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25 ottobre 2021

Sulle pensioni di nuovo Landini come Salvini

Le pensioni anticipate con la cosiddetta quota 100 termineranno con il 2021. Il governo ha avanzato una proposta per gestire il post quota 100. Tale proposta, al momento, non è stata accettata dalla Lega, dalla Cgil, capeggiata da Maurizio Landini, e dagli altri sindacati.

Il fatto che Salvini e la Lega osteggino la proposta del governo non mi stupisce. Del resto, con il governo giallo-verde la Lega è stata la paladina dell’introduzione di quota 100.

Per la verità quota 100 è costata molto ma quanti sono andati in pensione sono stati sostituiti solo in minima parte.

Chi la proponeva invece sosteneva che tutti coloro che sarebbero andati in pensione con quota 100 sarebbero stati sostituiti da giovani.

Mi stupisce invece che la Cgil, soprattutto, si sia dichiarata contraria alla proposta del governo.

E tale posizione della Cgil è sbagliata, anche perché le loro proposte alternative costerebbero molto e impedirebbero quindi di destinare effettivamente adeguate risorse finanziarie, con la legge di bilancio, ad altri utilizzi senza dubbio più utili per la collettività.

Invece la Cgil dimostra ancora una volta di essere, soprattutto, un sindacato di pensionati e un sindacato che tutela solo chi ha un lavoro a tempo indeterminato, mentre, al di la delle chiacchiere, trascura i giovani.

Infatti, quota 100, e qualunque nuovo assetto del sistema pensionistico che costasse una somma simile a quanto è costata quota 100, impedirebbe, tra l’altro, di destinare le necessarie risorse finanziarie per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani.

E’ giusto che venga ampliata la platea di quanti svolgono lavori cosiddetti usuranti e che quindi possano andare in pensione anticipatamente.

Ma provvedimenti che consentano a tutti coloro che hanno determinati requisiti, come quelli previsti da quota 100 o da proposte simili, sono sbagliati, per i motivi che ho già esposto.

Sarebbe necessario, pertanto, che la Cgil e gli altri sindacati mutino le loro posizioni relativamente ai cambiamenti da introdurre, dal 2022, alla possibilità di andare in pensione anticipatamente.

E sarebbe necessario che la Cgil e gli altri sindacati elaborino davvero proposte che favoriscano l’inserimento lavorativo dei giovani.




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21 ottobre 2021

Attenzione Letta, non cullarti sugli allori

Nelle elezioni comunali, recentemente svoltesi, il centrosinistra, e in primo luogo il Pd, ha vinto e, di conseguenza, il centrodestra ha subìto una cocente sconfitta. Ma non per questo l’esito delle elezioni politiche, che si dovrebbero tenere nel 2023, anche se non si può escludere una loro anticipazione al 2022, sarà scontato. Tutt’altro.

Quindi non necessariamente il centrosinistra vincerà anche le prossime elezioni politiche.

Per vari motivi.

A parte che ci sono dei precedenti da tenere presenti, il più noto dei quali è rappresentato dalla netta vittoria del centrosinistra nelle elezioni amministrative del 1993 a cui poi è seguita la vittoria di Berlusconi e del centrodestra nelle elezioni politiche del 1994.

Fra l’altro, le caratteristiche delle elezioni comunali sono diverse da quelle delle elezioni politiche. Nelle prime contano molto i candidati a sindaco e poi c’è il ballottaggio tra i due candidati con più voti, che non hanno raggiunto la maggioranza dei consensi nel primo turno.

A parte questo, vi sono delle specificità delle elezioni comunali appena svoltesi.

In primo luogo il forte astensionismo.

E’ possibile che una parte consistente di quanti si sono astenuti potrebbero alle prossime elezioni politiche votare per il centrodestra, anche se una parte degli astensionisti hanno probabilmente votato in passato per il movimento 5 stelle.

Inoltre, è possibile che il centrodestra, in occasione delle prossime elezioni politiche, si compatti e si dimostri molto più unito di quanto non sia avvenuto nelle recenti elezioni comunali.

Del resto è improbabile, nonostante le differenze di linea politica manifestatesi nell’ultimo periodo, che Forza Italia si sganci dal centrodestra per andare a costituire un partito o un’aggregazione di partiti di centro, considerando fra l’altro che uno dei più importanti risultati delle elezioni comunali è rappresentato dal riemergere di un netto bipolarismo, soprattutto dovuto alla notevole diminuzione dei consensi rivolti al movimento 5 stelle, fenomeno che a mio avviso è strutturale (il movimento 5 stelle potrebbe nel prossimo futuro anche scomparire o quanto meno dovrebbe essere fortemente ridimensionato).

Poi, il cosiddetto “campo largo” a cui tiene molto Enrico Letta, il segretario del Pd, l’ampia coalizione di centrosinistra, da Fratoianni a Calenda, come spesso si afferma, non sarà di facile costituzione.

Quindi il Pd che si è dimostrato il punto di riferimento del centrosinistra, e che lo sarà anche in occasione delle prossime elezioni politiche, non dovrà cullarsi sugli allori.

