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24 settembre 2017

Save the Children, i quattro mostri che tolgono la pace ai bambini

In occasione della recente giornata internazionale della pace, Save the Children, con un comunicato, ha voluto ricordare i milioni di bambini che ogni giorno rischiano di non conoscerla mai. La pace è una condizione data da elementi sociali, relazionali e politici e, nella vita di milioni di bambini, sono molti i fattori e le situazioni che rischiano di lederla drammaticamente e irreversibilmente.

E secondo Save the Children sono però soprattutto quattro le cause, definite mostri, che fanno sì che milioni di bambini rischino ogni giorno di non conoscere mai la pace.

“La guerra

L’infanzia dovrebbe essere una soltanto, per ogni bambino, in ogni luogo. Purtroppo non è così e sono tantissimi quelli costretti a diventare adulti troppo presto, perché nascono e crescono in zone di guerra. Ci sono bambini siriani, ad esempio, che ci hanno raccontato che ‘vorrebbero morire per andare in paradiso per trovare cibo e calore’.

Alcuni non hanno mai conosciuto la pace, ad altri è stata tolta con l’infanzia stessa. Sono infatti almeno 3 milioni i bambini che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra e quelli che hanno meno di 12 hanno passato già la metà della loro vita in una condizione di continuo imminente pericolo. Molti di loro soffrono di incubi notturni e hanno difficoltà ad addormentarsi per il terrore di non svegliarsi più. Altri hanno visto i propri cari morire e hanno provato più dolore di quanto ognuno di noi possa sopportare.

La povertà

Sono 570 milioni i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà nel mondo e 750 milioni sono vittime di deprivazioni di vario tipo. La povertà tra i minori è uno dei fenomeni centrali del nostro tempo ed è molto più pervasiva di quanto si creda. Rischia di creare gravi danni al futuro di centinaia di milioni di bambini e della nostra intera società.

I bambini poveri non possono conoscere pace, perché a causa del circolo vizioso che la povertà stessa genera, si ritroveranno a dover lavorare, a doversi sposare troppo presto per garantire il proprio sostentamento e quello della famiglia, le bambine a diventare madri troppo precocemente e la maggior parte di loro non potranno studiare rimanendo così esposti a rischi di esclusione sociale, economica e a disuguaglianze politiche ed istituzionali.

La malnutrizione

Nel mondo sono 156 i milioni di bambini che soffrono di problemi di crescita a causa della malnutrizione. La malnutrizione cronica nei primi 1000 giorni di vita può avere effetti irreversibili sulla crescita e mettere i bambini nelle condizioni di dover affrontare difficoltà nell’educazione e nel lavoro.

Questo tipo di malnutrizione ritarda la crescita del bambino mettendolo in una condizione di svantaggio per il resto della sua vita, rallentando il suo andamento a scuola e diminuendo la propria produttività in età adulta portandolo ad un guadagno minore e ad un più alto rischio di malnutrizione rispetto ad un bambino ben nutrito. Per le bambine, la malnutrizione cronica nei primi anni di vita può avere delle conseguenze sui neonati che daranno alla luce, i quali avranno maggiori possibilità di nascere sottopeso ed essere malnutriti durante gli anni di crescita, avviando così un circolo vizioso destinato a non finire e che priverà i bambini di una vita dignitosa e pacifica.

La mancanza di educazione

Il diritto all’educazione è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell’individuo ed è lo strumento più valido per combattere povertà, emarginazione e sfruttamento. 263 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola: più di 1 bambino su 6 in età scolare. Garantire il diritto all’educazione, significa dare la possibilità di superare le condizioni di svantaggio. Attraverso un’educazione adeguata i bambini possono crescere, formarsi e scegliere cosa diventare favorendo così lo sviluppo della propria comunità e del proprio paese. Grazie a una buona istruzione potranno contribuire a superare conflitti, povertà, fame, per costruire un mondo di pace”.

E, conclude Save the Children, è importante ricordare che è solo lottando contro questi mostri che milioni di bambini potranno ritrovare la pace perduta o mai avuta.




