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12 aprile 2021

Nel lavoro le donne le più colpite dalla pandemia

Durante la pandemia sono state le donne ad essere state le più colpite per quanto riguarda il lavoro. Alcuni studi lo dimostrano chiaramente.

Di questo tema si occupano Daniela Del Boca, Noemi Oggero, Paola Profeta e Maria Cristina Rossi, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

Secondo quanto rilevato con il progetto europeo “Clear”, nella prima ondata, più uomini che donne hanno continuato a lavorare al posto di lavoro usuale, più donne che uomini hanno lavorato da casa e un numero maggiore di uomini ha perso il lavoro.

Nella seconda ondata invece più donne e più uomini restano al lavoro usuale rispetto alla prima fase (perché le misure sono meno restrittive e continuative), ma più donne che uomini lavorano da casa e perdono il lavoro.

Inoltre, le donne hanno dedicato un numero maggiore di ore al lavoro domestico rispetto ai partner sia prima dell’emergenza Covid-19 che durante la prima e la seconda ondata. Il numero di ore è comunque più alto per le donne soprattutto nella prima ondata.

Le donne  quindi hanno lavorato più ore in famiglia.

In quasi tutte le possibili combinazioni di modalità lavorative le donne hanno dedicato, infatti, più ore dei loro partner al lavoro domestico.

La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano da casa (1,81 ore).

Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne hanno dedicato comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40 ore al giorno).

La distribuzione del lavoro familiare ha penalizzato le donne anche nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia lavoravano da casa.

Le donne italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante tutto il 2020.

Questo è dovuto anche alla chiusura delle scuole, che in Italia è stata la più lunga di tutta Europa: 105 giorni dal marzo a giugno 2020 contro meno di 60 giorni in altri Paesi europei.

Ha contribuito a questa situazione anche la mancanza dell’aiuto dei nonni, che prima della pandemia erano responsabili (almeno occasionalmente) della cura dei nipoti e ora non più, a causa dei rischi di contagio (indagine Istat multiscopo).

Anche i dati Istat per il 2020 evidenziano un peggioramento del lavoro delle donne.

Il tasso di occupazione femminile è passato dal 50 al 48,6% nel 2020, mentre per gli uomini è rimasto quasi invariato.

L’offerta di lavoro femminile si è ridotta, come evidenziato da un tasso di inattività femminile molto più alto di quello maschile.

Questi dati confermano risultati di ricerche precedenti di altri Paesi che hanno analizzato l’impatto della pandemia su occupazione, disoccupazione e tassi di inattività, riportando un effetto negativo più significativo sulle donne e in particolare sulle madri.

Sia fattori relativi alla domanda di lavoro (sovra-rappresentazione delle donne nei settori dei servizi più vulnerabili con contratti a tempo determinato e part-time) che fattori relativi all’offerta (difficoltà di conciliazione lavoro e famiglia dovuta alla chiusura delle scuole e aggravio del lavoro familiare) hanno contribuito a questo risultato.

La situazione di emergenza che continua anche nel 2021 può provocare un potenziale peggioramento del divario di genere nel mercato del lavoro.

Mi sembra evidente, comunque, che gli svantaggi delle donne relativamente al lavoro sono stati solamente accentuati, talvolta in misura considerevole, dalla pandemia.

Esistevano anche prima della pandemia e colpivano le donne italiane in misura maggiore rispetto alle donne di altri Paesi.

Pertanto, credo, quanto avvenuto e quanto avviene nel corso della pandemia, deve essere uno stimolo per affrontare con interventi adeguati problemi, strutturali, che interessano da tempo il lavoro femminile.

E’ auspicabile che con lo stesso Recovery Plan ci si interessi della risoluzione dei problemi qui presi in esame.




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8 aprile 2021

La Spagna meglio dell'Italia, per l'eutanasia

Il Parlamento spagnolo ha approvato definitivamente, il 18 marzo scorso, una legge sull’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito. In Italia invece non si riesce nemmeno a discutere in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare sull’eutanasia, presentata già da alcuni anni.

