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7 gennaio 2019

Empori solidali, cosa e quanti sono

Nel 1° rapporto di Caritas Italiana e Csvnet sugli empori solidali è contenuta la mappatura di 178 “negozi” attivi e almeno 20 in avvio: più della metà aperti nell’ultimo triennio. Nel 2017 servite 30.000 famiglie e 105.000 persone, per un quarto sotto i 15 anni. Oltre 100.000 le ore annuali di servizio, garantite finora da 5.200 volontari. Sono 178 gli empori solidali attivi in Italia, distribuiti in 19 regioni; e almeno altri 20 sono pronti ad aprire entro il 2019.

Sono questi i dati principali contenuti nel primo rapporto sul fenomeno realizzato da Caritas Italiana e Csvnet, l’associazione dei centri di servizio per il volontariato.

Gli empori sono una forma avanzata di aiuto alle famiglie che vivono situazioni temporanee di povertà; spesso costituiscono un’evoluzione delle tradizionali e ancora molto diffuse (e indispensabili) distribuzioni di “borse-spesa”.

Si tratta di un modello che ha conosciuto una crescita impressionante nell’ultimo triennio: il 57% degli empori (102) ha aperto tra il 2016 e il 2018, quota che sale al 72% se si considera anche l’anno precedente.

Il primo è nato nel 1997 a Genova, mentre è dal 2008, con le aperture degli empori Caritas a Roma, Prato e Pescara, che il modello ha cominciato ad affermarsi.

Nel realizzare questa prima mappatura – che servirà ad aprire la strada a diversi approfondimenti futuri – Caritas Italiana e Csvnet hanno circoscritto i servizi da indagare in base a quattro caratteristiche comuni, pur nella varietà delle esperienze:

l’aspetto e il funzionamento simile a negozi o piccoli market;

la distribuzione gratuita di beni di prima necessità, resi disponibili da donazioni o acquisti, tra i quali i beneficiari possono liberamente scegliere in base ai propri bisogni e gusti;

l’essere in rete con altre realtà del territorio per l’approvvigionamento e/o l’individuazione dei beneficiari;

il proporre, insieme al sostegno materiale, altri servizi di orientamento, formazione, inclusione e socializzazione.

Nella quasi totalità dei casi gli empori sono gestiti da organizzazioni non profit, spesso in rete fra loro: per il 52% sono associazioni (in maggioranza di volontariato), per il 10% cooperative sociali, per il 35% enti ecclesiastici diocesani o parrocchie, per il 3% enti pubblici.

Il ruolo di questi ultimi, quasi sempre Comuni (300 quelli coinvolti), è riconosciuto da quasi tutti gli empori in ordine all’accesso e l’accompagnamento dei beneficiari. Le Caritas diocesane hanno un ruolo in 137 empori (in 65 casi come promotrici dirette); i Csv lo hanno in 79 empori, offrendo prevalentemente supporti al funzionamento.

Gli empori sono aperti per 1.860 ore alla settimana per un totale di oltre 100.000 ore all’anno. La maggioranza apre 2 o 3 giorni alla settimana (non consecutivi); privilegiati i giorni infrasettimanali, mentre 37 sono aperti anche il sabato.

Dall’apertura al 30 giugno 2018 tutti gli empori attivi hanno servito più di 99.000 famiglie e 325.000 persone, di cui il 44% straniere. Una utenza anagraficamente molto giovane: il 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4% supera i 65.

Prendendo in considerazione solo il 2017, le famiglie beneficiarie sono state oltre 30.000 e le persone 105.000.

L’accesso agli empori avviene in base alla verifica delle condizioni di difficoltà utilizzando combinazioni di documenti (soglia Isee, Irpef) e colloqui individuali.

Le famiglie fanno la spesa gratis utilizzando in più di 150 una tessera (elettronica o manuale) a punti da scalare; in altri empori si utilizzano sistemi simili. Più dei tre quarti degli empori pongono un limite temporale di accesso, rinnovabile per almeno una volta, con l’obiettivo di sostenere le famiglie in difficoltà economica.

A questo scopo, l’86% degli empori presta ulteriori servizi ai beneficiari: come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio, consulenza legale ecc.

Inoltre, il 55% delle strutture propone ai beneficiari lo svolgimento di attività di volontariato, sia all’interno che presso altre realtà fuori.

Le dimensioni e le caratteristiche degli empori sono piuttosto disomogenee.

Il costo mensile per la gestione oscilla tra 0 e 28.000 euro, tuttavia più del 70% si attesta nella fascia tra 1.000 e 4.500 euro. A pesare maggiormente sono le voci di costo relative all’acquisto diretto dei beni (circa 40%) e personale (per il 22%).