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20 settembre 2017

I vestiti alla moda? La maggior parte finisce nei rifiuti

In occasione della settimana della moda a Milano, Greenpeace ha pubblicato il rapporto “Fashion at the crossroads” per denunciare il consumo eccessivo di materiale tessile. Per questo motivo l’industria della moda deve mettere un freno alla produzione.

Su www.redattoresociale.it ci si è occupati di questo rapporto.

L’industria della moda deve “mettere un freno” alla produzione e “allungare la vita dei capi d’abbigliamento”. Non basta il riciclo, occorre ridurre la quantità di rifiuti.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con il rapporto citato.

Viene sottolineato inoltre  che “il consumo eccessivo di prodotti tessili è il problema ambientale più grande da affrontare”.

Non solo. “La promozione del mito della circolarità, secondo cui gli indumenti possono essere riciclati all’infinito, sarebbe addirittura controproducente perché potrebbe incentivare un consumo privo di sensi di colpa”.

Secondo Greenpeace “nei Paesi in cui il consumismo eccessivo è predominante, la stragrande maggioranza degli abiti a fine vita viene smaltito insieme ai rifiuti domestici finendo nelle discariche o negli inceneritori. E’ questo ad esempio il destino per più dell’80% degli indumenti gettati via nell’Ue”.

Nel rapporto vengono proposti anche modelli alternativi di produzione, già esistenti.

Sono 12 i passi che l’industria della moda, in particolare i grandi marchi, dovrebbe compiere per ridurre il suo impatto negativo sulla Terra.

Possono essere sintetizzati in quattro parole: rallentare, impatto, circolarità e sistema.

“Rallentare” significa che la produzione deve utilizzare meno materiale tessile nuovo e allungare il ciclo di vita degli abiti. Per fare questo deve contribuire a “porre fine all’accumulo di vestiti negli armadi delle persone” sviluppando servizi di riparazione, condivisione e leasing di abiti e rivendita degli usati. E poi smettere di incentivare col marketing e la pubblicità l’attuale modello di consumo basato sull’usa-e-getta tipico del fast fashion.

Per “ridurre l’impatto” l’industria della moda dovrebbe impiegare più cotone biologico e certificato “fairtrade” e meno fibre sintetiche come il poliestere e in generale derivanti dal petrolio.

La “circolarità” richiederebbe alla aziende di adottare strategie di produzione che curino tutto il ciclo di vita di un abito, quindi anche la sua raccolta e il suo riciclo.

Inoltre andrebbe incentivato l’utilizzo delle fibre riciclate rispetto alle fibre vergini.

E’ il “sistema” di produzione e promozione che dovrebbe insomma cambiare e diventare sempre più trasparente.

“I grandi marchi dovrebbero assumere il ruolo di leader per fare in modo che la trasparenza e la tracciabilità delle filiere diventi la norma per tutti” mentre ai governi spetta il compito di incentivare sistemi di produzione e commercio più virtuosi.




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17 settembre 2017

Gli ambientalisti contro le fonti energetiche rinnovabili

In teoria gli ambientalisti dovrebbero essere a favore delle fonti energetiche rinnovabili. In Italia in realtà, sempre più spesso, nascono comitati locali contro quelle fonti. O contro gli impianti a biomasse, o contro le centrali geotermiche, o contro l’eolico o contro il fotovoltaico. Tale situazione mi sembra del tutto paradossale.

Infatti nel nostro Paese vi è l’estrema necessità di accrescere notevolmente l’utilizzo di energie rinnovabili sia per ridurre l’impatto ambientale negativo causato dalle fonti tradizionali sia per motivi economici e politici, tra i quali l’obiettivo di diminuire la dipendenza dell’Italia da Paesi esteri, relativamente all’approvvigionamento energetico.

Certo gli impianti relativi alle rinnovabili in certi casi determinano un impatto ambientale negativo, ma spesso molto limitato.

Invece l’opposizione che, soprattutto a livello locale, si manifesta nei confronti di quegli impianti è assolutamente sproporzionata rispetto agli effetti ambientali negativi che si possono manifestare.

Sarebbe opportuno che i vari comitati, sorti qua e là per l’Italia, dimostrassero maggiore ragionevolezza, anche se, talvolta, dietro l’opposizione a quegli impianti si celano altri interessi, non esclusi quelli economici.

