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14 febbraio 2018

Razzismo, almeno 5 casi di discriminazione al giorno

La diffusione in Italia, negli ultimi periodi, di fenomeni di razzismo è evidente. Lo sostengono 16 associazioni ed enti locali che fanno parte del progetto “Voci di Confine”. Pur limitandosi agli ultimi dati disponibili, forniti dall’Unar (ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e relativi al 2016, si sono verificati in quell’anno 2.652 episodi di discriminazione, il 69% – ovvero più di 1.800 – riguarda fatti discriminatori per motivi razziali, con una media di 5 al giorno.

Nel comunicato dei soggetti promotori del progetto “Voci di Confine”, oltre a citare i dati dell’Unar, si osserva che l’Odihr (office for democratic institutions and human rights) dell’Osce, che raccoglie ogni anno i dati sugli “hate crimes”in Italia, ha segnalato che su 555 crimini d’odio rilevati dalle forze dell’ordine nel 2015 369 erano stati relativi a episodi di razzismo e xenofobia. A cui si aggiungono altri 101 casi riportati da organizzazioni della società civile.

La relazione della commissione d’indagine del Parlamento Italiano su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo (nota come commissione Jo Cox) ha poi dimostrato l’esistenza di una “piramide dell’odio” alla cui base ci sono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio.

“Cavalcare lo stereotipo che la presenza degli immigrati sia la base di tutti i problemi degli italiani o mettere in connessione l’immigrazione con il tema della sicurezza, si sta dimostrando una tendenza molto pericolosa” ha dichiarato Renata Torrente, referente di Voci di Confine per Amref, organizzazione capofila.

“La narrazione sui cittadini di origine straniera presenti in Italia va normalizzata su dati precisi di realtà e con informazioni corrette; l’intento di Voci di Confine è anche contrastare il razzismo mettendo in piedi una campagna di comunicazione e azioni di sensibilizzazione che usano e citano ricerche, dati e fonti autorevoli sul fenomeno della migrazione, chiamando tutti alla responsabilità di fare altrettanto se si vogliono sostenere o mettere a confronto opinioni diverse”, ha affermato ancora Renata Torrente.

“Gli avvenimenti occorsi a Macerata nei giorni scorsi sono un campanello di allarme che non dobbiamo sottovalutare come cittadini, prima di tutto, e poi come operatori del terzo settore”, ha dichiarato Simone Bucchi, Presidente di Csv Marche, una delle organizzazioni che fanno parte del progetto Voci di Confine.

“Da anni siamo impegnati per rafforzare le reti territoriali che mettono al centro i bisogni delle persone più vulnerabili, e continueremo a farlo con ancora maggior convinzione, lavorando nel mondo del volontariato, rivolgendoci ai giovani e ai ragazzi, interloquendo con gli enti locali e con tutti coloro che come noi credono fermamente che le Marche siano una regione plurale, solidale e accogliente verso ogni individuo desideroso di costruirsi un futuro qui, a prescindere dal colore della pelle o dalla religione professata. Il nostro impegno nel progetto Voci Di Confine sarà, per queste ragioni, ancora più consapevole e ci rendiamo disponibili a dialogare con tutti coloro che vogliono impegnarsi per raccontare una storia diversa della migrazione e dell’accoglienza”, ha concluso Bucchi.

La Rete della Diaspora Africana (Redani), parte del progetto Voci di confine, ha dichiarato, in merito al ferimento a Macerata di cinque persone: “Riteniamo che questo atto di una gravità enorme sia la conferma della regressione culturale in corso nel Paese. Non crediamo che il sig. Luca Traini abbia un mandante per il crimine commesso, ma siamo convinti che questo atto criminale si è potuto commettere, perché c’è un clima generalizzato di intolleranza verso lo straniero”.




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11 febbraio 2018

Votare +Europa con Emma Bonino

Non sarà facile scegliere chi votare in occasione delle prossime elezioni politiche che si terranno il 4 marzo. Almeno per me e per molti che la pensano come. Iscritti ed elettori del Pd ma che sempre più spesso sono in disaccordo con le decisioni del segretario di quel partito, Matteo Renzi, pur se, come il sottoscritto, inizialmente erano suoi sostenitori. C’è però una possibilità alternativa: votare la lista +Europa guidata da Emma Bonino, che fa parte della coalizione di centrosinistra all’interno della quale è presente anche il Pd.

Perché è possibile, anzi è opportuno, votare +Europa?

Innanzitutto perché è guidata da Emma Bonino.

Emma è stata ed è un esponente politico anomalo per l’Italia. Ha sempre privilegiato non il proprio interesse personale o la ricerca di una posizione di potere, ma, invece, ha tentato di soddisfare esigenze di carattere generale, i suoi principi, i suoi valori, tendenti soprattutto a tutelare e a sviluppare i diritti civili, spesso di natura etica, generalmente sottovalutati dal mondo politico, ma di estrema importanza per la vita quotidiana dei cittadini italiani.

