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19 giugno 2018

Pierluiigi Ciocca, 7 interventi di politica economica per crescere di più

E’ noto che nonostante i recenti progressi l’economia italiana è ancora caratterizzata da problemi di natura strutturale che ne limitano le potenzialità di crescita del Pil e dell’occupazione. Pierluigi Ciocca, un passato in Banca d’Italia, anche come vice direttore generale dal 1995 al 2006, autore di numerose pubblicazioni riguardanti in prevalenza l’economia del nostro Paese, ha individuato 7 interventi di politica economica rivolti appunto ad aumentare considerevolmente, come necessario, la crescita. 

Tali interventi, i quali contemporaneamente sostengano la domanda globale ed accrescano la produttività, sono evidenziati in un recente articolo scritto da Ciocca per  “Il Sole 24 ore”.

“Il disavanzo di bilancio va azzerato, e quindi il debito pubblico bloccato… Occorrono una severa revisione, politica e non solo contabile, delle spese gonfiate da trasferimenti inutili, inefficienze, corruzione, sottoutilizzo del formidabile potere monopsonistico della Pubblica Amministrazione nelle forniture e negli appalti; un colpo duro inferto all’evasione…

Gli investimenti in infrastrutture costituiscono l’unica misura di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto la produttività…

Il diritto dell’economia dev’essere ripensato in modo organico e ampiamente riscritto. L’ordinamento attuale appesantisce i costi del produrre e frena la produttività…

E’ cruciale promuovere la concorrenza, soprattutto quella dinamica. Come insegna Schumpeter, la concorrenza a colpi d’innovazioni, ancor più della stessa concorrenza attraverso i prezzi, è il propellente della ‘distruzione creatrice’, della riallocazione delle risorse, dello sviluppo capitalistico.

Dev’essere avviata a correzione una distribuzione altamente sperequata dei redditi, dei patrimoni e soprattutto delle opportunità individuali. Al di là dei profili morali e d’equità, i cittadini svantaggiati sono esclusi dal contribuire al progresso del Paese, specialmente al Sud.

Urge una strategia per il Sud. Essa non può che imperniarsi su una rinnovata dotazione delle infrastrutture, fisiche e immateriali. Sono drammaticamente carenti nel Mezzogiorno, con pesante svantaggio per i cittadini e per le imprese meridionali…

Nell’Eurozona all’attuale rigore alla Hayek occorre sostituire il rigore alla Keynes: equilibrio di bilancio, sì, ma unito a investimenti pubblici utili, cospicui e capaci di autofinanziarsi, ammettendo la ‘golden rule’ per la loro copertura con debito all’avvio. Il problema non è l’euro. L’euro è un’ottima moneta. E’ anche internazionalmente domandata. Ha assicurato il bene della stabilità dei prezzi, unito a bassi tassi dell’interesse. Il problema è nel governo dell’economia dell’Euroarea, nell’impostazione di fondo della sua politica economica, a cominciare da quella tedesca…”.

E così conclude Ciocca:

“Basteranno le sette ‘cose’, qualora un governo le realizzasse?

Sì, basteranno, se le imprese italiane, sollecitate dalla concorrenza in un contesto reso meno sfavorevole, sapranno rispondere alla sfida.

La classe imprenditoriale deve pretendere che la politica crei quel contesto. Al tempo medesimo, le imprese devono ricercare il profitto, non negli aiuti esterni, bensì al loro interno: l’accumulazione di capitale, la scala efficiente del produrre, l’innovazione, il progresso tecnico.

Sono, queste, loro responsabilità. Nel Novecento l’hanno fatto. Oltre che nell’età giolittiana, l’hanno fatto quando la prospettiva del Mercato comune le indusse, per sopravvivere, a investire il 30% del Pil”.

A me sembra che i 7 interventi proposti da Ciocca rappresentino addirittura un organico ed esaustivo  programma di politica economica che dovrebbe essere alla base dell’azione in campo economico del nuovo governo.

Di qui il loro notevole interesse.

Ma sono altrettanto importanti le considerazioni finali di Ciocca.

Anche se fosse attuato quel programma di politica economica, sarebbe indispensabile che le imprese sviluppassero gli investimenti, privilegiando l’innovazione e il progresso tecnico.




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13 giugno 2018

I nonni con i bambini contro la povertà educativa

Presentato a Firenze un progetto che coinvolgerà quattro regioni, finanziato dal fondo per il contrasto alla povertà educativa  minorile, che coinvolgerà 300 nonni volontari, 1.000 bambini da 0 a 6 anni, 16 fra comuni e frazioni e 4 regioni: Lombardia, Toscana, Umbria e Basilicata. Il progetto è denominato “I nonni come fattore di potenziamento della comunità educante a sostegno delle fragilità genitoriali”. 