E mi sembra, pertanto, opportuno riportare alcune parti di un articolo, pubblicato da “Il Sole 24 ore”, di Silvia Pieraccini, “Geotermia, l’Italia scende al sesto posto ma prepara il rilancio con impianti green”, che anche molti ambientalisti dovrebbero leggere.

“Nel 2016 l’Italia è scesa dal quinto al sesto posto nella classifica mondiale dei produttori di energia geotermica, con 815 Mw di capacità installata dietro Usa (3.567 Mw), Filippine (1.930), Indonesia (1.375), Messico (1.069) e Nuova Zelanda (973), e davanti a Islanda (665 Mw), Turchia (637), Kenya (607) e Giappone (533)….

L’Italia – primo Paese al mondo a sfruttare l’energia geotermica per la produzione di elettricità (nel 1907), prima a costruire un impianto geotermico (a Larderello, in provincia di Pisa, nel 1913) e fino al 1958 unica al mondo a produrre elettricità dalla geotermia – rischia dunque di perdere terreno, proprio ora che le nuove tecnologie permettono impianti ‘puliti’.

‘Negli ultimi sette anni in Turchia sono stati sviluppati progetti geotermici di nuova generazione, che prevedono la completa reiniezione del fluido geotermico e nessuna emissione di gas in atmosfera, per 1.000 megawatt – spiega Pietro Cavanna, presidente del settore idrocarburi e geotermia di Assomineraria Confindustria – mentre nello stesso periodo, in Italia, non è arrivato al traguardo neppure uno dei progetti pilota basati sulle nuove tecnologie a basso impatto ambientale, e presentati sulla base del decreto 22 del 2010 che assegna la competenza al ministero dello Sviluppo economico d’intesa con le Regioni’.

Il motivo dello stop alla ventina di progetti-pilota è un mix di burocrazia, ostacoli territoriali e comitati ambientalisti.

‘Eppure qui abbiamo tecnologie all’avanguardia e aziende pronte a operare, dalle perforazioni all’impiantistica di superficie’, aggiunge Cavanna.

Il ministero per lo sviluppo economico annuncia la volontà di proseguire su questa strada: ‘Una delle due linee di sviluppo sulla geotermia – spiega Gilberto Dialuce, capo della direzione per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche – è andare avanti con i progetti-pilota diretti a ridurre l’impatto ambientale, vincendo le resistenze che ci sono’…

In questo modo la geotermia si candida a dare un contributo alla strategia energetica nazionale, che al 2030 prevede il 27% da fonti rinnovabili (oggi è il 17%)…”.

Una domanda sorge però spontanea: riuscirà l’Italia, tenendo conto delle considerazioni svolte nella parte iniziale di questo post, a raggiungere effettivamente, nel 2030, l’obiettivo del 27% dell’energia ottenuta da fonti rinnovabili?




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13 settembre 2017

Meglio Gentiloni di Renzi come leader del Pd

Meglio Gentiloni di Renzi  come leader, o meglio come candidato a premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Per la verità, poiché il sistema elettorale con il quale si andrà a votare avrà, molto probabilmente, un carattere proporzionale, non ci dovrebbero essere candidati a premier, presentati dai diversi partiti, perché il governo, se sarà possibile formarlo, sarà il frutto di un’alleanza fra diverse forze politiche. Comunque tutti i partiti si presenteranno con dei propri candidati a premier.

Quindi anche il Pd dovrà scegliere un candidato.

Per la verità è stato da tempo individuato Renzi, anche perché lo statuto del Pd prevederebbe la coincidenza tra la figura del segretario  e quella del candidato a premier. In realtà, in seguito alle elezioni del 2013, il candidato a premier non fu Bersani e, successivamente, fu scelto Letta, anche quando segretario era diventato Renzi.

Ma, al di là delle questioni statutarie, politicamente sarebbe opportuno, per il Pd e per il Paese, che il candidato a premier non fosse Renzi.

Infatti Renzi è del tutto inadeguato a svolgere quel ruolo perché ha compiuto molti errori, negli ultimi anni, tra i quali quello di non aver effettuato alcuna analisi della sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale.

Renzi, poi, è un leader “divisivo” e del tutto contrario anche solo a concepire un’alleanza con le altre liste, a sinistra del Pd, che si presenteranno.

