposta della castrazione chimica è stata rilanciata dopo i fatti di Viterbo.

Quando si parla di castrazione chimica penso ad Alan Turing, il grande matematico britannico che riuscì a decodificare i messaggi criptati che durante il secondo conflitto mondiale si scambiavano le potenze dell’Asse, contribuendo in modo determinante alla vittoria degli Alleati. Ebbene, a guerra finita, Turing, perché omosessuale fu emarginato e incarcerato e, sottoposto a castrazione chimica, si suicidò. Solo un imbecille che non conosce la storia può riproporre una tale stupidità. Ignorando l’elemento fondamentale della questione.

Quale?

“Ciò che attrae una persona violenta o un pedofilo non è l’atto sessuale quanto il fatto di poter dominare la vittima, ricorrendo alla sopraffazione. E’ possibile che ci sia qualcuno convinto che la castrazione chimica eliminerà la violenza? Non è il testosterone, è la mente, è il fatto che senza la ragione, gli affetti, i principi a fare da freno, diventiamo crudeli. Il problema è tutto quello che questa regressione ci sta portando via, per cui assistiamo a spettacoli indegni: ruba chi accusava gli altri di farlo, si delegittima la magistratura, si insufflano paure”.

È un atto d’accusa ai nostri politici, a quanti ci governano?

Non so se i destinatari sono gli attuali o ci sono di mezzo anche quelli che ci hanno governato sei o otto mesi fa. Mi importa di più far capire che stiamo regredendo e molto velocemente. La conquista di civiltà non è un fatto biologico, non è che abbiamo i geni della civiltà. È un fatto che riguarda l’essere umano, la sua parte umana. E, per come stanno andando le cose, rischiamo di perdere le conquiste guadagnate con fatica nei secoli, nel giro di due generazioni.

Nel 2013 lei dichiarava “L’Italia è un malato di mente grave”. Sei anni dopo a che punto è la notte?

La situazione è gravissima, mi creda. Penso a Camus, al medico che ne “La peste”, nonostante non abbia mezzi, non si ferma davanti al dilagare dell’epidemia, continua a curare i malati e alla fine la malattia passa. Sei anni fa credevo ci fossero i medici per curare la malattia del Paese, adesso non intravedo possibilità di cura”.

Chi erano i medici che non ci sono più?

“Le regole sociali, gli esempi, l’umanesimo. Il potere è degenerato. Anche nei periodi più duri della nostra democrazia c’era chi, una volta eletto, si impegnava ad aiutare tutti gli italiani”.

Oggi invece?

E’ la prima volta che ci sono i partiti, ma non c’è il Governo. E chi governa dice: “Ci sono io, faccio io, questo non mi piace, lo caccio”. Magari se chi sostiene cose del genere leggesse la Costituzione capirebbe che ci sono anche delle prerogative precise del Capo dello Stato. Ancora, di fronte all’emergenza sull’educazione dei giovani, non si può rispondere dicendo: “Non è nel contratto di governo”. Qui ci stiamo giocando la democrazia.

E’ davvero così grave la situazione?

Assolutamente. Gli italiani non credono più nel fondamento della democrazia, che è il voto. E’ inaudito che l’espressione della preferenza di una persona, come purtroppo vediamo accadere nel nostro Paese, venga addirittura monetizzata, venduta. È un segno chiaro che la democrazia è in pericolo. Anzi è in agonia. Bisogna stare attenti.

Lei quindi vede  il rischio di una deriva democratica?

Certo. La nostra democrazia non è mai stata perfetta, ma a differenza di quanto accadeva in passato, oggi non ci si sforza più di renderla compiuta. E il fascismo, un fatto storico definito, non si può neanche nominare. Qui si sta castrando la democrazia, altro che castrazione chimica.

Intanto nel Paese dilaga la paura, altro sentimento al quale lei ha dedicato anni di studi e diversi saggi. 

