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17 settembre 2020

Alto il rischio maltrattamento all'infanzia

Resta alto in Italia il rischio maltrattamento all’infanzia, amplificato anche dalle conseguenze sociali ed economiche dell’emergenza coronavirus. E’ quanto emerso dalla terza edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia realizzato dal Cesvi, un organizzazione umanitaria con sede a Bergamo, dal titolo “Restituire il Futuro”. 

L’Indice – curato da Cesvi e sviluppato sotto la guida di un comitato scientifico di altissimo livello composto da Autorità Garante Infanzia e Adolescenza, Istat, Miur, Istituto degli Innocenti, Cismai, Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali – è stato redatto dalle ricercatrici Cesvi Giovanna Badalassi e Federica Gentile.

Il fenomeno del maltrattamento sui bambini è forse la peggiore tra le emergenze sociali sia per la sproporzione di forze tra il maltrattante e il maltrattato sia per il tradimento della fiducia che i bambini ripongono negli adulti.

In Italia si stima che 47,7 minorenni su 1.000 siano seguiti dai servizi sociali. Di questi quasi 100.000 sono vittime di maltrattamento.

L’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia analizza la vulnerabilità al fenomeno del maltrattamento dei bambini nelle singole regioni italiane, attraverso l’analisi dei fattori di rischi presenti sul territorio e della capacità delle amministrazioni locali di prevenire e contrastare il fenomeno tramite i servizi offerti.

Il risultato è una graduatoria basata su 64 indicatori classificati rispetto a sei diverse capacità che rappresentano la struttura portante dell’Indice: capacità di cura di sé e degli altri, di vivere una vita sana, di vivere una vita sicura, di acquisire conoscenza e sapere, di lavorare, di accesso a risorse e servizi.

Quest’anno inoltre l’Indice include anche un intero capitolo dedicato all’analisi del periodo Covid-19, che evidenzia come l’emergenza e il lockdown abbiano moltiplicato i fattori di rischio per il maltrattamento all’infanzia, complice anche l’abbassamento dei livelli di monitoraggio dovuti all’interruzione di molte attività dei servizi sociali.

A livello generale, il quadro finale dell’Indice è quello di un’Italia a due velocità: si conferma l’elevata criticità dei territori del Sud Italia che rispetto alla media nazionale registrano peggioramenti sia tra i fattori di rischio che tra i servizi, pur con diversi livelli di intensità.

Solo la Sardegna registra un peggioramento dei fattori di rischio e un miglioramento dei servizi.

Le otto regioni del nord Italia sono tutte al di sopra della media nazionale, mentre nel mezzogiorno si riscontra un’elevata criticità: le ultime quattro posizioni dell’Indice sono occupate da Campania, all’ultimo posto, Calabria, Sicilia e Puglia.

La regione con la maggiore capacità nel fronteggiare il problema del maltrattamento infantile, sia in termini di contesto ambientale che di sistema dei servizi è invece, come negli anni precedenti, l’Emilia-Romagna, seguita da Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia-Giulia e Veneto che si scambiano il terzo e il quarto posto, e Toscana, confermata alla quinta posizione.

L’Indice, complessivamente, vede dodici regioni al di sopra della media nazionale (erano tredici nel 2019): tutte le otto regioni del Nord Italia, tre dell’Italia Centrale (Toscana, Umbria e Marche) e una del Sud (Sardegna).

Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Abruzzo e Lazio si confermano regioni a elevata criticità, che combinano una situazione territoriale particolarmente difficile sia per i fattori di rischio che per l’offerta dei servizi.

A queste si aggiunge il Molise, precedentemente posto sulla media nazionale.

Sardegna e Umbria rientrano nella categoria delle regioni “reattive” che combinano un fattore ambientale critico con un’offerta più dinamica di servizi dedicati al maltrattamento.

Tra le regioni “virtuose” – con bassi fattori di rischio e un buon livello di servizi sul territorio – si confermano invece Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Toscana e quest’anno, in aggiunta rispetto al 2019, anche il Piemonte che, pur perdendo una posizione per i fattori di rischio migliora nei servizi.

Tra le regioni “stabili”  si collocano tre regioni: la Lombardia, come nella precedente edizione, la Valle d’Aosta collocata tra le regioni virtuose nell’Indice 2019 e le Marche.

“In Italia – spiega la presidente di Cesvi, Gloria Zavatta – il fenomeno del maltrattamento all’infanzia è un problema diffuso, ma poco conosciuto anche a causa della scarsità di dati a disposizione: l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che per ogni caso conosciuto dai servizi ce ne sono altri nove sommersi”.

“La terza edizione dell’Indice – continua la presidente di Cesvi, Gloria Zavatta – mette in luce la necessità di disporre di dati più puntuali sull’entità del maltrattamento all’infanzia nel nostro Paese e ridurre il divario sociale ed economico delle regioni del Mezzogiorno tramite l’attuazione pratica dei Liveas (Livelli essenziali di assistenza socioassistenziale).

Inoltre, si conferma la necessità di adottare strategie di intervento a medio-lungo termine in grado di modificare in modo strutturale i comportamenti umani e promuovere politiche specifiche e mirate.