Ha condotto, con grande impegno, battaglie di notevole rilievo, che all’inizio sembravano minoritarie, ma che poi hanno riscosso un grande successo, prima fra tutte quella per l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della possibilità, da parte delle donne, di interrompere la gravidanza, a certe condizioni.

Ma molte altre possono essere citate. Ne cito ancora solo una: quella sul “fine vita” che ha reso possibile il cosiddetto testamento biologico.

Quindi Emma Bonino può essere considerata un personaggio politico di elevata statura culturale e politica e per questo l’apprezzo molto, un motivo molto importante per indurmi a votare la lista da lei guidata.

Inoltre il programma della lista +Europa è per me ampiamente condivisibile.

E, senza addentrarmi nei dettagli del programma, mi sembra sufficiente riportare la premessa, per giustificare il mio giudizio positivo.

“Per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrono risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa unita e democratica.

Un’Europa per il benessere e contro la povertà, per le libertà fondamentali e contro ogni forma di discriminazione, per l’accoglienza e l’integrazione con regole certe e contro l’indifferenza, per la sicurezza e contro il terrorismo.

Un’Europa votata all’innovazione tecnologica e alla ricerca scientifica, alla valorizzazione del patrimonio storico e ambientale, alla tutela della concorrenza in un mercato aperto e alla creazione di opportunità e lavoro.

Vogliamo farlo a partire dall’Italia, abbattendo i muri reali e immaginari eretti dai nazionalismi, dall’odio e dal populismo e dobbiamo farlo perché la Storia ha dimostrato dove questi portano: indietro, mai avanti. È tempo di dire che per guardare al futuro dell’Italia non serve meno Europa, anzi.

Per avere – anche in Italia – più crescita, più diritti, più democrazia, più libertà, più opportunità, più sicurezza, più rispetto dell’ambiente, serve più Europa.

Per queste ragioni Radicali italiani, Forza Europa e Centro Democratico alle prossime elezioni hanno deciso di promuovere +Europa con Emma Bonino”.




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11 febbraio 2018

Caccia, stagione chiusa. Per il Wwf bilancio negativo

Il 31 gennaio si è chiusa la stagione venatoria. Per il Wwf Italia il bilancio finale è negativo. Solo rari infatti i segnali positivi per la tutela della fauna selvatica e il rispetto della legalità, ai quali si sono contrapposti, tra l’altro, l’aumento dei morti per caccia, l’incremento del bracconaggio anche su specie protette, i provvedimenti delle Regioni sempre a vantaggio dei cacciatori e contro la tutela di animali.

Il Wwf, in suo comunicato, ha esposto i singoli aspetti negativi che hanno contraddistinto la stagione venatoria.

Si sono verificati numerosi e gravi incidenti di caccia. A novembre 2017, il Wwf ha sentito l’esigenza di richiamare l’attenzione del ministro dell’Interno, evidenziando come in meno di due mesi si erano già registrate 44 vittime a causa dei cacciatori. Una situazione che a fine dicembre si era ulteriormente aggravata con ben 25 morti e 58 feriti.

Il Wwf, poi, si è trovato a dover arginare proposte di legge finalizzate a deregolamentare ulteriormente il settore a tutto vantaggio della potente lobby dei cacciatori e dell’ancora più potente lobby dei produttori di armi.

Non è andata meglio sul versante delle Regioni che hanno fornito pessime prestazioni lungo quasi tutta la Penisola. Tutte le Regioni, ad eccezione dell’Abruzzo, hanno dato il peggio di sé all’inizio della stagione venatoria: invece di rinviare ad ottobre l’avvio della caccia per dare una tregua e consentire di riprendersi agli animali selvatici stremati dal caldo estremo, dagli estesi incendi e dalla siccità, hanno anticipato la stagione venatoria.

Ma non basta. Solo nei mesi di dicembre 2017 e gennaio 2018 vi è stato un fiorire di leggi regionali non conformi alla legge quadro sulla caccia (legge 157/1992): la Lombardia e la Liguria hanno stabilito regole sull’annotazione dei capi abbattuti che di fatto impediscono un reale controllo, il Veneto ha “regalato” 350.000 euro alle associazioni venatorie “per finanziare progetti di informazione e di sensibilizzazione dei cacciatori”, a vari scopi tra i quali “contrastare il deprecabile fenomeno del bracconaggio” (dimenticando che gli atti di bracconaggio non sono semplicemente fenomeni da deprecare, ma reati sanzionati dal codice penale che chi possiede una licenza di caccia dovrebbe conoscere bene).