Oggi in Italia tra i sentimenti più diffusi non c’è la paura, che può essere anche positiva quando ci permette di percepire i rischi, quanto piuttosto la paura della paura. Ci inducono paure, frutto non di esperienza diretta ma veicolate attraverso i mezzi di comunicazione, per mostrarci di sapere risolvere determinate questioni mentre in realtà non sanno farlo.

Si riferisce ai migranti? 

Certo, ma anche all’idea che stiamo morendo tutti di fame, all’importanza del Pil, alle conseguenze che possono derivare dai vaccini. Quando manca la cultura si può dire di tutto. Ci stanno spaventando perché il potere diventa forte se spaventa. È tutto regolato dal “dito su-mi piace, dito giù-non mi piace”.”

Anche lei demonizza la cultura digitale, internet e i social network?

“Il digitale è una delle più grandi scoperte della modernità, internet è uno strumento straordinario che ha consentito al sapere di fare grandi passi avanti, ma nella vita quotidiana buttarsi dentro i social – vere e proprie fughe dai sentimenti, dalle relazioni – assorbiti da video, post, commenti, rischia di far smarrire l’umanità. I figli dimenticano i padri e i padri i figli”.

Nel suo ultimo libro “Il rumore delle parole”, il protagonista, un anziano che ha trovato nella rete il modo di addomesticare l’abbandono, “alla fine capisce che la cosa migliore è suonare il campanello del vicino e vedere cosa può fare per loro”. Vale solo per gli anziani?

Vale per tutti.

La situazione è degenerata, professore. Esiste una strada per invertire la rotta?

Ho ancora fiducia nei giovani. Ce ne sono di bravissimi, che si impegnano, animati da grande passione. Penso anche a quei bambini che diffondono messaggi positivi, speriamo non li strumentalizzino. Ma siamo in grande pericolo. Voglio credere nei giovani, ecco perché non utilizzo il termine bullismo, creato per riferirsi prevalentemente a loro. Affido le mie speranze non al potere, ma ai giovani che non ce l’hanno.

Per quanto mi riguarda, io condivido in pieno i contenuti delle risposte di Andreoli.




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8 maggio 2019

Salvini si occupi dei camorristi non dei migranti

A Napoli si continua a sparare, in pieno centro. I conflitti tra i clan camorristi hanno colpìto anche persone che non c’entravano niente, dei semplici passanti, l’ultima delle quali una bambina di 4 anni. E Salvini che fa? Continua ad occuparsi dei migranti, di un’emergenza che non c’è e non si preoccupa di accrescere la lotta contro i clan camorristi. 

Salvini, che come ministro dell’Interno sovraintende a tutte le forze di polizia, dovrebbe combattere soprattutto le mafie, che costituiscono, in tutta  Italia, la vera emergenza, il principale pericolo per l’ordine pubblico, per la sicurezza nazionale.

Ma non lo fa, assolutamente.

A parole, sostiene di essere in prima linea nella lotta alle mafie, come quando, il 25 aprile, si è recato a Corleone, invece di partecipare ad una delle numerose manifestazioni realizzate in occasione della festa della liberazione.

Solo propaganda.

Infatti, non si preoccupa di intensificare l’azione contro i clan camorristici napoletani, per ridurre il numero delle sparatorie a cui ho fatto riferimento all’inizio.

Forse perché la Lega ha rapporti con esponenti mafiosi?

Non so.

Forse perché non considera le mafie la principale emergenza per la sicurezza nazionale?

Forse perché considera il contrasto nei confronti dei migranti molto più utile per accrescere i propri consensi, sebbene la presenza di migranti in Italia sia molto meno pericolosa dello strapotere che le mafie hanno conseguito in tutte le regioni, non solo in quelle meridionali?

Al di là dei motivi alla base dei suoi comportamenti, il fatto che Salvini trascuri la lotta contro le mafie deve essere fortemente censurato, anche se non stupisce se si considera che egli si occupa molto più di propaganda, soprattutto a fini elettorali, piuttosto che di promuovere azioni concrete nei settori di intervento del suo ministero.