A tal proposito Cesvi pone l’attenzione sul concetto della resilienza intesa come la strategia strutturale non solo di carattere ‘difensivo’ ma anche di tipo propositivo e costruttivo, che permette agli individui di superare gli effetti dolorosi del maltrattamento all’infanzia, facendo leva sulle proprie risorse interne, trasformando forme di stress estremamente deleterie in occasioni di crescita.

La resilienza non è una capacità innata, ma può essere sostenuta e sviluppata negli adulti e nei bambini anche grazie dall’azione di professionisti.

Cesvi, propone, in particolare, un modelo d’intervento psicosociale denominato “Tutori di Resilienza”, già adottato in via sperimentale nel programma di contrasto al maltrattamento infantile attivato a Bergamo, Napoli e Bari”.




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14 settembre 2020

La campanella non sempre suona per gli alunni disabili

Rimandare di almeno una settimana il ritorno a scuola, oppure ridurre l’orario scolastico: se tante e diverse sono le richieste che in questo momento tutti i genitori d’Italia ricevono dalle rispettive scuole, queste due in particolare pare siano dedicate specificatamente agli alunni con disabilità. E’ quanto denuncia il coordinamento italiano insegnanti di sostegno: “Ai genitori degli alunni con disabilità arrivano richieste o comunicazioni per il rinvio dell’inizio della scuola. Qualcuno propone orario ridotto, o di tenere il figlio a casa”, oppure, ancora, “suggerisce di portare il figlio dopo una settimana”, o semplicemente comunica che “il figlio con disabilità sarà in un’aula con un insegnante (di sostegno)”.  

Il coordinamento italiano insegnanti di sostegno, , in vista dell’apertura del nuovo anno scolastico, aveva emesso un comunicato nel quale sono state avanzate diverse richieste.

“Nel ribadire la disponibilità e la massima collaborazione affinché, nel pieno rispetto delle indicazioni in materia di sicurezza, a tutti gli alunni della scuola italiana e, in particolare, agli alunni con disabilità siano garantiti il diritto allo studio e alla frequenza, chiede che venga posta attenzione alle seguenti questioni:

che in ogni classe, sin dal primo giorno di scuola, siano presenti tutti i docenti,

che sin dal primo giorno di scuola sia assicurato il servizio di trasporto scolastico, in particolare per gli alunni con disabilità, in modo da consentire il diritto alla frequenza, nel rispetto delle norme sulla sicurezza (Sentenza Corte costituzionale n. 275/2016),

che le ore di sostegno attribuite siano assegnate senza spezzare le cattedre, preferibilmente assegnando l’incarico a un unico docente (legge 104/92),

che si vigili affinché il distanziamento, richiesto dalle norme emanate per l’emergenza sanitaria, non penalizzi l’alunno con disabilità e non costituisca scusante per allontanarlo dalla classe o per ridurre l’orario di frequenza (legge 67/2006),

che a ciascun alunno con disabilità vengano attribuite tutte le risorse già indicate nel Pei per l’attuale anno scolastico (senza costringere le famiglie a dover ricorrere alla magistratura per il loro riconoscimento) (Costituzione artt. 2,3,34),

che a ogni scuola sia assegnato personale numericamente sufficiente e adeguatamente formato per soddisfare le esigenze di assistenza, così come previsto dai singoli Pei (legge 67/2006),

che siano favorite la partecipazione, la condivisione e il confronto con le famiglie degli alunni con disabilità, condizioni indispensabili per promuovere il processo di inclusione.

Al tempo stesso il coordinamento esprime preoccupazione in quanto:

le indicazioni ministeriali riguardanti la ripresa del nuovo anno scolastico, in particolare per quanto concerne la frequenza degli alunni con disabilità, appaiono poco chiare e scarsamente orientate all’inclusione,

le indicazioni relative al servizio di istruzione domiciliare, la cui attivazione è conseguente a una specifica procedura e quelle sulla contestuale disponibilità dei docenti, sono proposte in modo sommario, lasciando spazio a soggettive interpretazioni,

le norme emanate in questi ultimi mesi contribuiscono sempre più a rafforzare la delega del processo inclusivo al solo docente incaricato su posto di sostegno, legittimando, in tal senso, la deresponsabilizzazione dei docenti incaricati su posto comune o disciplinare,

non è ancora stata attivata una mirata formazione per acquisire e/o potenziare le competenze necessarie per affrontare attività di insegnamento-apprendimento con l’uso di strumenti digitali, in presenza e a distanza; e. in vista dell’emanazione del nuovo modello di Pei, anticipato dalla ministra Azzolina nel giugno scorso, teme che venga recepita l’indicazione dell’art. 7 comma 2 lettera a) in cui è previsto che il Pei sia ‘approvato’, determinando, di conseguenza, l’esclusione della famiglia dal processo decisionale riguardante il proprio figlio,

in merito all’erogazione della didattica online non è stata prevista alcuna indicazione a livello contrattuale.

Il coordinamento auspica che, anche nella emanazione di futuri provvedimenti, il ministero dell’Istruzione ponga coerentemente attenzione al processo inclusivo, in particolare nei confronti degli alunni con disabilità, senza perdere mai di vista quei principi costituzionali e normativi che riconoscono a ciascun cittadino il diritto alla piena realizzazione personale e sociale”.




