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13 dicembre 2017

Tribunale per i diritti del malato, liste d'attesa troppo lunghe e pronto soccorso in affanno

E’ stato presentato il ventesimo rapporto Pit Salute da parte di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, dal titolo “Sanità pubblica: prima scelta, ma a caro prezzo”. Secondo il rapporto i cittadini vogliono curarsi nel servizio sanitario pubblico, perché si fidano di tale servizio e non possono sostenere i costi di una assistenza privata. Ma fanno i conti con liste di attesa lunghe, costo elevato dei ticket e dei farmaci e con un’assistenza territoriale che, più del passato, registra carenze e disservizi.

Per quanto riguarda le liste d’attesa, i cittadini segnalano soprattutto tempi lunghi per accedere alle visite specialistiche, in misura di un valore che passa dal 34,3% del 2015 al 40,3% del 2016. Seguono, con il 28,1% delle segnalazioni (era il 35,3% nel 2015), i lunghi tempi per gli interventi chirurgici; al terzo posto le liste di attesa per gli esami diagnostici (dal 25,5% 2015 al 26,4% del 2016).

Il 37,4%  denuncia i costi elevati e gli aumenti relativi ai ticket per la diagnostica e la specialistica, mentre il 31% esprime disagio rispetto ai casi di mancata esenzione dal ticket (in aumento, rispetto al 24,5% del 2015)  Oltre che per i ticket, i cittadini denunciano come insostenibili i costi per farmaci, intramoenia, Rsa (residenze sanitarie assistite) e protesi ed ausili.

In aumento anche le difficoltà relative all’assistenza territoriale (dall’11,5% del 2015 al 13,9% del 2016): in particolare, quasi un cittadino su tre (30,5%) segnala problemi con l’assistenza primaria di base, soprattutto per il rifiuto di prescrizioni da parte del medico (anche per effetto del decreto appropriatezza) e per l’inadeguatezza degli orari dello studio del medico di base.

In seconda battuta, il 16,6% ha difficoltà all’interno delle strutture residenziali come Rsa e lungodegenze, a causa dei costi eccessivi della degenza (per quasi due su cinque), della scarsa assistenza medico-infermieristica (meno di uno su tre) e delle lunghe liste di attesa per l’accesso alle strutture (uno su cinque).

Il 13,8% dei cittadini, in crescita rispetto al 2015, segnala disservizi per il riconoscimento di invalidità ed handicap, che in più della metà dei casi risulta estremamente lento. In un caso su quattro l’esito dell’accertamento è considerato inadeguato alle condizioni di salute. Troppo lunghi inoltre, per il 15,8% dei cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva, i tempi di erogazione dei benefici economici e delle agevolazioni.

In lieve diminuzione le segnalazioni su casi di presunta “malpractice” e sicurezza delle strutture: nel 2016 arrivano al 13,3% rispetto al 14,6% del 2015. La voce più rappresentata (47,9%) è quella dei presunti errori diagnostici e terapeutici.

Cresce invece il dato sulle condizioni di sicurezza delle strutture (dal 25,7% al 30,4%) che riguardano soprattutto le disattenzioni del personale (13,6%), i casi di sangue infetto (5,4%) e le infezioni ospedaliere (5,4%).

L’8,2% dei cittadini segnala problematiche nell’assistenza ospedaliera (88,2%) e nella mobilità sanitaria (11,8%). In riferimento alla prima voce, è soprattutto l’area della emergenza urgenza ad essere nel mirino delle lamentele delle persone che segnalano procedure di “triage” non trasparenti (42,9%) e lunghe attese al pronto soccorso (40,5%). Segue il tema dei ricoveri, su cui i cittadini denunciano spesso di vedersi rifiutato il ricovero (34,5%), o che lo stesso è avvenuto in un reparto inadeguato (21,4%) e ancora la mancanza di reparti e servizi (7,2%).

In aumento, rispetto al 2015, le segnalazioni sulle dimissioni: il 58,8% le reputa improprie, il 29,2% ha difficoltà ad essere preso in carico dal territorio dopo la dimissione, che non risparmiano nemmeno i malati nella fase finale della vita (11,8%).

“I cittadini non ce la fanno più ad aspettare e a metter mano al portafoglio per curarsi; anche le vie dell’intramoenia e del privato sono diventate insostenibili. Serve più servizio sanitario pubblico, più accessibile, efficiente e tempestivo”, ha dichiarato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, relativamente ai contenuti del rapporto.

Così ha proseguito Aceti: “A fronte di dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e problematiche, la rete dei servizi socio-sanitari territoriali non è in grado di dare risposte alle persone in condizioni di ‘fragilità’, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale.