Capofila del progetto è Auser Lombardia

Si ricorda che l’Auser è una associazione di volontariato e di promozione sociale, impegnata nel favorire l’invecchiamento attivo degli anziani e valorizzare il loro ruolo nella società.

Le sue attività sono  rivolte in maniera prioritaria agli anziani, ma sono aperte alle relazioni di dialogo tra generazioni, nazionalità, culture diverse.

L’Auser è stata costituita nel 1989 dalla Cgil e dal sindacato dei pensionati Spi-Cgil.

Il progetto sarà realizzato nell’ambito del bando per la prima infanzia affidato per la gestione da fondazione con il Sud all’impresa sociale “Con i bambini”.

Cosa dovrebbe avvenire?

I nonni volontari, con il loro bagaglio di esperienza e voglia di mettersi in gioco, daranno una mano  concreta a tante famiglie che si trovano in difficoltà, famiglie fragili che spesso vivono in territori dove i servizi scarseggiano.

Tutti seguiranno adeguati corsi di formazione e diventeranno a loro volta “nonni leader” in modo tale da trasferire ad altri nonni l’esperienza e diventando così dei veri e propri moltiplicatori di solidarietà.

Con l’aiuto dei nonni volontari i bambini e i loro genitori potranno contare su un accesso ai servizi del territorio più ampio e flessibile con forme di prolungamento dell’orario; i nonni potranno accompagnare i bambini a scuola o al nido.

Verranno realizzati spazi gioco e attività di laboratorio in cui le risorse dei volontari Auser potranno affiancare il personale educativo già coinvolto.

Le sedi Auser verranno utilizzate per accogliere, informare, creare comunità, organizzare momenti di formazione, informazione sulle tematiche inerenti la cura e la crescita del bambino. Saranno, inoltre, luoghi in cui condividere laboratori e momenti di festa.

Tutti gli interventi saranno finalizzati a  contrastare l’isolamento socio-culturale e la povertà educativa delle famiglie e a prevenire il rischio di deprivazione dei bambini.

In Lombardia sono stati scelti il grande hinterland milanese di Sesto San Giovanni e due comuni della provincia di Cremona dove molte famiglie vivono in casolari isolati e lontano da scuole e servizi; nel senese in Toscana si prevedono attività di sostegno a genitori “single” e a famiglie di migranti; in Umbria  sono stati scelti piccoli comuni e realtà che stanno accogliendo le comunità terremotate e in Basilicata  quattro comuni che hanno problemi di spopolamento e di integrazione dei migranti.

Il progetto ha come soggetto capofila Auser Lombardia ed è costituito da una vasta rete di partner tra cui Auser Toscana, Auser Umbria, Auser Basilicata, università Bicocca di Milano, università di Firenze, la fondazione Asilo Mariuccia di Milano, l’Istituto degli innocenti di Firenze, Comuni e cooperative sociali.

Durerà 3 anni, metterà radici creando una rete di solidarietà solida e strutturata.

Il finanziamento previsto supera i 2 milioni e 150.000 euro.

Il progetto è stato selezionato da “Con i Bambini” nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo.

Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori.

Per attuare i programmi del fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale “Con i Bambini”, www.conibambini.org, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla fondazione “Con il Sud”.

Il progetto mi sembra molto interessante.

Ovviamente non sconfiggerà completamente il grave problema rappresentato dalle povertà educativa minorile.

Può costituire, però, senza alcun dubbio, un modello che, se avrà successo, potrà essere replicato in altri territori del nostro Paese, affiancando l’operato che altri soggetti, enti, istituzioni, pubbliche amministrazioni, dovranno portare aventi per contrastare quel problema, operato quest’ultimo che dovrà essere anch’esso rafforzato considerevolmente.




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12 giugno 2018

Gig economy, un milione di italiano fanno dei "lavoretti"

Circa un milione di italiani lavora per le piattaforme internet che offrono collaborazioni occasionali e di questi i rider, coloro che si occupano di consegne a domicilio (pasti e non solo) corrispondono al 10% del totale. Mentre sono tra 150 e 200.000 le persone che ne dispongono come unica fonte di reddito. E’ la prima fotografia approfondita della gig economy del nostro Paese, di coloro che si affidano a piattaforme internet che incrociano domanda e offerta di lavoro: vengono gestiti spesso da un algoritmo e il rapporto con chi paga dura solo per la singola prestazione e si rinnova ogni volta. 

