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29 novembre 2009

Non si muore più di Aids...

Non si muore più di Aids. Almeno sembrerebbe che questo avvenga. Perchè sembrerebbe?
Perchè ovviamente si continua a morire di Aids e perchè, però, se ne parla poco ormai dell'Aids, almeno ne parlano poco i mass media.
Solo raramente si riaccende l'attenzione.
L'ultima volta che su un giornale fra i più diffusi in Italia ho letto un articolo in cui si esaminava il fenomeno dell'Aids in maniera non generica e superficiale fu quando quel giornale si occupò della situazione del Sud Africa (forse perchè il prossimo anno in quel Paese si svolgeranno i campionati del mondo di calcio?), trascurando ovviamente quanto avviene in altri Paesi africani che non stanno certo meglio del Sud Africa per quanto concerne la diffusione dell'Aids. Ma si sa nemmeno in Africa i Paesi sono tutti uguali, anche in quel continente ci sono Paesi di serie A e Paesi di serie B, il Sud Africa fa parte dei primi mentre i Paesi del Centro Africa fanno parte sicuramente dei secondi.

Con questo post tento di contribuire a colmare queste "lacune" informative.
Riporto alcune notizie individuate qua e là nella Rete.

Da Npsitalia.net:

L'epidemia di Hiv e Aids in Italia, secondo i dati forniti in aprile 2009 dal Centro operativo Aids (Coa) dell'Istituto superiore di Sanità (ISS), continua ad essere un fronte ''vivo'' in costante mutamento.
Aumentano gli inconsapevoli - Sempre più persone scoprono di essere sieropositive solo al momento della diagnosi di Aids, ovvero in uno stadio di malattia molto avanzato. La percentuale degli 'inconsapevoli è aumentata dal 21% nel 1996 al 60% nel 2008.
Diminuiscono gli ammalati - L'aspetto positivo riguarda l'incidenza della «malattia conclamata» che dopo il picco registrato nel 1995 con oltre 5.500 nuovi casi è andata costantemente diminuendo. Ad oggi i casi segnalati sono 60.346 (60.788 se si aggiusta per il ritardo della notifica), di cui 1.330 diagnosticati nell'ultimo anno (2008).
Sieropositivi a quota 140.000 - L'aumento di sopravvivenza determina un incremento delle persone sieropositive viventi che sono almeno 140 mila. Le nuove infezioni sono circa 3.500/4000 l'anno.
Cresce l'età degli ammalati - Se nel 1988 l'età media degli ammalati era di 29 anni per i maschi e 27 per le femmine, nel 2008 si arriva rispettivamente a 43 e 40 anni.
Diffusione tra gli stranieri - Nel 1993 rappresentavano meno del 3% dei casi segnalati ma oggi sono oltre il 22%.

Secondo Gianni Rezza del Dipartimento Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità:

In Italia, come nel resto del mondo occidentale, il fenomeno HIV/AIDS si presta ormai a una doppia lettura.
Una faccia della medaglia, quella positiva,
ci dice che l’incidenza di AIDS (la malattia conclamata), che aveva toccato una punta massima di oltre 5500 nuovi casi nel 1995, è andata declinando a partire da metà del 1996.
Ad oggi, sin dall’inizio dell’epidemia, i casi segnalati sono 60.346 (60.788 se si aggiusta per il ritardo della notifica), di cui 977 (1330 aggiustati per il ritardo) diagnosticati nell’ultimo anno. Dal momento che il numero di decessi (circa 200) è stato inferiore a quello dei nuovi casi, la prevalenza di persone viventi con AIDS nell’ultimo anno è in aumento (si stimano oltre 21.500 pazienti viventi con AIDS).
La diminuzione dei nuovi casi di AIDS non è da attribuire a una diminuita incidenza delle nuove infezioni da HIV, quanto piuttosto all’effetto della terapia antiretrovirale combinata. Il trattamento, infatti, ha rallentato la progressione della malattia (la durata del tempo di incubazione dell’AIDS, che era di circa 10 anni, oggi è almeno raddoppiata), riducendo sia il numero dei pazienti che evolvono in fase conclamata che il numero dei decessi.
Esiste, però, l’altra faccia della medaglia.
L’aumento della sopravvivenza determina un incremento del numero delle persone sieropositive viventi (ne stimiamo, oggi, almeno 140.000), e una parte di queste continua ad avere rapporti sessuali non protetti, magari perché inconsapevole del proprio stato di contagiosità. Ciò può contribuire alla diffusione dell’infezione, come testimoniato dall’elevato numero di nuove infezioni (circa 3500/4000 l’anno) che si stima si verifichino ancora in Italia.
Cambia l’epidemia e si modificano anche le caratteristiche delle persone colpite.
Innanzitutto, aumenta l’età delle persone con AIDS: se nel 1988 la mediana era di 29 anni per i maschi e 27 per le femmine, nel 2008 si arriva rispettivamente a 43 e 40 anni.
Cambiano anche i fattori di rischio: la proporzione dei casi attribuibili alla tossicodipendenza è diminuita dal 66% prima del 1997 al 25% nel 2007-08, mentre i contatti eterosessuali sono passati nello stesso periodo dall’15% al 45%.
Aumentano gli stranieri: questi rappresentavano meno del 3% dei casi segnalati prima del 1993 ma oltre il 22% oggi.
Questi trend sono ancora più accentuati quando ci si riferisce alle nuove diagnosi di sieropositività per HIV, ovverosia a persone che, a differenza dei casi di AIDS, hanno acquisito l’infezione più recentemente. Fra queste, la tossicodipendenza conta per meno del 10% dei casi, mentre la proporzione di nuove diagnosi in stranieri si avvicina al 30% dei casi.
Ma il fenomeno più inquietante consiste nell’incremento delle persone che scoprono di essere sieropositive solo al momento della diagnosi di AIDS, ovvero in uno stadio di malattia molto avanzato.
La percentuale degli "inconsapevoli" è aumentata dal 21% nel 1996 al 60% nel 2008. Questo dato suggerisce che una parte rilevante di persone infette, soprattutto fra coloro che hanno acquisito l’infezione per via sessuale, ignora per molti anni la propria sieropositività: ciò gli impedisce di entrare precocemente in trattamento e di adottare quelle precauzioni che potrebbero diminuire il rischio di diffusione dell’infezione.
In conclusione, l’epidemia di HIV/AIDS non diminuisce, piuttosto si modifica. I sieropositivi vivono più a lungo e meglio, grazie alle nuove terapie che mantengono l’infezione quiescente, ma le dimensioni dell’epidemia aumentano, a causa dell’abbassamento della guardia conseguente alla bassa percezione del rischio di contrare l’infezione, soprattutto per via sessuale.
In un’epoca di bassa attenzione per l’AIDS, è quanto mai necessario programmare adeguati interventi di prevenzione.