E’ anche per questo che le famiglie fanno sempre più affidamento sui benefici economici derivanti da invalidità civile e accompagnamento. Ma incontrano anche qui difficoltà di accesso crescenti.

Le priorità, dunque, oltre a rafforzare gli interventi, le politiche sociali e attuare il piano nazionale della cronicità, sono: rilanciare gli investimenti nel servizio sanitario nazionale in termini di risorse economiche, di interventi strutturali per ammodernamento tecnologico ed edilizia sanitaria, nonché nel personale sanitario.

E ancora una strategia nazionale nuova per governare tempi di attesa ed intramoenia; alleggerire il peso dei ticket e revisionare la disciplina che li regola tenendo conto anche dei cambiamenti sociali e dell’alto tasso di rinuncia alle cure. Tutto questo è necessario per dare risposte alle profonde disuguaglianze in sanità che ci vengono segnalate”.




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10 dicembre 2017

Aumenta il reddito ma anche la povertà

L’Istat ha, recentemente, diffuso alcuni dati sull’andamento del reddito in Italia nel 2015. Tali dati evidenziano una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie, associata però a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale.

Infatti, nel 2015, il reddito netto medio annuo per famiglia è risultato essere pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014).

E tale crescita del reddito familiare può essere considerata, senza dubbio, piuttosto significativa.

Ma non ci si può fermare a tale commento.

Innanzitutto occorre rilevare che la crescita del reddito è stata più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa dopo diversi anni di notevole flessione.

Quindi si stima che il rapporto tra il reddito totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3.

Quest’ultima stima dimostra pertanto che nel 2015 sono aumentate le diseguaglianze economiche.

Inoltre in base ad altre analisi, relative non solo all’Italia, si può notare che tali diseguaglianze si sono accresciute, in tutto il periodo della crisi economica.

Del resto, sempre nell’anno considerato, metà delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese).

Quanto fino ad ora esposto risulta confermato da altri dati, forniti anche in questo caso dall’Istat, relativi al 2016.

Infatti nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%.

E’ aumentata sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).

Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.

Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).




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6 dicembre 2017

Per una contraccezione gratuita

Ha preso il via il 6 dicembre la raccolta di firme per sollecitare l’Agenzia del Farmaco (Aifa) e il Ministero della Salute a garantire l’accesso gratuito alla contraccezione. La petizione è promossa dal comitato per la contraccezione gratuita e consapevole, che propone soluzioni concrete per superare l’arretratezza dell’Italia su questo fronte.

Nel nostro, a differenza di altri Paesi europei, come la Francia, il Belgio e la Germania, la contraccezione è interamente a carico delle cittadine e dei cittadini, salvo rare iniziative locali.

In linea con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il comitato ha evidenziato che la disponibilità di contraccettivi gratuiti, erogati a carico del servizio sanitario nazionale, è condizione necessaria per garantire il diritto alla procreazione responsabile, con ricadute importanti sulla salute delle donne.

Preservativi maschili o femminili per alcune categorie a maggior rischio, spirali al rame o medicate con progestinici, contraccettivi orali, cerotti anticoncezionali, anelli vaginali e impianti sottocutanei con progestinici, la proposta del comitato spiega quali sono i contraccettivi essenziali per il loro profilo di sicurezza, facilità d’uso ed efficacia.

“E’ necessaria un’azione a livello nazionale per rimuovere discriminazioni economiche e territoriali e garantire a tutte le cittadine e i cittadini, anche quelli che appartengono alle fasce socio-economiche più svantaggiate, l’accesso a presidi che rientrano nella lista delle medicine essenziali stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e aggiornata nel 2017”, ha affermato Pietro Puzzi, ginecologo consultoriale e portavoce, insieme alla collega Marina Toschi, del comitato per la contraccezione gratuita e consapevole.

“Chiediamo a tutta la società civile, cittadine e cittadini, di far sentire la propria voce firmando il nostro appello”, ha detto Marina Toschi, che ha aggiunto: “Le campagne pubbliche di informazione sulla fertilità lanciate negli ultimi anni si basano sul fondamento comune della procreazione responsabile, diritto che nel 2017 nessuno metterebbe mai in discussione in un Paese democratico.

Tuttavia oggi in Italia il costo della contraccezione risulta troppo oneroso per tante donne, coppie e famiglie in condizioni di disagio economico, acuite dalla crisi.