Dovrà continuare (o iniziare?) un forte processo di cambiamento tendente soprattutto a rafforzare i propri legami con quelle componenti della società che si sono allontanate, da tempo, dal centrosinistra, e che in passato hanno votato per il centrodestra e che, nelle elezioni comunali, si sono gran parte astenute.

Quindi il Pd e il centrosinistra deve rivolgersi con particolare attenzione a coloro che si sono astenuti, tenendo conto, fra l’altro, che nelle elezioni politiche il tasso di astensionismo è inferiore a quello che si verifica in occasione delle elezioni comunali.

Invece, cullarsi sugli allori sarebbe fatale e favorirebbe la vittoria del centrodestra nelle prossime elezioni politiche.




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21 ottobre 2021

Inaccettabile lo stop al processo Regeni

Il processo per l’uccisione di Giulio Regeni, presso il tribunale di Roma, è stato bloccato dai magistrati della Corte d’Assise perché i presunti colpevoli non sono stati informati formalmente del loro rinvio a giudizio e quindi dell’inizio del processo a loro carico.

Gli imputati indicati dalla procura della Repubblica di Roma sono quattro egiziani, agenti di polizia e dei servizi segreti, i cui indirizzi non sono stati volutamente comunicati dalle autorità competenti dell’Egitto, proprio per impedire l’effettuazione del processo.

Un giudice delle indagini preliminari aveva ritenuto che, data la notevole risonanza mediatica del caso Regeni, anche in Egitto, i quattro indagati fossero comunque informati dell’inizio del processo.

La corte d’assise di Roma, presso la quale doveva svolgersi il processo, non è stata dello stesso avviso.

La scelta della corte d’assise è stata, a mio avviso, sbagliata, perché era evidente che i quattro indagati non potevano non sapere del processo e perché era altrettanto evidente che di proposito le autorità egiziane non hanno comunicato i loro indirizzi.

La decisione dei magistrati romani è l’ennesima dimostrazione della perdita di credibilità di una parte consistente della magistratura italiana, di cui ho già scritto in un precedente post.

Stupisce anche il silenzio pressocchè totale, relativamente alla decisione dei magistrati romani, da parte di esponenti del governo e dei partiti.

Evidentemente, io credo, la volontà di non peggiorare le relazioni con le autorità egiziane hanno avuto ancora la meglio rispetto alla necessità di fare giustizia, una volta per tutte, per l’assassinio di Giulio Regeni.

Peraltro il governo italiano si era costituito parte civile nel processo, ormai bloccato.

A questo punto cosa si può fare?

Cosa può fare soprattutto il governo italiano?

Innanzitutto deve promuovere forti pressioni nei confronti del governo egiziano affinchè siano forniti gli indirizzi degli imputati per poter inviare una comunicazione formale del loro essere indagati.

Inoltre il governo deve verificare se nell’ambito dei decreti attuativi della riforma della giustizia si possa prevedere, esplicitamente, che in un caso come quello del processo Regeni, sia consentito comunque di dare inizio al processo.

Resta il fatto che, a mio avviso, anche con la normativa vigente, i magistrati della corte d’assise di Roma avrebbero potuto iniziare il processo.

Sarebbe utile, però, che la mobilitazione dei cittadini italiani a sostegno della giusta esigenza di fare giustizia sul caso Regeni sia molto più ampia di quanto avvenuto fino ad ora.

Io credo, infatti, che le responsabilità di quanto avvenuto fino ad ora in Italia circa il caso Regeni siano plurime e che non siano addebitabili esclusivamente al nostro governo e ai partiti.




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14 ottobre 2021

Perchè abolire la pena di morte ovunque?

La pena di morte non è stata ancora abolita in tutti i Paesi del mondo. E’ ancora prevista in circa un terzo dei Paesi. Nel 2020 Amnesty International ha registrato 483 esecuzioni in 18 Stati, con una diminuzione del 26% rispetto alle 657 esecuzioni registrate nel 2019. La maggior parte delle esecuzioni si è verificata, nell’ordine, in Cina, Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita.

Perchè, secondo Amnesty International che da sempre si oppone incondizionatamente alla pena di morte, deve essere abolita dappertutto?

Per diversi motivi.

La pena di morte viola il diritto alla vita. 

La Dichiarazione universale dei diritti umani e altri trattati regionali e internazionali, che chiedono l’abolizione della pena di morte, riconoscono il diritto alla vita. Un riconoscimento sostenuto anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nel 2007 e nel 2008, ha adottato una risoluzione che chiede, fra l’altro, una moratoria sulle esecuzioni, in vista della completa abolizione della pena di morte.

La pena di morte è una punizione crudele e disumana. 

La sofferenza fisica causata dall’azione di uccidere un essere umano non può essere quantificata, né può esserlo la sofferenza mentale causata dalla previsione della morte che verrà per mano dello Stato. Sebbene le autorità dei Paesi mantenitori continuino a cercare procedure sempre più efficaci per eseguire una condanna a morte, è chiaro che non potrà mai esistere un metodo umano per uccidere.

La pena di morte non ha valore deterrente. 