Da "Helpaids" relativamente alla situazione in Europa:

L'infezione da HIV/AIDS è molto diffusa in Europa, ponendo molti problemi di salute pubblica. Si stima che nel continente oltre 2,4 milioni di persone siano affette da HIV, di cui 740 mila nell'Europa centrale e occidentale e 1,7 milioni nell'Europa orientale e nell'Asia centrale.
Secondo i dati dalla rete di sorveglianza EuroHiv, riportati in un recente studio pubblicato su Eurosurveillance, in Europa nel 2006 sono stati segnalati poco meno di 87 mila nuovi casi di infezione da HIV. I Paesi con tassi di incidenza (nuovi casi per milione di abitanti) più alti sono: Estonia (504), Ucraina (288), Russia (275) e Portogallo (205).
L'OMS divide la regione europea in tre sotto-regioni: occidentale, centrale e orientale.
In Europa occidentale
i nuovi casi di HIV sono stati 25.241, con un'incidenza di 82,5 per milione di abitanti. La modalità di trasmissione principale del virus è risultata essere quella sessuale, in particolare eterosessuale, sebbene rimanga alto il numero di casi trasmessi tra omosessuali maschi. In oltre un quinto dei casi la modalità di diffusione è sconosciuta o non riportata.
In Europa centrale i nuovi casi di HIV segnalati nel 2006 sono stati 1.805, con una incidenza di 9,4 per milione di abitanti. La principale modalità di diffusione dell'infezione è stata quella sessuale, in particolare eterosessuale (52%). In oltre un terzo dei casi la modalità di diffusione è sconosciuta o non riportata.
In Europa orientale nel 2006 sono stati riportati 59.866 nuovi casi di HIV, con un'incidenza di 210,8 per milione di abitanti. In quest'area l'epidemiologia dell'infezione ha caratteristiche diverse dalle altre due: il 27% dei nuovi casi è relativa a giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni e il 41% a donne. La modalità di trasmissione è sconosciuta nel 40% dei casi, nel 37% in seguito all'utilizzo di siringhe infette e nel 22% è legato a rapporti eterosessuali. 
              
Il ‘Washington Post’ anticipa i risultati di un rapporto epidemiologico nel quale emergono percentuali di contagio africane, riferite agli Stati Uniti. Il 3% degli abitanti della capitale ha l’Aids o l’Hiv, il che significa 2984 malati ogni 100.000mila abitanti. Altissima la percentuale di rapporti non protetti e di rapporti dove il partner malato era a conoscenza della sua malattia.

Poi le informazioni riportate da Notiziegay, che parla della situazione in Cina, che va deteriorandosi rapidamente:

Nei primi nove mesi del 2008 sono morte in Cina per HIV, AIDS o malattie correlate 6.897 persone. Questo numero molto alto di vittime mette, per la prima volta, questo virus mortale in cima alla lista cinese delle cause di morte per infezioni, superando malattie come tubercolosi e rabbia. L’Agenzia Xinhua News, riportando le parole del ministro della Salute cinese, ha fornito questi nuovi dati. La World Health Organization (WHO), venuta a conoscenza della notizia, ha prontamente avvertito che l’epidemia è destinata drammaticamente a diffondersi in tutta l’Asia con maggiore incidenza se i Paesi interessati non inizieranno a controllare e monitorare i rapporti sessuali uomo-uomo.
...(In Italia) il punto è che il virus dell’Hiv è sempre più una malattia sessualmente trasmessa, diminuiscono i tossicodipendenti, ma la contraccezione non decolla. Per il Family Planning Worldwide 2008, siamo ultimi tra i Paesi sviluppati nella top ten sull’uso di contraccettivi: li adotta il 39,2% dei giovani, contro l’85,9% dei cinesi. Risultato: le malattie a trasmissione sessuale avanzano.
Anche l’età media sale: 43 anni per gli uomini, 40 per le donne. Si infettano quindi di più persone di una certa età per rapporti sessuali non protetti; e le donne più degli uomini. In molti casi, non sanno di essere infetti. Non pensano di aver avuto comportamenti a rischio e scoprono l’infezione quando “scoppia” l’Aids.

