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19 aprile 2018

La "diabesità", un grave rischio per la salute

In Italia sono 3,2 milioni le persone affette da diabete di cui circa 2 milioni sono persone obese: una persona con diabete e obesa ha un rischio di morire entro 10 anni quadruplicato rispetto a una persona con diabete di peso normale. L’obesità, quindi, è uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”.

Questi temi sono analizzati in un articolo pubblicato suwww.quotidianosanita.it.

In Italia, secondo i dati Istat del 2016, sono oltre 3.200.000 le persone che dichiarano di avere il diabete, passando così negli ultimi trent’anni dal 2,9% al 5,6% dell’intera popolazione.

Questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, all’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete e all’anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia..

L’obesità è appunto uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”.

Si stima infatti che il 44% dei casi di diabete tipo 2 siano attribuibili all’obesità/sovrappeso; tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8%.

Complessivamente pertanto sono circa 2 milioni i “diabesi”.

Questo dato è molto preoccupante se si considera che il rischio complessivo di morte prematura raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea: una persona con diabete e sovrappeso ha quindi un rischio raddoppiato di morire entro 10 anni, rispetto a una persona con diabete di peso normale e una persona con diabete e obesa addirittura un rischio quadruplicato.

“Possiamo ormai considerare diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi un’emergenza sanitaria che necessita di un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno”, ha dichiarato Renato Lauro, presidente  di Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation.

“Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che queste malattie rappresentano e potranno rappresentare. Per questo motivo Ibdo Foundation pubblica annualmente un report in grado di offrire una fotografia non parziale della situazione del diabete e dell’obesità a livello mondiale, nazionale e regionale” ha aggiunto Lauro, in occasione della presentazione dell’undicesima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report da parte di Ibdo Foundation e Università di Roma “Tor Vergata”.

“Nello specifico, parlando di caratterizzazione regionale del diabete, valori più elevati della media Italia si evidenziano in Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, ma anche in alcune regioni del Centro come il Lazio; quelli più bassi nelle province autonome di Trento e Bolzano e Liguria.

Anche per la mortalità la geografia resta simile, con una maggiore penalizzazione del Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Nelle regioni del Mezzogiorno peraltro si riscontrano anche livelli più elevati di obesità.

Un’attenzione particolare merita l’obesità infantile, che presenta marcate differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Sud, dove un minore su tre è in eccesso di peso: le percentuali più elevate in Campania (36,1%), Molise (31,9%), Puglia (31,4%), Basilicata (30,3%) e Calabria (30%) a fronte del valore minimo osservato nelle province autonome di Trento e Bolzano (15,4%)”, ha rilevato Roberta Crialesi, dirigente del servizio sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, dell’Istat.
Oltre alla differenza di diffusione del diabete tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani.

“In Italia il 36% della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città Metropolitane”, ha detto Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute e presidente del comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri, che ha aggiunto “l’urban diabetes è un problema emergente di sanità pubblica. Nel mondo, oggi due terzi delle persone affette da diabete vivono nelle grandi città.

Infatti, secondo i dati dell’International Diabetes Federation (Idf), sono 246 milioni (65%) coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali.

I cambiamenti demografici in corso, che includono l’urbanizzazione, il peggioramento degli stili di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’isolamento sociale si riflettono in una crescita costante della prevalenza di diabete.

Questi fattori influenzano anche la maggior diffusione di obesità che, oltre che dell’aumentato rischio di diabete, è causa di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore e compromette gravemente la qualità di vita.

Per far fronte a questo problema di rilevanza clinica, sociale, ma anche economico e politico-sanitario il 19 maggio in tutta Europa si celebrerà l’European Obesity Day per sensibilizzare riguardo una piaga sociale in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito”.




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18 aprile 2018

Oltre 250.000 gli alunni con disturbi dell'apprendimento

Il ministero dell’Istruzione ha pubblicato i dati relativi agli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento nell’anno scolastico 2016-2017. E’ la dislessia il disturbo più diffuso (42,5% delle certificazioni). La percentuale più alta nella scuola secondaria. Liguria al primo posto.

Nell’anno scolastico 2016/2017 il numero degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento frequentanti le scuole italiane di ogni ordine e grado si è attestato complessivamente intorno alle 254.600 unità, pari al 2,9% del totale degli alunni.

Entrando nel dettaglio degli ordini di scuola, dalle rilevazioni emerge che nella scuola primaria la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni frequentanti si è attestata sull’1,9%, per la scuola secondaria di I grado intorno al 5,4% e per la scuola secondaria di II grado sul 4%.

Le scuole dell’infanzia hanno trasmesso dati riguardo a casi sospetti di disturbi specifici dell’apprendimento. Si tratta di un numero esiguo, tuttavia in 774 bambini, pari allo 0,05% del totale dei bambini frequentanti, è stato riconosciuto un rischio di Dsa.

In relazione alla gestione della scuola, si può osservare che le scuole statali accolgono un numero più elevato di alunni con disturbi specifici dell’apprendimento rispetto alle scuole non statali: mediamente in tutti gli ordini di scuola la percentuale di alunni con Dsa è pari al 3,1% del totale degli alunni frequentanti nella scuole a gestione statale e al 2,1% nella scuole a gestione non statale (2,9% in media in tutte le scuole).