Il giudizio su  queste nuove forme di lavoro non è univoco: secondo i più critici, una nuova forma di cottimo se non di sfruttamento, per altri sono soltanto nuove forme di lavoro introdotte dalle nuove tecnologie e dalla rivoluzione informatica che saranno sempre più diffuse e che pertanto hanno bisogno di una legislazione apposita e non si può, come vorrebbero alcuni, considerarlo in ogni caso lavoro dipendente.

Questi dati sono stati resi noti al festival dell’economia di Trento, nel corso del quale sono stati anticipati i primi risultati dello studio curato dalla fondazione Rodolfo Debenedetti, appunto sulla gig economy in Italia, che sarà presentato nella sua completezza il prossimo 4 luglio.

Lo studio in questione non mancherà di sollevare polemiche.

Uno dei dati, ad esempio, rivela che il 45% dei lavoratori si dice soddisfatto o abbastanza soddisfatto del lavoro svolto in questo modo e il 50% si dice favorevole a farlo con le regole che vengono proposte da chi commissiona la prestazione.

Più precisamente, secondi i due ricercatori Paolo Natacchioni e Saverio Bombelli, estensori dello studio, i “gig workers” sono tra i 700.000 e un milione di italiani, con una forchetta tra l’1,8 e il 2,6% della popolazione.

Per una quota compresa tra 150 e 200.00 persone i “lavoretti” come vengono definiti sono l’unica fonte di reddito, mentre per tutti gli altri si tratta di occupazioni occasionali che vengono aggiunte all’impiego vero e proprio, sia da chi ha contratti da dipendente, sia da chi è un autonomo o partita Iva.

Come anticipato, i riders non sono più del 10% del totale: la stragrande maggioranza della gig economy è coperta da chi lavora da casa o comunque da remoto per servizi “clouding”, in pratica da chi elabora on line dati, gestisce piattaforme internet o svolge traduzioni.

Ecco spiegato perchè la meta dei gig workers è donna. Non così tra i riders, dove la componente femminile si ferma al 10%.

Altri dati faranno discutere: il 70% dei lavoratori occasionali ha un livello di istruzione superiore, dal diploma di liceo al master e solo il 3% è immigrato.

Il guadagno medio lordo è di 12 euro l’ora e solo il 34% dichiara di conoscere i diritti legati al contratto di lavoro che hanno accettato e le forme di tutela annesse.

Al momento prevale l’aspetto occasionale del lavoro, visto che il 50% dei gig workers vi si dedica non più di 1-4 ore a settimana, mentre il 20% tra 5 e 9 ore. Anche se una persona su due sostiene che vorrebbe lavorare di più.

Come migliorare la situazione di tali lavoratori?

Il giurista Pietro Ichino ha, a questo proposito, dichiarato: “Se vogliamo mettere a fuoco e risolvere il problema occorre superare la distinzione tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro autonomo e dettare delle discipline specifiche per il lavoro organizzato attraverso la piattaforma digitale.

Per esempio prevedere che il titolare della piattaforma debba interfacciarsi con l’Inps e pagare le retribuzioni rispettando un minimo retributivo e una contribuzione minima essenziale in campo contributivo e antinfortunistico” .




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7 giugno 2018

La morte di Giuseppe Uva resta senza colpevoli

Assolti due carabinieri e sei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva, avvenuta a Varese circa dieci anni fa. E’ la sentenza della Corte d’assise d’appello di Milano: i giudici hanno in sostanza confermato il verdetto di primo grado. Le accuse erano di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.

 La sentenza di primo grado venne impugnata dalla Procura generale di Milano.

Per la prima volta, fu il sostituto procuratore generale Massimo Gaballo a chiedere la condanna degli imputati, perché la contenzione fisica a cui sarebbe stato sottoposto il 43enne, spiegava, per “violenta e ingiusta durata”, doveva ritenersi “causativa del grave stato di stress che innestandosi in una preesistnte patologia cardiaca ha determinato l’evento aritmico terminale e il decesso di Giuseppe Uva”.

Per questo aveva chiesto condanne per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale,  a 13 anni di carcere per i due carabinieri e a dieci anni e sei mesi per i sei poliziotti.

Cosa successe a Giuseppe Uva?

Nella notte fra il 14 e il 15 giugno 2008 Giuseppe, 43 anni, venne portato prima alla caserma dei carabinieri di Varese e da lì in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio.

La mattina dopo morì.