La concreta difficoltà di regolare la propria fertilità, programmando e distanziando adeguatamente le gravidanze, ma anche la scelta obbligata del contraccettivo meno adatto, hanno un evidente impatto negativo sulla salute fisica e psicologica di queste donne, accentuando ulteriormente i loro problemi economici e sociali”.

Per firmare la petizione si può utilizzare questo link https://www.change.org/p/contraccezione-gratuita-e-consapevole.

L’elenco dei contraccettivi per cui il comitato chiede la rimborsabilità da parte del servizio sanitario nazionale è il seguente:

– preservativi a scopo anticoncezionale e per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale, quanto meno per alcune categorie a maggior rischio come i minorenni e i partner di persone Hiv positive;

– spirali intrauterine al rame, che garantiscono una protezione anticoncezionale di lunga durata (5 anni) eliminando il rischio di dimenticanza;

– spirali intrauterine medicate con progestinici, almeno quella con 52 mg. di levonorgestrel, che oltre a garantire protezione anticoncezionale sono indicate nel trattamento della metrorragia;

– contraccettivi orali estroprogestinici di seconda generazione, che offrono il miglior profilo di sicurezza rispetto al rischio di eventi tromboembolitici;

– contraccettivi orali progestinici, indicati per chi non può assumere estrogeni e in allattamento, per programmare e distanziare adeguatamente le gravidanze;

– cerotti anticoncezionali transdermici e anelli vaginali, che rilasciano attraverso la cute o la mucosa una combinazione di ormoni estro progestinici;

– impianti sottocutanei con progestinico, che garantiscono una protezione contraccettiva di lunga durata (3 anni) eliminando il rischio di dimenticanza e sono utilizzabili in allattamento.




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3 dicembre 2017

Gli smartphone e internet creano dipendenza

Gli smartphone e internet creano dipendenza. Lo dimostra uno studio presentato recentemente a Chicago, al congresso della Radiological Society of North America (Rsna), che riunisce oltre 60.000 radiologi da tutto il mondo.

Di questo studio riferisce Maria Rita Montebelli, in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

Infatti uno studio, presentato in occasione del congresso citato, condotto presso la neuroradiologia dell’Università di Seul (Corea del Sud), effettuato utilizzando la spettroscopia con tecnica di risonanza magnetica (Mrs) – in pratica una risonanza magnetica in grado di misurare la composizione chimica del cervello –  ha dimostrato che il cervello dei soggetti con cyber-dipendenza (da internet o da smartphone) è diverso da quello dagli altri ragazzi.

Lo studio ha valutato 19 quindicenni (9 dei quali maschi), con diagnosi di dipendenza da internet o da smartphone, confrontandoli con altrettanti coetanei “sani”.

Per misurare la gravità della dipendenza, i ricercatori coreani hanno utilizzato dei test standardizzati, con domande focalizzate su come e quanto internet e lo smartphone influenzassero le attività della vita quotidiana, la vita sociale del ragazzo, la sua produttività, i “pattern” di sonno e i suoi sentimenti. I ragazzi inclusi nello studio avevano tutti un punteggio molto elevato (indice di maggior gravità) nei campi della depressione, dell’ansia, dell’insonnia e dell’impulsività.

Tutti sono stati sottoposti ad una prima spettroscopia con tecnica di risonanza magnetica (Mrs) per misurare i livelli di Gaba (acido gamma aminoburrico, un neurotrasmettitore cerebrale che rallenta o inibisce i segnali cerebrali) e di glutamato-glutamina (Glx, un neurotrasmettitore eccitatorio). I ragazzi con dipendenza sono stati nuovamente sottoposti al test Mrs al termine di un ciclo di psico-terapia.

Era già noto da studi precedenti che il Gaba è coinvolto nel controllo visivo e motorio, nella regolazione di varie funzioni cerebrali e nell’ansia.

Nel lavoro presentato a Chicago, la Mrs ha rivelato che il rapporto Gaba/Glx risultava significativamente aumentato nella corteccia del giro cingolato anteriore nei soggetti con dipendenza da internet/smartphone, rispetto ai soggetti sani e prima dell’intervento psicoterapeutico. La buona notizia è che la terapia cognitivo-comportamentale è riuscita in gran parte a normalizzare le alterazioni chimiche del cervello di questi ragazzi.

E’ ancora presto per stabilire con certezza le ricadute cliniche di questo dato neuro-funzionale, ma il dottor Hyung Suk Seo, autore dello studio e professore di neuroradiologia presso la Korea University di Seoul, ritiene che l’aumentata concentrazione di Gaba nel giro cingolato anteriore in questi ragazzi con dipendenza da internet/smartphone possa interferire con l’integrazione e la regolazione del processamento del network neurale emotivo e cognitivo.

