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9 aprile 2017

Un milione i minori poveri in Italia

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.

 Pubblicato da blogorvieto


Senza una forte crescita economica si riduce poco la disoccupazione

5 aprile 2017

Sono stati diffusi dall’Istat i dati riguardanti il mercato del lavoro, relativi al mese di febbraio. La disoccupazione è diminuita, anche quella giovanile. Ma a parte il fatto che il principale motivo della riduzione della disoccupazione è stato l’aumento degli inattivi, sono aumentati cioè coloro che non cercano lavoro, soprattutto perché sono “scoraggiati”, cioè non cercano lavoro perché sanno che non lo possono trovare, occorre aggiungere che sia il tasso di disoccupazione generale, sia quello giovanile, è ancora piuttosto alto, e assume poi un valore più elevato rispetto ai valori assunti in molti altri Paesi europei.

E non stupisce che la disoccupazione in Italia risulti ancora elevata.

Infatti se si intende davvero ridurla in misura notevole, sarebbe necessario che si realizzasse una crescita economica molto più consistente.

Invece, il Pil in Italia non cresce più dell’1% annuo. In molti altri Paesi europei questa grandezza economica è contraddistinta da un aumento decisamente più rilevante.

Interventi rivolti a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro, che pur sono stati attuati in Italia negli ultimi anni, a partire dal jobs act, non possono che determinare un lieve aumento del numero degli occupati, ottenendo quindi una diminuzione della disoccupazione molto limitata.

Sul fatto che sia necessaria in Italia una forte crescita economica per ridurre considerevolmente la disoccupazione, c’è una diffusa consapevolezza.

Vi sono però opinioni diverse sugli interventi da realizzare per promuovere una notevole accelerazione del processo di crescita ed, inoltre, l’attuazione di alcuni interventi richiederebbe l’effettuazione di decisioni non facili, parte delle quali peraltro non produrrebbero effetti nel breve periodo.

Per conseguire una forte crescita economica dovrebbe aumentare considerevolmente la produttività che in Italia, da molti anni ormai, cresce poco.

Ma per aumentare la produttività sono necessarie azioni anche in ambiti non strettamente economici, delle vere e proprie riforme strutturali, della pubblica amministrazione, del sistema formativo e di quello giudiziario, ad esempio, e gli effetti di queste riforme sulla produttività e quindi sulla crescita non si manifestano nel breve periodo.

Per ottenere un’intensificazione della crescita economica nel breve periodo risulta, quindi, indispensabile promuovere un aumento della domanda, soprattutto di quelle sue componenti che hanno un effetto moltiplicatore sulla produzione più elevato.

Le esportazioni possono sì crescere ulteriormente, ma già la loro dinamica è piuttosto soddisfacente e poi un loro consistente aumento, nei prossimi anni, difficilmente potrebbe verificarsi, considerando che, soprattutto a causa delle politiche che intende portare avanti Trump, dovrebbe intensificarsi il protezionismo.

Quindi dovrebbe essere soprattutto la domanda interna ad aumentare, anche quella per consumi, ma prevalentemente gli investimenti sia privati che pubblici.

E per far crescere adeguatamente gli investimenti, anche quelli privati tramite degli specifici incentivi, sono necessarie consistenti risorse pubbliche.

Tale esigenza si scontra con i problemi del bilancio pubblico, soprattutto con la necessità di contenere il deficit della pubblica amministrazione.

Certo, ci si potrà battere per un’attenuazione o addirittura per l’abolizione del “fiscal compact” da parte dell’Unione europea, per intensificare la lotta all’evasione fiscale, ma l’obiettivo prioritario dovrebbe essere rappresentato da un’efficace azione di revisione della spesa pubblica, un’efficace politica di “spending review”, contraddistinta da una consistente riduzione degli sprechi, da un minore rilievo delle spese correnti accompagnato da un peso maggiore assunto dagli investimenti pubblici.




permalink | inviato da paoloborrello il 9/4/2017 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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