Il Gip, a suo tempo, scrisse che “Giuseppe Uva è stato percosso da uno o più presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti materiali e morali”. La stanza citata era nella caserma dei carabinieri di Varese.

C’era anche un testimone, Alberto Biggiogero, che, con cinque anni di ritardo, venne ascoltato. Il confronto durò più di quattro ore.

Biggioggiero era con lui la sera in cui vennero fermati, ubriachi, dai carabinieri mentre spostavano transenne nel centro di Varese. E ai magistrati disse di averlo sentito urlare e chiedere aiuto una volta in caserma.

Nel febbraio del 2017, Biggioggiero verrà arrestato per aver ucciso suo padre dopo una lite.

La presidente di Radicali Italiani, Antonella Soldo, ha rilasciato la seguente dichiarazione, relativamente all’esito del processo d’appello.

“La morte di Giuseppe Uva resta senza colpevoli. Eppure quando un uomo muore nelle mani dello Stato un responsabile c’è: ed è lo Stato stesso.

L’assoluzione perché il fatto non sussiste è un’ingiustizia inferta al corpo martoriato di Uva, e un oltraggio al dolore dei suoi familiari.

Una sentenza del genere nega che l’arresto di Uva sia avvenuto illegalmente e che egli sia stato colpito a morte e che sia stato sottoposto senza ragione a un trattamento sanitario obbligatorio.

Come spesso avviene in questi casi, decine di occhi di pubblici operatori hanno assistito al suo martirio, senza intervenire. Dalla caserma all’ospedale.

Difendere l’onore dell’arma dei carabinieri non vuol dire occultare le responsabilità di alcuni dei suoi indegni esponenti, vuol dire stare dalla parte di chi non ha più voce. Come Giuseppe Uva, e come sua sorella e sua nipote, che da sole si sono battute per rompere un muro di silenzio e ostilità.

Basti ricordare il comportamento del primo pubblico ministero a cui il caso era stato affidato, Agostino Abate: alcuni dei suoi interrogatori si trovano ancora su Youtube e danno la misura della sproporzione di mezzi tra vittime e responsabili in cui questa vicenda si è sviluppata.

Da parte di Radicali italiani tutta la solidarietà alla famiglia di Uva, e l’auspicio che il ricorso in Cassazione ripristini la giustizia per Uva, e per la nostra Repubblica”.




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5 giugno 2018

Ci ricordiamo che il 10 giugno in 7 milioni voteranno in 761 comuni?

Tranne i cittadini direttamente interessati, non sono molti gli italiani al corrente del fatto che il prossimo 10 giugno si voterà per il rinnovo di 761 consigli comunali. Gli elettori che potranno votare sono quasi 7 milioni.

Di questi 761 comuni, 106 hanno una popolazione superiore a 15.000 abitanti (di cui 20 comuni capoluogo di provincia) e 652 inferiore a 15.000 abitanti.

La distinzione è importante perché nei comuni con più di 15.000 abitanti si voterà con il cosiddetto doppio turno. Cioè se nessun candidato a sindaco otterrà il 50% più uno dei voti espressi, andranno al ballottaggio – ci sarà quindi un secondo turno il 24 giugno – i due candidati con il maggior numero di voti.

Nei comuni con meno di 15.000 abitanti ci sarà un solo turno, risultando eletto il candidato a sindaco che otterrà il maggior numero dei voti, pur se non dovesse raggiungere il 50%.

I capoluoghi di provincia coinvolti saranno Brescia, Sondrio, Imperia, Treviso, Vicenza, Massa, Pisa, Siena, Ancona, Terni, Viterbo, Teramo, Avellino, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Ragusa, Siracusa e Trapani. Nello stesso giorno si voterà per rinnovare i consigli circoscrizionali del III e del VIII municipio di Roma Capitale.

Di questi superano i 100.000 abitanti Ancona, Brescia, Catania, Messina, Siracusa, Terni e Vicenza.

In tutta Italia sono sei i comuni che sarebbero dovuti andare al voto, ma nei quali non sono state presentate liste elettorali. Si tratta di un comune calabrese, San Luca, noto per essere il “quartier generale” della ‘ndrangheta, e 5 comuni sardi (Austis, Magomadas, Ortueri, Putifigari e Sarule). Questi comuni saranno commissariati.

Il comune di San Luca è stato sciolto per infiltrazioni mafiose il 17 maggio 2013 dal Consiglio dei ministri e da allora non ha un sindaco né un consiglio comunale.

Le elezioni comunali del 10 giugno rappresentano un appuntamento importante che non dovrebbe essere trascurato.