Un dato preoccupante che si aggiunge ai risultati di recenti ricerche che suggeriscono che la dipendenza da internet aumenti i sintomi depressivi e stimoli l’ideazione suicidaria.

Certo, anche non considerando questo studio, osservando semplicemente il comportamento quotidiano di molti giovani, si può già ipotizzare che si sia verificata una situazione di dipendenza nei confronti soprattutto degli smartphone.

Lo studio coreano è però importante perché dimostra, scientificamente, che tale dipendenza è possibile.

Probabilmente altri studi saranno necessari per arrivare ad una conclusione definitiva.

Ma i risultati dello studio coreano sono decisamente attendibili, proprio tenendo presente, come già rilevato, il comportamento quotidiano dei giovani.

E quindi sarebbe opportuno fin d’ora individuare le iniziative più appropriate per ridurre, anche considerevolmente, i tempi di utilizzo dello smartphone da parte dei giovani, ma anche da parte degli adulti.

In questo ultimo caso per vari motivi, pur diversi dallo stato di salute. Si pensi solamente al fatto che l’utilizzo dello smartphone determina una parte consistente degli incidenti stradali.




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29 novembre 2017

Che soddisfazione, in Germania non riescono a fare un governo

Dopo le elezioni tenutesi recentemente, in Germania la Merkel non è riuscita a formare un governo composto da Cdu e Csu oltre che dai liberali e dai verdi. I liberali, dopo lunghe trattative, hanno deciso di non partecipare al governo ipotizzato dalla cancelliera uscente.

A questo punto diverse sono le alternative possibili: un governo di coalizione tra cristiano democratici e cristiano sociali da una parte e socialdemocratici dall’altra, un governo di minoranza sempre capeggiato dalla Merkel o nuove elezioni.

La prima di queste alternative sembra la più probabile, ma un governo di coalizione tra cristiano democratici e socialdemocratici non dovrebbe formarsi prima della Pasqua del 2018, periodo necessario perché i socialdemocratici riescano a convincere i propri iscritti della necessità di dare vita a quel governo.

Quindi un Paese, come la Germania, che fino ad ora era considerato la patria della stabilità politica, è anch’esso contraddistinto, attualmente, da una situazione di forte instabilità.

Pertanto, non solamente in Italia si verificano situazioni di instabilità politica, manifestatesi soprattutto in passato ma che potrebbero esserci anche dopo le prossime elezioni politiche, in primo luogo a causa delle caratteristiche della legge elettorale da poco approvata dal Parlamento.

In realtà quanto sta avvenendo in Germania non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera l’affermazione, in molti Paesi europei, di partiti e movimenti populisti, talvolta di estrema destra e razzisti. Tale affermazione ha avuto spesso come conseguenza il determinarsi di una situazione di instabilità politica.

Certo, il principio “mal comune mezzo gaudio” non deve deresponsabilizzare in Italia i partiti non populisti del centro sinistra e del centro destra, i quali si dovrebbero impegnare fortemente per contrastare l’affermazione dei partiti populisti, tramite però l’adozione di cambiamenti radicali nelle loro politiche.

Ma tali cambiamenti dovrebbero interessare i partiti di centro sinistra e di centro destra di tutta Europa, e al centro della loro azione è necessario che vi sia la consapevolezza dell’importanza di rafforzare l’Unione europea, accrescendo i suoi poteri, e non certamente il tentativo di ridurne ruolo e competenze.




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26 novembre 2017

Le mafie e l'economia italiana

Nel 2015 il Pil (prodotto interno lordo) in Italia è cresciuto anche in seguito ad un lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un rapporto dell’Istat. Ed è più che probabile che la stessa situazione si sia verificata negli anni successivi. E’ certo comunque che l’economia illegale svolga un ruolo piuttosto importante, nell’ambito del sistema economico italiano.

Di questo rapporto si occupa, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Eleonora Montani.

Così scrive Eleonora Montani:

“L’11 ottobre è stato reso noto il report dell’Istat sui dati dell’‘economia non osservata’ nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il ‘lieve aumento dell’economia illegale nel 2015’.

Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?…”

“Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente…”.

“Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra i Paesi dell’Unione europea e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta.

Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità.

Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali.

Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita ed economia illecita. Di più, le ricostruzioni delle attività della realtà criminale hanno messo in luce come il traffico di sostanze stupefacenti possa essere considerata la principale fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

Anche sotto questo punto di vista, appare allora lecito interrogarsi sull’opportunità della scelta di ricomprendere nel Pil voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose, come se lo stato riconoscesse e si avvalesse dei benefici prodotti dall’antistato”.