Questa legge ha reso la Spagna il sesto paese al mondo a riconoscere il diritto ad un fine-vita dignitoso, dopo i Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Canada e di recente la Nuova Zelanda.

In Svizzera, il suicidio assistito “per motivi non egoistici” è legale come in alcuni stati degli Stati Uniti d’America e dell’’Australia.

In Germania, Austria, Italia e Perù sono state emesse delle sentenze delle rispettive Corti Supreme che permettono l’assistenza al suicidio invitando i Parlamenti relativi di legiferare in tal senso.

La legge in questione consentirà alle persone che soffrono di una condizione di salute grave e incurabile di richiedere e ricevere assistenza per porre fine alla propria vita.

Diversi membri del Parlamento hanno sottolineato che i sondaggi mostrano che la maggioranza degli spagnoli (nel 2019 era favorevole l’83% della popolazione e, sempre nel 2019, il 69% dei medici) è favorevole alla regolamentazione del diritto di morire.

“E’ una richiesta della società civile che supera le differenze ideologiche”, ha affermato il ministro della Salute Salvador Illa del Partito Socialista Operaio Spagnolo e che l’approvazione del disegno di legge dimostra che la Spagna è “un paese democratico e maturo. Non potevano rimanere impassibile davanti a una sofferenza insopportabile”.

Solo i gruppi di centrodestra - il Partito Popolare (Pp), Vox e l’Unione del Popolo Navarrese (Upn) - hanno votato contro il disegno di legge.

Tra le disposizioni più significative della legge va considerato l’articolo 3 che definisce alcuni concetti tra i quali:

il consenso informato di un paziente in piena facoltà di intendere e volere significa di ricevere l’informazione adeguata a poter chiedere il fine-vita volontario;

la necessità che vi sia “una malattia grave, cronico e disabilitante”, condizione che riguardi una persona affetta di limitazione che incidono direttamente sulla attività fisica autonoma e su quella della vita quotidiana, in maniera tale che limita la sua autonomia e che detta condizione causi una sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile senza possibilità di sollievo che la persona considera tollerabile, con una prognosi di vita limitata e in un contesto di fragilità progressiva;

l’obiezione di coscienza cioè il diritto individuale del personale sanitario di non accettare la richiesta del paziente di terminare la vita;

la prestazione dei medici avviene in due modi: la somministrazione diretta di una sostanza letale da parte del personale sanitario competente oppure la prescrizione o la consegna al paziente da parte del personale sanitario di una sostanza letale, in modo che questo possa autonomamente somministrarsela per causare la propria morte (la legge non indica che un medico deve essere presente al momento dell’autosomministrazione).

E invece in Italia non si riesce nemmeno a discutere in Parlamento la proposta di iniziativa popolare che, a certe condizioni, consentirebbe l’eutanasia, proposta promossa dall’associazione Luca Coscioni e presentata già da alcuni anni.

Peraltro, anche la Spagna come l’Italia è un Paese cattolico, ma i comportamenti dei Parlamenti sono stati molto diversi.

Anche in Italia, poi, secondo alcuni sondaggi, la maggioranza della popolazione sarebbe favorevole all’eutanasia.

Non vale come motivo per non trattare il tema dell’eutanasia che, in periodo di pandemia, ci sono problematiche più importanti da trattare. Ovviamente anche in Spagna c’è la pandemia eppure quella legge è stata approvata.

Sarebbe necessario che il centrosinistra, e in primo luogo il Pd, ora guidato da Enrico Letta il quale si propone di tenere in maggiore considerazione le esigenze della società italiana, dovrebbe battersi con impegno affinchè sia approvata dal Parlamento una legge che consenta l’eutanasia.

E’ normale che il centrodestra si opponga, come del resto avvenuto anche in Spagna, all’approvazione di una tale legge. Non è normale, a mio avviso, che il centrosinistra si comporti nello stesso modo. Peraltro è possibile che alcuni parlamentari dello stesso centrodestra votino a favore di una legge sull’eutanasia.