Per vari motivi.

Per la popolazione interessata, quasi 7 milioni di potenziali elettori, perché sono 20 i capoluoghi di provincia coinvolti e perché saranno un primo test elettorale in cui si potrà anche verificare, parzialmente, il gradimento nei confronti della formazione del nuovo governo, a maggioranza Lega e Movimento 5 Stelle.

Inoltre saranno interessanti tali elezioni perché dimostreranno che sarà possibile già il 10 giugno, o al massimo il 24, conoscere il tipo di governo che amministrerà, probabilmente per 5 anni, i comuni interessati.

Ciò dimostra, come del resto avviene anche in seguito alle elezioni regionali, che sarebbe possibile individuare per il governo nazionale un sistema elettorale che consenta in tempi molto brevi di conoscere la maggioranza in grado di guidare, dal punto di vista politico, l’Italia.

Certo, sarebbe necessario, probabilmente, introdurre un sistema presidenziale, e non parlamentare come quello attualmente vigente, e per questo sarebbe necessario modificare la Costituzione. Ma, eventualmente, il sistema presidenziale potrebbe essere per così dire “temperato”, non contraddistinto da un eccessivo aumento dei poteri del presidente della Repubblica, perché si tratterebbe di eleggere anche il presidente della Repubblica, a questo punto tramite un’elezione diretta, e non solo il Parlamento.

Il modello di riferimento sarebbe il sistema elettorale francese, a doppio turno, per l’elezione del presidente della Repubblica. Da notare che in quel Paese, solo successivamente si elegge il Parlamento. Ma non necessariamente il sistema elettorale da introdurre in Italia dovrebbe essere uguale a quello francese e potrebbe essere appunto caratterizzato da minori poteri attributi al presidente eletto direttamente.




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1 giugno 2018

Nato il nuovo governo, contento Renzi

Dopo molti giorni da quando si sono tenute le elezioni politiche del 4 marzo si è formato il nuovo governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da leghisti e grillini. Il processo di formazione del governo è stato complesso e in più occasioni si è temuto che si dovesse andare a nuove elezioni. Tale eventualità era molto temuta, tra gli altri, da Matteo Renzi, il quale quindi è senza dubbio molto contento che si sia alla fine formato il governo Conte.

Sembra addirittura che quando, nel recente passato, nel corso di una telefonata, Salvini aveva detto a Renzi che vi erano concrete possibilità che si dovesse ricorrere a nuove elezioni, l’ex premier si dimostrò molto preoccupato.

Era certo in buona compagna con altri dirigenti del suo partito, convinti che l’esito di nuove elezioni per il Pd sarebbe stato molto negativo, con un nuovo e pesante insuccesso.

Ma Renzi si sarebbe dovuto preoccupare invece, come del resto l’intero gruppo dirigente del Pd, di analizzare le cause della disfatta elettorale, tra le quali la sua leadership, e di promuovere gli interventi più opportuni per affrontare tali cause, tra i quali la necessità di tenersi in disparte almeno per qualche anno, astenendosi dalla volontà di influenzare le principali decisioni di quel partito.

In realtà Renzi non si è assolutamente messo ai margini né peraltro i suoi oppositori hanno potuto o voluto provare realmente a farlo.

Comunque, a parte Renzi, il Pd fino ad ora non ha analizzato veramente le diverse cause della disfatta elettorale, come già rilevato, né, pertanto, ha nemmeno abbozzato una strategia per rilanciarsi.

A mio avviso, tre sono state le cause più importanti della disfatta elettorale del Pd: una concezione della politica da parte della grande maggioranza del gruppo dirigente, a livello nazionale e locale, come pura e semplice ricerca e gestione del potere, anche personale, l’incapacità di comprendere le esigenze della maggioranza dei cittadini, in primo luogo le paure diffuse soprattutto tra i ceti sociali più deboli, riguardanti i problemi inerenti la sicurezza personale, anche in seguito alla presenza dei migranti, e relative alla situazione economica e occupazionale, in conseguenza dell’aumento delle diseguaglianze verificatosi nel periodo della crisi.

Di qui la percezione del gruppo dirigente del Pd come componente importante del cosiddetto establishment.

Se queste cause non vengono affrontate seriamente o quanto meno se non si tenta neppure di affrontarle, il futuro del Pd sarà tutt’altro che roseo e il rischio di estinzione di questo partite è reale.

Non mi sembra che l’attuale gruppo dirigente, né a livello nazionale né a livello locale, intenda o sia in grado di portare avanti un dibattito che sia contraddistinto dall’analisi delle problematiche appena citate.