Le Marche hanno finanziato iniziative delle associazioni venatorie, legate alla “cultura e tradizioni dei cacciatori” definiti “valorizzatori dell’habitat e dell’ecosistema”, lasciando invece senza fondi i centri di educazione ambientale regionali; ancora la Liguria ha approvato una legge che non rispetta il divieto nazionale di commercio di fauna selvatica. la Puglia ha ridefinito il concetto di “esercizio venatorio”, limitandolo al solo impiego di “armi pronte all’uso e cariche”. Tutti provvedimenti sempre e solo a vantaggio dei cacciatori, anzi a vantaggio di quei cacciatori/bracconieri che non vogliono controlli.

E proprio sul bracconaggio si sono registrate le notizie peggiori: uccisioni di specie protette, detenzione illegali o gravi maltrattamenti ai danni di animali selvatici, molti dei quali durante la stagione di caccia.

Cosa propone il Wwf per il futuro?

Poiché anche questa stagione venatoria ha dimostrato la difficoltà del nostro Paese ad allinearsi agli standard internazionali ed europei in materia di tutela della fauna selvatica e di prelievo venatorio, va totalmente invertita questa situazione in cui l’unico elemento positivo è la costante diminuzione del numero dei cacciatori.

E’ necessario migliorare e aumentare l’attività di vigilanza venatoria da parte delle forze dell’ordine e delle Amministrazioni locali. Va agevolata la nomina di nuove guardie volontarie delle associazioni di protezione ambientale, favorendone le attività nell’affiancamento alle forze di polizia.

Vanno aumentati i controlli, vanno introdotte regole più severe sul rilascio e sul rinnovo delle licenze di caccia.

Va ridotto il periodo di caccia, così come vanno ridotte le aree aperte a tale attività che costituisce un reale pericolo per agricoltori, escursionisti o altre categorie che sempre più spesso sono vittime di “incidenti” di caccia.

E al nuovo Parlamento che si insedierà a marzo, il Wwf Italia chiederà una riforma del sistema sanzionatorio penale per l’uccisione, le catture illegali, il commercio illecito di animali appartenenti a specie protette dalle normative nazionali, europee o internazionali con l’introduzione del “delitto di uccisione di specie protetta”.




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4 febbraio 2018

Oltre 3 milioni i lavoratori in nero. Necessario diminuirli

Sono 3,3 milioni i lavoratori irregolari in Italia. Questo è il principale risultato di una ricerca realizzata dal Censis e da Confcooperative. Si sostiene inoltre che il lavoro nero è aumentato in seguito alla crisi economica. E la sua notevole diffusione ha interessato molti settori produttivi. Le regioni dove tale fenomeno è risultato essere più consistente sono state la Calabria, la Campania e la Sicilia.

“Attraverso questo focus – ha affermato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – denunciamo ancora una volta e diciamo basta a chi ottiene vantaggio competitivo attraverso il taglio irregolare del costo del lavoro che vuol dire diritti negati e lavoratori sfruttati. Se le false cooperative sfruttano oltre 100.000 lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto più ampia che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso a oltre 3,3 milioni di persone”.

Nel periodo 2012-2015 (ultimi dati disponibili), mentre l’occupazione regolare si è ridotta del 2,1%, l’occupazione irregolare è aumentata del 6,3%, portando cosi a oltre 3,3 milioni i lavoratori in nero.

La crisi ha inciso negativamente sulla stabilità del reddito e del lavoro che per molti si è tradotto in una rincorsa affannosa a “un lavoro a ogni costo”, all’accettazione di condizioni lavorative peggiorative e, nello stesso tempo, alla diffusione di comportamenti opportunistici che hanno alimentato l’area dell’irregolarità nei rapporti di lavoro, l’evasione fiscale e contributiva, il riemergere di fenomeni di sfruttamento del lavoro.

Nel periodo 2012-2015 mentre nell’economia regolare venivano cancellati 462.000 posti di lavoro (260.000 riconducibili a lavoro svolto alle dipendenze e 202.000 nell’ambito del lavoro indipendente), la schiera di chi era occupato illegalmente cresceva di 200.000 unità, arrivando a superare quota 3,3 milioni.

All’espansione del lavoro irregolare ha contribuito in maniera prevalente l’occupazione dipendente (+7,4%), mentre sul fronte dell’occupazione regolare è stata la componente indipendente che, in termini relativi, ha subìto un maggiore ridimensionamento (-3,7%).

La graduatoria delle attività a più ampio utilizzo di lavoro sommerso ha visto ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico da parte delle famiglie, secondo un tasso di irregolarità – dato dal rapporto fra occupati irregolari e il totale degli occupati – che ha sfiorato il 60% (quasi quattro punti in più nel 2015 rispetto al 2012).

“Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarità di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi o nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo – ha rilevato sempre Maurizio Gardini – seppur in un contesto di irregolarità, fotografa le difficoltà delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Le famiglie evadono per necessità. Negli altri casi si tratta di sfruttamento dei lavoratori che nasce solo per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”.

A seguire, ma con tassi più che dimezzati, è nell’ambito delle attività agricole e del terziario che si è registrato uno stock di occupati non regolari particolarmente rilevante: nel primo caso il tasso è del 23,4%, mentre nel secondo caso – e nello specifico delle attività artistiche, di intrattenimento e di altri servizi – risulta di poco inferiore (22,7%). Piuttosto elevata la quota di irregolari nel settore alloggi e ristorazione, con il 17,7%, e nelle costruzioni (16,1%).

Più contenuti rispetto alla media riferita al totale delle attività economiche (13,5%), ma in ogni caso in crescita nel 2015 rispetto al 2012, i valori relativi a trasporti e magazzinaggio (10,6%), al commercio (10,3%).

Sul piano territoriale, e riguardo all’incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale, Calabria e Campania hanno registrato le percentuali più alte (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%), seguite da Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7,0%).

Nella ricerca non sono forniti i dati relativi al 2016 e al 2017. E’ difficile sapere quale sia stato l’andamento del numero complessivo dei lavoratori irregolari in questi ultimi due anni.

Io non credo che tale numero si sia ridotto. E’ probabile invece che i lavoratori irregolari siano aumentati o quanto meno siano rimasti stabili. Comunque, qualunque sia stato il loro andamento negli ultimi due anni, il numero degli irregolari è rimasto certamente molto consistente.

Pertanto ci si deve porre l’obiettivo di ridurre in misura rilevante i lavoratori in nero. Io ritengo infatti che solo una parte minoritaria di coloro che utilizzano lavoratori irregolari lo facciano per necessità, a parte il fatto che è necessario comunque contrastare anche il diffondersi di questa categoria di lavoratori in nero.

Le pubbliche amministrazioni soprattutto si devono impegnare per conseguire quell’obiettivo.

Innanzitutto accrescendo considerevolmente i controlli, sanzionando quanti si avvalgono di lavoratori irregolari. Ma anche, quando esternalizzano determinati servizi, impedendo che gli appalti siano affidati a imprese che sfruttano i lavoratori, non solo per la verità assumendoli in forme irregolari ma anche corrispondendo loro remunerazioni troppo basse.

Quando si sostiene, infatti, che sia necessario mettere di nuovo al centro delle politiche pubbliche il lavoro, ciò significa non solo promuovere interventi tendenti ad aumentare il numero degli occupati ma anche migliorare decisamente la qualità del lavoro, riducendo lo sfruttamento e la precarietà, altro fenomeno quest’ultimo che si è sviluppato in misura considerevole negli ultimi anni.




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1 febbraio 2018

Renzi di nuovo un irresponsabile

Matteo Renzi, segretario del Pd, ha di nuovo dimostrato di essere un irresponsabile. Nella scelta dei candidati alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo ha deciso che le minoranze interne non fossero sufficientemente rappresentate, ha impedito la ricandidatura di parlamentari di elevata statura politica e culturale ma, evidentemente, ritenuti non affidabili.

Ha privilegiato i suoi fedelissimi, i suoi “yes man” o “yes woman”, indipendentemente dalla loro capacità e dalla loro esperienza.

Il suo obiettivo principale è stato quello di dare vita, dopo le elezioni, a dei gruppi parlamentari del Pd che nella quasi totalità accettino passivamente le sue decisioni.

Certo non è la prima volta che nel Pd, ed anche in altri partiti, i candidati vengono scelti da pochissime persone, principalmente dai leader.

Inoltre diversi altri partiti hanno formato le proprie liste di candidati, anche in vista delle prossime elezioni, con criteri non troppo dissimili da quelli utilizzati da Renzi.

Ma a me interessa come si è comportato Renzi, essendo ancora iscritto al Pd.

Preciso, poi, che inizialmente io sono stato un convinto sostenitore di Renzi. Ma oggi non posso che ammettere di essermi sbagliato. Aggiungo comunque che non faccio parte nemmeno delle minoranze interne del Pd.

Ancora una volta, come del resto già avvenuto dopo la pesante sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale, Renzi ha pensato solo ai propri interessi, non al futuro del Pd e al contributo che il Pd dovrebbe fornire per dare vita ad un governo all’altezza dei notevoli problemi che contraddistinguono il nostro Paese.

E’ più che probabile, peraltro, che anche le decisioni prese con queste modalità di formazione delle liste si ritorcano contro lo stesso Renzi, favorendo il verificarsi di un risultato elettorale del tutto negativo per il Pd.