Certamente, dell’attuale maggioranza di governo fa parte la Lega che è fortemente contraria all’eutanasia, ma credo che sia possibile che su temi di natura etica, come l’eutanasia, si formi in Parlamento una maggioranza diversa, che non comprenda la Lega.

Non necessariamente il governo deve prendere una posizione al riguardo. E’ in Parlamento che si deve decidere se approvare una legge simile a quella approvata in Spagna oppure no.

E io spero che, quanto prima, il Parlamento quanto meno si esprima su una proposta di legge che consenta in Italia l’eutanasia.




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29 marzo 2021

Utilizziamo troppo gli smartphone

Nel dicembre 2020 gli italiani che hanno utilizzato internet tramite gli smartphone sono stati 35 milioni pari all’87% della “popolazione internet”, con un incremento di 1,5 milioni rispetto a un anno prima (+4,5%). Inoltre, in media sono state trascorse 77 ore al mese online da device mobili (+29% rispetto a dicembre 2019), pari all’83% del tempo speso a navigare su internet.

Tale aumento è stato determinato soprattutto dall’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia che ha costretto gli italiani a trascorrere più tempo a casa.

Questi dati sono contenuti in uno studio realizzato dall’osservatorio mobile B2c strategy della School of Management del Politecnico di Milano.

“L’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 che ha caratterizzato il 2020, e che purtroppo è ancora in corso, ha messo ancor più a nudo l’arretratezza dell’Italia in termini di digitalizzazione, sia dei cittadini sia delle imprese.

In questo scenario complicato, un dato che colpisce è il ruolo che il mobile gioca nel nostro Paese.

La penetrazione di questo dispositivo, infatti, è superiore a quella dei Pc; siamo il secondo Paese in Europa per sola penetrazione della banda larga mobile e tra i Paesi più avanzati nello sviluppo del 5G; il 36% degli utenti internet italiani naviga solo da mobile, contro una media del 23% nei 5 più grandi Paesi europei e del 14% in USA” ha dichiarato Andrea Rangone, responsabile scientifico dell’osservatorio mobile B2c strategy del Politecnico di Milano.

“Ennesima conferma della rilevanza di questo canale si è avuta proprio nell’anno in cui la maggioranza della popolazione è restata per gran parte del tempo in casa.

Il 2020 ha dimostrato definitivamente come il tema della mobilità non sia più discriminante: lo smartphone è il device preferito dagli italiani per via dell’esperienza semplice e veloce e della possibilità di accesso continuo”, ha aggiunto Rangone.

Io ritengo che questo utilizzo da parte di noi italiani dello smartphone rispetto ad altri device sia eccessivo e debba essere ridotto.

Internet può essere uno strumento molto utile ma l’uso dello smartphone, invece di altri device, può ridurre considerevolmente la sua utilità, almeno a mio giudizio.

E’ evidente che connettersi tramite smartphone tende a privilegiare l’utilizzo dei social rispetto ad altri usi, anche restando nell’ambito del divertimento, come la visione di film o serie tv.

Limita inoltre l’accesso alle informazioni fornite da giornali online, quindi da fonti più qualificate rispetto alle fonti informative disponibili sui social.

Certo utilizzare lo smartphone è più comodo rispetto ad altri device.

Ma come ho già rilevato, penso che debba essere ridotto.

E non si deve credere che l’uso privilegiato dello smartphone sia caratteristico solamente dei più giovani. Anche gli adulti lo utilizzano molto, troppo.




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25 marzo 2021

Con la pandemia gli italiani e le Regioni non sono cambiati

In diverse regioni la campagna vaccinale non ha sempre privilegiato gli anziani e le persone “fragili”. Sono stati vaccinati anche gli appartenenti a determinate categorie il cui potere contrattuale evidentemente era tale che gli amministratori regionali hanno voluto accogliere le loro richieste.

Spesso si è sostenuto che con la pandemia i comportamenti degli italiani sarebbero cambiati. Si sarebbe, ad esempio, accresciuta la loro solidarietà, sarebbero diventati più “buoni”, insomma.

E quindi le Regioni avrebbero assecondato i loro nuovi comportamenti.

Ciò non è avvenuto.