Di qui la necessità di un nuovo gruppo dirigente, composto anche dai numerosi amministratori locali che hanno ben governato numerosi comuni o regioni e da iscritti ed elettori in stretto contatto con l’ampio associazionismo che, soprattutto a livello locale, si manifesta, in varie forme, in Italia.

Ma la formazione di questo nuovo gruppo dirigente difficilmente potrà avvenire per scelta esplicita di quello vecchio ma dovrà essere richiesta ed ottenuta in seguito al forte impegno di  un cospicuo numero di iscritti ed elettori di quel partito.

Non c’è alternativa se si vuole davvero salvare il Pd e con esso la sinistra italiana e, soprattutto, fare in modo che, nel breve-medio periodo, si adottino nel nostro Paese delle politiche di sinistra senza lasciare campo libero alla destra che ora ha trovato piena rappresentanza nel nuovo governo sostenuto da leghisti e grillini.




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1 giugno 2018

Se lo spread aumenta non è a causa di un complotto

La situazione economica e finanziaria italiana, negli ultimi giorni, è stato contraddistinta, purtroppo, da un consistente aumento dello spread, della differenza cioè tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici italiani e quelli relativi ai titoli pubblici tedeschi. Peraltro è aumentata anche la differenza tra i tassi sui titoli italiani e i tassi sui titoli pubblici spagnoli. L’aumento dello spread non è però il frutto di un qualche complotto ordito da poteri economico-finanziari esteri per influenzare la situazione politica italiana.

Infatti l’aumento dello spread, come del resto avvenuto in passato, è stato determinato da solide ragioni economico-finanziarie che hanno influenzato i comportamenti di molti operatori, italiani e stranieri.

Prima di procedere nell’illustrazione di tali ragioni, è bene rilevare che l’aumento dello spread, prima o poi, tende ad esercitare effetti negativi sulla situazione di numerose aziende e famiglie italiane.

Non è, infatti, un fenomeno che deve interessare esclusivamente un ristretto numero di addetti ai lavori.

Questo perché, prima o poi, un aumento dello spread provoca un innalzamento dei tassi di interesse sui finanziamenti e sui mutui concessi ad imprese e famiglie dal sistema bancario italiano e ciò ovviamente comporta un aumento dei costi che devono sopportare tali soggetti economici e in tempi molto brevi quanti hanno un mutuo a tasso variabile ad esempio.

Ma quali sono le solide ragioni che hanno influenzato, giustamente, il comportamento di molti operatori, in modo tale da provocare un consistente aumento dello spread?

I tassi sui titoli pubblici di un determinato Paese dipendono anche dai rischi che il detenerli determinata in coloro che li possiedono o che intendono acquistarli. Ad esempio il rischio, reale o ipotizzato, che i titoli pubblici in futuro non possano essere rimborsati.

Ed è del tutto evidente che le ipotesi di uscita dall’euro, createsi soprattutto in seguito alla proposta di nominare ministro il professor Savona, il fallimento del tentativo del professor Conte di formare un nuovo governo, i pesanti attacchi al presidente della Repubblica Mattarella, che hanno di fatto originato una crisi istituzionale senza precedenti, hanno creato una situazione di forte incertezza per le prospettive future, anche a breve termine, politiche ed economiche, del nostro Paese.

E l’incertezza è la principale delle possibili cause che provocano un incremento dei rischi, reali o ipotizzati, nel detenere titoli pubblici, e di qui l’aumento dei tassi sui titoli italiani e di conseguenza l’incremento dello spread, provocato dall’affermarsi di una tendenza a vendere notevoli quantitativi di titoli pubblici del nostro Paese, tendenza manifestata da piccoli e grandi operatori, italiani ed esteri, che ha determinato un riduzione del prezzo di questi titoli e conseguentemente un aumento dei tassi.

Questo è ciò che è avvenuto e rientra nei normali comportamenti che si verificano all’interno dei sistemi finanziarii e che, in passato, si sono verificati più volte, in Italia e in altri Paesi.

Quindi nessun complotto.




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24 maggio 2018

40 anni di legge sull'aborto: #LiberaDiScegliere

L’associazione Luca Coscioni, in prima linea nella tutela delle libertà civili, a 40 anni dall’approvazione della legge sull’aborto, ha realizzato una serie di video tutorial pensati per fornire a quante più donne possibile una corretta informazione sulle modalità di interruzione volontaria di gravidanza. Per questo la campagna è stata realizzata in 6 lingue: italiano, arabo, francese, spagnolo, inglese e romeno e verrà diffusa da oggi sui canali social dell’associazione tramite l’hashtag #LiberaDiScegliere.