Nessuno studio ha mai dimostrato che la pena di morte sia un deterrente più efficace di altre punizioni.

La pena di morte è un omicidio premeditato dello Stato. 

Eseguendo una condanna a morte, lo Stato commette un omicidio e dimostra la stessa prontezza del criminale nell’uso della violenza fisica. Alcuni studi hanno non solo dimostrato come il tasso di omicidi sia più alto negli Stati che applicano la pena di morte rispetto a quelli dove questa pratica è stata abolita, ma anche come questo aumenti rapidamente dopo le esecuzioni.

La pena di morte è sinonimo di discriminazione e repressione. 

Nelle mani di regimi autoritari, la pena capitale è uno strumento di minaccia e repressione che riduce al silenzio gli oppositori politici.

La pena di morte non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima. 

Lontana dal mitigare il dolore, la lunghezza del processo non fa altro che prolungare la sofferenza dei familiari della vittima, fino alla conclusione dove una vita viene presa per un’altra vita, in una forma di vendetta legalizzata.

La pena di morte può uccidere un innocente. 

Una difesa legale inadeguata, le false testimonianze e le irregolarità commesse da polizia e accusa sono tra i principali fattori che determinano la condanna a morte di un innocente. In alcuni Paesi, il segreto di Stato che circonda la pena capitale impedisce una corretta valutazione di questo fenomeno.

La pena di morte infligge sofferenza ai familiari dei condannati. 

La pena capitale ha effetto sulla famiglia, sugli amici e su tutti coloro che sono vicini al condannato a morte.

La pena di morte nega qualsiasi possibilità di riabilitazione. 

Qualunque sia il metodo scelto per uccidere il condannato, l’uso della pena di morte nega la possibilità di riabilitazione, di riconciliazione e respinge l’umanità della persona che ha commesso un crimine.

La pena di morte non rispetta i valori di tutta l’umanità.

I diritti umani sono universali, indivisibili e interdipendenti. Derivano da molte e diverse tradizioni nel mondo e sono riconosciuti da tutti i membri delle Nazioni Unite come standard verso i quali hanno accettato di conformarsi.

Non posso che condividere tali motivazioni e auspico che, progressivamente, la pena di morte sia abolita in tutto il mondo.




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11 ottobre 2021

Sarà stagflazione?

In molti Paesi sviluppati, tra i quali l’Italia, si sta manifestando un aumento dei prezzi, determinato soprattutto dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e delle materie prime. Alcuni osservatori stanno ipotizzando che potrebbe determinarsi di nuovo un fenomeno che diversi anni fa, negli anni 70 del precedente secolo soprattutto, è avvenuto alcune volte: inflazione e ristagno economico, ristagno delle attività produttive.

Il ristagno economico, l’arrestarsi quindi della crescita del Pil, potrebbe essere causato dal modificarsi delle politiche monetarie delle banche centrali che, per contrastare l’inflazione, potrebbero cessare gli interventi espansivi ed adottare invece politiche restrittive.

Tale scenario non è condiviso da tutti gli economisti, anzi per ora solo una parte di essi lo prevedono.

Ma, nell’ambito delle banche centrali, i “falchi”, coloro che ritengono necessario adottare politiche monetarie restrittive, stanno già sostenendo che tali politiche dovrebbero essere attuate subito.

In realtà, la discussione si sta manifestando circa la natura degli incrementi dei prezzi. Infatti per ora tali aumenti vengono considerati da molti temporanei, determinati da fattori inerenti l’offerta non la domanda, e che nei prossimi mesi dovrebbero esaurirsi.

Ci si attende soprattutto che nei prossimi mesi vi sia una maggiore disponibilità di prodotti energetici che determinerebbe una riduzione dei loro prezzi.

E se la natura degli incrementi dei prezzi fosse davvero temporanea non sarebbe opportuno modificare adesso le politiche monetarie in senso restrittivo e quindi la stagnazione non si verificherebbe.

Io credo che sia valida l’opinione di quanti avvalorano la tesi della natura temporanea degli aumenti dei prezzi in questione.

Può essere utile comunque riportare alcune parti dell’articolo di Rony Hamaui, pubblicato di recente su www.lavoce.info e dedicato a questi temi.

Rony Hamaui rileva soprattutto le differenze tra la situazione attuale e quella che caratterizzo gli anni ’70 del secolo precedente spesso contraddistinto appunto dalla stagflazione.

“La situazione di oggi, tuttavia, sembra per molti aspetti diversa da quella degli anni Settanta.

Da un lato, usciamo dalla più pesante deflazione degli ultimi settanta anni e la ripresa appare vigorosa anche se incerta.

In molti Paesi la capacità occupata rimane ancora sotto i livelli precrisi, mentre è ripartita una nuova fase d’investimenti che è destinata a incrementare l’offerta e aumentare l’efficienza produttiva.

Inoltre, le banche centrali godono, almeno nei paesi avanzati, di un’indipendenza e di una credibilità che certamente non avevano negli anni Settanta.