Gli interrogativi che si pone Eleonora Montani sono legittimi.

Io credo però che riconoscere, anche statisticamente, che l’economia criminale, le mafie, occupino una posizione di tutto rilievo nell’ambito del sistema economico italiano non si possa evitare, anche perché fornire dati il più possibile attendibili sull’importanza dal punto di vista economico delle attività illegali può rappresentare un’ulteriore dimostrazione della necessità di contrastarle.




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22 novembre 2017

Energia e rifiuti: aumentano gli impianti contestati

Energia e rifiuti, in questi settori, nel 2016, si sono verificate gran parte delle contestazioni secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, l’unico database nazionale che dal 2004 monitora in maniera puntuale la situazione delle opposizioni contro opere di pubblica utilità e insediamenti industriali in costruzione o ancora in progetto.

E’ stata presentata, infatti, la nuova edizione dell’Osservatorio che esamina lo stato dell’arte della sindrome Nimby in Italia nel 2016 e conferma come il comparto energetico (56,7%) e quello dei rifiuti (37,4%) si contendano il podio dei No.

Più in generale, nel 2016, la ricerca arriva a contare 359 impianti contestati: in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, questo dato mette l’accento sulla situazione strutturale di un Paese bloccato, in cui le opposizioni di comitati, partiti ed enti pubblici fanno da eco puntuale ad ogni iniziativa di sviluppo industriale.

Cresce anche il numero delle opere che, per la prima volta, vengono intercettate dal monitoraggio: il 2016 lascia in dote al database Nimby ben 119 new entries (+7,2% sul 2015).

La partecipazione attiva ai processi decisionali è diventata, per i cittadini, un’esigenza imperativa: le comunità si aspettano di essere interpellate, consultate, coinvolte. Non a caso, l’assenza di coinvolgimento ricorre al secondo posto, dopo le preoccupazioni per l’ambiente, come causa alla base delle contestazioni, con un trend di incremento progressivo ma costante: 14,6% nel 2014, 18,6% nel 2015, 21,3% nel 2016.

Quindi anche nel 2016, la politica industriale italiana sembra incepparsi in maniera prevalente attorno ai nodi dell’energia e dei rifiuti: rispettivamente al primo e al secondo posto, si contendono il podio dei comparti più contestati.

Il settore energetico vede le opposizioni orientarsi in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (75,4%). Le tipologie di impianto più avversate sono, in particolare, la centrale a biomasse (43 impianti), la struttura di compostaggio (20) e il parco eolico (13).

Meno ricorrenti in termini assoluti rispetto alle fonti rinnovabili, le fonti di energia convenzionale si aggiudicano il primato relativo alla tipologia specifica di impianto più contestata. Si tratta degli impianti di ricerca ed estrazione di idrocarburi, che da soli assommano a 81 opere censite.

Le politiche europee in materia di rifiuti ed economia circolare sembrano, dal 2015, corrispondere al “revamping” della sindrome Nimby in questo settore: l’auspicata transizione alla green economy sta, infatti, concentrando un numero crescente di investimenti nella filiera del recupero dei rifiuti, moltiplicando iniziative progettuali inevitabilmente contestate. Termovalorizzatori (37), discariche per rifiuti urbani (30) e discariche per rifiuti speciali (18) ricorrono tra i primi posti in questo comparto.

Il monitoraggio della stampa nel 2016 conferma il ruolo di assoluta centralità della politica, che – tra enti pubblici e partiti politici – trascina le contestazioni nel 50% dei casi censiti.

Seguono le organizzazioni e i comitati dei cittadini, che pesano per un terzo sull’insieme dei soggetti promotori del No.

Un peso corrispondente alla quantità abnorme di ricorsi alla giustizia amministrativa, che sempre più spesso è chiamata a dirimere richieste di interruzione/revoca di iter già avviati o conclusi.

Ulteriore conseguenza del ruolo del soggetto “popolare” è il ranking delle ragioni di protesta: al primo posto figura l’impatto con l’ambiente, che si attesta al 30,1%, in leggera flessione rispetto al 2015 (32,8%). Segue il già citato scontento causato dalle carenze procedurali e dal mancato coinvolgimento nell’iter autorizzativo.

La mappa del contagio Nimby evidenzia la trasversalità delle opposizioni anche dal punto di vista geografico.

Seguendo pedissequamente la distribuzione dei progetti di sviluppo industriale, il No ricorre con maggiore capillarità nel Nord Italia (41%): Lombardia ed Emilia Romagna mantengono i primi posti, con rispettivamente 56 e 48 impianti contestati.