Esaminando la distribuzione territoriale, gli alunni con disturbi specifici di apprendimento sono maggiormente presenti nelle regioni del Nord-Ovest in cui la percentuale sul totale dei frequentanti raggiunge il 4,5%.

Anche per le regioni del Centro e del Nord-Est la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni è piuttosto elevata, attestandosi in media in tutti gli ordini di scuola rispettivamente intorno al 3,5% e al 3,3%.

Colpisce come per le regioni meridionali tale percentuale sia nettamente più contenuta, pari in media all’1,4%.

Tra le singole regioni, i valori più elevati si rintracciano in Liguria, Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, con il 4,9%, il 4,8% e il 4,5% di alunni con disturbi specifici di apprendimento sul totale alunni frequentanti. Per contro le percentuali più contenute sono presenti in Calabria, Campania e Sicilia, rispettivamente con lo 0,7%, lo 0,9% e l’1,1%.

La legge 8 ottobre 2010, n. 170 riconosce la dislessia (disturbo nell’imparare a leggere), la disgrafia (disturbo nell’imparare a scrivere), la disortografia (disturbo nell’utilizzare il codice linguistico) e la discalculia (disturbo nel calcolo matematico) “quali disturbi specifici di apprendimento che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana” (comma 1, art.1).

Tali disturbi possono coesistere in una stessa persona, in questo caso si parla di comorbilità. Può esistere anche comorbilità tra i disturbi specifici dell’apprendimento e altri disturbi di sviluppo, quali disturbi di linguaggio, disturbi di coordinazione motoria e disturbi dell’attenzione, e tra i disturbi specifici dell’apprendimento e i disturbi emotivi e del comportamento.

Complessivamente 139.620 alunni presentano disturbi di dislessia, 57.259 di disgrafia, 68.421 di disortografia e 62.877 di discalculia).

Il numero complessivo degli alunni con Dsa può non coincidere con la somma degli alunni per tipologia di disturbo dal momento che, come già rilevato, alcuni alunni possono avere più tipologie di Dsa.

In termini di composizione percentuale, si evidenzia che per tutti gli ordini di scuola il disturbo mediamente più diffuso è quello della dislessia: considerando insieme primaria e secondaria di I e di II grado, si ha infatti che il 42,5% delle certificazioni presentano dislessia, il 20,8% disortografia, il 19,3% discalculia e il 17,4% disgrafia.

In termini percentuali gli alunni con dislessia rappresentano l’1,6% del totale degli alunni che frequentano le scuole di ogni ordine e grado; gli alunni con disgrafia lo 0,7%, gli alunni con disortografia lo 0,8%, gli alunni con discalculia lo 0,7%.

Nel corso degli ultimi anni le diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento sono notevolmente aumentate: se nell’anno scolastico. 2010/2011 la percentuale di alunni con Dsa sul totale degli alunni si attestava ad appena lo 0,7%, nell’anno scolastico 2016/2017 tale percentuale è salita, come si è detto, fino al 2,9% nella media dei diversi ordini di scuola.

Da un confronto con l’anno scolastico 2010/2011, il numero di alunni con Dsa è passato dallo 0,8% del totale alunni all’1,9% nella scuola primaria, dall’1,6% al 5,4% nella scuola secondaria di I grado e dallo 0,6% al 4% nella scuola secondaria di II grado.

Per la scuola dell’infanzia si è registrata, viceversa, una lieve diminuzione della percentuale di alunni a rischio Dsa sul totale dei frequentanti, probabilmente a seguito di una maggiore prudenza nell’individuare casi sospetti di Dsa quando i bambini sono ancora in età prescolare.

La notevole crescita delle certificazioni di Dsa è conseguenza diretta della legge 170 del 2010, con la quale la scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti degli alunni con disturbo specifico dell’apprendimento.

Il processo di formazione dei docenti e le crescenti competenze didattiche hanno determinato una più consapevole e una sempre maggiore individuazione dei casi di sospetti di Dsa tra i frequentanti, dando seguito al necessario percorso diagnostico presso le competenti strutture sanitarie e determinando così l’incremento del numero delle certificazioni per le varie tipologie di disturbo.




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12 aprile 2018

I sette peccati capitali dell'economia italiana

Carlo Cottarelli, noto per essere stato commissario alla “spending review”, oltre che per i diversi incarichi svolti nel Fondo monetario internazionale, ha scritto, recentemente, “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, editore Feltrinelli.

Cottarelli esamina, con il suo libro, i principali probleia del nostro sistema economico e li definisce appunto i sette peccati capitali.

Questi sette peccati capitali sono l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euro.

Oltre ad analizzare tali problemi, Cottarelli espone soluzioni specifiche ad essi.

Io vorrei soffermarmi sulla parte finale del capitolo contenente alcune considerazioni conclusive, perchè la condivido pienamente, anche perché i suoi contenuti non sono oggetto della necessaria attenzione dalla maggior parte degli economisti.