Lo avevo già sostenuto, ma lo ripeto ancora una volta: Renzi non può più essere il leader del Pd. Ha dimostrato ampiamente di non averne le capacità.

Prima se ne andrà, o prima verrà allontanato, e meglio sarà per il Pd, per la sinistra e per l’Italia.

P.S.: per quanto mi riguarda non voterò i candidati del Pd ma voterò Più Europa, la nuova lista capeggiata da Emma Bonino che comunque fa parte della coalizione guidata dal Pd




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28 gennaio 2018

Mai più fascismi, un appello da firmare

In Italia si sta sviluppando notevolmente la presenza di organizzazioni neofasciste e neonaziste. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant’anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali. Pertanto diverse associazioni, sindacati e partiti hanno lanciato un appello, per contrastare quelle organizzazioni.

Per firmare l’appello si può utilizzare questo link https://www.change.org/p/istituzioni-democratiche-mai-pi%C3%B9-fascismi-appello-nazionale

Il testo dell’appello è il seguente:

Mai più fascismi

Appello a tutte le istituzioni democratiche

Noi, cittadine e cittadini democratici, lanciamo questo appello alle istituzioni repubblicane.

Attenzione: qui ed ora c’è una minaccia per la democrazia.

Si stanno moltiplicando nel nostro Paese sotto varie sigle organizzazioni neofasciste o neonaziste presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant’anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali.

Fenomeni analoghi stanno avvenendo nel mondo e in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano specialmente attraverso risorgenti chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni.

Per questo, uniti, vogliamo dare una risposta umana a tali idee disumane affermando un’altra visione delle realtà che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale.

Per questo, uniti, sollecitiamo ogni potere pubblico e privato a promuovere una nuova stagione di giustizia sociale contrastando il degrado, l’abbandono e la povertà che sono oggi il brodo di coltura che alimenta tutti i neofascismi.

Per questo, uniti, invitiamo le istituzioni a operare perché lo Stato manifesti pienamente la sua natura antifascista in ogni sua articolazione, impegnandosi in particolare sul terreno della formazione, della memoria, della conoscenza e dell’attuazione della Costituzione.

Per questo, uniti, lanciamo un allarme democratico richiamando alle proprie responsabilità tutti i livelli delle Istituzioni affinché si attui pienamente la XII Disposizione della Costituzione (“E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”) e si applichino integralmente le leggi Scelba e Mancino che puniscono ogni forma di fascismo e di razzismo.

Per questo, uniti, esortiamo le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni iniziative promosse da tali organismi, comunque camuffati, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse istituzioni locali.

Per questo, uniti, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII disposizione della Costituzione.

Per questo, uniti, come primo impegno verso una più vasta mobilitazione popolare e nazionale invitiamo a sottoscrivere questo appello le cittadine e i cittadini, le associazioni democratiche sociali, civili, politiche e culturali. L’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l’unità democratica, con la fermezza delle istituzioni.

Nel nostro Paese già un’altra volta la debolezza dello Stato rese possibile l’avventura fascista che portò sangue, guerra e rovina come mai si era visto nella storia dell’umanità. L’Italia, l’Europa e il mondo intero pagarono un prezzo altissimo. Dicemmo ‘Mai più!’; oggi, ancora più forte, gridiamo ‘Mai più!’”.

Tra i promotori dell’appello si possono citare Acli, Anpi, Arci, Cgil, Cisl, Libera, Liberi e uguali, Libertà e Giustizia, Pd, Prc, Uil e Uisp.




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24 gennaio 2018

L'odissea di Joy perchè si affitta solo agli italiani

Joy Iduhon, lavoratrice al mercato di Sant’Ambrogio a Firenze, nigeriana, è alla ricerca di una casa da quasi un anno, ma si scontra con la diffidenza dei proprietari. Al telefono, gli agenti immobiliari le dicono che non ci sono case, ma se chiama l’amica italiana le case sono disponibili

La storia di Joy è raccontata in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Joy potrebbe fornire ai proprietari degli immobili tutte le garanzie: dichiarazione dei redditi, fidejussione per un anno, serietà. Tanto più che l’appartamento in affitto sarebbe condiviso con il cugino e un’amica, entrambi dipendenti d’azienda, regolarmente assunti.

E allora perché è così difficile trovare una casa in affitto? Il motivo lo spiega lei, senza giri di parole: ‘Sono nigeriana, sono nera, ecco perché nessuno è disposto ad affittarmi una casa’.

Joy lavora a Firenze ma vive a Pistoia. E’ divorziata dal marito e vive in una stanza con le due figlie. ‘Però vorrei una casa più grande’.