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9 settembre 2020

Perchè protestano gli infermieri

Il sindacato degli infermieri “Nursing up” ha proclamato lo stato di agitazione della categoria. E’ previsto anche uno sciopero e una manifestazione a Roma il 15 ottobre prossimo. 8 sono le richieste avanzate al Governo.

Le richieste sono le seguenti:

  1. Un alveo contrattuale autonomo, con risorse economiche dedicate ed avulse dal resto del comparto, che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità ormai evidenti della categoria infermieristica, che rappresenta oltre il 41% delle forze del servizio sanitario nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie. Analogamente accada per le professioni sanitarie ostetrica e tecniche.2. Risorse economiche dedicate e sufficienti per il riconoscimento di una indennità professionale infermieristica mensile che, al pari di quella già riconosciuta per altre professioni sanitarie della dirigenza, sia parte del trattamento economico fondamentale, e che riconosca e valorizzi sul piano economico le profonde differenze rispetto alle altre professioni, rese ancor più evidenti, da ultimo, proprio dalla pandemia Covid-19.

    3. Risorse economiche per il contratto della sanità finalizzate e sufficienti per conferire un’indennità specifica e dignitosa per tutti i professionisti che si occupano ai vari livelli di funzione di assistere pazienti con un rischio infettivo.

    4. Individuazione di uno specifico contratto/convenzione nazionale di lavoro per l’infermiere di famiglia, immediato adeguamento delle dotazioni organiche del personale operante nella generalità dei presidi ospedalieri e sul territorio, calibrato tenendo conto dei reali bisogni dell’assistenza con coevo aggiornamento della programmazione degli accessi universitari posto che, allo stato, mancano più di 53.000 infermieri. Nuove norme in grado di agevolare, concretamente, la mobilità del personale tra gli enti del servizio sanitario nazionale, anche eliminando il “previo placet” al trasferimento dell’ente di appartenenza in caso di disponibilità di posto vacante nell’ente di destinazione.

    5. Superamento, per gli infermieri pubblici e per gli altri professionisti non medici, il vincolo di esclusività, riconoscendo loro il medesimo diritto già esistente per il personale medico, di svolgere attività intramoenia, anche per far fronte alla gravissima carenza di personale in cui versano le strutture sociosanitarie, le Rsa, le case di riposo, di cura e le strutture residenziali riabilitative.

    6. Direttive e risorse economiche finalizzate a sostenere l’aggiornamento professionale dei professionisti sanitari oggetto della presente, riduzione del debito orario settimanale degli stessi (orario di servizio) pari ad almeno 4 ore settimanali, da utilizzare per le attività di aggiornamento, come già avviene per i medici.

    7. Direttive e nuove risorse economiche finalizzate all’immediato e stabile riconoscimento degli infermieri specialisti e gli esperti in applicazione della legge 43/2006 e per la valorizzazione economico giuridica della funzione di coordinamento, valorizzazione delle competenze cliniche e gestionali degli interessati.

    8. Riconoscimento della malattia professionale e correlato meccanismo di indennizzo in caso di infezione, con o senza esiti temporanei o permanenti.

“E’il preludio all’inizio delle nostre nuove battaglie – ha sottolineato Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing Up -. La piazza di Milano, con l’evento del 4 luglio scorso, ci ha consegnato nelle mani un mandato preciso, una responsabilità straordinaria a cui adempiere.

Non possiamo fermarci adesso e non lo faremo.

L’esperienza nefasta del Covid è servita per dimostrare agli occhi dei nostri ciechi interlocutori che gli infermieri italiani ci sono e ci saranno sempre.

Siamo il perno del sistema, un sistema fallace, pieno zeppo di lacune, ma che senza di noi sarebbe già affondato da tempo.

Per questa ragione confermiamo ufficialmente la manifestazione del 15 ottobre prossimo a Roma, ma soprattutto ribadiamo che di fronte al silenzio della politica sulle nostre legittime aspettative, economiche e contrattuali, quella della Capitale sarà solo la prima di tante nuove ‘azioni mirate’ finalizzate a cambiare il nostro destino”.




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7 settembre 2020

8 proposte per rilanciare l'Italia

Soprattutto dopo la decisione dell’Unione europea di prevedere il cosiddetto Recovery Fund, diversi soggetti hanno presentato proposte per rilanciare il nostro Paese, prevalentemente ma non solo, in seguito agli effetti negativi determinati dalla diffusione del Coronavirus. Anche l’Ambrosetti Club ha presentato 8 proposte molto interessanti.

Ho deciso quindi di riportarle integralmente.

Il sistema educativo italiano

E’ fondamentale interrompere il circolo vizioso sostenuto dall’analfabetismo funzionale attraverso un massiccio investimento sull’educazione in generale e su quella continuativa per gli adulti. Il sistema educativo deve preparare tutti (giovani e adulti) a vivere la vita dei nostri tempi e deve formare una classe dirigente adeguata. Questa riforma passa attraverso la revisione del sistema scolastico, la revisione del sistema universitario, l’educazione continuativa degli adulti e la preparazione della classe dirigente (pubblica e privata) del Paese.