Una parte considerevole dell’elettorato potenzialmente a favore del Pd  non lo “sopporta” più, principalmente per le sue numerose promesse mancate.

Quindi, se si vuole davvero che il Pd ottenga un buon successo elettorale, presupposto essenziale affinchè ci possa essere un governo di centro sinistra alla guida dell’Italia, Renzi non deve essere il candidato a premier di quel partito.

E chi al posto di Renzi?

Chi meglio di Gentiloni?

Il comportamento di Gentiloni è quasi l’opposto di quello di Renzi, e già questo rappresenta un elemento importante e positivo.

Gentiloni sta, inoltre, dimostrando di essere un buon presidente del Consiglio, piuttosto apprezzato come si può rilevare da diversi sondaggi recentemente effettuati.

Le sue relazioni con movimenti e partiti a sinistra del Pd sono piuttosto buoni, comunque migliori di quelle di Renzi.

Tali considerazioni mi sembrano più che sufficienti per sostenere l’opportunità che sia Paolo Gentiloni il candidato a premier del Pd e che guidi questo partito nel corso della campagna elettorale, indipendentemente dai risultati che si verificheranno nelle prossime elezioni regionali in Sicilia.




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10 settembre 2017

L'Italia e il mondo è dei mediocri

Il mondo è dei mediocri? Sembra legittimo porsi questa domanda, se si legge sia un articolo dell’economista Michele Boldrin “L’Italia si sta suicidando per proteggere la sua mediocrità” sia un’intervista al filosofo canadese Alain Denault, autore del libro “La mediocrazia”.

 Cosa sostiene tra l’altro Boldrin?

“Importiamo braccia, esportiamo cervelli: fa male dirlo, ma il declino del Belpaese si fonda su questo scambio. A sua volta indotto dalla nostra incapacità di valorizzare il merito. E dalla nostra difesa a oltranza del parassitismo e delle rendite di posizione…

Sono convinto da decenni che i flussi umani da/per l’Italia siano, al contempo, il miglior indicatore del declino ed uno dei suoi motori principali.

Francesco Cancellato riporta una frase del presidente del Ciad: ‘Perdiamo persone, perdiamo braccia valide’ notando che Gentiloni avrebbe potuto dire altrettanto.

Vero, ma con un distinguo importante: avrebbe dovuto sostituire ‘braccia’ con ‘cervelli’. Ed è lì che sta il punto: l’Italia importa braccia ed esporta cervelli…

Non è vero che tutti gli eccellenti emigrano: in ogni data professione molti, o alcuni, rimangono. Ma son sempre meno e, in certi campi, sono oramai una minoranza.

Non è nemmeno vero che importiamo solamente ‘braccia con poco cervello’: fra gli immigrati, che invece di transitare per l’Italia alla ricerca di più verdi pascoli vi son rimasti, ci sono anche moltissimi capaci che hanno contribuito professionalità ed imprenditorialità al nostro Paese. Ma sono una minoranza…

D’altro canto, un Paese dove il merito non viene compensato e dove chi chiede d’esserlo più della media – perché fa e produce sopra di essa – viene guardato malamente, tenderà ad allontanare questo tipo di persone…

L’italiano medio (l’80% della popolazione se devo dare ascolto ad inchieste, intenzioni di voto e programmi dei partiti) ha deciso di costruire e difendere un sistema che espelle ed espellerà le eccellenze in praticamente tutti i campi, premiando invece le mediocrità.

Questo processo ha il suo motore immobile nella politica: mai, credo, si era vista in parlamento una peggior masnada di incompetenti, chiacchieroni, arruffoni, faccendieri, svitati, ignoranti, bugiardi, arrampicatori sociali e megalomani. Costoro non sono stati scelti né da Merkel né da occulte potenze straniere ma dalla maggioranza del popolo italiano che, evidentemente, in essi si riconosce.

Questa la realtà con cui l’italiano medio si rifiuta di fare i conti: se, per proteggere te stesso e la tua scarsa voglia o capacità di competere, premi ovunque e sempre mediocrità, fancazzismo e parassitismo diffuso, la minoranza che fancazzista e mediocre non è cercherà di andarsene mentre i furbetti, i fancazzisti ed i mediocri che stanno fuori accoreranno all’Eldorado.