Gli italiani, o quanto meno una parte consistente, hanno tentato di sopravanzare chi aveva più diritto a vaccinarsi, senza alcuna remora, chiedendo favori a questo o a quello.

E molte Regioni hanno accolto queste richieste.

Quindi, la percentuale di anziani vaccinati è ancora del tutto insufficiente, mentre sono stati vaccinati magistrati, avvocati, il personale amministrativo delle Asl.

Certo ci sono molti italiani che si sono comportati bene ed così anche diverse Regioni.

Ma, in molti casi, ci si è comportati male, molto male.

E, poiché le decisioni ultime spettavano alle Regioni, è necessario che cambino in primo luogo le Regioni.

Devono essere ridotti i poteri delle Regioni, nel settore dove hanno più competenze, la sanità.

Del resto anche prima della pandemia molte Regioni non hanno gestito nel modo migliore, tutt’altro, i servizi sanitari.

Molte Regioni, inoltre, hanno poco  e male utilizzato i fondi provenienti dall’Unione europea.

Quindi anche dalla gestione dell’emergenza sanitaria, e nell’ambito di essa, della campagna vaccinale, emerge la necessità, se si vuole utilizzare uno slogan, che ci sia più Stato e meno Regioni.

Vanno ridefinite le competenze, le funzioni, attribuite alle Regioni. E’ indispensabile.

Quanto ai comportamenti degli italiani, è difficile attendersi un miglioramento, soprattutto in tempi brevi, e, pertanto, le regole che ostacolano il verificarsi di comportamenti inaccettabili devono diventare più stringenti.




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22 marzo 2021

Come prevedibile ci siamo già dimenticati del Congo

E’ passato solo un mese dall’uccisione dell’ambasciatore Attanasio in Congo e già i media italiani si sono dimenticati di quanto avviene in quel Paese. Per la verità non si sa nemmeno se siano stati individuati gli assassini di Attanasio e ed eventuali responsabilità nel non aver garantito le necessarie condizioni di sicurezza nel viaggio durante il quale fu ucciso Attanasio.

L’assassinio dell’ambasciatore fu l’occasione per esaminare la difficile situazione che contraddistingue il Congo.

E’ passato solo un mese e i media italiani non si occupano più del Congo.

Perché ciò è avvenuto?

Le responsabilità non solo sono dei media ma anche di chi utilizza i media, cioè di tutti noi.

Infatti, in primo luogo, in Italia, nei media e altrove, c’è uno scarso interesse relativamente ai temi di politica estera.

Ancora maggiore è il disinteresse nei confronti della situazione dei Paesi poveri, in particolar modo dei Paesi africani.

Ci si occupa degli africani solo quando sbarcano in Italia e quando alcuni, oggi meno che in passato fortunatamente, evidenziano una presunta e inesistente invasione dei profughi africani.

Era prevedibile, per la verità, che ci si dimenticasse così rapidamente del Congo.

Mi sarei stupito se fosse avvenuto il contrario.

Pertanto vorrei ricordare alcune cose.

La Repubblica del Congo è falcidiata da guerre, dall’Ebola e dalla fame.

Le regioni del Nord Est sono contraddistinte dalla presenza di molti gruppi di guerriglieri che si contendono il controllo dei giacimenti del sottosuolo e che vessano la popolazione con una guerra strisciante, assaltando villaggi, compiendo razzie, stuprando le donne e arruolando i bambini nelle proprie fila.

L’epidemia di Ebola non smette di mietere vittime, I contagi sono numerosi, il tasso di mortalità è del 67% e a rendere sempre più complesso l’intervento degli operatori umanitari sono i continui scontri tra i ribelli e le forze regolari.

13 milioni di congolesi vivono nell’insicurezza alimentare e 5 milioni sono bambini.

Alcune recenti valutazioni dimostrano che la fame si sta aggravando nella provincia dell’Ituri, in particolare nelle zone colpite dal conflitto tra gli Hema e i Lendu.

E parallelamente a questo si è registrato anche l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e l’impossibilità di avere accesso a una dieta alimentare varia anche a causa dei danni alle colture dovuti agli insetti.