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28 aprile 2019

Assemblea di Amnesty International, il nuovo presidente

Si è tenuta  a Bologna dal 26 al 28 aprile la trentaquattresima assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International. E’ stato eletto il nuovo presidente, Emanuele Russo.

Si è tenuta a Bologna la trentaquattresima Assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International.

All’assemblea hanno partecipato circa 350 tra delegati e soci singoli dell’associazione.

Sono stati approvati la relazione del comitato direttivo uscente e il bilancio consuntivo 2018 e sono state elette le nuove cariche direttive del movimento.

E’ stato inoltre adeguato lo statuto dell’associazione per renderlo conforme alla riforma del Terzo Settore.

L’inizio dei lavori assembleari è stato preceduto da un saluto del sindaco di Bologna, Virginio Merola.

Nel corso dell’assemblea il “graphic journalist” Gianluca Costantini e il capitano della nazionale italiana di basket Pietro Aradori hanno ritirato, rispettivamente, i premi “Arte e diritti umani” e “Sport e diritti umani”.

All’assemblea hanno preso parte numerosi ospiti che hanno approfondito diversi temi relativi ai diritti umani tra cui, in particolare, l’accoglienza dei migranti e rifugiati e il contrasto al discorso d’odio.

Nel pomeriggio di sabato 27 i partecipanti si sono trasferiti nel centro di Bologna, dando vita, in piazza Maggiore, a un ispirato flash mob, con accompagnamento musicale, finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di contribuire tutti, ognuno per la sua parte, alla difesa dei diritti umani.

E’ stato eletto presidente della sezione italiana per un mandato biennale Emanuele Russo, che succede ad Antonio Marchesi, in carica dal 2013.

E’ stata riconfermata come tesoriera Maria Grazia Di Cerbo.

I membri del nuovo comitato direttivo sono Osvalda Barbin, Chiara Bianchi, Miriam Cusati, Simona Di Dio, Giuseppe Provenza, Simone Samuele Rizza e Gerardo Romei.

Infine, sono stati eletti anche i componenti del collegio dei sindaci, Maurizio Biasi, Paolo Borrello e Marco Vitali.




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24 aprile 2019

Nel mondo 20 milioni di bambini non vaccinati

Si celebra dal 24 al 30 aprile la settimana mondiale dell’immunizzazione, promossa dall’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità. Secondo l’Oms i diversi Paesi devono intensificare gli sforzi per garantire a tutte le persone i benefici salvavita dei vaccini. Infatti nel mondo ancora 20 milioni di bambini non sono vaccinati.

“L’immunizzazione – evidenzia l’Oms – salva milioni di vite ogni anno ed è ampiamente riconosciuta come uno degli interventi sanitari di maggior successo ed economicamente vantaggiosi al mondo. Eppure, ci sono ancora oggi quasi 20 milioni di bambini non vaccinati nel mondo”.

Nel 2017, il numero di bambini immunizzati – 116,2 milioni – è stato il più alto mai riportato. Dal 2010, 113 paesi hanno introdotto nuovi vaccini e oltre 20 milioni di bambini sono stati vaccinati.

Ma nonostante i miglioramenti l’Oms rileva come “tutti gli obiettivi per l’eliminazione delle malattie – compresi il morbillo, la rosolia e il tetano materno e neonatale – sono in ritardo e negli ultimi due anni il mondo ha registrato più epidemie di morbillo, difterite e altre malattie prevenibili da vaccino. La maggior parte dei bambini che mancano sono quelli che vivono nelle comunità più povere, emarginate e colpite dai conflitti”.

“Affinché tutti – rileva l’Oms – , ovunque possano sopravvivere e prosperare, i Paesi devono intensificare gli sforzi per garantire a tutte le persone i benefici salvavita dei vaccini. Inoltre, i Paesi che hanno realizzato o fatto progressi verso gli obiettivi devono lavorare per sostenere i progressi che hanno compiuto”.