La visione strategica del Paese

Occorre definire una visione strategica inclusiva che possa fertilizzare la stragrande maggioranza dei settori economici definendo: immagine generale del Paese, mercati di riferimento, portafoglio prodotti, modalità di comunicazione, modalità di relazione con i clienti, processi interni, ecc. La visione-Paese proposta da Ambrosetti Club è pertanto: “Essere il Paese di riferimento nello sviluppo delle eccellenze per far vivere meglio il mondo”.

Ripensare il rapporto dell’Italia con l’Unione Europea

Oltre a chiedere fondi per risolvere i problemi nazionali, occorre proporre il finanziamento del rilancio dell’Europa intera attraverso un piano di investimenti sui settori strategici (come Difesa, Ict e Spazio) dai quali anche l’Italia trarrà beneficio. L’Italia deve diventare propositiva, costruendo anche alleanze con altri Paesi, proponendo progetti approfonditi e di comune interesse.

Riprogettare la Pubblica Amministrazione italiana

La Pubblica Amministrazione deve essere riprogettata sotto il profilo organizzativo attorno a cittadini e imprese, intervenendo su aspetti concreti quali: l’abolizione del reato di abuso di ufficio, l’introduzione di testi unici abrogativi volti ad eliminare la sovrapposizione di norme, la costituzione dei Les (livelli essenziali di servizio) per tutti gli ambiti per garantire e incentivare il coordinamento tra enti locali, Regioni e Stato, l’introduzione delle dinamiche competitive all’interno della P.A. favorendo le privatizzazioni e secondo il principio di sussidiarietà, la creazione degli “Invalsi della P.A.” per valutare i funzionari pubblici in modo trasparente, omogeneo e comparabile, l’introduzione di processi di responsabilizzazione dei funzionari pubblici, l’aumento della permeabilità con il settore privato attraverso una maggiore quota di funzionari e dirigenti esterni e l’introduzione dell’obbligo di revisioni post-mortem delle riforme per valutarne l’efficacia ed eventuali correttivi necessari.

Identificare quelle attività che “devono” essere realizzate in Italia

Per assicurare la sicurezza strategica del Paese, anche alla luce della nuova situazione geopolitica, è necessario che la Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo italiano individui le produzioni e i servizi strategici da reinternalizzare, attraverso uno “sportello unico” per il rientro delle imprese, prevedendo procedure preferenziali e sgravi fiscali.

Rafforzare i processi di concentrazione tra aziende

Occorre prevedere nuovi incentivi tesi a favorire i processi di fusione tra aziende, volti a rafforzare le piccole e medie imprese e le micro-imprese sul piano patrimoniale e a raggiungere una massa critica sufficiente (ad esempio, con sgravi fiscali definiti in proporzione agli utili/perdite registrati negli esercizi precedenti all’operazione).

Realizzare investimenti in alcuni ambiti-chiave

Occorre incentivare alcuni specifici ambiti con grande potenziale per il Paese attraverso importanti investimenti nella ricerca scientifica, con centri pubblico-privato liberi di agire a livello mondiale e fortemente meritocratici (sull’esempio dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova) su strumenti per far vivere meglio il mondo come intelligenza artificiale e robotica umanoide, benessere della persona, cultura e turismo.

Garantire l’execution dei progetti strategici

L’Italia, spesso, anche quando lancia progetti validi non riesce a realizzarli bene. Al contrario, l’esecuzione operativa dei progetti che verranno lanciati è fondamentale. Questo implica che per ogni progetto devono essere chiari i seguenti aspetti: l’obiettivo generale del progetto, gli obiettivi misurabili in maniera oggettiva e indipendente periodicamente lungo la realizzazione, chi dirige il progetto e deve avere tutte le deleghe necessarie oltre a dover essere scelto per merito, tutti i dati e i risultati devono essere soggetti a pubblico scrutinio fin dall’inizio.




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3 settembre 2020

Gli effetti economici del Coronavirus nelle regioni

Secondo la Svimez la recessione dovuta al Covid nel 2020 si estenderà a tutte le regioni, mentre la ripartenza del 2021 sarà più differenziata su base regionale rispetto alla recessione del 2020. E le regioni che subiranno, nel 2020, il calo più intenso del Pil saranno la Basilicata e il Veneto. 

Le previsioni regionali della Svimez per il 2020 fotografano un Paese “unito” da una recessione senza precedenti.

Gli effetti economici della pandemia si diffondono a tutte le regioni italiane, nonostante la crisi sanitaria abbia interessato soprattutto alcune realtà settentrionali.

Il primato negativo del crollo del Pil nell’anno del Covid-19 spetta ad una regione del Mezzogiorno e ad una del Nord: la Basilicata (-12,6%), solo marginalmente interessata dalla pandemia, e il Veneto (-12,2%), una delle regioni maggiormente colpita dal virus.

La Lombardia, epicentro della crisi sanitaria, perde 9,9 punti di Pil nel 2020. Perdite superiori al 10% si registrano nel 2020 al Nord: Emilia Romagna (-11,2%), Piemonte (-11%) e Friuli V.G. (-10,1); al Centro: Umbria (-11,1%) e Marche (-10,6%); e nel Mezzogiorno: Molise (-10,9%).