Sono più di 1.200 (soprattutto supermercati e piccola distribuzione alimentare) le imprese che collaborano direttamente con gli empori. Da esse proviene il volume maggiore dei beni che verranno messi a disposizione sugli scaffali, anche se non tutti ne usufruiscono: il “fornitore” che accomuna la quasi totalità delle strutture è infatti il terzo settore, anche se questa voce è spesso correlata a raccolte di beni negli esercizi privati da parte di organizzazioni non profit del territorio, in particolare il Banco Alimentare. Da registrare che sono 134 gli empori che dichiarano una quota più o meno alta di acquisto diretto.

Notevole la varietà dei beni in distribuzione. Accanto agli alimenti non deteriorabili, già presenti nei “pacchi” distribuiti sul territorio, gli empori riescono a disporre e hanno la capacità di gestire, mantenendo tutti i requisiti di igiene e sicurezza del prodotto: alimenti freschi e ortofrutta (in 124 servizi), alimenti cotti (in 30) e surgelati. Ma anche prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa (in 146 empori), indumenti (in 50), fino ai prodotti farmaceutici, ai piccoli arredi e agli alimenti per gli animali. Molto presenti infine prodotti per bambini e ragazzi: giocattoli (disponibili in 62 realtà), articoli per la scuola e prodotti di cancelleria (in 92) e soprattutto alimenti per neonati (in 150).

Infine i dati sulle risorse umane.

Quella degli empori è una storia di volontari, che sono presenti in tutte le strutture. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli dichiarati nell’attività di questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione.

I volontari svolgono tutte le mansioni:  dall’approvvigionamento alla distribuzione, dall’amministrazione al coordinamento e naturalmente alla governance. Interessante la partecipazione di volontari stranieri, presenti fino ad oggi in quasi la metà degli empori ed oggi in un terzo, con una media di 4 per servizio.

Sono 178 gli operatori retribuiti al momento della rilevazione, dichiarati da 83 empori: 54 di questi ha solo personale part-time; le persone a tempo pieno sono 49 distribuite nei restanti 29 empori, mentre sono 44 i giovani in servizio civile.

“La complessità della povertà esclude a priori la presunzione di chiunque di disporre di una soluzione epocale”, affermano nelle riflessioni conclusive il direttore di Caritas Italiana don Francesco Soddu e il presidente di Csvnet Stefano Tabò.

Tuttavia il rapporto mette in luce tre punti di forza del “modello” empori solidali.

Il primo è il suo essere “nato dalla capacità di mettere in discussione prassi consolidate di aiuto materiale”: di fronte a persone e bisogni diversi da quelli tradizionali ci sono state “comunità capaci di scegliere alleanze inedite per costruire un servizio nuovo”. E ad attivare questa capacità “c’è sempre, come protagonista, un volontariato che sa costantemente cambiare e adattarsi”, insieme a imprese, professionisti, associazionismo non esclusivamente sociale, scuola, fino ai privati cittadini.

Il secondo è la caratteristica degli empori di essere un servizio non solo “benefico”, ma anche rigoroso e competente: negli iter di accesso, nei sistemi di attribuzione del punteggio, nel definire “patti di accompagnamento” delle persone. Caratteri che li distinguono dai servizi “mordi e fuggi” di pura assistenza materiale, qualificandoli come tessere di percorsi più stabili di contrasto all’esclusione sociale.

Gli empori infine costituiscono il “terminale di un sistema che provvede all’aiuto materiale nell’ambito di interventi fortemente relazionali e promozionali. Al collegamento pressoché costante ad un servizio di ascolto, si aggiungono le proposte di laboratori, percorsi formativi e culturali, non di rado aperti a tutta la cittadinanza: dalla cucina con gli avanzi alla gestione del bilancio familiare; dal risparmio energetico al piccolo artigianato; dalle riparazioni al cucito e al bricolage; fino al sostegno allo studio e all’educazione alimentare di cui beneficiano – anche in termini di possibilità di riscatto – soprattutto i bambini”.

Sarà ora importante investire su alcune linee cruciali di approfondimento del fenomeno, su cui Soddu e Tabò confermano l’impegno dei due soggetti. Le prime quattro che vengono indicate sono: le caratteristiche dei beneficiari e la loro permanenza del servizio; la sostenibilità economica degli empori; il contrasto allo spreco, non solo alimentare; le dinamiche e il ruolo svolto.




permalink | inviato da paoloborrello il 7/1/2019 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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