Pertanto migliaia di congolesi si rifugiano nella confinante Uganda,  nei centri ugandesi si registrano spesso casi di sovraffollamento e le strutture di accoglienza sono al collasso.




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22 marzo 2021

Il debito pubblico non deve preoccupare troppo

Nel 2020, in molti Paesi, il debito pubblico è fortemente aumentato per contrastare gli effetti economici negativi determinati dalla pandemia. Infatti è aumentata la spesa pubblica finanziata in deficit, tramite l’emissione di titoli pubblici.

Quindi sono aumentati i valori dei rapporti tra debito pubblico e Pil. E tali valori sono diventati molto elevati soprattutto nei Paesi, come l’Italia, che già erano contraddistinti da valori alti.

Non c’era altra strada per contrastare gli effetti economici negativi causati dalla pandemia.

Però già si sono manifestate forti preoccupazioni circa i valori assunti dai debiti pubblici, soprattutto in prospettiva, quando finalmente scomparirà la pandemia o quanto meno quando l’emergenza sanitaria da essa provocata cesserà o diminuirà notevolmente.

Ovviamente si dovrà operare per ridurre i debiti pubblici e già è iniziato il dibattito circa le iniziative più appropriate per ottenere questo obiettivo.

E’ bene però rilevare fin da ora che non ci si deve preoccupare troppo dei livelli elevati raggiunti dai debiti pubblici.

Il motivo principale è il seguente: una parte consistente del debito pubblico mondiale è detenuto dalle banche centrali. E ciò è rassicurante, ovviamente.

Considerando infatti le quattro principali aree economiche avanzate del mondo - Stati Uniti, Eurozona, Giappone e Gran Bretagna - circa il 24% del debito pubblico è detenuto dalle banche centrali. In valore assoluto oltre 13.000 miliardi di dollari su 56.000 miliardi.

Se si scorporasse il debito pubblico, nelle aree economiche considerate, di quella componente il rapporto tra il debito pubblico e il Pil si ridurrebbe dal 137% al 104%. Nell’Eurozona passerebbe dal 101% al 75%. In Itali scenderebbe dal 155,6% al 122%.

Perché tale situazione rende molto meno preoccupante il fatto che i debiti pubblici hanno raggiunto valori molto elevati?

Perché le banche centrali non possono essere considerate come detentori qualsiasi del debito di uno Stato.

Infatti i titoli pubblici da esse detenuti potrebbero rimanere custoditi, e quindi in qualche modo “sterilizzati”, nei loro forzieri  per un periodo che si protrae  indistintamente, se non addirittura in eterno.

E questa è un’ipotesi credibile. Mentre è improbabile che si decida addirittura di cancellare il debito pubblico posseduto dalle banche centrali.

Ma la sola sterilizzazione sarebbe un fatto positivo e condizionerebbe molto meno le politiche economiche dei Paesi con elevati valori del debito pubblico.

Del resto la sterilizzazione sarebbe ampiamente giustificata dalla gravità della situazione economica e sociale venutasi a creare da un’inattesa e così diffusa pandemia.




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22 marzo 2021

Letta sarà un buon segretario del Pd ma...

Enrico Letta è stato eletto, quasi all’unanimità, segretario del Pd, dall’assemblea nazionale, dopo le improvvise e inattese dimissioni di Nicola Zingaretti. Letta è una persona seria, competente, davvero intenzionato a cambiare il Pd. Ma ci riuscirà?

Per la verità il suo intervento all’assemblea non è stato contraddistinto da novità molto rilevanti.

Ha sostenuto che è necessario cambiare il Pd, che occorre intensificare le relazioni con le diverse componenti della società italiana, che il Pd si deve aprire all’esterno, che si deve sviluppare il ruolo dei circoli, delle donne e dei giovani, all’interno del partito.

Tali obiettivi sono stati evidenziati anche da Zingaretti e da altri segretari.

Ma i risultati sono stati del tutto insoddisfacenti.

E Letta riuscirà veramente a perseguirli? Riuscirà veramente a cambiare radicalmente, come necessario, il Pd?