La Campania e la Puglia, che insieme concentrano circa il 47% del Pil del Mezzogiorno, perdono rispettivamente l’8 e il 9%.

Più contenute le perdite in Calabria (-6,4%), Sardegna (-5,7%) e Sicilia (-5,1%), economie regionali meno coinvolte negli interscambi commerciali interni ed esteri e perciò più al riparo dalle ricadute economiche della pandemia

La ripartenza del 2021 sarà più differenziata su base regionale rispetto all’impatto del Covid-19 nel 2020.

La Svimez ha già posto l’attenzione sulle ricadute sociali connesse alla ripartenza “dimezzata” del Mezzogiorno (+2,3%) rispetto al Centro-Nord (+5,4%).

Le previsioni regionali aprono la “scatola nera” del differenziale di crescita tra Mezzogiorno e Centro-Nord nel 2021 svelando una significativa diversificazione interna alle due macro-aree nella transizione al post-Covid.

L’unica regione italiana che recupererà in un solo anno i punti di Pil persi nel 2020 è il Trentino.

A seguire, le tre regioni settentrionali del “triangolo della pandemia” guideranno la ripartenza del Nord: +7,8% in Veneto, +7,1% in Emilia Romagna, +6,9% in Lombardia. Segno, questo, che le strutture produttive regionali più mature e integrate nei contesti internazionali perdono più terreno nella crisi ma riescono anche a ripartire con più slancio, anche se a ritmi insufficienti a recuperare le perdite del 2020.

Maggiori le difficoltà a ripartire di Friuli V.G., Piemonte, Valle d’Aosta e, soprattutto, Liguria.

Le regioni centrali sono accomunate da una certa difficoltà di recupero, in particolare l’Umbria e le Marche. Alla questione settentrionale e a quella meridionale intorno alle quali tradizionalmente si polarizza il dibattito nelle crisi italiane, sembra aggiungersi una “questione del Centro” che mostra segnali di allontanamento dalle aree più dinamiche del Paese, scivolando verso Sud.

Tra le regioni meridionali, le più reattive nel 2021 saranno, nell’ordine, Basilicata (+4,5%), Abruzzo (+3,5%), Campania (+2,5%) e Puglia (+2,4%), confermando la presenza di un sistema produttivo più strutturato e integrato con i mercati esterni.

A fronte del Sud che ripartirà, sia pure con una velocità che compensa solo in parte le perdite del 2020, nel 2021 ci sarà anche un Sud dalla ripartenza frenata: Calabria (+1,5%), Sicilia (+1,3%), Sardegna (+1%), Molise (+0,9%).

Si tratta di segnali preoccupanti di isolamento dalle dinamiche di ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza della prevalente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica.




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31 agosto 2020

I democratici per il no al taglio dei parlamentari

Io ritengo che in Umbria  e nel resto dell’Italia gli elettori e gli iscritti al Partito democratico debbano aderire al comitato dei democratici per il no al referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari.

Per quali motivi?

Io credo che sia sufficiente leggere quanto scritto nel sito web del comitato:

“Domenica 20 e lunedì 21 settembre si terrà il referendum sulla riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.

E’ un male che pochi ne parlino, perché non si cambia la Costituzione senza coinvolgere i cittadini. Questo taglio orizzontale produrrà risparmi risibili e avrà effetti negativi sulla qualità della nostra democrazia.

L’Italia diventerà il paese europeo con il peggior rapporto tra numero di cittadini ed eletti.

Interi territori (e gli italiani all’estero) saranno privati di propri rappresentanti in Parlamento.

E i parlamentari che resteranno saranno scelti dai vertici dei partiti, spezzando qualsiasi legame tra gli elettori e chi li rappresenta.

E’ il cedimento alla demagogia antiparlamentare di chi vede le istituzioni come inutili orpelli e punta a sostituire la democrazia rappresentativa con qualche piattaforma digitale privata.
Si ridimensiona il Parlamento per assecondare una visione meschina della politica, l’idea che rappresentare i cittadini equivalga a occupare una poltrona.

A tutto questo noi diciamo NO.

E lo facciamo da democratici impegnati nel campo del centrosinistra, al di là della nostra militanza o meno in partiti politici. Qui, troverai i materiali e le iniziative della nostra campagna referendaria”.

Chi intende aderire al comitato può farlo visitando il sito https://www.democraticiperilno.it/





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27 agosto 2020

I problemi della bassa natalità

Il problema della denatalità italiana non è tanto la diminuzione della popolazione ma il fatto che si altera il rapporto tra la popolazione attiva e quella anziana. Il post-Covid può essere l’occasione per cambiare rotta rispetto a politiche sbagliate. 

Questa è la tesi sostenuta da Alessandro Rosina in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

“…Nella percezione comune, il fatto di avere meno figli porta a una diminuzione della popolazione.

Ma la questione più problematica non è tanto essere di più o di meno, quanto gli squilibri strutturali che si generano, in particolare nel rapporto relativo tra popolazione in età attiva (a cui è affidata la crescita economica e la sostenibilità del sistema sociale) e popolazione anziana (che tende più ad assorbire che a produrre ricchezza).