Le informazioni che ho riportato non hanno bisogno di particolari commenti.
Non si deve affatto trascurare l'Aids, nè da parte delle autorità sanitarie nè da parte dei mass media, non solo relativamente alla situazione in Italia, a noi ovviamente più vicina e nei confronti della quale è evidente che il nostro interesse sia maggiore, ma anche nei confronti di ciò che avviene in altri Paesi, anche molto lontani dall'Italia, perchè non devono, o almeno non dovrebbero esistere, almeno, per quanto concerne la salute e le possibilità di guarigione dalle malattie, Paesi di serie A e Paesi di serie B.
E' una mia "pia" illusione?


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permalink | inviato da paoloborrello il 29/11/2009 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa



25 novembre 2009

Altri due anniversari, riguardano Craxi e poi Pintor e la Rossanda: che differenza!

Novembre è il mese degli anniversari. Ce ne sono altri due: il 25° anniversario del decreto salva Fininvest approvato dal governo Craxi e il 40° della radiazione dal PCI del gruppo de “il manifesto” di cui facevano parte appunto Luigi Pintor, Rossana Rossanda, oltre ad altri i cui più noti erano Massimo Caprara, Luciana Castellina, Lucio Magri, Aldo Natoli.
I due avvenimenti sono, ovviamente, molto diversi. E non c’è bisogno di spiegare i motivi della diversità.

Inizio con il decreto salva Fininvest e riporto una parte di quanto è scritto a tale proposito su Wikipedia:

All’inizio degli anni '80 tutte le frequenze tv disponibili per gli operatori privati erano già state occupate. In Italia infatti, a differenza degli altri paesi europei, era avvenuta una rapida proliferazione di centinaia di emittenti locali, alcune delle quali avevano iniziato a trasmettere anche su scala extraregionale. La legge d'altronde non prevedeva, ma nemmeno escludeva, la possibilità per i privati di interconnettere i propri ripetitori situati in regioni diverse in modo da poter trasmettere lo stesso programma in tutto il territorio nazionale
Sfruttando la mancanza di un divieto esplicito, Telemilano 58, la tv privata della Fininvest, diffonde dai suoi ripetitori, sparsi su tutto il territorio nazionale, uno stesso programma preregistrato su videocassetta…
Nell’estate del 1981 in attesa di una nuova sentenza della Corte costituzionale, Silvio Berlusconi, presidente della Fininvest, dichiara che non si può fare televisione se non si è collegati con tutto il paese e con l'estero; la Corte si pronuncia ribadendo il limite per le televisioni locali a trasmettere solo in ambito locale. Forte di questa sentenza la Rai si rivolge alla magistratura denunciando Canale 5 ed altri circuiti per ‘la contemporaneità delle trasmissioni, non via etere, ma a mezzo videocassette preduplicate su varie emittenti, intaccando così il privilegio monopolistico’…
Da parte sua, il Parlamento non interviene. Nel giro di pochi mesi si formano altri network che utilizzano il metodo della ‘cassettizzazione’, con programmi registrati su videocassetta che contengono già le interruzioni pubblicitarie.
Nel 1982 tre network privati, cioè Canale 5 della Fininvest, Rete 4 della Mondadori e Italia 1 di Rusconi, hanno già interconnesso i propri ripetitori e trasmettono su tutto il territorio nazionale. Nell'agosto 1984 la Fininvest, dopo l'acquisto sia di Italia 1 che di Rete 4, divenne l'unico operatore privato televisivo nazionale, costituendo un monopolio di fatto. In assenza di una legislazione in materia, intervennero alcuni pretori di città capoluogo (Torino, Roma e Pescara) che, sfruttando le norme del codice postale, ingiunsero alla Fininvest di interrompere l'interconnessione tra i suoi ripetitori. La Fininvest reagì oscurando di propria iniziativa i ripetitori in Piemonte, Lazio e Abruzzo, e creando un caso mediatico.
Intervenne il Governo Craxi I con un primo decreto legge il 20 ottobre 1984. Furono sollevate eccezioni di costituzionalità ed il 28 novembre il decreto venne bocciato alla Camera. Il 6 dicembre 1984 ne venne ripresentato un secondo, che passò l'esame delle Camere nel 1985, venendo poi convertito in legge. Per entrambi i decreti legge (come per il terzo, che verrà emanato il 1° giugno 1985), si parlò comunemente di 'Decreti Berlusconi'. Scopo dei decreti fu autorizzare in via temporanea le reti nazionali private a trasmettere. Il sistema necessitava sempre più di una normativa, ma il Parlamento non si mosse e la vacatio legis continuò…”.