E siccome la mediocrità riproduce e premia se stessa, quella politica, da ‘sopra’, e quella dell’elettorato, da ‘sotto’, hanno concorso in questi decenni ad imporsi in ognuna delle professioni che determinano l’immagine verso l’estero ed il funzionamento interno del Paese: dal giornalismo all’accademia, dalla burocrazia pubblica all’imprenditoria privata sino alla produzione culturale ed alle professioni.

Mediocrità, disdegno per la competenza, parassitismo congenito e ricerca di favori sulla base di connessioni politiche o familiari sono le regole che dominano quella ‘convoluzione’ dei fattori di produzione che menzionavo prima e ne seleziona, quindi, natura e qualità…

Tutto questo, caro concittadino medio, lo puoi risolvere, nei decenni a venire, solo mettendo da parte i mediocri per lasciar spazio agli eccellenti. Comincia ora, comincia da te che forse è già troppo tardi”.

Denault, in alcune risposte alle domande che gli vengono rivolte, formula delle considerazioni che non valgono solo per l’Italia.

“Perché bisogna temere la mediocrazia?

Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing.

La mediocrazia è l’anticamera di dittature, anche edulcorate?

La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro.

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?

‘Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili.

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?

No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada.

E’ più ottimista sul futuro?

Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio”.

Sono d’accordo sia con le valutazioni di Boldrin che con quelle di Denault. Purtroppo descrivono ciò che realmente avviene. E aggiungo che la situazione dell’Italia mi sembra decisamente peggiore rispetto a quella che caratterizza molti altri Paesi, europei e non.




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6 settembre 2017

Partiti e sindacati contro i giovani

E’ ben noto che in Italia la disoccupazione giovanile è molto elevata, che il sistema formativo presenta problemi di notevole rilievo (l’ultimo reso noto la tendenza alla crescita di quanti dispongono solamente del diploma di scuola media inferiore). Ma, da diversi anni ormai, le politiche rivolte ad affrontare le problematiche giovanili sono del tutto inadeguate. Perché?

I motivi sono senza dubbio diversi.

A me sembra, però, che la causa principale sia rappresentata dal disinteresse che, oggettivamente, i partiti ed anche i sindacati dimostrano nei confronti dei problemi dei giovani.

Infatti, in considerazione soprattutto del progressivo incremento del processo di invecchiamento della popolazione, i giovani sono una componente sempre più ridotta, in termini quantitativi, dei residenti nel nostro Paese.

Inoltre, fra i giovani, è più diffuso il fenomeno dell’astensionismo elettorale.

Quindi, innanzitutto, per i partiti i giovani contano poco e il sistema politico quindi è molto più interessato alle problematiche degli anziani, o quanto meno di quanti hanno superato i 50 anni, soprattutto di coloro che sono vicini alla pensione o che sono già pensionati.

Pertanto il Parlamento e il Governo destinano risorse finanziarie insufficienti agli interventi tendenti ad affrontare i problemi dei giovani.

Non esiste da tempo una politica del lavoro, specifica, rivolta a ridurre considerevolmente la disoccupazione giovanile ed anche a diminuire, in modo significativo, i contratti precari che contraddistinguono, spesso, il lavoro dei giovani.

Inoltre le risorse finanziarie destinate al sistema formativo sono del tutto insufficienti, in tutte le scuole, come si diceva un tempo, di ogni ordine e grado. Preoccupante la difficile situazione dell’università italiana, soprattutto se si considera che il numero dei laureati, in rapporto alla popolazione complessiva, è in Italia ai livelli più bassi in Europa.

Poi, gli stessi sindacati, nell’ambito dei quali una componente molto importante degli iscritti è rappresentata dai pensionati, sono poco interessati ai giovani e non si battono, nella misura necessaria, per risolvere i loro problemi.

E tutto questo anche perché, sempre di più, sia i partiti che i sindacati, si propongono prevalentemente obiettivi di breve periodo (soprattutto ottenere più voti alle prossime elezioni oppure aumentare il numero degli iscritti) e sono poco interessati, oggettivamente, al futuro del Paese.

Cambierà tale situazione, nel breve periodo?