E se Letta riuscirà a perseguire gli obiettivi che si è proposto non dipenderà solo dagli ostacoli che senza dubbio gli verranno frapposti all’interno del Pd, soprattutto dalle diverse correnti.

Ma dipenderà soprattutto dallo stesso Letta.

Saprà prendere le decisioni necessarie, anche radicali, anche quelle che potranno causare forti opposizioni all’interno dell’attuale gruppo dirigente nazionale del Pd?

In passato Letta non è stato un “decisionista”. Sembra che sia cambiato. Ma il suo cambiamento gli consentire di assumere decisioni forti e realmente innovative?

I dubbi sono legittimi, a mio avviso.

Anche perché si tratta, in primo luogo, di superare i limiti che si manifestarono fin dalla fondazione del Pd che rappresentò soprattutto la fusione tra i gruppi dirigenti di due partiti e non, come ci si proponeva, la fusione tra persone appartenenti a culture politiche diverse.

Peraltro Letta inizia il suo incarico da una posizione di forza: non c’erano e non ci sono alternative di uno spessore culturale e politico uguale al suo.

Potrebbe quindi prendere delle decisioni, tali da suscitare anche forti opposizioni all’interno del Pd, nella consapevolezza che dopo di lui, dopo eventuali sue dimissioni, il partito finirebbe nel caos.

Io credo quindi che il successo di Letta dipenderà principalmente da lui, pur nella consapevolezza che gli obiettivi che si propone sono difficili da perseguire, indipendentemente dagli eventuali ostacoli che si manifesteranno all’interno del Pd.

Né sarà possibile perseguire tali obiettivi in tempi brevi. Occorrerà tempo.

Ma la direzione verso cui si rivolgerà l’azione di Letta deve essere subito chiara e decisa, senza accettare troppi compromessi.




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22 marzo 2021

Impressionante l'aumento della povertà

Un aumento della povertà nel 2020, a causa della pandemia, era più che prevedibile. Ma le dimensioni di tale aumento, così come dimostrano i recenti dati forniti dall’Istat, sono veramente molto consistenti, superiori alle aspettative.

Infatti, nel 2020, le famiglie in povertà assoluta erano oltre 2 milioni (il 7,7% del totale, dal 6,4% del 2019, +335.000) per un numero complessivo di individui pari a circa 5,6 milioni (il 9,4% del totale, dal 7,7% del 2019, ossia oltre 1 milione in più rispetto all’anno precedente).

L’incremento della povertà assoluta è stato maggiore nel Nord del Paese e ha riguardato 218.000 famiglie (il 7,6% dal 5,8% del 2019), per un totale di 720.000 individui.

Sono peggiorate anche le altre ripartizioni ma in misura meno consistente. Il Mezzogiorno resta l’area dove la povertà assoluta è più elevata: ha coinvolto il 9,3% delle famiglie contro il 5,5% del Centro.

L’incidenza della povertà assoluta è cresciuta soprattutto tra le famiglie con una sola persona di riferimento occupata (7,3% dal 5,5% del 2019). Si tratta di oltre 955.000 famiglie in totale, 227.000 famiglie in più rispetto al 2019. Tra queste ultime, oltre la metà ha come persona di riferimento un operaio o assimilato (l’incidenza passa dal 10,2 al 13,3%), oltre un quinto un lavoratore in proprio (dal 5,2% al 7,6%).

L’aumento della povertà assoluta è stata accompagnata da un calo record della spesa per consumi delle famiglie (su cui si basa l’indicatore di povertà).

Infatti, nel 2020, la spesa media mensile è tornata ai livelli del 2000 (2.328 euro, -9,1% rispetto al 2019). Sono rimaste stabili solo le spese alimentari e quelle per l’abitazione mentre sono diminuite drasticamente quelle per tutti gli altri beni e servizi (-19,4%).

E’ opportuno rilevare che sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita dall’Istat attraverso il paniere di povertà assoluta.

Quindi circa il 10% della popolazione era, nel 2020, in condizioni di povertà assoluta, con un aumento di oltre 1 milione di persone rispetto all’anno precedente.