Cerca casa da quasi un anno, senza successo. La sua è una storia fatta di diffidenza e pregiudizi, i pregiudizi di alcuni proprietari italiani nei confronti degli inquilini stranieri. La prima diffidenza è quella telefonica, quando Joy entra in contatto con le agenzie immobiliari: ‘Si capisce subito, parlando al telefono, l’atteggiamento sfiduciato nei miei confronti’.

Joy parla italiano, ma non benissimo. ‘Gli agenti immobiliari, ascoltando la mia voce, capiscono che sono straniera, e subito l’atmosfera diventa imbarazzante’. E allora Joy ha provato a cambiare strategia, facendo chiamare un’amica.

L’amica in questione è la senatrice Alessia Petraglia (Sinistra Italiana). ‘Quando telefono io alle agenzie, le case in affitto ci sono, ma quando telefona Joy, le case spariscono – spiega Petraglia -. Sentono il suo accento nigeriano e inspiegabilmente si impauriscono.

Quando poi riusciamo a fare i sopralluoghi per vedere le case, gli agenti immobiliari confessano che la proprietà ha difficoltà ad affittare agli stranieri. E’ davvero surreale, tanto più che Joy, regolarmente residente in Italia, ha un lavoro e potrebbe fornire ai proprietari tutte le garanzie’.

Lo ripete anche Joy: ‘Non appena incontro gli agenti immobiliari per l’appuntamento, mettono spesso le mani avanti. In modo molto esplicito, almeno una decina di volte, in dieci sopralluoghi diversi, mi hanno detto che la proprietà preferisce non affittare la propria casa a stranieri. Dicono che non è una questione di razzismo, ma io ho difficoltà a crederci’.

Joy in quei casi ha provato a ribattere, a mostrare la dichiarazione dei redditi e quant’altro. Ma la diffidenza finora ha prevalso e Joy è stata costretta a rinunciare. ‘Adesso comincio ad essere stanca’. E così continua a vivere in una piccola stanza insieme alle due figlie”.




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21 gennaio 2018

Una famiglia su 3 ospita un animale

Una famiglia italiana su tre (33%) ospita in casa almeno un animale da compagnia che nella metà dei casi arriva da strutture di ricovero (canili o gattili) o è stato salvato direttamente dalla strada, segnale di una sensibilità crescente contro gli abbandoni, fenomeno sempre più stigmatizzato dalle campagne di informazione. E’ quanto emerge dal dossier “Gli animali nelle case degli italiani”, realizzato dalla Coldiretti, in base ad un’indagine Gfk Eurisko.

Secondo gli ultimi dati disponibili – si sottolinea nel dossier – sono oltre 14 milioni i cani e i gatti in Italia, ai quali si aggiungono 3 milioni di conigli e tartarughe, 13 milioni di uccelli e 30 milioni di pesci.

Gli animali all’interno della famiglia portano nell’ordine serenità e gioia (43%), allegria e divertimento (36%), pace e tranquillità (16%) e sicurezza (6%) ma secondo i proprietari contribuiscono anche a migliorare la qualità della vita stimolando a svolgere attività fisica (94%), favoriscono la socialità e la comunicazione (81%) e hanno effetti positivi sulla salute psicologica (95%).

Negli ultimi cinque anni si è registrato un vero e proprio boom per la richiesta di servizi veterinari (+89,1%), “beauty farm” e “asili” per cani e gatti che hanno fatto segnare un aumento del 43,7%.

Nuovi servizi che sono il segnale di un’attenzione sempre maggiore per i pet considerati veri e propri componenti della famiglia che, se non possono essere portati in ferie (in Italia si stima che circa la metà degli alberghi siano “a misura di Fido”), vengono sistemati in strutture di accoglienza dove sono nutriti e curati.

E se l’alimentazione resta fra le voci di spesa più importanti con oltre 2 miliardi di euro all’anno, nella maggioranza delle famiglie si spendono complessivamente in media dai 30 ai 100 euro al mese.

Il ruolo degli animali all’interno della società è cresciuto ed è stato anche riconosciuto a livello giuridico da norme e regolamenti come la legge sull’agricoltura sociale fortemente sostenuta dalla Coldiretti che valorizza gli effetti positivi della pet-therapy, entrata prepotentemente tra le nuove attività previste.

Fra le pratiche di agricoltura sociale – ha rilevato la Coldiretti – vi sono infatti i servizi di cura e assistenza terapeutica come l’ippoterapia o l’onoterapia senza dimenticare però la funzione formativa e conoscitiva soprattutto nei confronti delle nuove generazioni svolta dalle fattorie didattiche con l’apicoltura e gli allevamenti di piccoli animali da cortile ma anche di mucche, maiali, pecore o capre.