La decisione di Craxi consentì la continuazione dell’attività televisiva di Berlusconi e, a mio avviso, rappresenta l’inizio del berlusconismo se, con questo termine, si intende anche la diffusione nella società italiana di modelli culturali, comportamenti, ripresi o influenzati dalle televisioni private, le più grandi delle quali tutte di proprietà di Berlusconi, modelli e comportamenti da valutare negativamente perché hanno favorito una regressione culturale di ampi strati della popolazione che ha agevolato le vittorie elettorali di Berlusconi.
Quindi in qualche maniera, in modo più o meno consapevole, nei fatti, Craxi ha consentito il futuro predominio di Berlusconi e del berlusconismo e ciò, a mio giudizio, rappresenta uno dei danni maggiori provocati da Craxi al nostro Paese.

Per quanto concerne invece la radiazione dal Pci di 'quelli del manifesto'
- i primi furono Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda, membri del Comitato Centrale, nei mesi a seguire sarebbe stata la volta degli altri -,
per ricostruire quanto avvenuto riporto una parte dell’intervista rilasciata alla versione on line de 'L’Unità' da Luciana Castellina:

"Alla quale (alla Castellina cioé…) chiediamo: riprendendo la vostra vicenda in mano quattro decenni dopo, per confezionarla in sedici pagine, nell’inserto pubblicato da “il manifesto”, quali sono gli snodi che vi sono apparsi significativi?
 
Credo che dall’inserto venga fuori che questa vicenda aveva radici in tutti gli anni Sessanta, non fu un raptus, né da un parte né dall’altra. All’XI congresso del Pci il dibattito tra le posizioni di Amendola da un lato, Ingrao dall’altro, era già diventato esplicito. E fu da lì che nacque la rivista, anche se il nostro punto di riferimento, Pietro Ingrao, non ci seguì nell’avventura e, anzi, votò poi a favore della nostra radiazione. In ballo c’era il giudizio sulla fase che attraversava la società italiana: era una società arretrata,con le contraddizioni di un’Italia arcaica? Oppure, come dicevamo noi, le contraddizioni del capitalismo maturo già si intrecciavano con quelle arretratezze? Da qui scaturiva il nostro rapporto col movimento del Sessantotto. Perchè i movimenti hanno spesso antenne confuse, ma percepiscono i problemi nuovi. E poi c’era il giudizio sulle società del cosiddetto socialismo reale. L’invasione di Praga era avvenuta un anno prima e, all’epoca, il giudizio del Pci, riassunto nella formula ‘un grave errore’, ci aveva in parte soddisfatto. Ma un anno dopo ci sembrava che il Pci non avesse tirato le necessarie conseguenze. E ora puoi chiedermi: abbiamo fatto bene o male? Noi siamo tutti convinti, oggi, che Enrico Berlinguer non avrebbe voluto radiarci. Ma che nel partito prevalse la preoccupazione che, accettati noi e la nostra rivista, la questione dilagasse.

‘Il manifesto’ - rivista, poi quotidiano e gruppo politico - non fu insomma uno dei cento fiori di una stagione movimentista. Nacque ‘dentro’ il Pci. In effetti nella sinistra extraparlamentare eravate percepiti come un unicum...

Noi in realtà volevamo fare solo una rivista, ma fummo presi per i capelli e chiamati a fare un’organizzazione, perché c’era un pezzo di movimento che ce lo chiedeva. C’erano tanti giovani che non volevano essere solo lettori passivi. Né noi volevamo essere solo degli intellettuali. Eravamo anche un po’ impopolari, perché venivamo dal Pci e non eravamo anticomunisti. Avevamo fortissima la cultura del Pci dentro di noi. Per esempio sula questione dei delegati, nelle fabbriche, eravamo in polemica sia col sindacato che con l’assemblearismo. E allora dicevano che gli operai del manifesto, poi del Pdup, ‘parlavano francese’... C’era, nel manifesto, il nostro gruppo, chi aveva già quarant’anni suonati e c’erano i più giovani che venivano dal Sessantotto. Fu un incontro anomalo, positivo.

La vostra deve essere stata un’esperienza singolarissima. Eravate gente di apparato, dentro un partito di massa. E vi siete ritrovati 'fuori', detentori solo di uno strumento immateriale: una rivista. Fu come passare dallo stato liquido allo stato gassoso?
 
Io la radiazione me la ricordo dolorosissima, come se mi avessero buttato giù dalla finestra. Nessuno di noi voleva uscire dal Pci. Intendiamoci, fu una radiazione bellissima. Ve la sognereste, voi, una radiazione così bella, mi è capitato di dire a dei compagni incorsi in questi anni in vicende analoghe. Noi fummo presi sul serio: documenti, discussioni nelle sezioni, un Comitato centrale. Meglio una radiazione così che restare dentro un partito dove, sei fuori o dentro, non gliene importa niente a nessuno. In realtà dopo il ‘66 la corrente ingraiana era già stata emarginata, io ero stata mandata alla presidenza dell’Udi, Rossanda alla Camera, Magri se n’era andato da Botteghe Oscure. Ma noi non pensavamo ci fosse vita politica fuori dal partito. Il dopo fu durissimo, c’era l’ostracismo, sull’Unità apparve un titolo: ‘Chi li paga?’. Dovevamo cercare agibilità in spazi strani, un tendone del circo Medrano, un collegio fiorentino gestito da gesuiti di sinistra. L’incontro con il ’68 ci ha salvato.