Mi sembra del tutto evidente, pertanto, che sia necessario un consistente incremento delle risorse finanziare da destinare a questa componente della popolazione, sia che si decida di mantenere il reddito di cittadinanza sia che si adottino altre forme di supporto economico rivolte alle persone che si trovano in condizioni di povertà assoluta.




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4 marzo 2021

La pandemia e l'istruzione

La pandemia, e le conseguenti misure restrittive adottate, ha determinato una forte riduzione, in Italia, della frequenza in presenza degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Save the Children ha analizzato alcuni dati senza dubbio interessanti.

Senza voler essere esaustiva, l’analisi di Save the Children ha preso in considerazione 8 capoluoghi di provincia, con l’obiettivo non di fare una classifica di merito, ma di fotografare la situazione ad oggi, anche in vista di nuovi possibili provvedimenti di chiusura delle scuole, a fronte dell’aggravarsi della situazione sanitaria.  

Dall’analisi condotta emerge come gli studenti si siano trovati a frequentare i loro istituti scolastici anche per molto meno della metà dei giorni teoricamente previsti.

Nel corrente anno scolastico, da settembre 2020 a fine febbraio 2021, i bambini delle scuole dell’infanzia a Bari, per esempio, hanno potuto frequentare di persona 48 giorni sui 107 previsti, contro i loro coetanei di Milano che sono stati in aula tutti i 112 giorni in calendario.

Gli studenti delle scuole medie a Napoli sono andati a scuola 42 giorni su 97 mentre quelli di Roma sono stati in presenza per tutti i 108 giorni previsti.

Per quanto riguarda le scuole superiori, i ragazzi e le ragazze di Reggio Calabria hanno potuto partecipare di persona alle lezioni in aula per 35,5 giorni contro i 97 del calendario, i loro coetanei di Firenze sono andati a scuola 75,1 giorni su 106.

La pandemia che lo scorso anno ha costretto gli studenti a interrompere bruscamente la loro presenza a scuola tre mesi prima della conclusione dell’anno scolastico, ha quindi duramente segnato anche nel 2020/2021 la loro possibilità di frequentare le aule scolastiche.

I dati evidenziano forti differenze fra le città, legate all’andamento del rischio di contagio così come alle differenti scelte amministrative.

I numeri rilevati si riferiscono alle giornate scolastiche vissute in presenza, evidenziando quei territori dove gli studenti hanno fruito di periodi più lunghi di didattica a distanza, con le difficoltà che questo ha comportato in termini di accessibilità e per la perdita di opportunità relazionali dirette tra pari e con i docenti.

“Sappiamo bene quanto le diseguaglianze territoriali abbiano condizionato in Italia, già prima della pandemia, la povertà educativa dei bambini, delle bambine e dei ragazzi - ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children - a causa di gravi divari nella offerta di servizi per la prima infanzia, tempo pieno, mense, servizi educativi extrascolastici.  

Ora anche il numero di giorni in cui le scuole, dall’infanzia alle superiori, hanno garantito l’apertura nel corso della seconda ondata Covid mostra una fotografia dell’Italia fortemente diseguale, e rivela come proprio alcune tra le regioni particolarmente colpite dalla dispersione scolastica già prima della pandemia siano quelle in cui si è assicurato il minor tempo scuola in presenza per i bambini e i ragazzi. Il rischio è dunque quello di un ulteriore ampliamento delle diseguaglianze educative”.

“Questi dati non possono lasciare indifferenti. Anche alla luce dei nuovi sviluppi della pandemia - ha proseguito Raffaela Milano - occorre mettere la scuola concretamente al primo posto, facendo ogni possibile sforzo per assicurare la prevenzione e la tutela della salute per gli studenti ed il personale scolastico e mantenere le scuole aperte in sicurezza, ricorrendo alla didattica a distanza solo nei casi di acclarata impossibilità di proseguire le lezioni in aula.