Un’attività che la Coldiretti sostiene attraverso l’iniziativa educazione alla Campagna Amica che coinvolge oltre centomila alunni delle scuole.

Anche io ho un animale in casa, una gatta per la precisione (in passato sono arrivato a ospitarne 3) e non posso che non riconoscermi in gran parte di quanto emerge dal dossier.

Intendo solamente aggiungere che i servizi veterinari e i medicinali possono risultare anche molto costosi.

E, a tale proposito, è un’ipotesi del tutto irrealistica ed improponibile la realizzazione di interventi volti a ridurre i costi per le cure degli animali, prevedendo anche che ci si possa avvalere dell’apporto dei veterinari pubblici?




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17 gennaio 2018

Cure dentali cenerentola del servizio pubblico

Piatto forte di molti programmi elettorali, le cure dentali sono spesso vittime della crisi. E chi ha problemi di denti e non vuole trascurarli è costretto a rivolgersi comunque al settore privato e pagare di tasca propria. Spesso senza rimborsi perché la maggioranza di assicurazioni e fondi integrativi non coprono questo tipo di assistenza. 

Di tale problematica ci si occupa in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it, nel quale vengono utilizzati i dati contenuti nel rapporto dell’Istat sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea, dove un capitolo delle tabelle pubblicate sulle prestazioni è dedicato alle cure di dentisti, ortodontisti e igienisti dentali.

Questi sono i principali dati contenuti nel rapporto.

Nella fascia oltre 15 anni di età si sono rivolti a una struttura pubblica l’11,7% degli individui, a una struttura privata convenzionata o a un libero professionista l’86,9% e l’80% ha pagato di tasca propria e senza rimborsi  di alcun tipo.

A Bolzano il pubblico va per la maggiore con il 27,7%, seguito da Trento con il 19,5%, mentre il privato è al 96,5% in Valle d’Aosta seguita al 94,2% dalla Basilicata. I maggiori “pagatori” sono ancora in Valle d’Aosta (88,7%) e in Abruzzo (86,8%).

Nela fascia over 65 – quella che secondo molti sarebbe la più bisognosa, tanto che le “dentiere gratis” erano promesse a loro – al pubblico si sono rivolti il 9,5% degli individui, ha provato convenzionati e liberi professionisti l’88,8%  e l’81,6% ha pagato da sé senza alcun tipo di rimborso.

E l’Istat non riporta percentuali delle singole Regioni per questa fascia di età per il servizio pubblico giudicandole “scarsamente rilevanti”, come se per gli over 65 il servizio pubblico proprio non esistesse, mentre si rivolge a strutture convenzionate e/o liberi professionisti il 97,3% degli over 65 in Basilicata e il 95,6% in Valle d’Aosta. A pagare di tasca propria sono di più gli abitanti dell’Emila Romagna (91%) seguiti da quelli di Trento e Umbria (90,1%).

Gli interventi più richiesti riguardano nella fascia di età dai 15 anni in su, ma anche in quella degli over 65 riguardano le visite di controllo (rispettivamente 79,9 e 68,6%), seguite nella fascia oltre 15 anni dalle ricostruttive dentali (36,5%; si tratta di devitalizzazione o cura canalare, otturazione delle carie, pulizia dei denti), mentre tra gli over 65 sono le cure parodontali.

Livelli di istruzione più bassi riportano un maggior ricorso alle cure dentali pubbliche.

Dato evidentemente confermato analizzando la situazione per reddito dove chi ricorre di più al pubblico sono gli appartenenti al primo quintile, chi meno quelli del quinto. Anche se in realtà la differenza percentuale non è fortissima: si va nella fascia di maggior frequenza dal 51,2% del primo quintile al 39,1% del quinto e in quella di minore frequenza si invertono i termini e a meno di un anno dall’intervista hanno fatto ricorso alle cure dentali il 34,2% del primo quintile e il 55,8% del quinto.

Infine poche le dentiere (apparecchi correttivi: dentiera/protesi mobile, ponti, corone, capsule o impianti): l’Istat, data l’esiguità dei numeri, ne parla solo per area geografica. E così da 15 anni in su il valore è del 5%, mentre negli over 65 del 2,7%. E le aree dove vanno per la maggiore sono comunque quelle più densamente popolate e nel Sud.




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14 gennaio 2018

Abbandono scolastico in forte calo ma forte divario tra Nord e Sud

Il fenomeno della dispersione scolastica è in calo, ma resta il divario fra Nord e Sud. Sia nella scuola secondaria di I che di II grado. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia. Questo il quadro che emerge sulla dispersione scolastica dalla pubblicazione curata dall’ufficio statistica e studi del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’indicatore utilizzato per la quantificazione del fenomeno della dispersione scolastica è quello degli “early leaving from education and training” (elet) con cui si prende a riferimento la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’età con al più il titolo di scuola secondaria di I grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni e non più in formazione.