La denatalità italiana non ci allontana dai cosiddetti Paesi ‘frugali’ in termini di numero di abitanti (considerato, del resto, che si tratta di nazioni meno popolate della nostra), ma ci rende più fragili rispetto alla capacità di produrre ricchezza e ai costi crescenti legati all’invecchiamento della popolazione.

Nell’economia demografica europea, l’Italia è tra i Paesi membri che più contribuiscono a far lievitare la presenza di anziani e tra quelli che più indeboliscono la presenza delle nuove generazioni e, in prospettiva, della forza lavoro.

I dati del rapporto ‘Ageing Europe – 2019 edition’ indicano come per l’Italia (e il complesso dei Paesi dell’Europa mediterranea) il tasso di dipendenza degli anziani sia spinto verso l’alto dalle dinamiche passate e in corso, fino ad avvicinarsi a 1,5 persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni over 65.

Il valore medio europeo è attorno al 50% (rapporto di 2 a 1), ma tutti i cosiddetti Paesi ‘frugali’ sono ben posizionati sotto tale soglia.

Se poi si aggiungono ‘quota 100’ – ovvero un segnale che va in controtendenza rispetto alle risposte virtuose necessarie per favorire una lunga vita attiva, che ovviamente più che di vincoli di età ha bisogno di favorire pratiche di successo di ‘age management’ nelle aziende -, il record di Neet (gli under 35 che non studiano e non lavorano), una bassa partecipazione femminile (anche per la carenza di misure e strumenti di conciliazione), risulta ben chiaro che non solo la forza lavoro in Italia si riduce come conseguenza della denatalità, ma è ancor più indebolita da politiche sbagliate e carenti.

Dai dati del bilancio demografico nazionale appena pubblicati dall’Istat si vede come da oltre dieci anni (durante e dopo la recessione del 2008-2013) le nascite in Italia siano state in continua caduta: il saldo naturale è passato da valori vicini a zero prima del 2008 a -214.000 nel 2019.

Mentre si è allargato il flusso verso l’estero di cittadini italiani in cerca di migliori opportunità (+8,1% nel 2019 rispetto al 2018).

A confermare un quadro coerente, certificato dal rapporto annuale 2020, a questi dati si aggiunge la mancanza di un processo di convergenza con la media europea della quota di Neet e dell’occupazione delle donne con figli.

Possiamo tranquillamente affermare, guardando ai risultati, che le politiche familiari e quelle di attivazione delle nuove generazioni siano da troppo tempo quantomeno inadeguate, se non fallimentari.

Abbiamo investito poco e male sulle voci più importanti per dare solidità al nostro futuro: formazione, conciliazione, politiche attive, ricerca, sviluppo e innovazione.

Se l’Europa fosse una casa, la parete verso Sud apparirebbe in modo evidente quella più fragile, ma anche quella che ha visto il minore impegno responsabile ed efficace al miglioramento da parte dei più diretti interessati.

L’impatto della pandemia causata da Covid-19 ha ulteriormente complicato il quadro, ma può anche fornire l’opportunità per rafforzare il versante Sud, a beneficio di una maggiore solidità di tutto l’edificio europeo.

Per riuscirci serve, però, la migliore combinazione tra risorse adeguate e scelte responsabili.

In ogni caso, qualsiasi sia l’entità della spinta che ci arriverà dall’Europa, è tempo che l’Italia individui con determinazione e lungimiranza la propria direzione, se non vuole autocondannarsi a una lunga deriva nel resto di questo secolo”.




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25 agosto 2020

I nuovi poveri con il coronavirus

Con il focus realizzato dal Censis e da Confccoperative “Covid da acrobati della povertà a nuovi poveri. Ecco il rischio di una nuova frattura sociale” si è analizzata la situazione della povertà in Italia dopo il coronavirus.

Prima del coronavirus, nel 2019, le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni, di cui il 40,5% residente nelle regioni settentrionali e il 45,1% nel Mezzogiorno.

Tra gli individui assolutamente poveri, 1 su 4 erano minori (un esercito da 1,14 milioni di persone), mentre gli stranieri quasi 1 su 3 (1,4 milioni). Le persone senza fissa dimora erano stimate in 112.000, ma l’area dell’indigenza che faceva ricorso agli aiuti alimentari arrivava a comprendere 2 milioni e 700.000 persone.

Durante i mesi di stretto “lockdown” 15 italiani su 100 hanno visto ridursi il reddito del proprio nucleo familiare più del 50%, mentre altri 18 italiani su 100 hanno subìto una contrazione compresa fra il 25 e il 50% del reddito, per un totale di 33 italiani su 100 con un reddito ridotto almeno di un quarto.

Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25 e il 50% per il 19,5%).

In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

Con il “lockdown” sono diventate 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare.

Ben 1.059.000 famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare ((sono il 4,1% sul totale delle famiglie italiane). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350.000, è composta da cittadini stranieri.

Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre 131.000 famiglie possono invece contare soltanto sul lavoro non regolare dell’unico genitore.

La presenza di famiglie con solo occupati irregolari pesa al Sud dove si concentra il 44,2%, ma le percentuali che riguardano le altre ripartizioni danno conto comunque di una diffusione considerevole anche nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.

“Il Paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995. Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre sfondando il tetto del 10%.

Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata – ha affermato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri.

Il problema non è il deficit, ma la capacità o meno di poterlo pagare.

In merito al Recovery Fund – ha aggiunto Gardini – sono necessarie subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro.

Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo, più sostenibile”.




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25 agosto 2020

No al referendum per il taglio dei parlamentari

Il 20 e il 21 settembre si terrà il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Da tempo si è costituito un comitato per sostenere il No, cioè per impedire che entri in vigore la legge costituzionale che consente quella riduzione.

Anche io sono per il No e per questo ho deciso di riportare una parte delle motivazioni che hanno indotto i promotori a costituire il comitato.

“…Le ragioni del taglio dei parlamentari restano povere, inadeguate…

Tagliare il numero dei parlamentari compromette la potenzialità di avere una rappresentanza parlamentare adeguata. Certo oggi funziona male ma la responsabilità non è solo di un Parlamento di nominati dall’alto, ma dei partiti che decidono nelle segrete stanze chi deve stare in Parlamento, tagliando fuori dalle scelte i cittadini che così non sono veramente rappresentati, perché gli eletti non rispondono a loro.

Tagliando il Parlamento di oltre un terzo, i cittadini saranno meno e peggio rappresentati di oggi, perché da molti anni le leggi elettorali non hanno cercato la rappresentanza migliore ma quella più fedele e manovrabile.

Il taglio del Parlamento colpisce duramente l’architrave della democrazia: il Parlamento, cioè la rappresentanza dei cittadini, che può e deve essere migliore di quella attuale.

Elettrici ed elettori hanno interesse ad avere una rappresentanza efficace attraverso la quale esprimere i diversi punti di vista.

Difetti di funzionamento nella democrazia italiana ci sono, gravi responsabilità le hanno i Governi che evitano il confronto in Parlamento per imporre con decreti, voti di fiducia e ora anche con i dpcm le proprie scelte al Parlamento, rovesciando di fatto la gerarchia istituzionale prevista dalla Costituzione.

Il Parlamento dovrebbe essere l’architrave istituzionale del nostro Paese, mentre gradualmente è diventato subalterno alle imposizioni del Governo e dei capi partito, lasciando spazio a forti processi di centralizzazione e di personalizzazione della politica, una strada aperta da Berlusconi 20 anni fa, purtroppo seguita da altri, anche a sinistra, al punto che ormai è diffusa.

Va denunciato con forza che si stanno preparando le premesse per una svolta presidenzialista, storico obiettivo della destra, che oggi lo ripropone con raccolte di firme ed altre iniziative che preparano il terreno ad altri stravolgimenti costituzionali.

Gli apprendisti stregoni che hanno proposto il taglio del Parlamento, gli opportunismi che lo hanno subìto perchè hanno scelto di non condurre una limpida battaglia politica per bloccare questa grave deriva populista, stanno preparando il terreno per la destra, perchè al taglio dei parlamentari seguirà un ulteriore indebolimento del Parlamento che potrebbe indurre a forzare la mano per andare al voto politico anticipato per conquistare la maggioranza in parlamento, tanto più che la riduzione degli eletti e la legge elettorale fatta approvare da Calderoli della Lega è pronta ad entrare in vigore.

Potremmo avere il paradosso che il taglio del Parlamento, visto da alcuni come un elisir di lunga vita per il Governo, in realtà potrebbe aprire la strada ad elezioni anticipate, senza dimenticare che chi governerà gestirà ingenti risorse italiane ed europee e quindi sono in campo grandi interessi economici…

Le altre forze democratiche presenti in Parlamento e fuori debbono sapere che il taglio del Parlamento non aiuterà il decollo di una nuova fase politica.

Solo un grande timore, ai limiti dell’irrazionale, può spingere ad appoggiare scelte come questa che consoliderà sugli altri partiti della maggioranza l’ombra del capovolgimento di posizione – senza mai averne dato una reale motivazione – che ha reso possibile l’approvazione del taglio del Parlamento nella quarta lettura parlamentare.

Il pericolo di una fase politica che può offrire alla destra l’opportunità di tornare al Governo nel modo peggiore dovrebbe imporre a tutti un rinsavimento.

Non si cambia la Costituzione, tanto più sul ruolo del Parlamento, senza prendersi una grave, storica, responsabilità che può portare a snaturarla, a cambiarla radicalmente.

Eppure nel programma del centro sinistra era stata definita la Costituzione più bella del mondo.

Ci sono ragioni importanti se l’Anpi ha preso una posizione contraria e prepara una posizione per il No in cui spenderà figure di grande prestigio…

Dobbiamo fare appello alla mobilitazione delle coscienze in nome della Costituzione chiedendo di votare No.

Basta fare vincere il No per bloccare questa controriforma…

Il Comitato nazionale per il No al taglio del Parlamento intende rafforzare il proprio impegno per coordinare e sviluppare insieme le iniziative dei diversi Comitati per il No, a partire da quello dei senatori che hanno promosso il referendum.