Radiati dal PCI come vivevate?

Alcuni erano parlamentari, Pintor, Rossanda, Milani..., e davano al gruppo quanto prima versavano al partito. La rivista si faceva a casa di Magri e Maone. Vivevamo con niente".

La vicenda della radiazione del gruppo de "il manifesto" mi interessa direttamente perchè alcuni anni dopo la radiazione aderii a quel gruppo. E aderirvi, leggere il quotidiano, è stato molto importante per me, soprattutto per il modo di concepire la politica, una politica intesa non solo come ricerca e gestione del potere ma anche contraddistinta dalla necessità di mantenere ben fissi determinati valori etici e di agire prevalentemente per tentare di migliorare il benessere, le condizioni di vita, delle persone.
A parte comunque questa "influenza" personale il gruppo de "il manifesto" esercitò effetti importanti nella politica italiana, anche se ritengo che sia stato soprattutto il quotidiano, più che il gruppo politico che poi contribuì a fondare il Pdup, che ebbe vita breve, a lasciare un segno importante nell'ambito della stampa italiana. E continua, nonostante che si siano avvicendati molti direttori, nonostante che Luigi Pintor sia morto, a rappresentare una voce molto importante nel giornalismo del nostro Paese.




22 novembre 2009

Rudra un ragazzo di 16 anni rimasto solo a chiedere la verità sulla morte in carcere del padre

Si dice spesso che le disgrazie non vengono mai da sole. Ma certe disgrazie oggettivamente sono più pesanti di altre. Un chiaro esempio purtroppo è la vicenda di Rudra Bianzino, 16 anni, il cui padre, Aldo Bianzino, è morto in carcere senza che ancora sia stata accertata la verità (vi sono tutta una serie di elementi che inducono a ritenere che possa trattarsi di omicidio e di cui riferirò nella parte finale del post), la madre, Roberta Radici, che per alcuni anni è stata in prima fila per chiedere che venissero accertate le cause della morte del marito, è morta l'estate scorsa per una grave malattia, ed è morta anche la nonna, presso la quale Rudra viveva. Rimane Rudra e suo nonno a mantenere vivo il ricordo di Aldo e a chiedere con forza che se ci sono stati dei responsabili per la morte di Aldo debbano essere giustamente puniti.

Ora il problema non è solo quello di aiutare Rudra e il nonno nella ricerca della verità ma anche sostenere finanziariamente Rudra
affinchè possa terminare gli studi e successivamente trovare un lavoro, come del resto deve avvenire o dovrebbe avvenire per tutti i giovani i quali hanno bisogno del sostegno  delle loro famiglie per raggiungere questi importanti obiettivi.
Il caso di Rudra fu sollevato da Jacopo Fo nel suo blog e Fo insieme a Beppe Grillo aprì una sottoscrizione a favore di Rudra che ha fino ad ora consentito di raccogliere oltrte 68.000 euro.
La raccolta di fondi continua e io vi invito a versare quanto potete sul conto corrente aperto presso Banca Etica, IBAN: IT61R0501812100000000128988 BIC: CCRTIT2T84A intestato a: "BEPPE GRILLO PER RUDRA BIANZINO".

Beppe Grillo ha incontrato Rudra e lo ha "intervistato". Così ha scritto Grillo nel suo blog:

"Aldo Bianzino, marito di Roberta e padre di Rudra, venne arrestato il 12 ottobre 2007 assieme alla moglie per coltivazione di canapa indiana nel suo orto. Era un falegname. Viveva con la famiglia a Pietralunga, sulle colline vicino a Città di Castello. E' morto in circostanze misteriose nel carcere di Capanne la notte del 14 ottobre 2007.
Il 16 giugno 2009, all'età di 56 anni è morta la madre di Rudra, Roberta Radici. Era ricoverata da alcuni giorni nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Perugia. Necessitava di un trapianto di fegato.
Il 10 luglio 2009, il Blog lancia una iniziativa di solidarietà per Rudra Bianzino.
Domenica 11 ottobre 2009 ho incontrato Rudra nei pressi di Perugia.