Per l’Italia tale indicatore mostra un miglioramento  attestandosi, per l’anno 2016, al 13,8%. Nel 2006 era al 20,8%. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Il dettaglio regionale evidenzia il divario fra Nord e Sud con Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria, sopra la media nazionale della dispersione.

Per quanto riguarda la scuola secondaria di I grado, nell’anno scolastico 2015/2016, 14.258 ragazze e ragazzi, pari allo 0,8% di coloro che frequentavano questa scuola, hanno abbandonato gli studi in corso d’anno o nel passaggio fra un anno e l’altro.

Al Sud la propensione all’abbandono è maggiore, con l’1% (l’1,2% nelle isole e 0,9% al Sud). Mentre nel Nord Est la percentuale è più contenuta, con lo 0,6%. Tra le regioni con maggiore dispersione spiccano la Sicilia con l’1,3%, la Calabria, la Campania e il Lazio con l’1%. La percentuale più bassa si evidenzia in Emilia Romagna e nelle Marche con lo 0,5%.

I maschi abbandonano più delle femmine.

La dispersione scolastica colpisce maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani: dispersione al 3,3%, contro lo 0,6% relativo agli alunni con cittadinanza italiana. Gli stranieri nati all’estero, con una percentuale del 4,2%, sembrano essere in situazione di maggiore difficoltà rispetto agli stranieri di seconda generazione, i nati in Italia, che hanno riportato una percentuale di abbandono complessivo del 2,2%.

L’abbandono è più frequente, poi, fra coloro che sono in ritardo con gli studi: la ripetenza può essere considerato un fattore che precede, e in certi casi preannuncia, l’abbandono. La percentuale di alunni che hanno abbandonato il sistema scolastico è pari al 5,1% per gli alunni in ritardo, e allo 0,4% per gli alunni in regola.

L’abbandono nella scuola di II grado è del 4,3% (112.240 ragazze e ragazzi). L’abbandono è molto elevato nel primo anno di corso (7%).

I maschi abbandonano più delle femmine, anche in questo caso.

Il Mezzogiorno ha una percentuale più elevata della media nazionale (4,8%). Tra le regioni con maggiore abbandono spiccano Sardegna, Campania e Sicilia, con punte rispettivamente del 5,5%, del 5,1% e del 5,0%. Mentre le percentuali più basse si evidenziano in Umbria con un valore del 2,9% e in Veneto e Molise con valori del 3,1%.

Considerando il dettaglio della cittadinanza degli alunni, anche per  quest’ordine scolastico è evidente come il fenomeno della dispersione scolastica colpisca maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani.

Analizzando il fenomeno dal punto di vista della regolarità del percorso scolastico, come prevedibile la percentuale di abbandono che appare nettamente più elevata è quella degli alunni con ritardo scolastico (14,5% contro 1,2% degli alunni in regola).

L’abbandono complessivo più contenuto si è registrato per i licei che hanno presentato mediamente una percentuale del 2,1%. Per gli istituti tecnici la percentuale è stata del 4,8% e per gli istituti professionali dell’8,7%. La percentuale di abbandono più elevata è relativa ai percorsi IeFP (corsi di Istruzione e formazione professionale realizzati in regime di sussidiarietà presso le scuole), con un abbandono complessivo del 9,5%.

“La dispersione scolastica – ha sottolineato la ministra Valeria Fedeli – è un fenomeno che va contrastato con forza, perché dove la dispersione è alta vuol dire che non sono garantite a sufficienza pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi. Nel nostro Paese, come evidenziano anche i dati raccolti dal ministero, il fenomeno è in calo, c’è stato un miglioramento negli ultimi anni. Ma restano forti divari sociali e territoriali rispetto ai quali serve un’azione importante che parta dal Miur, ma che coinvolga anche tutti gli altri attori in campo: le famiglie, il terzo settore, i centri sportivi, l’associazionismo, le istituzioni del territorio. Per mettere insieme questa rete e per far emergere le buone pratiche che già esistono e che possono essere prese a modello – ha spiegato Fedeli – abbiamo voluto un apposito gruppo di lavoro, una cabina di regia guidata da Marco Rossi Doria che ha una lunga esperienza in materia, anche come ex sottosegretario all’Istruzione”.

“Il gruppo in questi mesi ha lavorato anche sulla base dei dati resi pubblici ed entro dicembre consegnerà al Paese delle linee guida per il contrasto e la prevenzione della dispersione. Un piano d’azione che avrà come punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione, che in questi mesi abbiamo sempre messo al centro del nostro lavoro, nella convinzione che garantire pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi sia il compito principale del sistema di istruzione”, ha concluso Fedeli.




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