Il Comitato per il No deve sviluppare, insieme a tutti i comitati territoriali, un preciso piano di lavoro, da subito, verso gli organi di informazione e predisporre iniziative, contatti, incontri, dibattiti in video quando non è possibile svolgerli in presenza…

Populismo ed opportunismi vari rendono più difficile la vittoria del No, tuttavia l’arroganza del Si è intaccata per l’entrata in campo di soggetti nuovi, di personalità che non hanno timore di dichiarare le loro posizioni, di condurre una limpida battaglia politica senza interessi personali da difendere ma solo per profonde convinzioni.

La vittoria del Si non è più così sicura, il populismo che punta a sfasciare tutto è in difficoltà e la vittoria del No può essere la svolta decisiva per garantire che il futuro confronto politico resterà dentro la nostra Costituzione, bloccando futuri stravolgimenti.

Non sarà facile ma la vittoria del No è possibile.

Dobbiamo impegnarci tutti per realizzarla, per questo il Comitato per il No al taglio del Parlamento fa appello a tutte le persone che non si rassegnano a subìre questa imposizione per costruire insieme una reazione politica che facci vincere il No nel voto”.

Il sito web del comitato è http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/




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27 luglio 2020

Cresce il consumo del suolo

Secondo il rapporto dell’Ispra (istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) “Il consumo di suolo in Italia 2020”, il consumo del suolo è stato pari, nel 2019, a 57 milioni di metri quadrati. E non è andato di pari passo con la crescita demografica. In Italia è cresciuto più il cemento che la popolazione: nel 2019 sono nati 420.000 bambini. Ogni nuovo nato italiano ha portato nella culla ben 135 mq di cemento.

Lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico e tra, le regioni italiane, la Sicilia è quella con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media.

Non mancano segnali positivi: la Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “consumo di suolo 0” e si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette.

Non c’è un legame quindi tra popolazione e nuovo cemento e si continua ad assistere alla crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi addirittura di decrescita, della popolazione.

Nel 2019 i 57 milioni di metri quadrati di nuovi cantieri e costruzioni si registrano in un Paese che vede un calo di oltre 120.000 abitanti nello stesso periodo.

Ognuno di questi ha oggi a “disposizione” 355 mq. di superfici costruite (erano 351 nel 2017 e 353 nel 2018).

La copertura artificiale avanza anche nelle zone più a rischio del Paese: nel 2019 risulta ormai sigillato il 10% delle aree a pericolosità idraulica media P2 (con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) e quasi il 7% di quelle classificate a pericolosità elevata P3 (con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni).

La Liguria è la regione con il valore più alto di suolo impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica (quasi il 30%). Il cemento ricopre anche il 4% delle zone a rischio frana, il 7% di quelle a pericolosità sismica alta e oltre il 4% di quelle a pericolosità molto alta.

Il Veneto, con +785 ettari, è la regione che nel 2019 consuma più suolo (anche se meno del 2017 e del 2018), seguita da Lombardia (+642 ettari), Puglia (+625), Sicilia (+611) ed Emilia-Romagna (+404).

A livello comunale, Roma, con un incremento di suolo artificiale di 108 ettari, si conferma il comune italiano con la maggiore quantità di territorio trasformato in un anno (arrivando a 500 ettari dal 2012 ad oggi), seguito da Cagliari (+58 ettari in un anno) e Catania (+48 ettari). Va meglio a Milano, Firenze e Napoli, con un consumo inferiore all’ettaro negli ultimi 12 mesi (+125 ettari negli ultimi 7 anni a Milano, +16 a Firenze e +24 a Napoli nello stesso periodo).

Torino, dopo la decrescita del 2018, non riesce a confermare il trend positivo e nell’anno di riferimento, riprende a costruire, perdendo 5 ettari di suolo naturale.

Buone le notizie provenienti dalle aree protette: nel 2019 sono 61,5 gli ettari di suolo compromesso, valore dimezzato rispetto all’anno precedente, dei quali 14,7 concentrati nel Lazio e 10,3 in Abruzzo. Pur non arrestandosi nel complesso, il consumo di suolo all’interno di queste aree, risulta decisamente inferiore alla media nazionale.

Al contrario, lungo le coste, già cementificate per quasi un quarto della loro superficie, il consumo di suolo cresce con un’intensità 2-3 volte maggiore rispetto a quello che avviene nel resto del territorio.

In soli 7 anni, tra il 2012 e il 2019, la perdita dovuta al consumo di suolo in termini di produzione agricola complessiva, stimata insieme al Crea, raggiunge i 3.700.000 quintali; nel dettaglio 2 milioni e mezzo di quintali di prodotti da seminativi, seguiti dalle foraggere (-710.000 quintali), dai frutteti (-266.000), dai vigneti (-200.000) e dagli oliveti (-90.000).

Il danno economico stimato è di quasi 7 miliardi di euro, che salirebbe a 7 miliardi e 800 milioni se tutte le aree agricole fossero coltivate ad agricoltura biologica.

Non solo consumo di suolo: su quasi un terzo del Paese aumenta dal 2012 ad oggi anche il degrado del territorio dovuto anche ad altri cambiamenti di uso del suolo, alla perdita di produttività e di carbonio organico, all’erosione, alla frammentazione e al deterioramento degli habitat, con la conseguente perdita di servizi ecosistemici.




permalink | inviato da paoloborrello il 27/7/2020 alle 10:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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