BG: “Rudra, finalmente ci conosciamo! Io sono felice di essere qui con te e di poterti aiutare in questo momento di difficoltà. Ti abbiamo aiutato. Cerchiamo di essere presenti. Vuoi raccontare un po’ la tua storia, cosa ti è successo quando avevi tredici anni e vivevi qui, vicino a Perugia, in un casolare .. in un bosco? Che cosa è successo? Una notte …”
RB: “Un mattina prestissimo, ancora buio, di ottobre, sono arrivate queste persone che da quel momento in poi hanno scatenato una serie di eventi che hanno stravolto la mia vita …”
BG: “Queste persone chi erano?”
RB: “Erano poliziotti. Volevano cercare chissà cosa pensavano di trovare. Mia madre e mio padre sono stati portati in carcere …”
BG: “Hanno trovato delle piantine di marijuana”
RB: “C’era anche mia nonna, e per una anziana è stata una cosa sconvolgente… Mi hanno lasciato da solo in questo casolare con mia nonna di novant’anni. Che c’entrava mia mamma? Mio papà già aveva detto che lei non c’entrava niente e invece subito è stata messa in mezzo anche lei.”
BG: “Tuo papà è morto in carcere in circostanze poco chiare … Tua mamma è morta anche lei …”
RB: “Sì, certamente non le ha fatto bene uno shock di questo tipo …”
BG: “Se n’è andata anche tua nonna…”
RB: “Anche lei aveva un’età e anche a lei è pesata sicuramente questa vicenda”
BG: “… e tu sei rimasto da solo, con un tutore, uno zio che è qua con noi ..”
RB: “… che sta cercando lavoro, perché è appena venuto dalla Germania, dove vive, per seguirmi …”
BG: “Hai visto la nostra iniziativa sulla rete. Ad oggi, presso la Banca Etica, hai un conto – è intestato a me, hai qualche sospetto? – che verrà intestato a te, Rudra Bianzino, e che dispone ad oggi di 68.740,80 euro. Questo sarà messo a tua disposizione in un libretto di risparmio vincolato, fino ai tuoi diciotto anni. Dopodiché potrai disporne come riterrai opportuno. Fino ad allora il libretto sarà controllato dal tuo tutore e dal giudice e potrai prelevare per tre cose: istruzione, sanità e spese legali. Da questo momento noi cercheremo di seguirti nel tuo cammino. Quello che possiamo fare, lo faremo. Tu hai avuto veramente una batosta dalla vita che non ti meriti, alla tua età. Vorrei ringraziare tutti …”
RB: “Anche io. Se non fosse stato per questa gente … se non ci foste stati voi, dallo Stato non è venuto alcun aiuto …”
BG: “… non c’è lo Stato, c’è un anti-Stato …”
RB: “Ma è vero, se non fosse stato per voi …”
BG: “Va bene, questa è una cosa che ci tengo a sottolineare. Ogni tanto con la rete facciamo casini, mandiamo affanculo tutti, però ogni tanto qualche gesto straordinario riusciamo a farlo tutti insieme. Questo è uno dei gesti dei quali potremo essere orgogliosi per tutta la vita! Grazie a tutti!”

Ps. Un ringraziamento particolare a Michele Pietrelli del Meetup di Perugia e a Jacopo Fo per la collaborazione offerta al blog e per l'aiuto che continuano ad offrire a Rudra.

Pps. Ernesto Radici, lo zio di Rudra rientrato dalla Germania dove lavorava come cuoco, è alla ricerca di una occupazione in Italia. Quanti desiderano contattarlo possono chiedere maggiori informazioni al blog".

Il padre di Aldo Bianzino, dopo la morte di Stefano Cucchi, ha inviato ai direttori dei più importanti giornali la seguente lettera:

"Gentilissimo Direttore,

Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell'11 novembre), hanno richiamato l'attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch'essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e sopratutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.

Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere "Capanne" di Perugia. Era stato visto da un medico, che l'aveva riscontrato sano e da un avvocato d'ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d'allarme ed aveva invocato l'assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall'assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto.
L'autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un'emorragia celebrale e un'altra di 200 ml., al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l'emorragia cerebrale è stata amputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d'aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle "forze dell'ordine", lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L'emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l'angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l'archiviazione del caso.

Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle "droghe" come l'attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da stato etico e peggio, da stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un paese che considera delitto la detenzione e l'uso di droghe, magari solo marijuana, o l'essere "clandestino", pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.
In fede
Giuseppe Bianzino
Vercelli, 16 novembre 2009"
 
Io ho voluto, partendo da Rudra arrivare ad Aldo, di cui mi sono occupato in un altro post diversi mesi or sono, perchè, innanzitutto, la situazione in cui si trova Rudra è ovviamente dovuta a quanto successo al padre e poi perchè Rudra non potrebbe che trarre giovamento dal fatto che gli eventuali responsabili della morte del padre siano individuati e giustamente puniti. Non sembra che questa sia la strada perseguita dalla magistratura perchè, come riferito nella lettera del nonno di Rudra, sembra che il magistrato incaricato delle indagini intenda archiviare il caso.
Pertanto non si deve dimenticare nè Aldo nè Rudra se vogliamo contribuire concretamente a fare in modo che in questo Paese vi sia più giustizia per tutti e a impedire che le norme in materia di giustizia siano stravolte per favorire, nelle proprie vicende giudiziarie, una sola persona. Ricordiamoci che in tutte le aule dei tribunali ci dovrebbe essere scritto (chissà poi se si verifica sempre...) che "La Legge è uguale per tutti". Battiamoci perchè questa scritta non rimanga solamente uno slogan sempre di più inattuato.

Infine vorrei comunicarvi che per seguire l'evoluzione delle vicende giudiziarie di Aldo Bianzino potete visitare il sito www.veritaperaldo.noblogs.org il cui link è anche presente nel mio blog.