Così scrive Cottarelli:

“L’ultimo paragrafo del capitolo precedente invoca una trasformazione economica profonda. Perché questo avvenga occorre un’altrettanto profonda trasformazione sociale e culturale.

Molti dei peccati discussi in questo libro riflettono una scarsità di capitale sociale, capitale di cui ogni nazione ha bisogno per non decadere a livello economico e istituzionale.

Noi italiani siamo sempre stati un po’ troppo individualisti: non ci è mai piaciuto rispettare le regole. Il tema del rispetto (o mancanza di rispetto) delle regole è un tema trasversale in questo libro: lo abbiamo visto nel capitolo sulla corruzione, in quello sull’evasione fiscale, e anche in quello sulla difficoltà a convivere con l’euro, un riflesso della difficoltà ad accettare le regole (legali ed economiche) del vivere in un’area a moneta unica.

E’ però paradossale che ci piaccia così tanto scrivere regole, come abbiamo visto nel capitolo sulla burocrazia. Come è paradossale che la nostra cultura trovi le sue radici nella cultura dell’antica Roma, in quel ‘dura lex, sed lex’ su cui era fondato l’ ‘ethos’ della repubblica romana.

Insomma, dobbiamo sfrondare ed eliminare le regole inutili, e parallelamente imparare a rispettare quelle che esistono.

Forse però la tendenza all’individualismo e al mancato  rispetto delle regole si è accentuata negli ultimi decenni.

I valori di solidarietà e di senso civico che, seppure di rado messi in pratica, erano comunque alla base dell’ideologia dei due principali partiti politica della Prima repubblica negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, e che fornivano una base per costruire un senso delle istituzioni, si sono via via persi per strada.

Occorre recuperare quei valori.

L’importanza dei fattori culturali è spesso minimizzata da noi economisti che vediamo le scelte personali come influenzate quasi soltanto da obiettivi di massimizzazione dell’utilità personale, fondamentalmente identificata nel proprio reddito.

Ho sostenuto anche io nelle pagine precedenti questa tesi: gli incentivi economici sono essenziali nel  determinare il comportamento delle persone.

Ma questo non vuol dire che la cultura, la dotazione di capitale sociale, tutte quelle cose che servono ad ‘internalizzare’ gli effetti del comportamento individuale sul resto della società siano irrilevanti. Altrimenti non si spiegherebbero le forti differenze tra le diverse regioni italiane.

Occorre anche agire rafforzando il capitale sociale, attraverso l’educazione dei nostri figli e nipoti.

L’insegnamento dell’educazione civica fu introdotto nelle scuole medie di primo e secondo grado da Aldo Moro. Oggi la si insegna ancora, sotto l’etichetta di ‘Cittadinanza e costituzione’. In verità c’è dentro un po’ di tutto: l’educazione al rispetto dell’ambiente, elementi di Codice della strada, educazione alla salute e alimentare, e, infine, principi della Costituzione italiana. Il tutto per un’ora alla settimana. Mi sembra un po’ poco.

Occorrerebbe invece che le scuole diventassero la fucina del nuovo spirito civico di cui l’Italia ha bisogno.

Ma prima della scuola viene la famiglia. E’ dalla responsabilizzazione di genitori e parenti che bisogna ripartire. Tutti noi ne siamo coinvolti…”.

Ripeto, io condivido pienamente quanto ho appena riportato, scritto da Cottarelli nell’ultimo capitolo del suo libro.

E soprattutto condivido due considerazioni: la sottolineatura che gli economisti minimizzino i fattori culturali e l’accentuarsi, in Italia, negli ultimi decenni della tendenza all’individualismo e al mancato  rispetto delle regole.




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11 aprile 2018

Pochi i laureati in Italia

Nuovi dati relativi al numero dei laureati nei Paesi dell’Unione europea sono stati forniti da Eurostat. Nuovi dati che però confermano una realtà che si verifica in Italia da molti anni ormai: la percentuale dei laureati tra i giovani è decisamente bassa, troppo bassa.

Considerando coloro i quali hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 in Italia solo il 15,6% erano laureati.

Tale valore percentuale risulta notevolmente più basso rispetto al valore percentuale medio dei 28 Paesi dell’Unione europea, pari a 25,2. E il valore verificatosi in Italia risulta più alto di un solo altro Paese, la Romania.

Altri Paesi presentano dei valori decisamente più elevati, la Gran Bretagna il 34,7%, la Francia il 29,6%, la Spagna il 29,3%.

Altri dati, sempre relativi ai giovani italiani, sono anch’essi da valutare negativamente.

Il valore percentuale di coloro che, con età tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola è pari a 13,8 (media Ue 10,7).

Il valore percentuale degli occupati, tra chi ha un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, è pari a 28,6 (media Ue 48,3).

Il valore percentuale dei Neet – coloro che né studiano né lavorano -, tra chi ha un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, è pari a 26,0 (media Ue 15,6).

Ritornando ad esaminare il dato riguardante il numero dei laureati, tra i giovani italiani, esso non sorprende, come già rilevato, perché non rappresenta una novità, ma preoccupa ugualmente.