L’obiettivo principale della campagna è sensibilizzare sull’importanza critica della piena immunizzazione per tutta la vita

Nell’ambito della campagna 2019, l’Oms mira a:

– dimostrare il valore dei vaccini per la salute dei bambini, delle comunità e del mondo;
 evidenziare la necessità di sviluppare i progressi in materia di immunizzazione, affrontando al contempo le lacune, anche attraverso maggiori investimenti;
– mostrare come l’immunizzazione è la base per sistemi sanitari forti e resilienti e per una copertura sanitaria universale.

“L’ampliamento dell’accesso alla vaccinazione – sottolinea l’Oms – è vitale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, la riduzione della povertà e la copertura sanitaria universale. L’immunizzazione di routine fornisce un punto di contatto per l’assistenza sanitaria all’inizio della vita e offre a ogni bambino la possibilità di una vita sana sin dalle origini e dalla vecchiaia.

L’immunizzazione è anche una strategia fondamentale per il raggiungimento di altre priorità sanitarie, dal controllo dell’epatite virale, alla riduzione della resistenza antimicrobica e alla fornitura di una piattaforma per la salute degli adolescenti e il miglioramento dell’assistenza prenatale e neonatale”.




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24 aprile 2019

Stiramento del seno, interessa 4 milioni di bambine

Lo stiramento del seno, o “breast ironing”, è un rituale dolorosissimo a cui sono sottoposte 4 milioni di bambine per impedire la crescita del seno. Questa tortura è diffusa soprattutto in Camerun, Africa occidentale in genere, ma anche in Paesi come la Gran Bretagna. Una pratica promossa con la scusa di “proteggere le bambine dalle molestie”. 

Di questo rituale se ne occupa Daniele Bellocchio in un articolo pubblicato su www.osservatoriodiritti.it.

Tale pratica è diffusa soprattutto in Camerun e in diversi Paesi dell’Africa Occidentale (Togo, Benin, Guinea e Costa d’Avorio tra gli altri)

In questo modo viene impedita o arrestata la crescita del seno delle giovani ragazze. Le madri e le nonne, in gran segreto, tra le mura domestiche, sottopongono le bambine a un dolorosissimo rituale: attraverso l’impiego di pietre incandescenti, bastoni roventi e cinture stirano letteralmente il seno di figlie e nipoti.

Le ragazze per mesi sono sottoposte al trattamento. Sul loro corpo vengono premuti con forza gli oggetti incandescenti sino a quando, dopo numerose settimane il seno scompare. Rimangono però cicatrici, danni permanenti e una mutilazione perpetua sul corpo e nell’anima delle giovani.

Il motivo per cui il “breast ironing” viene praticato è quello di tutelare le giovani da attenzioni maschili, molestie, stupri e gravidanze indesiderate che impedirebbero alle ragazze di proseguire gli studi.

Secondo l’Onu, invece, questo è un crimine contro le donne.

Per capire i danni che provoca, e la sua diffusione, occorre leggere i dati divulgati dall’organizzione tedesca Giz, una delle prime a occuparsi del fenomeno.

Secondo l’organizzazione tedesca i danni più diffusi sono infezioni, formazione di ascessi, malformazioni e completo arresto dello sviluppo del seno.

Dati ufficiali, essendo il “breast ironing” praticato in clandestinità, è difficile reperirli, ma stando sempre al report dell’organizzazione sono oltre 4 milioni le vittime nel mondo di questa pratica e nel solo Camerun una donna su quattro è costretta a subire questa violenza.

Il problema di questa violenza sulle ragazze adolescenti non interessa soltanto l’Africa: oggi all’interno della comunità africana del Regno Unito  questo fenomeno si sta diffondendo sempre di più.