Sono le stesse donne a parlare di aborto alle donne:

“Lo sai che in Italia si può interrompere una gravidanza non desiderata?

Dal 22 maggio 1978, grazie alla legge 194, noi donne possiamo decidere sul nostro corpo.

Entro le prime 7 settimane con una pillola, RU486, ed entro 12 settimane e 6 giorni con un intervento chirurgico.

Dopo, si può fare solo se il medico accerta che la gravidanza può essere un pericolo per la tua vita e la tua salute psicofisica.

Ma se hai un rapporto a rischio e temi una gravidanza puoi ricorrere subito alla contraccezione d’emergenza: in farmacia se sei maggiorenne puoi avere la pillola del giorno dopo e la pillola dei 5 giorni dopo senza prescrizione del medico.

Che invece serve solo se hai meno di 18 anni. E non può rifiutarsi di fartela. E il farmacista non può rifiutarsi di servirti.

La legge riconosce l’obiezione di coscienza solo per l’interruzione di gravidanza. E purtroppo, a 40 anni dalla legge, 7 medici su 10 sono obiettori. Ma tu non farti intimidire.

Interrompere una gravidanza è un tuo diritto!

Tante donne hanno lottato perché tu potessi scegliere.

Il corpo è tuo. La scelta è tua.”

Un approccio onnicomprensivo rivolto ad una società multietnica, in risposta anche alle evidenze emerse nell’ultima relazione al Parlamento, in cui il ministro della Salute sottolinea che un terzo delle interruzione volontarie di gravidanza totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere, le quali fanno registrare un tasso di abortività maggiore delle italiane relativamente a tutte le classi di età (quella di 20-24 anni per le straniere rimane la più colpita, con un tasso 3.5 volte superiore a quello delle italiane; mentre per le italiane i tassi più alti si osservano tra i 25 e i 29 anni).

“Nonostante la relazione evidenzi in generale una “diminuzione” del ricorso all’Ivg, è fondamentale tenere bene a mente – in un paese in cui 7 ginecologi su 10 sono obiettori e che dunque rendono difficile l’accesso in sicurezza all’IVG – l’esistenza di un numero ‘sommerso’ di donne che si affidano al web o ad altri canali per cercare pratiche di aborto clandestino” – ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato, segretario dell’associazione Luca Coscioni.

“Per una corretta applicazione della legge – ha proseguito Gallo – occorre garantire la non interruzione del servizio di Ivg e favorire l’utilizzo del metodo farmacologico ove possibile al posto dell’intervento chirurgico, privilegiando il ricovero in regime di Day Hospital o l’ambito  ambulatoriale.

Questo consentirebbe di risparmiare risorse da investire in consultori, contraccezione e nella promozione di una corretta informazione per tutti. Il nostro appello al ministro della Salute vuole garantire la salute riproduttiva delle donne, una corretta informazione e la difesa di diritti fondamentali”.

“Per un medico che deve interrompere una gravidanza, garantire la salute della donna significa poter operare secondo le regole della buona pratica clinica, sia rispetto alla scelta del metodo che riguardo l’accessibilità ai servizi di Ivg – ha rilevato Mirella Parachini, ginecologa e membro della direzione dell’associazione Luca Coscioni -.

E’ inoltre fondamentale regolamentare l’obiezione di coscienza al fine di garantire i diritti delle donne che chiedono di accedere all’Ivg e anche dei pochi medici che non sono obiettori di coscienza.

Il Consiglio di Europa ha già condannato due volte l’Italia per le condizioni in cui si applica la 194”.




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24 maggio 2018

Siamo sempre più stupidi

Vittorino Andreoli è un noto psichiatra ed anche un prolifico scrittore. E’ stato intervistato da Flavia Piccinni suwww.huffingtonpost.it. “Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”, ha tra l’altro affermato.

Ecco l’intervista, che riporto integralmente per il suo notevole interesse ed anche perché condivido gran parte delle risposte di Andreoli.

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c’è?

La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c’è qualcuno che gli ha portato via l’oggetto d’amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

E la distruttività?

La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. E’ una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?

C’è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C’è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?

La frustrazione e l’insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?

Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?

Sa, c’è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso…

Adesso?

Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?

Perché governa l’irrazionalità! Domina l’assurdo. Non c’è il senso dell’etica. Peggio di così… E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all’homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all’homo sapiens sapiens.

No! In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?

Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l’uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l’uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?

Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l’aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?