E’ infatti ben noto quanto la formazione, il sistema formativo, se adeguato alle necessità non solo economiche ma anche sociali, sia molto importante per lo sviluppo di ogni Paese, sviluppo economico e sociale.

In Italia di ciò se ne parla molto e da molti anni, ma la ridotta percentuale dei giovani che si laureano rappresenta una dimostrazione, non l’unica certo, dell’inadeguatezza del sistema formativo italiano.

E quindi tale sistema formativo è di fatto un freno alle prospettive di sviluppo economico e sociale dell’Italia, diversamente da quanto sarebbe necessario.

Gli interventi da promuovere affinchè, prendendo in considerazione esclusivamente l’obiettivo di accrescere in misura consistente il numero dei laureati, sono diversi. Lo stesso sistema universitario deve essere oggetto di cambiamenti piuttosto rilevanti.

Non mi sembra però che si stia promuovendo una politica articolata e complessiva finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo appena citato.

E ciò non può che essere valutato negativamente in quanto quella politica rappresenterebbe una delle riforme strutturali di maggiore rilievo che sarebbe opportuno realizzare, nell’ambito del sistema economico e sociale italiano.




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6 aprile 2018

In Italia spesso i diritti umani sono calpestati

In Italia ci sono, ancora oggi, molte violazioni dei diritti inalienabili della persona. Lo dimostra la relazione conclusiva sull’attività della commissione straordinaria del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, presentata in una conferenza stampa dal presidente Luigi Manconi, dal giudice della Corte Costituzionale ed ex premier Giuliano Amato, da Giovanni Maria Flick (che ha presieduto la Corte) e dal giurista Luigi Ferrajoli.

A 5 anni dall’inizio dell’attività della commissione risulta evidente che “le violazioni dei diritti umani non riguardano solo Paesi considerati arretrati o in via di sviluppo, regimi totalitari e terre lontane, ma sono qui ed ora”, come ha spiegato Manconi.

Sono diversi i fenomeni analizzati e studiati grazie al costante dialogo dei 26 membri della commissione con associazioni, esperti e vittime: l’immigrazione su tutti, ma anche la questione di Rom, Sinti e Caminanti, le carceri e il 41 bis, la legge sulla tortura, la contenzione meccanica, il cyberbullismo, il diritto alla conoscenza, i senza fissa dimora, l’omofobia e i diritti delle persone Lgbti.

Gran parte della relazione si concentra sulla tutela e promozione dei diritti dei cittadini stranieri presenti in Italia.

Su questo tema è emersa la necessità di rinunciare a grandi centri (che sopravvivono numerosi) le cui dimensioni portano inevitabilmente a una preoccupante riduzione negli standard d’accoglienza e, di conseguenza, a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone.

Luigi Manconi ha evidenziato storie difficili come quella di C.S., algerino che vive da più di 30 anni in Italia e risiede ad Aprila (in provincia di Latina) con la sua famiglia, rinchiuso nel centro di identificazione ed espulsione di Bari, perché sorpreso senza documenti dopo un controllo dei vigili.

Simile è la vicenda di B.A., marocchino, nel nostro Paese da molti anni e con problemi di salute certificati da un ospedale, incompatibili con il trattenimento nella stessa struttura.

Due sposi tunisini, fuggiti dal loro Paese a seguito delle violenze subite dalla giovane donna da parte dei familiari (ostili al suo matrimonio), si sono ritrovati nel Cie di Ponte Galeria (alle porte di Roma) divisi in due reparti diversi, con la possibilità di vedersi solamente per un’ora al giorno.

Tra i tanti esempi di violazioni dei diritti umani citati nel rapporto c’è anche Lampedusa, visitata dai membri della commissione nel gennaio 2016: “L’approccio hotspot è deficitario”, si legge nel rapporto, “e fallimentare nel programma di ricollocamento e attuazione dei rimpatri, le due direttrici principali su cui era stato articolato il piano europeo”.

La commissione ha inviato proposte concrete al governo, come ad esempio quelle di eliminare gli ostacoli che favoriscono l’accesso alle strutture assistenziali, di impegnarsi nel favorire l’alloggio e il lavoro per le persone, di snellire le procedure di identificazione.

La necessità più grande è quella di affidare a un ente gestore unico su scala nazionale di tutti i centri, attraverso un’unica procedura e un unico regolamento a evidenza pubblica.

Sul tema della promozione dei diritti di Rom, Sinti e Caminanti, la commissione, che ha visitato diversi campi in tutta Italia, propone un’integrazione basata sul superamento di questi luoghi per varie cause, tra cui le condizioni di povertà e le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie.

Nel corso della legislatura la commissione ha messo al centro  le problematiche dei carcerati, con due approfondimenti: uno sul regime speciale del 41-bis e l’altro sulla condizione delle donne detenute con figli più piccoli.

Se nel primo caso non viene messa in discussione la legge, ma bensì le condizioni delle carceri e il loro sovraffollamento cronico, nel secondo è stata notata una mancata attuazione della legge n.62 del 21 aprile 2011, secondo la quale “se la persona da sottoporre a custodia cautelare sia donna incinta o madre di prole di età non superiore a 6 anni, il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri”.