Mi sembra molto difficile.




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3 settembre 2017

Alcune proposte per affrontare l'emergenza acqua

In molte parti d’Italia l’acqua è diventato un problema di notevole importanza. Si può davvero parlare di una situazione di emergenza. Carenza di acqua per gli abitanti di molte città, numerosi fiumi e laghi quasi a secco, l’agricoltura in grande difficoltà. Pertanto Legambiente ha elaborato alcune proposte per una gestione sostenibile dell’acqua e del servizio idrico.

Queste proposte sono le seguenti:

Agricoltura

Sul fronte agricoltura, prima vittima di questa emergenza siccità, occorre ripensare ad una riconversione del sistema di irrigazione dei terreni agricoli (quasi totalmente fondato sulla modalità ad aspersione o a pioggia) puntando a sistemi di microirrigazione e a goccia, che possono garantire almeno il 50% del risparmio di acqua utilizzata e rivedere completamente il sistema di tariffazione degli usi dell’acqua, con un sistema di premialità e penalità che valorizzi le esperienze virtuose. Occorre poi ragionare sugli scenari futuri di riconversione agricola verso colture meno idroesigenti, o comunque adeguate alle condizioni climatiche e alle disponibilità idriche del territorio.

Riuso dell’acqua

Per ridurre i prelievi di acqua e gli scarichi nei corpi idrici ricettori, occorre praticare il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura, così come nell’industria. Ma per farlo è ormai urgente modificare il decreto del ministero dell’Ambiente n. 185/2003 sul riuso dell’acqua.

Risparmio ed efficienza

Sul piano della gestione della risorsa è necessario che le Regioni mettano in campo politiche indirizzate verso il risparmio e l’efficienza nell’uso dell’acqua. Oggi i nuovi Piani di gestione a livello di distretto idrografico, calati poi nei Pta (piani di tutela delle acque regionali), devono prevedere strumenti concreti che si trasformano in piani di gestione locale, indirizzati al risparmio e alla tutela quantitativa della risorsa idrica.

Controlli

Occorre, inoltre, rendere sempre più efficace il sistema dei controlli preventivi da parte degli enti locali e di quelli repressivi da parte delle forze dell’ordine, dei prelievi abusivi di acqua dalle aste fluviali e dalle falde, così come occorre aggiornare il censimento dei pozzi di prelievo idrico ed irriguo. E’ fondamentale ammodernare gli acquedotti per ridurre le perdite delle reti di distribuzione e gli sprechi nel trasporto della risorsa idrica. Altro problema riguarda poi le perdite delle reti di distribuzione. Stando ai dati Istat, nel 2015 è stato quasi il 40% dell’acqua immessa in rete a non raggiungere l’utente finale nei comuni capoluogo di provincia, 2,8 milioni di metri cubi al giorno, un dato addirittura peggiorato dal 2012 in cui era il 35% circa.

Sostenibilità in edilizia

Molti Comuni già lo stanno facendo obbligando e/o incentivando azioni come le cassette w.c. a doppio scarico e l’utilizzo dei riduttori di flusso. Una buona pratica che fa bene e che andrebbe replicata su tutto il territorio. Mettere in pratica azioni per il risparmio della risorsa idrica nelle case (attraverso la raccolta della pioggia e la separazione, trattamento e riuso delle acque grigie), così come nelle attività industriali e agricole, e adottare dei regolamenti edilizi per la riqualificazione degli edifici anche dal punto di vista idrico sono scelte obbligate e fondamentali, per una concreta politica di tutela della risorsa. Ma soprattutto sono interventi a basso costo, da parte delle amministrazioni, che consentono da subito risultati concreti.




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30 agosto 2017

Il reddito d'inclusione va bene ma i soldi sono troppo pochi

E’ stato annunciato, al termine del Consiglio dei ministri del 29 agosto, che dal 2018 sarà in vigore il cosiddetto reddito d’inclusione, un intervento volto a contrastare la povertà assoluta. Le valutazioni delle associazioni del terzo settore sono piuttosto simili: bene la conclusione di questo iter che porta finalmente in Italia una misura strutturale contro la povertà, ma essa non interesserà purtroppo i due terzi dei quattro milioni e mezzo di persone che in Italia vivono in condizioni economiche critiche. 