Un’inchiesta del quotidiano londinese “The Guardian” ha rivelato che a Londra, Leeds, Essex e Wolverhampton si sono registrati diversi casi di ragazze, se non addirittura bambine, sottoposte a questa pratica. E dati non ufficiali parlano di oltre 1.000 vittime di quest’arcaica e crudele tradizione.




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19 aprile 2019

Mozambico, i bambini a un mese dal ciclone

A un mese dalle devastazioni che il ciclone Idai si è lasciato dietro in Mozambico, colpendo circa un milione di minori, i bambini continuano a subìre gravi traumi psicologici sulla propria pelle  e in molti sono costretti a vivere in tende, scuole o insediamenti temporanei, con accesso limitato all’acqua pulita o ai servizi igienici.

Questo l’allarme di Save the Children, che sottolinea, in un comunicato, la necessità di intervenire con urgenza per garantire ai minori il supporto di cui hanno bisogno, in un momento in cui si assiste a un calo di attenzione da parte del mondo per questa crisi umanitaria

Gli operatori dell’organizzazione hanno raccolto le testimonianze dei bambini e delle loro famiglie  in uno dei campi temporanei allestiti nella città portuale di Beira. Ai minori è stato chiesto di disegnare le loro case prima e dopo il passaggio del ciclone e di descrivere cosa hanno visto.

Tutti raccontano di aver perso la casa e tutto ciò che possedevano e molti hanno visto persone uccise o gravemente ferite dagli effetti del ciclone.

I genitori parlano di bambini che non si staccano neanche un attimo da loro o che sono diventati aggressivi dopo quello che hanno vissuto.

Ines, 11 anni, è rimasta separata dai suoi due fratelli e da suo padre quando il ciclone Idai si è abbattuto su Buzi, una delle zone più colpite del Mozambico. Suo padre è stato ferito alla schiena e al collo durante il crollo della loro abitazione, e lei ha perso di vista i suoi fratelli da quando è stata salvata dai soccorritori. Da allora non li ha più visti.

Ines ha disegnato un quadro con persone annegate nelle acque in piena, circondate da alberi divelti. “Se le persone non si fossero tenute per mano le une con le altre, sarebbero cadute nell’acqua. Io stavo per scivolare in una laguna, poi mia zia mi ha afferrato. Mi sono aggrappata alla sua borsa. Siamo andate a casa di un altro vicino. Quando siamo arrivate lì, sono caduta. E poi ho iniziato a chiedere aiuto a gran voce”, è la sua testimonianza.

Faizal, 10 anni, ha disegnato la sua casa prima del passaggio del ciclone: un luogo caldo e colorato dove viveva con la sua famiglia. Il disegno della casa dopo il ciclone si è invece trasformato in un quadro cupo e sbiadito con una persona decapitata da un pezzo di ferro.

“I bambini non sono più gli stessi di prima. Sono aggressivi e continuano a chiedere quando tutto tornerà alla normalità. Per loro è come una guerra. Mia figlia ha iniziato a bagnare il letto molto più di quanto facesse prima”, ha raccontato Regina, 29 anni, madre di Belinha di 6.

Il ciclone Idai è arrivato a Beira il 14 marzo, distruggendo case, scuole, magazzini e coltivazioni lungo il suo percorso, devastando la vita quotidiana dei bambini, vittime di gravi traumi psicologici come enuresi notturna, ansia e incubi.

“Siamo estremamente preoccupati per le condizioni a lungo termine dei bambini. Vedere tutto ciò che ami distrutto in un batter d’occhio è un’esperienza orribile che nessun bambino dovrebbe vivere e le cui conseguenze, purtroppo, saranno avvertite ancora per molto tempo dopo la ritirata delle acque – ha spiegato Maria Waade, operatrice di Save the Children  in Mozambico, specializzata in supporto psicosociale e salute mentale -.