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4 aprile 2018

Per rifondare la sinistra sciogliere Pd e LeU?

La sinistra, è ben noto, è uscita con le ossa rotte dalle elezioni politiche del 4 marzo. Una vera e propria disfatta. I risultati del Pd e di Liberi e Uguali sono stati del tutto negativi. Più Europa non ha oltrepassato la soglia del 3%. Le altre due liste, al cui interno era presente il partito socialista, coalizzate con il Pd, non hanno superato l’1%.

La sinistra politica quindi o cambia radicalmente o potrebbe cessare di esistere o quanto meno potrebbe diventare del tutto marginale.

Peppino Calderola, giornalista e non solo, in passato iscritto al Pd e poi ai Ds, al Pds e al Pci, in un articolo pubblicato su www.largine.it, dal titolo “Un’idea pazza. Sciogliamo Pd e LeU e milioni di persone per assemblee rifondative”, formula alcune proposte, volte ad affrontare la crisi della sinistra italiana.

Un’idea veramente pazza la sua?

Non lo so. Comunque degna di attenzione e molto interessante. Pertanto ho deciso di riportare integralmente il suo articolo:

“Vogliamo, noi che scriviamo qui sull’Argine, tutti la stessa cosa. Vogliamo una nuova sinistra che si ponga quotidianamente il problema di come far avanzare chi sta indietro, che faccia a cazzotti col capitalismo, che immagini un’Italia pacifica e pacifista che accolga gli immigrati, che sappia rivoluzionare l’economia dando precedenza alle idee produttive eco-compatibili anche ad alto tasso tecnologico, che abbia una sanità che tuteli i poveri e gli anziani, che abbia una scuola e una università in cui prevalgano i migliori ma tutti possano diventare ‘i migliori’.

Una sinistra con valori forti e una idea di futuro concentrata nel termine da rimettere orgogliosamente in circolo: ‘socialismo’. Una sinistra larga, larghissima ma che sia un esercito disciplinato che faccia paura all’avversario e l’avversario non è solo il lepenista o il populista stronzo ma soprattutto chi ha il potere economico-burocratico-giudiziario in questo paese.

Questa sinistra parte dal basso e dall’alto. In basso non apre solo sezioni per rispondere così al partito liquido ma dà a questi organismi territoriali il compito di diventare sede di solidarietà e di mutualità accogliendo tutte le più fantasiose formule ‘di strada’, dal maestro, all’avvocato, al medico. Non entra in concorrenza con le associazioni laiche e cattoliche ma rivendica il ruolo politico di queste scelte che lavorando per togliere gli ultimi dalla loro miseria è già in sé una forma di lotta al sistema. E’ una costruzione dall’alto perché richiede che gente generosa, stia un passo avanti e organizzi tutto questo e lavori a progettare percorsi politici da realizzare con il consenso ma che escano fuori dal filantropismo.

Servirebbe un ‘botto’, un effetto d’annuncio.

L’ideale è se Pd e LeU riconoscessero che le esperienze storiche che hanno svolto si sono esaurite.

Io sono per far miei i versi della canzone che annunciò la fine della guerra a Napoli: ‘Chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato…’. Mi interessano poco le autocritiche. Faccio parte di una famiglia, quella comunista, imbattibile nel fare autocritiche che non cambiavano nulla, tanto meno la classe dirigente. Non credo che esista la Colpa, anche grave, di un solo dirigente. Ho sempre avuto in testa la frase di papa Roncalli che distingueva errante da errore. Il nostro assillo è l’errore. L’errante può riprendere la strada e peggio per lui se insiste nell’errore.

Il botto ci sarebbe se venissero convocate in tutta Italia assemblee rifondative che abbiano al centro una discussione il cui punto di partenza sia questo: mai più come ieri. Dovremmo immaginare una grande partecipazione popolare, con gente di sinistra e gente che ha vissuto accanto alla sinistra o si duole che stia morendo.

Mentre lepenisti e populisti staranno là a ingegnarsi su come spartirsi il bottino, noi dovremmo essere l’elemento vitale di un popolo che si rialza. Il solo fatto di farlo metterebbe paura ai vincitori del 4 marzo.

Immagino un processo faticoso al termine del quale possono uscire, ma non me lo auguro, anche due formazioni. Una democratico-liberale e una socialista ma entrambe avrebbero riacquistato una vicinanza con gli elettori, i cittadini, il popolo.

L’Associazione socialista dovrebbe svolgere il ruolo di promotore di questo processo, di animatrice del confronto civile e senza vendette, di area che spinge per il formarsi di una sinistra di tipo socialista. Se non immaginiamo qualcosa di nuovo, saremo per anni prigionieri di renziani o di antirenziani, di oppositori di Grillo o di dialoganti. Che palle!

Ecco, io vorrei che queste due contrapposizioni venissero bandite dalla discussione. Il nostro futuro va oltre Renzi, va oltre Grillo, va oltre Salvini.