Dall’altro, oggi i bilanci pubblici, ma anche privati, presentano livelli di debito da economia di guerra, che necessitano non solo di bassi tassi d’interesse e di una forte crescita ma anche di un po’ d’inflazione.

Solo così il debito accumulato risulta sostenibile, soprattutto se rapportato al Pil nominale.

Si spiega così l’imbarazzo delle banche centrali nell’abbandonare gli straordinari stimoli che hanno dovuto adottare per contrastare la peggiore epidemia dell’ultimo secolo, ma ciò pone in discussione la loro effettiva indipendenza.

In fin dei conti, è probabile che non assisteremo a una forte e duratura stagflazione, ma il rischio che l’economia mondiale rallenti e che una moderata inflazione duri più a lungo del voluto è certamente da mettere in conto.

Di qua la necessità del governo Draghi di accelerare le riforme previste dal Recovery Plan e di augurarsi che la Banca centrale europea non legga il suo mandato alla stabilità dei prezzi in maniera rigida”.




permalink | inviato da paoloborrello il 11/10/2021 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



7 ottobre 2021

L'astensionismo è il risultato più importante

I risultati delle elezioni comunali, svoltesi alcuni giorni fa, in primo luogo quelli dei candidati a sindaco e dei diversi partiti, sono stati oggetto di notevole attenzione da parte dei media. Minore attenzione, anche se superiore a quanto avvenuto in passato, è stata rivolta alla forte crescita dell’astensionismo.

Io credo, invece, che la crescita dell’astensionismo può essere considerata anche più importante degli altri risultati.

Nel complesso hanno votato circa il 55% degli aventi diritto al voto, con una riduzione di oltre il 5% rispetto alle elezioni comunali del 2016 e nelle grandi città hanno votato anche meno del 50% degli elettori.

La crescita dell’astensionismo non è un fenomeno nuovo né contraddistingue solo il nostro Paese.

Ma con le elezioni del 3 e del 4 ottobre si è raggiunto un record, ovviamente negativo.

Indubbiamente vi sono delle cause specifiche e forse non ripetibili in futuro: gli effetti della pandemia ad esempio.

Ma altre cause potranno manifestarsi anche in futuro.

Peraltro, nelle grandi città, l’astensionismo è stato più elevato soprattutto nelle zone con maggiore presenza di ceti popolari.

Il fenomeno dell’astensionismo, inoltre, non può essere interpretato esclusivamente come crisi della politica ma, come alcuni attenti osservatori hanno già rilevato, come crisi della democrazia.

Infatti una vera democrazia ha bisogno di una democrazia rappresentativa il più possibile forte, non debole.

Ci sono anche altre forme di democrazia, ad esempio la democrazia diretta, che, tramite i referendum, sembra avere assunto un maggiore peso, considerando, relativamente ai referendum, il notevole numero di firme raccolte per quelli sull’eutanasia e sulla cannabis, anche se in questi casi ha svolto un ruolo importante la possibilità, per la prima volta, di firmare digitalmente.

Ma la democrazia rappresentativa non può che essere considerata la più importante.

E la principale causa dell’estensione del fenomeno dell’astensionismo è rappresentata dalla crescente crisi di fiducia tra partiti e cittadini, dall’affermarsi di alcuni caratteri negativi nell’ambito degli stessi partiti (perdita di una visione generale, scarso radicamento sul territorio).

Quindi si avverte sempre di più la necessità di procedere ad una riforma dei partiti che, però, non può essere attuata solamente dagli attuali gruppi dirigenti ma che deve essere richiesta, e forse imposta, dagli stessi cittadini.

Potrebbe anche essere utile attuare quella parte della Costituzione che prevedeva l’approvazione di leggi che regolassero le modalità di funzionamento dei partiti, rimasta fino ad ora inattuata.

Per la verità, avvisaglie della profonda crisi che caratterizza i partiti in Italia da tempo si erano manifestate. L’esempio più evidente il loro “commissariamento” con la nascita del governo presieduto da Mario Draghi.

Ma non si può continuare in questo modo.

Attendere, passivamente, che, elezione dopo elezione, l’astensionismo si accresca sempre di più. A quel punto la crisi della democrazia, connessa, come già ho notato, a quel fenomeno, diventerebbe ancora più preoccupante di quanto non lo sia già.

Quindi affrontare con decisione la crisi dei partiti, tramite una loro profonda riforma, è, senza dubbio, un obiettivo prioritario da perseguire, relativamente al sistema politico italiano.




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4 ottobre 2021

I magistrati sempre meno credibili

La pesante e apparentemente ingiustificata sentenza nei confronti di Mimmo Lucano rende, a mio avviso, sempre meno credibile una parte almeno, però piuttosto consistente, dei magistrati italiani. A tale conclusione si perviene anche considerando il ruolo più che criticabile assunto dalle “correnti” dei magistrati per la scelta degli incarichi nelle diverse procure e tribunali. Poi, va considerata 888l’inefficienza che si riscontra in una parte dei tribunali.

In passato, soprattutto nel periodo di “Mani pulite”, la magistratura riscuoteva una grande credito nell’opinione pubblica italiana.