Allo stesso tempo, è necessario predisporre programmi e risorse che sin da subito e nel medio e lungo periodo - compreso il periodo estivo – che consentano ai bambini e ai ragazzi dei contesti più deprivati che hanno subìto più a lungo periodo la lontananza dalla scuola e le maggiori difficoltà nella didattica a distanza di poter superare questo gap di apprendimento e di socialità.

La scuola non può essere lasciata da sola di fronte a questa sfida, ed è essenziale il coinvolgimento di tutte le risorse civiche e associative dei territori, con lo sviluppo dei patti educativi di comunità.

Nel momento in cui tutte le categorie del Paese denunciano, comprensibilmente, la perdita di fatturato economico del proprio settore, occorre prestare attenzione ad una perdita meno visibile nell’immediato, ma estremamente grave per il futuro di intere generazioni”.

Io sono totalmente d’accordo con le considerazioni svolte dalla rappresentante di Save the Children.

E’ del tutto evidente che la tutela della salute di insegnanti e studenti viene prima di tutto.

Ma non credo che, almeno in passato, in Italia sia stato fatto tutto il possibile per garantire quella tutela e, contemporaneamente, consentire il più possibile la frequenza in presenza. E ciò è avvenuto soprattutto nelle regioni meridionali.

Più in generale, ciò si è verificato perché, come del resto anche prima della pandemia, l’istruzione non è considerata, concretamente, non a chiacchiere, come un obiettivo prioritario.

Io spero che, nel prossimo futuro, anche grazie al Recovery Plan, vi sia un’inversione di tendenza.

E’ necessario per molti motivi, anche per i benefici economici che ciò comporterebbe.




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1 marzo 2021

Il Recovery Plan deve far crescere il Pil

E’ noto che nel 2020 il Pil in Italia, a causa della pandemia, è diminuito fortemente. Si ipotizza che la riduzione sia stata pari a circa il 9%. Anche negli anni precedenti, però, l’andamento del Pil, nel nostro Paese, è stato insoddisfacente. Di qui un ulteriore motivo perché il Recovery Plan sia finalizzato, soprattutto, ad ottenere, nei prossimi anni, una notevole crescita del Pil.

Se si considera l’andamento del Pil in Italia negli ultimi 20 anni, dal 2001 in poi, generalmente, quando si è verificata una recessione, il Pil in Italia è diminuito di più rispetto alla media europea. Quando invece è aumentato, è cresciuto di meno della media europea.

Alcuni dati dimostrano con chiarezza quanto avvenuto.

Nel 2001 il Pil italiano valeva il 17,7% del Pil complessivo dei Paesi dell’Eurozona. Oggi invece vale il 14,5%.

Nel 2001 il Pil pro capite in Italia era uguale alla media dei Paesi dell’Eurozona. Oggi invece è pari all’82,8% di quella media.

E’ evidente che l’andamento insoddisfacente del Pil in Italia ha determinato delle conseguenze negative. In primo luogo ha determinato un livello dell’occupazione inadeguato e, pertanto, un tasso di disoccupazione elevato.

Le cause di questo andamento del Pil nel nostro Paese sono molte, da un’eccessiva burocrazia a un sistema fiscale che ostacola chi intende crescere, a un sistema produttivo troppo frammentato e spesso concentrato su settori a basso valore aggiunto e sottoposti fortemente alla concorrenza internazionale.

Di qui la necessità che il Recovery Plan italiano sia finalizzato, soprattutto, ad ottenere, nei prossimi anni, una notevole e stabile crescita del Pil, aumentando quello che gli economisti chiamano il prodotto potenziale.

Quindi il Recovery Plan deve favorire l’effettuazione di investimenti, pubblici e privati, produttivi, piuttosto che la spesa corrente.

E deve inoltre consentire quelle riforme, richieste peraltro dall’Unione europea, dalla riforma della pubblica amministrazione, alla riforma della giustizia, alla riforma del sistema fiscale, ad esempio, che possono determinare un aumento del prodotto potenziale.

Di queste riforme se ne parla da anni, senza ottenere risultati significativi.

Il Recovery Plan può, deve, essere l’occasione affinchè, quanto meno, si inizi la realizzazione di quelle riforme.




permalink | inviato da paoloborrello il 1/3/2021 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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