Renzi, infine, è il capo della disfatta. Ma molti dirigenti diLeU a questa disfatta hanno partecipato.

L’età dell’innocenza l’hanno tutti superata. La mucca era in corridoio anche quando Renzi non c’era. In questo processo il campo è libero per vecchi e giovani. I vecchi elefanti dovrebbero avere la saggezza di fare un passo indietro, di dare esperienza, saggezza, disinteresse ‘chi ha avuto, ha avuto’).

Non c’è mai stato fra di loro un Enrico Berlinguer. I nuovi dirigenti, vecchi che non hanno avuto o giovani, devono portare la freschezza di una non condivisione del potere. Nuovi in questo, ma nuovi anche perché dovranno dimostrare di non saper solo fare una trattativa politica, ma avere la costanza, l’umiltà, la continuità per fare cose in mezzo alla gente.

Mai sentito parlare di Di Vittorio?”.




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29 marzo 2018

Cresce il divario nel reddito tra Nord e Sud

Non è certo una novità la notevole differenza tra le regioni settentrionali e quelle meridionali per quanto riguarda il reddito. Nelle prime il valore del reddito pro capite è da sempre più elevato rispetto a quello che si verifica nelle seconde. Ma tale divario si è accresciuto negli ultimi 10 anni, cioè negli anni della crisi.

A tale conclusione si può pervenire anche utilizzando i dati forniti dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, relativi ai redditi Irpef dichiarati dai contribuenti nel 2016.

Infatti se si confrontano tali dati con quelli del 2006, si può rilevare che, tra il 2006 e il 2016, il reddito è diminuito dello 0,2% nelle regioni settentrionali e del 3,0% in quelle meridionali. La riduzione verificatasi nelle regioni del centro Italia è stata invece pari all’1,0%.

E ciò dimostra chiaramente che il divario nel reddito, nel periodo considerato, si è accresciuto, tra il Nord e il Sud dell’Italia.

Le diminuzioni più accentuate, tra le regioni meridionali, si sono verificate in Sicilia (-3,5%) e in Campania (-2,8%).

Pertanto risulta confermato che la crisi ha accresciuto le diseguaglianze economiche anche all’interno del nostro Paese, come verificatosi in altre nazioni.

Inoltre, se si considerano i valori, espressi in euro, assunti dal reddito medio, dato dal rapporto tra il reddito complessivamente dichiarato e il numero dei contribuenti, nel 2016, nelle diverse regioni italiane, risulta evidente che il divario tra regioni settentrionali e quelle meridionali è particolarmente consistente.

Valle d’Aosta 22.260

Piemonte 22.490

Lombardia 24.750

Trentino-Alto Adige 22.413

Friuli 21.890

Veneto 21.990

Emilia Romagna 23.020

Toscana 21.520

Umbria 19.750

Marche 19.640

Lazio 22.910

Abruzzo 17.830

Molise 16.030

Campania 17.140

Puglia 16.230

Basilicata 16.080

Calabria 14.950

Sicilia 16.270

Sardegna 17.730

Questa crescita nel divario, relativo al reddito, tra Nord e Sud, può assumere anche un significato politico: può essere considerata una delle cause che hanno determinato il diverso comportamento elettorale manifestatosi, nelle recenti elezioni politiche, nelle regioni settentrionali e in quelle meridionali.




permalink | inviato da paoloborrello il 29/3/2018 alle 10:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 marzo 2018

A Scandicci sputi e violenze su un alunno disabile

Un ragazzo disabile è stato vittima di bullismo da parte di alcuni compagni di classe che lo hanno isolato e deriso ripetutamente, talvolta con violenze fisiche e psicologiche e con sputi. Il caso si è verificato in una scuola di Scandicci, in provincia di Firenze, ed è stato reso noto dopo una denuncia a carico di due sedicenni da parte dei genitori della vittima. Le vessazioni subìte dal ragazzo disabile lo avrebbero indotto a smettere di frequentare la scuola.

La gravità di quanto avvenuto ha indotto l’assessore alle politiche sociali della Regione Toscana, Stefania Saccardi, a rilasciare alcune dichiarazioni.

“Quello di Scandicci è purtroppo l’ennesimo caso di bullismo tra i banchi di scuola – ha commentato Stefania Saccardi.

Il bullismo è un fenomeno stratificato anche tra i bambini e nasconde problematiche psicologiche profonde che vanno combattute e prevenute. Ecco perché, come Regione Toscana abbiamo stipulato un accordo insieme all’assessorato all’istruzione, all’Ufficio scolastico regionale per la Toscana e l’Università di Firenze-Dipartimento di scienze della formazione e psicologia, con l’obiettivo di prevenire e contrastare il fenomeno nelle scuole della Toscana”.

“Nello specifico – ha aggiunto Saccardi – sosteniamo il programma di prevenzione No Trap, che, attraverso un modello di peer education (da pari a pari) e peer support, mira a incentivare una responsabilizzazione attiva dei ragazzi”.

In base al progetto, attraverso una formazione sistematica si cerca di aumentare la percezione di autoefficacia dei ragazzi stessi e di stimolare in loro un senso di responsabilità nei confronti della vittima.