Molti la ritenevano l’istituzione più credibile fra tutte le altre, a cui facevano affidamento parti rilevanti della società italiana. Tanto che si sosteneva che la magistratura si era assunta, di fatto, un potere sostitutivo nei confronti soprattutto della politica, svolgendo alcuni compiti che non avrebbe dovuto svolgere ma che era costretta a svolgere.

Con il passare degli anni, le critiche nei confronti dei magistrati sono, progressivamente e fortemente, aumentate.

A parte alcune sentenze, come quella nei confronti di Mimmo Lucano, molto discutibili, devastante è stato il trasformarsi delle “correnti” dei magistrati in centri di potere la cui funzione, pressocchè esclusiva, era quella di esercitare pressioni affinchè i loro aderenti assumessero incarichi di notevole rilievo nelle procure e nei tribunali, anche perché una parte dei componenti del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, sono magistrati che fanno riferimento ai vertici delle “correnti” di appartenenza.

Le “correnti” dei magistrati, infatti, con il tempo hanno perso la loro iniziale connotazione ideale, che le distinguevano fra di esse per una diversa concezione del ruolo e degli obiettivi della magistratura, per diventare appunto soprattutto, se non esclusivamente, centri di potere, tendenti a favorire i loro aderenti.

L’inchiesta che ha visto al centro Luca Palamara è stata, a tale proposito, emblematica.

Inoltre, parte delle inefficienze dei tribunali sono addebitabili ai singoli magistrati, altrimenti non si comprenderebbe perché i tempi della giustizia siano molto diversi nei vari tribunali che operano in Italia.

Poi, i magistrati delle cosiddette supreme corti quali la Corte di Cassazione, il Consiglio di Stato, ad esempio, godono di privilegi, economici e nono solo, indubbiamente eccessivi.

Quanto la già approvata riforma della giustizia penale e quella che, nei prossimi mesi dovrà essere varata, della giustizia civile quanto modificheranno in meglio l’operato dei magistrati italiani rendendoli più credibili?

Staremo a vedere.

Quello che è certo è che attualmente la credibilità dei magistrati italiani si è fortemente ridotta e che sarebbe necessario anche un processo di autoriforma da parte loro.




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30 settembre 2021

La scuola media allo sfascio?

La scuola media inferiore è contraddistinta da una situazione di grave crisi. Lo sostiene il rapporto scuola media 21 redatto dalla fondazione Agnelli. E rispetto a dieci anni fa la situazione non è migliorata. Gli apprendimenti restano insoddisfacenti, i divari territoriali e le disuguaglianze sociali sono ancora più evidenti, i docenti non sono meglio formati né la didattica è stata rinnovata, rimanendo molto tradizionale.

Nel 2011 fu realizzato il primo rapporto della fondazione Agnelli sullo stato di salute della scuola media che già rilevava l’esistenza d diversi problemi.

Quali i principali risultati del rapporto del 2021?

La qualità degli apprendimenti degli allievi di secondaria di primo grado resta critica, inferiore non solo a gran parte degli altri Paesi avanzati, ma anche ai livelli che ci si poteva attendere sulla base dei risultati alla primaria.

Il rapporto segnala, ad esempio, come nelle ultime rilevazioni internazionali Timss (matematica e scienze) gli apprendimenti in matematica degli studenti italiani siano sempre ampiamente sopra la media internazionale in IV primaria, ma in III media scendano decisamente al di sotto.

“Le disuguaglianze dovute all’origine socio-culturale, misurate in base al titolo di studio dei genitori – ha spiegato Barbara Romano che ha curato il rapporto – sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare.

Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono, alla fine del ciclo, a una differenza di quasi tre anni di scuola”.

I divari territoriali, che la primaria riesce a contenere, nella scuola media esplodono più che in passato, prevalentemente nelle regioni meridionali

A differenza di 10 anni fa, si manifestano anche i divari di apprendimento che penalizzano gli studenti di origine straniera rispetto ai loro pari con genitori italiani.

Stabili rispetto alla primaria sono, invece, le differenze di genere, con le ragazze indietro rispetto ai ragazzi in matematica e scienza: nel corso del tempo le distanze si sono ridotte, ma soltanto per via di un più consistente peggioramento dei maschi.

Il rapporto dà, inoltre, evidenza di quanto conti un orientamento ben fatto e ben recepito da ragazzi e famiglie per scelte più consapevoli: i dati di ricerca mostrano che quando gli studenti scelgono gli indirizzi formativi che più rispondono alle proprie competenze e interessi, seguendo i consigli orientativi che derivano anche da prove psicoattitudinali, la probabilità di essere bocciati al primo anno delle superiori si riduce considerevolmente, mentre è quasi doppia per chi non segue il consiglio orientativo.

Le difficoltà degli studenti in larga misura si spiegano con quelle dei loro docenti: molti problemi che già 10 anni fa ostacolavano i docenti di scuola media risultano, infatti, confermate o aggravate.

Nell’a.s. 2020-21 erano 202.000 i docenti della secondaria di I grado (a tempo indeterminato e determinato), circa il 13% in più del 2011 (nello stesso periodo la popolazione studentesca alle medie è scesa del 3%).