18 novembre 2009

Dal 1930 al 1970 almeno 150.000 bambini furono deportati dall'Inghilterra in Australia e Canada

Dal 1930 al 1970 almeno 150.000 bambini furono deportati dall'Inghilterra in Australia e Canada. Ne scrive Leonardo Maisano in un articolo pubblicato da "Il Sole 24 Ore". L'articolo trae spunto dal fatto che Kevin Rudd, il premier australiano, ha chiesto pubblicamente scusa alle centinaia di migliaia di bambini immigrati dal Regno Unito che soffrirono privazioni ed abusi in istituti pubblici, in orfanotrofi gestiti da gruppi religiosi e enti caritatevoli.
Il premier britannico, Gordon Brown, le scuse le ha annunciate ma ha detto che solo il prossimo anno le presenterà ufficialmente ai bambini costretti a migrare dal programma Child Migrants Programme, in base al quale appunto nel periodo citato 150.000 bambini furono portati in Australia e Canada, altri in Nuova Zelanda, Sudafrica e Zimbabwe. E poi ci si stupisce che molto probabilmente Brown verrà sonoramente sconfitto alle prossime elezioni...

Scrive Leonardo Maisano:

"...Almeno 150.000 bambini distribuiti fra Australia e Canada con la promessa di un futuro che in patria la sorte gli aveva negato...E quanto accaduto non sembra vero. Bambini orfani o bambini poveri che in genitori non erano in grado di mantenere, furono tolti dagli istituti del Regno Unito e mandati nei Paesi del Commonwealth, soprattutto Australia e Canada, con la prospettiva di un futuro. Studi più facili, un lavoro sicuro. Avevano tra i 3 e i 14 anni e non ce n'è uno, nelle fotografie dell'epoca che non sorrida,, prima dell'arrivo, felice dell'avventura Oltreoceano.
Non per tutti fu un inferno di violenze, soprusi, fatiche, ma per tanti, tantissimi, fu solo questo il programma governativo che per decenni alimentò di giovani britannici i paesi fratelli. Ricorda Ron Simpson di Newcastle, nel libro The Forgotten Children, i bambini dimenticati. 'Lavoravo in cucina come sguattero quando il cuoco mi prese, mi chiuse in un bagno, mi strappò i vestiti e mi violentò'. Avrà avuto dieci anni e non fu il solo a fare quella fine nella Fairbridge Farm School di Molong in New South Wales, nome che ricorre nelle testimonianze di uomini e donne sopravvissuti. Narra Mary O'Brien, 13 anni all'epoca, eastender di Londra. 'Mi portarono via nel 1959 e anch'io finii a Fairbridge. Fui violentata e costretta a servire il personale dell'istituto e tutti i loro ospiti per anni'. Aggiunge Sandra Anker, un'altra voce dall'oblio. 'Avevo sei anni quando fui costretta ad andarmene e il perchè non l'ho mai saputo. E' stato uno dei più grandi crimini del secolo. Mi furono tolti i diritti di cittadino senza motivo'. In molti casi furono deportati senza nemmeno avvertire i genitori, indigenti al punto da non poterli mantenere..."

Dalle indagini volute dal governo di Canberra, attraverso alcune commissioni speciali, risulta che tra il 1930 e il 1970 più di 500.000 bambini passarono dai collegi australiani. Una parte consistente di questi arrivarono dal Regno Unito (in alcuni casi questi bambini furono anche cavie di esperimenti medici).

Io non conoscevo questa tragedia, perchè non credo che possa essere definita altrimenti, e considerla come uno dei più grandi crimini del XX secolo, come sostiene una delle vittime, non penso che sia sbagliato.
E sono stupito sia per il fatto che la
tragedia in questione si sia verificata e che l'attore principale sia stato rappresentato dalla "civilissima" Inghilterra e poi non nel XVIII o nel XIX secolo ma nel Novecento sia per il fatto che i nostri mass media, tranne qualche eccezione, non si siano occupati affatto di quanto avvenuto.

La vicenda dei bambini inglesi è un'ulteriore dimostrazione che il Novecento è stato un secolo nel quale si sono verificate tragedie, diverse sicuramente, ma tutte caratterizzate dal fatto che i diritti umani sono stati travolti, a cominciare dal più importante diritto, il diritto alla vita.
Speriamo che il secolo in cui viviamo sia migliore, ma non ne sarei molto sicuro.  




15 novembre 2009

Una donna in Darfur preferisce essere stuprata piuttosto che far morire figli e marito

Halima è una giovane donna che abita in Darfur, in un campo profughi, come molte altre. Halima vive con il marito, i figli piccoli e una paura: essere violentata non appena esce dal campo. Il suo timore, purtroppo, è fondato. E' già successo a centinaia di migliaia di rifugiate nel Darfur di subire strupri. Un trauma arrivato subito dopo un altro: l'essere 'strappate' via da casa dai Janiawid, la milizia filogovernativa che terrorizza i civili con stupri e violenze.
Così inizia una nota di Christine Weise, Presidente della sezione italiana di Amnesty International, per illustrare la campagna di Amnesty 'Emergenza Darfur 2009'.