Infatti sono stati stanziati solo 2 miliardi di euro mentre sarebbe necessario almeno il triplo di questa somma.

E sarebbe opportuno che la legge di bilancio, che dovrà essere approvata nei prossimi mesi, preveda un aumento delle risorse finanziarie a disposizione per il cosiddetto Rei di quell’entità.

Cosa hanno dichiarato i rappresentanti delle associazioni?

Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà in Italia, ha dichiarato “La conclusione di un iter cominciato lo scorso aprile con la firma del memorandum d’intesa che aveva impegnato il governo all’emanazione di un decreto legislativo è un fatto positivo.

Il Rei copre solamente un terzo dei quattro milioni e mezzo di persone che in Italia vivono in povertà assoluta. Come Alleanza chiederemo ulteriori stanziamenti per la progressiva estensione della platea degli utenti del Rei, sino a raggiungere l’intera popolazione in povertà assoluta, ma anche un processo serio di potenziamento della capacità di presa in carico da parte dei servizi”.

Di “primo atto concreto nella costruzione di una strategia nazionale di contrasto alla povertà”, parla la Cgil nazionale che però, ribadisce: “E’ ancora insufficiente”.

Secondo il sindacato, infatti, con le risorse attualmente stanziate, il decreto “limita l’intervento ad una platea ristretta”. Per la Cgil serve quindi “adeguare progressivamente il finanziamento, già con le prossime manovre finanziarie, per rendere il reddito di inclusione una misura effettivamente universale che copra l’intera platea delle persone aventi diritto, senza alcuna discriminazione”.

Per la Cgil, inoltre, bisogna anche fare in modo che il Rei “non si riduca a mero trasferimento monetario, ma sia effettivamente accompagnato da un progetto personalizzato per le persone e i nuclei familiari con un percorso di reinserimento socio-lavorativo a cura dei servizi del welfare locale. Solo così si potrà realmente favorire l’uscita dalla condizione di povertà”.

Per don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione della Casa della Carità quello predisposto col Rei è “un contributo piccolo e inadeguato per rispondere alla grande lotta contro la povertà” ma anche “importante e significativo perché è un primo passo che dà dei contributi economici legati però ad un percorso personalizzato di inserimento sociale che dovrebbe lasciare sul territorio anche degli investimenti riguardanti gli assistenti e i servizi sociali”.

Ad auspicare anche un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile, invece, è Save the Children, che sottolinea l’importanza del varo definitivo del Rei.

“Con l’approvazione definitiva del reddito di inclusione si inizia ad affrontare, in modo organico, la gravissima condizione di povertà minorile in Italia – spiega Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa per l’organizzazione -.

Ora è indispensabile attuare su tutto il territorio nazionale la nuova misura e fare sì che a questo primo passo segua a breve la definizione di un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile, che sostenga le famiglie, potenzi i servizi sociali ed educativi nonché le reti di protezione, per fronteggiare efficacemente quella che in Italia è oggi una vera e propria emergenza silenziosa”.

Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, i bambini che vivono in condizioni di povertà assoluta in Italia sono un milione e 292.000, pari a un minore su otto e con 161.000 poveri in più rispetto alla precedente rilevazione.




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27 agosto 2017

Il turismo per uscire davvero dalla crisi economica?

In Italia è in atto un consolidamento della ripresa economica. Gli ultimi dati sull’andamento del Pil lo dimostrano. Ma non si può sostenere che il nostro Paesi sia davvero uscito dalla crisi economica ed occupazionale. Lo sviluppo del turismo può contribuire a superare definitivamente la crisi?

Il definitivo superamento della crisi economica ed occupazionale potrà avvenire in Italia solo quando il livello del Pil e quello della disoccupazione torneranno ad essere uguali ai livelli pre-crisi.

Ed ancora siamo lontani dal raggiungere questo obiettivo, mentre in diversi altri Paesi europei tale obiettivo è stato già conseguito.

L’ottenimento dell’obiettivo citato potrà verificarsi tramite la realizzazione di interventi di diversa natura.

Uno di questi, senza dubbio, potrebbe essere rappresentato da un’azione organica ed incisiva per sviluppare ulteriormente il turismo.