Successivamente, i peer educators lavorano attivamente con i compagni, assumendo un ruolo di modello positivo, promuovendo comportamenti prosociali e di difesa della vittima. I ragazzi, dopo il training formativo, intervengono anche on line, nella community del progetto, per dare il proprio aiuto e supporto a tutti coloro che si sentono in difficoltà.

L’obiettivo è far passare il messaggio che facendo finta di niente tutti noi siamo in parte responsabili della sofferenza della vittima, ma che unendo le forze possiamo invece fare qualcosa per porre fine alle prepotenze.

La gravità dell’episodio mi sembra evidente.

Purtroppo non è un caso isolato, in Toscana e nelle altre regioni italiane.

Progetti quali quello descritto possono risultare senza dubbio utili per contrastare il fenomeno.

Credo però che siano necessari interventi di maggiore rilievo e soprattutto estesi su tutto il territorio nazionale, promossi in primo luogo dal governo nazionale.




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22 marzo 2018

Amnesty International, una campagna elettorale piena di odio

La sezione italiana di Amnesty International, in occasione della campagna elettorale recentemente conclusasi, ha promosso un’iniziativa denominata “Conta fino a 10. Barometro dell’odio in campagna elettorale”. Circa 600 attivisti, tra appartenenti a gruppi territoriali, volontari reclutati per il progetto specifico e componenti del gruppo di lavoro-task force “hate speech”, hanno monitorato i profili facebook e twitter di 1.419 candidati per tre settimane dall’8 febbraio al 2 marzo.

Tramite la compilazione di una scheda on line, gli attivisti hanno segnalato l’uso di stereotipi, le dichiarazioni offensive, razziste, discriminatorie e il discorso di odio, che avevano come bersaglio categorie vulnerabili quali migranti e rifugiati, immigrati, rom, persone lgbti, donne, comunità ebraiche e islamiche.

787 sono state le segnalazioni: razzismo e xenofobia l’83%, discriminazione religiosa il 10%, discriminazione di genere il 7%.

Quali le riflessioni Amnesty Italia sui risultati ottenuti?

“Lo immaginavamo e ne abbiamo avuto conferma. Per quasi un mese abbiamo ascoltato centinaia di voci, letto migliaia di frasi, analizzato parole e significati.

Il discorso di odio è parte del discorso politico italiano. Molte forze politiche italiane si sono servite di stereotipi e incitazioni all’odio per fare propri diffusi sentimenti populisti, identitari e xenofobi.

Abbiamo visto come è facile rafforzare gli schemi dell’intolleranza e della discriminazione nei confronti di minoranze e gruppi vulnerabili – migranti e rifugiati, donne, persone lgbti – trasformandole in categorie bersaglio.

La fabbrica della paura che produce odio, a maggior ragione in periodo di campagna elettorale, si è nutrita della narrativa dell’‘invasione’, dell’‘emergenza’ e della pericolosa retorica del ‘noi contro loro’.

Col suo corredo di ‘fake news’, i social media hanno rafforzato i pregiudizi già esistenti contro gruppi e minoranze, creando divisioni e intolleranza.

Abbiamo colto nel segno e toccato nervi scoperti, esponenti politici molto rilevanti hanno citato il nostro lavoro, chiesto chiarimenti e incontri.

Ma siamo fermi nell’andare avanti. Crediamo che le politiche dell’odio favoriscano sempre gravi passi indietro nei confronti dei diritti umani, di tutti, con conseguenze deleterie sul tessuto sociale e il vivere comune.

Per questo crediamo, e l’ultimo mese di lavoro fatto insieme ne ha dato ampia conferma, che il discorso di odio debba essere attentamente monitorato e contrastato”.

Ed Amnesty cosa intende fare nel prossimo futuro, a tale proposito?

“Il barometro dell’odio in campagna elettorale ha prodotto dati ed evidenze che analizzeremo, anche con il supporto di università e centri di ricerca, e condivideremo con tutti coloro che hanno contribuito ad un lavoro complesso e straordinario.

Sulla base di queste analisi e riflessioni individueremo nuove modalità di attivazione e ‘campaigning’. è una sfida nuova e difficile, per questo allargheremo la riflessione anche ad altre sezioni di Amnesty.

Torneremo a presidiare l’arena politica, coinvolgeremo il mondo dell’educazione e della formazione, continueremo il dialogo con i giornalisti e proveremo ad aprire un dialogo con i social media.

Nelle prossime settimane la campagna ‘Conta fino a 10’ si allargherà ad altri temi e contenuti”.




permalink | inviato da paoloborrello il 22/3/2018 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



16 marzo 2018

Nonostante il 21 marzo, l'impegno contro le mafie si è affievolito

Il prossimo 21 marzo l’associazione Libera, presieduta da don Luigi Ciotti, celebrerà, come ogni anno la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, a Foggia. Mi sembra però che negli ultimi anni in Italia si sia affievolito l’impegno contro le mafie.

Perché a Foggia la manifestazione più importante della giornata del 21 marzo?