Non mancano tuttavia, le opposizioni nelle regioni del Centro e del Sud Italia. Con 32 impianti contestati (erano 6 nel 2014), la Basilicata rappresenta ormai un territorio di grande frizione tra imprese, politica e cittadini, tanto da surclassare regioni come Lazio (30), Veneto ( 28) e Sicilia (26), assai più visibili nei confronti dei media e dell’opinione pubblica nazionale.

Rispetto al 2015, passa dal 15% al 20% il numero dei soggetti che si esprime a favore degli impianti. Voci che, pur flebilmente, si spendono per affermare come grandi opere e infrastrutture possano essere occasioni di rilancio economico, di miglioramento dei servizi e incremento dell’occupazione.

In ogni caso, le iniziative di comunicazione rimangono prerogativa degli oppositori (80%), i quali fanno leva in maniera meno frequente ai media tradizionali (25,7% nel 2016 e 29,9% nel 2105).

La bilancia della comunicazione Nimby inizia così a pendere anche in favore dei social media, che passano dal 16,8% del 2015 al 22,9% del 2016 nella ricorrenza d’uso da parte dei contestatori.

Nell’epoca delle post verità e delle fake news, compaiono a livello territoriale veri e propri “influencer del No”, che hanno spesso facile gioco nel confondere le carte dell’informazione e ostacolare la possibilità degli individui di formarsi una opinione laica sui fatti.

Si può concludere esaminando gli obiettivi del Nimby Forum, un vero e proprio “think tank”, così come sono esposti nel sito web dei promotori di questa iniziativa.

“Nel nostro Paese lo sviluppo infrastrutturale incontra continui ostacoli e ritardi, con conseguenti perdite economiche, tensioni sociali e incertezze.

Nimby Forum si pone l’obiettivo di sensibilizzare i diversi stakeholder verso un percorso che concili progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità.

La progettazione di una grande opera civile di pubblica utilità o la realizzazione di un impianto industriale per la produzione di energia o per il trattamento dei rifiuti determina spesso opposizioni da parte del territorio.

Si tratta di una vera e propria sindrome, nota come Nimby (not in my back yard = non nel mio cortile), oggi sempre più diffusa nei vari strati della popolazione nazionale”.




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20 novembre 2017

In Italia oltre 130.000 minori non vanno a scuola

Secondo quanto rilevato nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” di Save the Children, in Italia tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112.000 ragazzi, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23.000 alunni.

Inoltre, negli istituti con un indice socio-economico-culturale più basso più di 1 quindicenne su 4 (il 27,4%) è ripetente, mentre negli istituti con indice alto la quota scende quasi a 1 su 23 (il 4,4%).

Uno studente di quindici anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, poi, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata

Quindi a cinquanta anni dalla scomparsa di Don Lorenzo Milani, che ha lottato affinché la scuola offrisse pari opportunità ai suoi studenti indipendentemente dalla loro condizione economica, nel sistema scolastico nazionale le diseguaglianze sociali continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni.

L’Atlante quest’anno propone un percorso in sei capitoli attraverso la scuola italiana con l’obiettivo di osservare e ascoltare il nostro sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e, in particolare, di coloro che vivono ai margini rischiando, oggi come cinquant’anni fa, di venire espulsi (anche) dalla scuola.

“La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che sono gettate le basi del loro futuro” ha rilevato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità: raccontare il sistema scolastico, il modo in cui esso riesca o non riesca a superarle, significa affrescare la condizione dell’infanzia in Italia.

Save the Children lotta affinché sia riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Bisogna percorrere i corridoi, entrare nelle aule, dare voce a pedagogisti, docenti e studenti, facendo tesoro del buono e individuando cosa è migliorabile. Ogni bambino deve accedere alle stesse opportunità, ha il diritto di essere protagonista e di essere ascoltato”.

“Negli ultimi decenni il quadro dell’infanzia in Italia ha subito trasformazioni epocali alle quali la scuola ha dovuto fare fronte” ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi Italia Europa di Save the Children.

“La denatalità ha comportato la perdita di un terzo della popolazione in età dell’obbligo scolastico; le rivoluzioni culturali e tecnologiche, così come l’ingresso di un milione di bambini di origine migrante nel sistema scolastico, hanno rappresentato una grande sfida di cambiamento per la scuola. Nel frattempo, per effetto della recessione, nuove povertà economiche e educative sono tornate a minacciare il futuro dei bambini.