Poiché il numero di docenti di ruolo è rimasto quasi invariato (144.000 nel 2011, l’anno scorso poco più di 142.000), l’incremento si deve interamente alla crescita dei docenti precari: gli incarichi annuali o “fine al termine delle attività didattiche” erano circa 35.000 (19%), l’anno scorso quasi 60.000 (30%).

In particolare, nell’a.s. 2020-21 era drammatica la percentuale di precari nel sostegno (60% del totale del sostegno).

A dispetto delle attese, nonostante le numerose assunzioni in ruolo della legge della Buona Scuola del 2015 e il recente aumento dei pensionamenti, non si è verificato in questi anni il ringiovanimento dei docenti di ruolo della secondaria di I grado che auspicavamo nello scorso rapporto: l’età media era poco più di 52 anni nel 2011, ora è poco meno. Mentre 1 docente su 6 ha 60 anni e oltre, coloro che vanno in cattedra prima di 30 anni sono invece un minuscolo drappello: 1 su 100.

La scuola media, inoltre, è anche il grado più soggetto alla “giostra degli insegnanti”: da un anno all’altro soltanto il 67% dei docenti rimane nella stessa scuola (83% nella primaria, 75% nelle superiori, dati dell’a.s. 2017-18), con le prevedibili conseguenze negative per la qualità didattica.

I limiti della formazione ricevuta dagli insegnanti della scuola media per quanto riguarda la didattica e la pratica d’aula sono rivelati anche da alcuni dati di ricerca, che mostrano come – sebbene non sistematicamente – spesso essi siano meno efficaci dei colleghi della primaria nelle strategie didattiche, come pure nella creazione di un clima in classe favorevole agli apprendimenti e alla crescita personale.

Le proposte della fondazione Agnelli quali sono?

In primo luogo, occorre lavorare sugli insegnanti, valorizzandoli, e sulla qualità dell’insegnamento.

Servono percorsi di formazione iniziale per la secondaria con un forte orientamento alla didattica, a partire da una laurea magistrale per l’insegnamento; qualsiasi direzione prenda la riforma del reclutamento, criteri di abilitazione molto selettivi con prove pratiche per valutare le competenze didattiche; formazione in servizio obbligatoria, che comprenda un costante aggiornamento dei metodi di insegnamento e una periodica valutazione; miglioramento dello status professionale e delle motivazioni dei docenti (incentivi di carriera e retribuzioni), anche per attirare verso l’insegnamento i migliori laureati.

In secondo luogo, la didattica va modellata sulle esigenze specifiche della scuola media.

Intanto, con metodologie più coerenti all’evoluzione cognitiva ed emotiva degli adolescenti (gruppi di apprendimento fra pari, strategie metacognitive); inoltre, pensando la scuola media come percorso di orientamento al futuro, con strumenti e metodologie didattiche che favoriscano la scoperta e la valorizzazione delle inclinazioni personali, dando indicazioni per le scelte successive (apprendimento per mezzo di progetti individuali, didattica per compiti di realtà, apprendimento socioemotivo).

Infine, si ritiene necessaria un’estensione del tempo scuola alla secondaria di I grado, con la scuola del pomeriggio come scelta ordinamentale.

Tempi più lunghi e distesi favoriscono le pratiche didattiche orientate a percorsi di apprendimento individualizzati e quelle attività (sportive, artistiche ed espressive, musicali, applicative, laboratoriali) fondamentali anche per lo sviluppo di competenze non cognitive.

Ripensare la secondaria di I grado è dunque un’altra delle priorità che il nostro sistema d’istruzione dovrà affrontare con le risorse del Pnrr dopo che la pandemia ne ha messo in luce criticità antiche e gravi?

“Pensiamo che oggi per la scuola ci sia una sola priorità, che riassume tutte le altre: fare crescere gli apprendimenti dei ragazzi – ha spiegato Andrea Gavosto, il direttore della fondazione Agnelli – .

Il riscatto degli apprendimenti è allora ovviamente fondamentale nella scuola media, dove esplodono divari e disuguaglianze.

Le politiche di cui si parla nel Pnrr vanno per forza declinate nel grado scolastico più in difficoltà: in particolare, l’orientamento, la formazione e il reclutamento dei docenti, la didattica, proprio le aree di intervento che abbiamo indicato”.

 “Oggi apprendimenti inadeguati nella secondaria di I grado possono condizionare in modo decisivo il futuro di un ragazzo – ha concluso Gavosto – forse ancora di più che negli altri gradi scolastici, tenendo conto del momento focale di sviluppo cognitivo ed emotivo dei ragazzi a quell’età. Non si può lasciare la scuola media ancora indietro”.

Non posso che condividere le proposte avanzate dalla fondazione Agnelli.

Sono però molto scettico sulla possibilità che esse siano accolte. Lo stesso “Recovery Plan” solo in minima parte sarà in grado di affrontare i problemi che contraddistinguono la scuola media.