Molti bambini con i quali abbiamo parlato hanno visto i genitori o fratelli spazzati via dalle inondazioni o le proprie case crollare intorno a loro. Una bambina che abbiamo incontrato ha visto sua madre per l’ultima volta mentre lei la spingeva su un tetto nel tentativo di salvarla. Sua madre non ce l’ha fatta.

Queste storie sono spaventosamente frequenti e dimostrano che oltre a ricostruire case e mezzi di sostentamento, dobbiamo anche concentrarci sull’assicurare che i minori e le loro famiglie ricevano il supporto psicologico di cui hanno bisogno per riprendersi da queste esperienze”.

“Le vite dei bambini vittime del ciclone sono state letteralmente fatte a pezzi e ora hanno bisogno che il mondo non si giri dall’altra parte e che continui a mobilitarsi per loro. I bambini e le loro famiglie hanno bisogno di cibo, che le case e le scuole vengano ricostruite e del necessario supporto a lungo termine perché possano superare quanto hanno dovuto attraversare”, ha affermato Machiel Pouw, responsabile dell’intervento di Save the Children in Mozambico.




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17 aprile 2019

I concorsi pubblici sono tutti truccati?

Negli ultimi giorni notevole attenzione ha suscitato la cosiddetta concorsopoli nella sanità umbra nei confronti della quale un’inchiesta giudiziaria ha causato alcuni arresti e numerosi indagati, tra i quali esponenti politici, ad esempio la ormai ex presidente della Regione Umbria Marini, che ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico perché indagata. Io credo però che sarebbe necessario occuparsi dei concorsi pubblici, in generale, di come vengono realizzati, verificando quanto siano estese le irregolarità in questo ambito e come sia possibile contrastarle. 

Io ritengo, e la pensano in molti nello stesso modo, che la gran parte dei concorsi pubblici non si svolgano regolarmente e che quindi siano numerosi i concorsi truccati. Forse non tutti, ma quasi.

E’ molto importante verificare se siano truccati i concorsi nella sanità pubblica, soprattutto perché siamo tutti interessati, per ovvi motivi, al fatto che i medici ospedalieri siano effettivamente i migliori a disposizione.

Ma non si possono tralasciare gli altri concorsi pubblici, da quelli che si svolgono nelle università a quelli ministeriali a quelli relativi agli enti locali.

Ci sono state numerose indagini giudiziarie che hanno accertato l’esistenza di gravi irregolarità nello svolgimento dei concorsi pubblici, ma tale inchieste hanno fatto emergere solo la punta di un iceberg molto più ampio.

E non ci sono può affidare solamente alle inchieste giudiziarie per contrastare il fenomeno, anche perché esse non hanno affatto impedito il ripetersi delle irregolaritàtutt’altro.

Né ci si può affidare a generici appelli, in base a pur giustissime considerazioni di natura etica, rivolti agli organizzatori dei concorsi pubblici, e ai partecipanti. Soprattutto non funzionano nel nostro Paese, la patria delle raccomandazioni e dei raccomandati.

A mio avviso, però, la diffusione delle irregolarità può essere efficacemente contrastata se si cambia radicalmente la normativa che regola l’effettuazione dei concorsi pubblici.

E di tale cambiamento della normativa la chiave di volta non può che riguardare la composizione delle commissioni dei concorsi pubblici ed interventi volti a ridurre la discrezionalità nelle selezioni, ad esempio attribuendo maggiore importanza ai titoli e ai curriculum.

Io credo che in questo modo sarebbe possibile se non eliminare le irregolarità quanto meno ridurle moltissimo.

Ma questo obiettivo lo vogliamo davvero perseguire?

E mi riferisco non solamente ai politici ma a tutti noi, i quali a parole sosteniamo che debba essere premiato il merito, in tutti i settori, ma che poi siamo sempre alla ricerca di qualche aiuto, di qualche raccomandazione, a partire dai giornalisti che scrivono appassionati articoli di critica nei confronti dei concorsi pubblici truccati.




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