Davanti a queste vere e proprie rivoluzioni, la scuola italiana è stata spesso lasciata sola, non sorretta da risorse adeguate e politiche lungimiranti per poter reggere il passo dei tempi. In un paese segnato da grandi squilibri territoriali, l’Italia non ha mai sperimentato un dispositivo nazionale per sostenere le scuole nei contesti più svantaggiati”.

Tra l’altro leggendo i contenuti dell’Atlante, si può notare che la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. L’Ocse calcola poi che in Italia la probabilità di ripetenze aumenta per i maschi (+104%) e per gli alunni di origine migrante (+117%).

Inoltre, sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i dati dell’anagrafe nazionale studenti del Miur evidenziati nell’Atlante.

Tali dati consentono di tracciare un identikit più preciso degli alunni a rischio: tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera.

Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i quindicenni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, all’aumento delle povertà economiche sono corrisposte anche nuove povertà educative: tanti bambini, infatti, non hanno accesso ad attività culturali.

Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni non arrivano a svolgere, in un anno, quattro delle seguenti attività culturali: lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a internet.

Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi 1 quindicenne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e 1 su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.




permalink | inviato da paoloborrello il 20/11/2017 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



15 novembre 2017

La manutenzione delle strade non si fa e aumentano gli incidenti

La manutenzione delle strade in Italia è del tutto insufficiente. Tale situazione, che si verifica ormai da diversi anni, è una delle cause più importanti dei numerosi incidenti stradali che si verificano. Di tutte le strade una su due non è sicura. Sarebbero necessari 40 miliardi di euro per effettuare gli interventi di manutenzione, ormai indispensabili.

Ogni anno è soprattutto la Siteb, l’associazione delle imprese di costruzione e di manutenzione delle strade, a denunciare questa situazione.

E il suo direttore, Stefano Ravaioli ha rilasciato alcune dichiarazione a www.tiscali.it.

“Dopo il leggero recupero nel 2015 siamo tornati ai livelli del 2014, il precedente minimo storico. Il degrado delle strade ormai si vede a occhio nudo. Praticamente una su due è ormai a rischio sicurezza”, ha affermato Ravaioli.

“La principale causa è la mancanza di fondi. Nonostante l’allentamento del patto di stabilità delle pubbliche amministrazioni gli investimenti in manutenzione non sono stati fatti” ha spiegato il direttore di Siteb.

Come al solito però hanno pesato anche questioni burocratiche. “L’anno scorso – ha proseguito – è entrato in vigore il nuovo codice degli appalti. Molte amministrazioni non sono riuscite a farli perché ancora non conoscono bene le nuove regole”.

“Negli ultimi 10 anni – ha detto poi Ravaioli – non sono stati messi in opera qualcosa come 10 miliardi di euro di materiale stradale. Se oggi il governo Gentiloni investisse questa stessa ed identica somma non si tornerebbe però allo situazione precedente perché nel frattempo le strade si sono degradate per un importo pari a 40 miliardi”.

Una cifra che, oggettivamente, è molto alta in considerazione dello stato di salute, più che precario, dei conti pubblici italiani.

Comunque anche la mancanza di controlli incide negativamente sulla qualità delle manutenzioni.

Infatti quando le manutenzioni si fanno sono di scarsa qualità e le strade rapidamente tornano al precedente stato di degrado e insicurezza.

Secondo Ravaioli anche di questo sono responsabili le pubbliche amministrazioni.

“Le imprese fanno lavori conformi ai capitolati che spesso sono fatti male perché mancano le competenze per farli”.

Il direttore di Siteb ha riconosciuto però l’esistenza di responsabilità anche sul fronte delle imprese.

“Qualcuna – ha spiegato – può fare la furba e utilizzare meno bitume di quanto richiesto ma una grossa colpa è comunque del committente pubblico che non esegue controlli adeguati. Se ci fossero nessuno proverebbe a risparmiare sui materiali”.

Aggiungo però che la carenza di controlli non assolve certo le imprese che ci “marciano”, le quali forse sono più di qualcuna.

Da parte della Siteb, poi, si forniscono ulteriori informazioni.

Secondo l’ultimo rapporto Ocse sul tema, il Road Safety, nel 2015, in Italia, per la prima volta in dieci anni, sono tornati ad aumentare in Italia i decessi per incidenti stradali, +1,4% (rispetto al 2014), pari a 3.428 vittime, e sono in risalita (+6,4%) anche i feriti.

Un bollettino di guerra che nel 2016 ha ripreso la sua linea discendete: 3.238 morti ma il numero di incidenti continua ad aumentare e rimane ben lontano il traguardo auspicato dalla Ue, ovvero quello di dimezzare il numero di decessi entro il 2020.