E, come ho già rilevato in un precedente post, la situazione critica in cui si trova la scuola media dipende principalmente dal fatto che la scuola, il sistema formativo più in generale, non rappresenta, da tempo, una priorità per le istituzioni, sia amministrative che politiche.




permalink | inviato da paoloborrello il 30/9/2021 alle 8:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



27 settembre 2021

Ci sarà la riforma del Catasto? Difficile.

Nell’ambito delle proposte relative alla riforma fiscale che il Governo dovrebbe varare nei prossimi mesi si è, di nuovo, discusso della possibilità di attuare una riforma del catasto, in primo luogo di modificare cioè le rendite catastali degli immobili per renderle maggiormente in sintonia con i valori di mercato.

Come altre volte in passato, diversi esponenti politici hanno manifestato la loro contrarietà ad attuare una riforma del catasto nel timore che essa possa determinare, di fatto, un aumento delle imposte sullecase ed anche causare dei cambiamenti nelle agevolazioni connesse al valore del cosiddetto Isee, influenzato anche dal valore delle rendite catastali degli immobili di proprietà di coloro che richiedono quelle agevolazioni.

In un articolo pubblicato su www.lavoce.info, scritto da Massimo Baldini, Silvia Giannini e Simone Pellegrino, sono contenute alcune considerazioni senza dubbio molto interessanti relative appunto alla riforma del catasto.

“Riformare il catasto non necessariamente implica un aggravio di imposta in questo comparto di imposizione.

Questo è però il timore più diffuso e, in Italia, da decenni, chi tocca la casa è politicamente sconfitto.

La giustificazione va ricercata nell’elevata quota (circa tre quarti) di famiglie proprietarie dell’immobile di residenza, nel non esiguo numero di famiglie proprietarie di altri immobili (circa un terzo)…

E’ anche poco il valore del gettito se guardiamo all’Imu derivante dagli immobili diversi dalla prima casa, 20 miliardi di euro in totale.

L’insieme delle imposte che gravano sugli immobili valgono in totale circa 40 miliardi, perché vanno considerate anche le altre imposte collegate agli immobili, come l’Iva, la cedolare secca, l’imposta di registro e di bollo, etc…

Il numero complessivo di immobili nel nostro Paese è di circa 64,4 milioni di unità, di cui 57,1 milioni di proprietà di persone fisiche.

Gli immobili del gruppo catastale A (le abitazioni comunemente intese), esclusi gli uffici, sono 34,9 milioni, di cui 32,2 milioni di proprietà di persone fisiche. Le cosiddette prime case sono 19,5 milioni, con 13,3 milioni di pertinenze.

Focalizzando l’attenzione sugli immobili non accatastati nel gruppo A, le pertinenze sono 11 milioni, 2 milioni i negozi, 0,7 milioni gli uffici, 1,6 milioni gli immobili ad uso produttivo, 1 milione quelli utilizzati per altri usi.

L’attuale sistema è caratterizzato anche da vistose inefficienze.

Ad esempio, sono circa 2,1 milioni gli immobili presenti in catasto ma non riscontrati nelle dichiarazioni dei contribuenti…

Un sistema tributario moderno non può permettersi di non saper accertare bene queste basi imponibili, incrociando le informazioni delle numerose banche dati oggi disponibili.

Inoltre, come osservato, le abitazioni di residenza secondo le dichiarazioni dei redditi sono 19,5 milioni.

Il numero di prime case stimate utilizzando le principali indagini campionarie sono inferiori, circa 1,5-2 milioni in meno.

Una quota non irrilevante di questa discrepanza deriva dal fatto che molti coniugi risiedono, dal punto di vista sostanziale, nella stessa abitazione, ma formalmente sono residenti in abitazioni differenti al fine di usufruire di benefici fiscali…

Vediamo ora qualche numero sulle rendite catastali.

Considerando l’intero gruppo A, esclusi gli uffici, la somma delle rendite catastali è pari ad appena 16,9 miliardi di euro, di cui 15,6 quelle di proprietà di persone fisiche.

Questo implica che la rendita catastale media è pari a meno di 500 euro annui.

Preme ricordare che la rendita catastale dovrebbe rispecchiare il canone di locazione che un proprietario potrebbe ricevere qualora decidesse di cedere in locazione la sua abitazione, il cosiddetto ‘affitto’ imputato, peraltro considerato nella definizione di prodotto interno lordo in quanto autoconsumo.

Ebbene, la rendita catastale è, oggi, pari a circa il 10-15% dell’‘affitto’ imputato. Questa profonda diversità dipende dall’arretratezza, in media, del nostro catasto.

Un discorso analogo vale per le altre tipologie di immobili. Ne emerge un quadro quanto meno desolante.

La sottovalutazione media delle rendite catastali si rispecchia anche nei valori considerati per la base imponibile ai fini Imu o, precedentemente, Ici…

Oggi, pertanto, il rapporto tra le rendite catastali e i valori patrimoniali non risponde più a un criterio teorico di determinazione del rendimento medio dei fabbricati.