Così Libera motiva questa scelta:

“Perché la Puglia è una regione, una terra, colpita da gravissimi fatti di sangue, causati dalle mafie.

Tornare in Puglia e aver scelto in particolare quel territorio, non è una decisione casuale. Terra, solchi di verità e giustizia è il tema della XXIII edizione.

Replicando la “formula” adottata negli ultimi due anni, Foggia sarà il 21 marzo la “piazza” principale, ma simultaneamente, in migliaia di luoghi d’Italia, dell’Europa e dell’America Latina, la giornata della memoria e dell’impegno verrà vissuta attraverso la lettura dei nomi delle vittime e, di seguito, con momenti di riflessione e approfondimento.

Libera va a Foggia perché quella terra ha bisogno di essere raccontata. Libera va a Foggia perché le mafie del foggiano sono organizzazioni criminali molto pericolose che facciamo una tragica fatica a leggere. Perché, malgrado l’evidenza, la percezione della cittadinanza è ancora bassa.

Una mafia, quella foggiana, così invasiva da spaventare. Le mafie foggiane sparano mentre le altre mafie non sparano più. Le mafie foggiane, tutte le mafie foggiane, mantengono la loro evidenza violenta laddove le altre mafie impongono il silenzio.

Foggia è una città sotto attacco. La Capitanata è una provincia sotto attacco. Dall’inizio del 2017 sono 17 le persone morte ammazzate, cui si aggiungono due casi di “lupara bianca”, su una popolazione di 620.000 abitanti.

Un dato tanto impressionante quanto ignoto. La criminalità organizzata del foggiano vive dell’ignoranza che la circonda. Per esempio, quella di quanti continuano ad associarla alla Sacra corona unita, come fosse una cosa sola con quest’ultima. Cosa che non è, e anzi, le stesse mafie della provincia di Foggia hanno, tra loro, peculiarità che le differenziano.

E così, la manifestazione del prossimo 21 marzo serve innanzitutto a questo: a generare consapevolezza e a colmare un ritardo storico, figlio della sottovalutazione. Serve non a colpevolizzare un contesto, magari tacciandolo tout court per mafioso, ma a spiegare quel che ci raccontano le indagini, le inchieste, le morti per strada e nelle campagne, i fatti.

Serve a dire che la mafia foggiana è sì violenta e triviale, ma ha profondamente le mani nell’affare. E che i soldi di quell’affare, di quegli affari, vengono tolti a tutti. E che, quindi, le mafie sono il freno allo sviluppo, tanto economico quanto civile.

La manifestazione del prossimo 21 marzo è un modo per rompere in modo definitivo con questa logica muta, per riscattarsi dal fallimento culturale che non assolve nessuno, ma che coinvolge tutti. C’è da ricucire un nuovo tessuto sociale che abbia una fibra resistente.

La giornata dell’impegno e della memoria potrebbe essere utile a convogliare le forze di quanti siano disponibili a questo lavoro di sartoria comunitaria. Vige la convinzione di non poter cambiare le cose. C’è una speranza andata in cancrena e diventata tumorale. Non è tanto sfiducia nelle istituzioni, quanto piuttosto il patimento di chi sa di vivere in un luogo dove nemmeno il sacrificio della vita può cambiare lo stato delle cose…”.

La scelta di Libera mi sembra molto importante, non solo, per i motivi già citati, per avere deciso di svolgere la manifestazione di maggiore rilievo a Foggia, ma perché Libera continua a celebrare il 21 marzo la giornata della memoria e dell’impegno.

Più in generale ritengo di notevole importanza l’azione che, quotidianamente, Libera porta avanti, anche sul tema della corruzione, problematica molto legata alle attività delle mafie.

Credo però che nel nostro Paese l’attenzione nei confronti delle mafie è andata riducendosi nel corso degli ultimi anni, forse perché, nonostante gli atti di violenza quali quelli verificatisi nel Foggiano o a Napoli, le mafie sono diventate meno visibili perché complessivamente le morti da esse provocate sono diminuite.

Ma non per questo le mafie sono diventate meno pericolose. Le loro attività si sono estese, rendendole prevalentemente dei soggetti economici criminali molto potenti che operano ormai in tutta l’Italia e non solo nelle regioni meridionali, limitando fortemente le libertà di parti molto consistenti della nostra popolazione.

Meno morti e più affari. Così si potrebbe sintetizzare la trasformazione che ha contraddistinto le mafie negli ultimi anni.

E ciò è avvenuto soprattutto tramite una crescita delle relazioni con le pubbliche amministrazioni.

E’ per questo motivo che nei programmi elaborati dai diversi partiti in vista delle elezioni politiche del 4 marzo così poco spazio è stato attribuito alla necessità di efficaci azioni di contrasto nei confronti delle mafie?

E’ però certo che, invece, l’impegno contro le mafie si dovrebbe intensificare, soprattutto da parte del mondo politico, del governo, della magistratura e delle forze dell’ordine.

Ma per raggiungere questo obiettivo occorre una maggiore pressione popolare che solleciti questo impegno più intenso.

Tutti i giorni, non solo il 21 marzo, e non solo da parte di Libera.




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