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14 febbraio 2019

Ebola, seconda grave epidemia in Congo

Quasi cento bambini, di cui più della metà (65) di età inferiore ai 5 anni, hanno perso la vita a causa del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, da quando l’epidemia è iniziata nell’agosto dello scorso anno. Secondo Save the Children il numero delle vittime potrebbe aumentare perché c’è stato un incremento di nuovi casi a gennaio, da circa 20 a settimana a più di 40. 

La Repubblica Democratica del Congo sta affrontando la seconda più grave epidemia di Ebola nella storia.

Negli ultimi sei mesi, almeno 785 persone sono state ritenute infette dal virus (731 casi confermati), di cui 484 sono morte, il 60% delle quali donne. Solo nelle ultime tre settimane di gennaio ci sono stati circa 120 nuovi casi.

L’insicurezza e la violenza nell’est del paese, unite al clima di paura che si è diffuso in alcune comunità, inoltre, rendono difficile contenere l’epidemia.

“Siamo a un bivio. Se non adottiamo misure urgenti per contenerla, l’epidemia potrebbe durare altri sei mesi, se non tutto l’anno. Il Congo è un Paese che soffre di violenze e conflitti e di una gravissima carestia: circa 4,6 milioni di bambini sono gravemente malnutriti. Le preoccupazioni principali per molte persone sono la sicurezza e assicurarsi che abbiano abbastanza da mangiare.

Ma anche l’Ebola deve essere una priorità”, ha affermato Heather Kerr, direttrice di Save the Children  nella Repubblica Democratica del Congo.

“E’ essenziale curare le persone infette, ma allo stesso tempo è importante lavorare per impedire che l’Ebola si diffonda ulteriormente.

Per questo siamo chiamati ad aumentare i nostri sforzi per raggiungere i giovani e i leader all’interno delle comunità in modo da sensibilizzare il più possibile la popolazione, che spesso non è pienamente consapevole dei rischi legati al virus, e creare un clima fiducia attorno agli operatori umanitari che spesso devono operare in contesti di sicurezza precaria”, ha proseguito Heather Kerr.

“Un ragazzo mi ha detto che i suoi genitori non parlavano mai del virus a casa, era un tabù e questo contribuiva a spaventarlo ulteriormente. Ma grazie alle informazioni ricevute in seguito all’organizzazione di una diffusa campagna di sensibilizzazione, hanno iniziato a parlarne e ora che sanno come evitarlo fa meno paura – ha raccontato Marie Claire Mbombo, esperta di protezione dell’infanzia di Save the Children -.

A causa del virus, inoltre, molti bambini sono rimasti orfani e altri si ritrovano da soli, perché i loro genitori sono in ospedale oppure lavorano nei campi. Questi bambini sono particolarmente vulnerabili perché sono a maggior rischio di abusi sessuali o di esseri costretti a lavorare. Per questo siamo impegnati non soltanto nel sostegno ai genitori e alle comunità su come prevenire la malattia, ma anche su come garantire la protezione e la sicurezza dei bambini”.

Nell’ambito dei suoi interventi per lottare contro la diffusione dell’epidemia di Ebola, Save the Children ha attivato i propri team di emergenza che sono attualmente impegnati nella formazione di operatori sanitari locali.

L’organizzazione, inoltre, è impegnata nelle attività di sensibilizzazione delle comunità locali nelle aree rurali, e in particolare nella regione di Beni, la più colpita dall’epidemia, dove vengono anche formati i leader comunitari, con l’obiettivo di renderli in grado di riconoscere i primi sintomi della malattia e individuare le persone che potrebbero essere venute a contatto con il virus.

Un lavoro di sensibilizzazione che viene condotto anche nei centri sanitari, 42 dei quali si trovano vicino a Goma, la più grande città dell’area, al fine di evitare che il virus possa raggiungere questo importante agglomerato urbano.

Finora l’organizzazione ha già raggiunto quasi 400.000 persone con azioni di sensibilizzazione e prevenzione.

Per contrastare il rischio che l’epidemia possa diffondersi anche oltre il confine con l’Uganda, dove ogni giorno continuano a confluire rifugiati in fuga dalla Repubblica Democratica del Congo, Save the Children interviene infine con attività di formazione che hanno già raggiunto più di 1.000 operatori sanitari, volontari, insegnanti e team nei villaggi in Uganda.




permalink | inviato da paoloborrello il 14/2/2019 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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