Emerge l’incoerenza di fondo tra un sistema catastale nato per determinare e tassare le rendite e un sistema tributario che oggi è ispirato prevalentemente (più sulla carta che effettivamente) a tassare i valori patrimoniali o i trasferimenti di patrimoni…

Quello che oggi preoccupa prioritariamente non è soltanto la sottovalutazione di questi valori, ma i disallineamenti relativi dei valori reddituali e patrimoniali avvenuti nel tempo.

L’attuale sistema catastale, in assenza di revisioni e di una modalità di classamento coerente con le effettive caratteristiche dell’immobile, è dunque fonte di forti disparità sia ‘verticali’ (considerando cioè immobili di diverso pregio) sia ‘orizzontali’ (considerando cioè immobili simili).

Non è detto che l’esito della revisione dei valori catastali sia un aumento del gettito derivante dagli immobili: questa è una scelta politica.

A parità di gettito, è praticamente certo che si verificherà sia una redistribuzione tra comuni, da valutare attentamente in una logica di federalismo fiscale, sia una redistribuzione tra contribuenti.

Quest’ultimo aspetto non deve essere un freno per ogni riforma, per due motivi: non si possono pensare solo riforme che sempre e comunque riducono le imposte per tutti; se la revisione dei valori catastali dovesse comportare aggravi per qualcuno, evidentemente è perché egli è stato avvantaggiato in passato rispetto ad altri, da un catasto non aggiornato.

E per la stessa ragione, è del tutto possibile che qualcuno pagherà meno di prima.

In particolare, è noto che l’attuale catasto tende ad avvantaggiare soprattutto le abitazioni nelle zone centrali delle grandi città (perché accatastate prima) rispetto a quelle in periferia (accatastate più di recente), inducendo dunque una sorta di redistribuzione alla rovescia, da chi ha meno disponibilità di reddito (che vive prevalentemente in periferia) a chi ne ha di più e vive in centro.

Al massimo la riforma cambierà la distribuzione temporale dell’onere dell’imposta per i singoli contribuenti. Non uno scandalo.

Per concludere, si osserva che neanche i Paesi più efficienti rivedono il catasto ogni anno, non sarebbe neanche necessario. Detto ciò, tra non così tanti anni il nostro catasto compirà un secolo. Di tempo per pensare alla sua revisione ne abbiamo avuto fin troppo”.

Tali considerazioni  dovrebbero indurre a concludere che, in tempi brevi, risulterà necessario riformare il catasto.

Ho molti dubbi, però, che ciò avvenga, quanto meno nel breve periodo, proprio per i motivi rilevati all’inizio della parte dell’articolo in questione che ho qui riportato.




permalink | inviato da paoloborrello il 27/9/2021 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



24 settembre 2021

Nei veleni in Vaticano contro Bergoglio coinvolto anche Parolin

Nella recente visita del Papa in Slovacchia si è svolto un incontro tra Bergoglio e un gruppo di gesuiti (si ricorda che Bergoglio è gesuita) nel corso del quale il Papa ha sostenuto che durante il periodo del suo ricovero al Gemelli si siano tenute diverse riunioni in Vaticano di cardinali e alti prelati non certo a lui favorevoli.

In queste riunioni i partecipanti, ritenendo che la malattia di Bergoglio fosse più grave di quanto si è poi rivelata, hanno iniziato a discutere di chi potesse essere il cardinale in grado di succedere a Bergoglio dopo la sua eventuale morte.

La notizia in questione, la cui fonte è appunto il Papa, ha giustamente e ovviamente fatto scalpore.

In realtà non dovrebbe stupire più di tanto, però.

Infatti è noto che fra le alte sfere del Vaticano, soprattutto tra i cardinali più conservatori e tradizionalisti, ci siano alcuni, non molti, che osteggiano più o meno apertamente Bergoglio, le sue posizioni e i suoi comportamenti.

Ma non finisce qui però.

Il segretario di Stato, cardinale Parolin, ha esplicitamente negato che ci siano stati quelle riunioni, ponendosi, oggettivamente, in contrasto con il Papa.

E questo è senza dubbio una novità. Non è certo normale che un segretario di Stato contraddica apertamente quanto sostenuto dal Papa.

Pertanto tale comportamento di Parolin è stato interpretato come la dimostrazione che anche il segretario di Stato non apprezzi, almeno per certi aspetti, l’operato di Bergoglio.

Bergoglio, indubbiamente, non si fa e non si farà influenzare dalle critiche che hanno manifestato o che manifesteranno cardinali che ricoprono anche incarichi molto importanti, come lo stesso Parolin.

Ma tutto ciò dimostra che fra gli alti “papaveri” del Vaticano la “fronda” nei confronti di Bergoglio è più ampia di quanto si pensasse fino ad ora.

E tale “fronda” potrebbe esercitare un’influenza, non di secondaria importanza, al momento del Concistoro che dovrà effettivamente scegliere il successore di Bergoglio, non essendo costui immortale e avendo egli un’età abbastanza avanzata.

Ed è, inoltre, probabile, che questa “fronda” operi per promuovere un chiaro processo di restaurazione rispetto alle innovazioni che, oggettivamente, ha introdotto Bergoglio.




permalink | inviato da paoloborrello il 24/9/2021 alle 7:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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