E si stima che circa un terzo degli incidenti sia dovuto all’inadeguatezza della manutenzione stradale.

Nel 2016 siamo scesi al minimo storico di consumo di asfalto per un impiego complessivo di 22 milioni di tonnellate per costruire e tenere in ordine le strade. Nel 2010 i consumi ammontavano a 29 milioni di tonnellate, un risparmio che si è tradotto inevitabilmente nella cattiva condizione delle infrastrutture viarie.

Del resto si investe quanto 30 anni fa, ma su una rete molto più estesa e trafficata in condizioni già critiche da anni.

L’insicurezza stradale ha un impatto anche economico.

Si stima che i 175.000 incidenti con lesioni registrati in Italia nel 2016 costino circa 17 miliardi di euro, tra rimborsi assicurativi e riparazioni delle vetture. E se un terzo degli incidenti è causato dalla scarsa manutenzione del manto stradale, c’è il rischio che anche contribuente dovrà presto mettere mano al portafoglio.

Perché la circolare ministeriale che precisa l’articolo 14 del codice della strada inchioda le pubbliche amministrazioni alle proprie responsabilità: “Gli enti proprietari, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”.

In altre parole, in caso di incidente, se provata la concausa della scarsa manutenzione, il conducente potrà chiamare in causa gli enti proprietari e chiedere il risarcimento. E questo anche in caso di omicidio stradale.




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10 novembre 2017

La legge di bilancio si dimentica delle persone con disabilità

Per l’Anffas, l’associazione delle famiglie di persone con disabilità, ha espresso un giudizio fortemente negativo sulla proposta di legge di bilancio presentata al Senato. Infatti secondo il presidente dell’associazione, Roberto Speziale, in quella proposta non sono previsti interventi a favore delle persone con disabilità

Così Speziale ha commentato i contenuti della proposta di legge di bilancio, secondo un comunicato emesso dall’Anffas:

“Abbiamo iniziato ad analizzare il disegno di legge presentato lunedì scorso al Senato e siamo rimasti assolutamente sconcertati nel riscontrare la mancanza di interventi a favore delle persone con disabilità, registrando anche un arretramento rispetto a quanto previsto negli anni precedenti o addirittura rispetto ad altre situazioni di fragilità”, così commenta Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale), annunciando quindi una forte presa di posizione rispetto al dibattito parlamentare che è iniziato questa settimana.

“Per esempio, a fronte di un allungamento al 31.12.2019 del periodo di richiesta per l’Ape, non ritroviamo una simile previsione per l’Ape Sociale, che interessa lavoratori più fragili, quali quelli con disabilità o quelli che assistono con continuità familiari con disabilità grave”, continua Speziale.

“Cos’altro c’è tra legge di bilancio e decreto fiscale collegato? Poco altro e niente!”

Soprattutto Anffas punta il dito sull’assoluta mancanza di misure a sostegno dei ‘caregiver’ familiari, proprio in un momento storico in cui nella nazione e in Parlamento alta è l’attenzione sul tema.

“Occorre valorizzare il supporto informale dei ‘caregiver’ attraverso misure che diano un sostegno previdenziale, ma anche di coordinamento con quanto istituzionalmente comunque la Pubblica Amministrazione deve continuare a garantire alle persone con disabilità”, puntualizza Speziale.

Per Anffas la conferma del fondo nazionale per la non autosufficienza di 450 milioni di euro, da cui rinvenire anche le risorse per la vita indipendente, risulta abbastanza esile dopo che con la legge n. 112/2016 (sul “durante noi, dopo di noi”) si è avviato un processo ormai inarrestabile di necessaria individuazione degli interventi e delle attività a favore di ciascuna singola persona con disabilità attraverso uno specifico progetto individuale di vita, che traguardi le sue varie dimensioni in relazione agli specifici contesti vissuti quotidianamente.

Conclude allora Speziale: “Basta con un welfare assolutamente prestazionistico, standardizzato e meramente assistenzialistico – neppure adeguatamente supportato col disegno di legge – vogliamo un welfare che guardi alla persona con disabilità, così come con altre fragilità e costruisca insieme alla stessa un percorso di inclusione vera e di giusti supporti per il miglioramento della sua qualità di vita in ottica assolutamente propulsiva, potenziando le esperienze di vita indipendente, di percorsi per il dopo di noi, di supporto ai sostegni formali; diversamente la spesa pubblica continuerà ad essere sterile. Stiamo già approntando proposte serie e coerenti a tale impianto da discutere con tutti gli interlocutori politici e sociali”.




permalink | inviato da paoloborrello il 10/11/2017 alle 21:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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