L’importanza del turismo nell’economia italiana è dimostrato dai contenuti del rapporto 2017 relativo a questo settore economico, realizzato dall’Unicredit, in collaborazione con il Touring Club.

Ma, come rilevato nel rapporto, il peso del turismo nell’ambito del sistema economico del nostro Paese potrebbe essere ancora maggiore.

A tale proposito è utile leggere quanto scritto nell’introduzione del rapporto:

“Nonostante sia ancora oggi spesso sottovalutato, il turismo risulta un driver decisivo per il nostro Paese.

L’Italia è una delle mete più desiderate nell’immaginario collettivo di tanti stranieri e ciò ha una ricaduta economica considerevole: nella classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo siamo quinti per capacità attrattiva con 50,7 milioni di arrivi internazionali e i dati 2016 del World Travel and Tourism Council certificano che la nostra industria turistica vale 70,2 miliardi di euro (ovvero il 4,2% del Pil) che salgono a 172,8 miliardi di euro (il 10,3% del Pil), se si aggiunge anche tutto l’indotto.

Per non parlare degli effetti dal punto di vista occupazionale: sono circa 2,7 milioni, infatti, i lavoratori complessivi.

Il quadro dei dati statistici ufficiali più recenti mostra una situazione molto più positiva rispetto al passato: gli arrivi totali 2015, circa 113 milioni, sono in decisa crescita rispetto al 2014 (+6,4%) come le presenze (393 milioni, +4%).

Si conferma la ripresa del turismo domestico, che più ha sofferto in questi ultimi anni degli effetti della crisi: gli arrivi italiani aumentano del 6,2% e le presenze del 4,8%.

Per quanto riguarda l’incoming, la spesa turistica degli stranieri nel 2016, per il quinto anno dal 2012, registra un altro record raggiungendo quota 36,4 miliardi di euro.

Certamente le performance del turismo italiano nel breve periodo sono state influenzate da fattori che possono dirsi ‘eccezionali’: Expo ha dato forte impulso al domestico e ad alcuni mercati extraeuropei – si veda a questo proposito l’esplosione del turismo cinese, diventato l’ottavo mercato di riferimento per l’Italia – così come ha influito positivamente la difficile situazione nel Mediterraneo che ha favorito nelle ultime stagioni estive le destinazioni turistiche della sponda nord, rispetto a quelle che stanno a sud.

Si tratta di condizioni favorevoli su cui il Paese ha potuto contare ma che non saranno destinate a durare a lungo”.

Quindi risultano evidenti le potenzialità del turismo italiano ed anche che quelle condizioni favorevoli non necessariamente si potranno ripetere.

Pertanto sarebbe necessario, e molto utile, che sia i soggetti pubblici che quelli privati interessati al settore adottino delle politiche volte a sviluppare fortemente il turismo.

Tale settore è davvero strategico per l’Italia, ma non credo che vi sia una diffusa consapevolezza di questo, purtroppo.




permalink | inviato da paoloborrello il 27/8/2017 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



23 agosto 2017

Un genocidio silenzioso nel Congo, oltre 6 milioni di morti in 20 anni

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media. Dal 1996 ad oggi si sono succedute tre guerre che hanno provocato oltre 6 milioni di morti, la metà dei quali bambini.

Utilizzando quanto scritto in due articoli pubblicati rispettivamente su www.left.it e su www.sicurezzainternazionale.luiss.it, si può comprendere qual è la situazione attuale.

Il conflitto si è intensificato dopo che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni con oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha così descritto quanto sta avvenendo in Congo: “Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione.

Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione”.

La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo.

Alcune fonti denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili.

E l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno, a Ginevra, ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle accuse di violazione dei diritti umani avvenute nella Repubblica Democratica del Congo, proprio nel Kasai.

Nel condurre la 35esima sessione dello Human Rights Council, Hussein ha criticato il governo congolese per la gestione della propria collaborazione con gli organi dell’Onu. “Sarebbe intollerabile se gli ufficiali governativi pensassero che il minimo impegno nella difesa dei diritti umani possa permettere poi la violazione di tali doveri nei confronti dei propri cittadini e di tutte le altre persone”.




permalink | inviato da paoloborrello il 23/8/2017 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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