No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c’è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta…

Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c’è, ma è come se non ci fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c’è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l’imitazione in televisione.

L’ho vista poco tempo fa. Considero l’umorismo e l’ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l’uomo rotto. E l’ho sempre cercato con un’arma, l’ironia. Anche se non l’ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffingtonpost fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?

L’Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?

Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?

Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all’epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.

Ecco: ormai non c’è l’etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l’io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l’aumento della violenza sulle donne?

Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell’uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: “Più terribile della morte è la donna, solo l’uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato”.

Dopo cosa è accaduto?

Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C’è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell’uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

Lei come si sente?

Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?

Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. E’una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all’io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l’io insieme all’altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?

Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.

Io non stimo molte persone, ma quell’uomo di Nazareth, quell’uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?

Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell’umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?

L’economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?

Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? “Non è niente per me”. Ecco, così divento infelice e un po’ arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?

Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.




permalink | inviato da paoloborrello il 24/5/2018 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 maggio 2018

I proprietari di un'azienda di prodotti per animali saranno cani e gatti

Almo Nature è stata la prima azienda al mondo a produrre cibo per cani e gatti con il 100% di ingredienti Hfc (Human Food Chain). Ciò significa utilizzare materie prime originariamente destinate al consumo umano. Nel 2017 il suo fatturato è stato pari a 75 milioni di euro, con un utile di una decina di milioni. Nel 2018 Almo Nature verrà donata alla fondazione Capellino. Almo Nature diventerà di fatto “owned by the animals” (proprietà dei cani e dei gatti e degli animali in genere).

I profitti generati dai prodotti verranno utilizzati per proteggere i gatti, i cani e la biodiversità attraverso la fondazione Capellino. La fondazione avrà come unica finalità la salvaguardia della biodiversità e la difesa dei cani e dei gatti.

Più precisamente Almo Nature diventerà in luglio proprietà della fondazione (attraverso un atto di donazione) terminati i passaggi burocratici di legge ma il godimento sui profitti, varrà retroattivamente dal 1° gennaio 2018.

Come si può leggere nel sito di Almo Nature, gli obiettivi principali  della fondazione saranno quelli di rappresentare al meglio tutti coloro che condividono i valori del fondatore, Pier Giovanni Capellino, di essere uno strumento per dare più voce a chi ha un animale domestico e a chi ha a cuore la biodiversità e un nuovo modello per migliorare la qualità della vita, anche delle persone che lavorano con l’azienda.

Ci sono al momento due progetti.

Il primo è un progetto che ha come obiettivo di ridurre il numero di cani e gatti abbandonati e fissare delle regole per la gestione responsabile degli animali a livello europeo.

Il secondo è un progetto con l’obiettivo ultimo di armonizzare la coesistenza tra allevatori e animali predatori selvatici, così che la biodiversità sia un’opportunità per migliorare la qualità della vita.

E la fondazione Capellino sarà il proprietario unico di Almo Nature. Almo Nature non perseguirà un interesse privato, bensì l’interesse degli animali, sviluppando un nuovo modello di azienda. Almo Nature sarà, di fatto, “owned by the animals” (diventando proprietà dei cani, gatti e animali in generale).

La fondazione non avrà proprietari.  Risponderà all’autorità pubblica attraverso i suoi organi di gestione. Il fondatore avrà il solo diritto di essere membro a vita del consiglio di amministrazione.

La fondazione non distribuirà benefici a nessun individuo privato. In caso di scioglimento della fondazione, i suoi beni diventeranno proprietà dello Stato.

La fondazione sarà gestita da un consiglio di amministrazione che opererà con assoluta trasparenza, sotto il controllo delle autorità pubbliche. Ogni anno verranno pubblicati un bilancio chiaro e certificato, nonché i risultati ottenuti.

La fondazione si finanzierà con tutti i profitti (dividendi) maturati dal 1° gennaio 2018 ed inoltre  tutti i beni di proprietà di Almo Nature verranno donati alla fondazione.

Secondo il fondatore, quanto sarà realizzato non sarà un’operazione di marketing. Lo sarebbe se Almo Nature avesse creato una fondazione cui destinare parte dei suoi utili.

Non è il caso di Almo Nature perché tutta la proprietà di Almo Nature passerà alla fondazione diventandone strumento al 100%. Cioè il 100% degli utili passeranno alla fondazione.

Dal capitalismo speculativo si passerà al capitalismo solidale: Almo Nature sarà un esempio di capitalismo solidale, secondo Pier Giovanni Capellino.




permalink | inviato da paoloborrello il 17/5/2018 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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