Così prosegue la Weise:

"Queste donne non hanno scelta. Devono essere loro ad allontanarsi dal campo in cerca d'acqua per i bambini e per la famiglia. Se mandano i mariti, rischiano di farli uccidere. Se vanno loro rischiano 'solo' di essere stuprate.
E' una tragedia apparentemente senza via di uscita, ma che può essere fermata. Le donne del Darfur hanno un disperato bisogno di protezione e noi di Amnesty International stiamo facendo il possibile per difenderle...
In Darfur il conflitto dura, ormai, dal 2003. Migliaia di donne sono state stuprate, secondo una precisa strategia volta a terrorizzare e a controllare la popolazione civile...
L'uso sistematico dello stupro è un crimine di guerra, che in Darfur viene perpretato ogni giorno. Da lungo tempo si parla di questo orrore, condannato da vari governi nel mondo. Ma nonostante discorsi e titoli sui giornali, la comunità internazionale non è ancora arrivata a una vera e propria soluzione.
Sono trascorsi ormai tre anni dalla firma di un accordo di pace per il Darfur e dalla fine del 2007 è sul posto una forza di peacekeeping mista Unione Africana/Onu. Eppure donne e ragazze continuano ad essere suprate. Ogni giorno. E gli stupri avvengono anche oltre confine, a causa del dilagare del conflitto nel vicino Ciad.
Dal 2003 chiediamo una protezione efficace dei civili e abbiamo ottenuto risultati importanti...
Quanto ottenuto non è però abbastanza.
Adesso vogliamo che il governo sudanese arresti e condanni, secondo gli standard internationali, gli altri responsabili dei crimini di guerra e contro l'umanità e, inoltre, assicuri alle vittime il giusto risarcimento.
E' importante che la forza congiunta Unione Africana/Nazioni Unite presente in Darfur, abbia le risorse e gli equipaggiamenti necessari per poter funzionare adeguatamente ed è necessario che riceva una mandato chiaramente orientato al rispetto dei diritti umani, che indaghi e denunci pubblicamente tutte le violazioni, comnpresi gli stupri,; che supervisioni il disarmo e la smobilitazione dei Janawid; che assicuri che l'embargo sulle armi in vigore sia applicato efficacemente. Ma per questo è fondamentale continuare a fare pressione sui governi degli stati membri delle Nazioni Unite affinchè forniscano le risorse necessarie e sul governo sudanese. Stiamo ricorrendo a tutte le tecniche proprie di Amnesty International, dalle più tradizionali a quelle maggiormente  innovative, per mettere fine alle violazioni dei diritti umani subite dalla popolazione del Darfur.
L'esempio più importante, che utilizza una sofisticata tecnologia, è 'Eyes on Darfur' (
www.eyesondarfur.org), un sistema di monitoraggio on line, sviluppato dalla sezione statunitense di Amnesty International, che si avvale di satelliti in grado di riprendere 24 ore su 24 e di trasmettere al mondo intero quanto sta accadendo in questo territorio..."

Non sono necessari commenti. Solo un invito: erogare un contributo ad Amnesty International per aiutare questa associazione a realizzare la campagna "Emergenza Darfur 2009". Il sito di Amnesty è www.amnesty.it.

 




11 novembre 2009

Novembre: il mese di Occhetto e di Lotta Continua

Nei giornali se ne è scritto abbastanza diffusamente. Il 12 novembre del 1989 Achille Occhetto, allora segretario del PCI, pronunciò alla Bolognina, una sezione del partito di Bologna, il famoso discorso che fu l’inizio del processo di trasformazione del PCI in PDS, con il conseguente abbandono dello storico nome di quel partito. Il 1° novembre del 1969 fu pubblicato il primo numero del settimanale, che successivamente diventò quotidiano, “Lotta Continua”, e al mese di novembre dello stesso anno viene fatta risalire la nascita del movimento politico che assunse la stessa denominazione.

A molti può apparire quanto meno strano accostare Occhetto a Lotta Continua. La mia decisione deriva semplicemente dal fatto che mi è sembrato eccessivo dedicare due post ad avvenimenti politici che allora ebbero un notevole rilievo e che molto probabilmente adesso non destano un grande interesse.
Io credo però che quei due avvenimenti non debbano essere dimenticati e, per i giovani che non li conoscono affatto o li conoscono poco o niente, devono essere esaminati, almeno nei loro aspetti generali.

Penso poi che non sarebbe male che, coloro che se la sentano, nei commenti al post analizzino quegli avvenimenti i cui effetti in qualche maniera si esplicano ancora oggi.

Iniziamo con Occhetto.
Devo ammettere che io non sono un osservatore imparziale poiché allora, nel 1989, avevo poco più di 30 anni ed ero iscritto al PCI, da sette anni, e fui un “fan sfegatato” della svolta di Occhetto perché speravo che con la creazione del PDS potesse nascere un partito davvero nuovo, in grado di essere in sintonia con una parte più consistente della società italiana e di rappresentarla adeguatamente, per poter costruire un progetto politico moderno ed innovativo in grado di condurre al governo del Paese il PDS per poter realmente cambiare, almeno un poco, la nostra Italia.
Se questo non avvenne le maggiori responsabilità non furono di Occhetto ma di coloro, anche di quelli che decisero di non abbandonare il partito, che ostacolarono, a livello nazionale e locale, ciò che in molti pensavamo che si potesse verificare. Occhetto potrà avere commesso anche degli errori ma veniali. Se la scelta di creare il PDS fosse stata meno “affrettata” e avesse seguito le procedure rituali tipiche del PCI di allora, quella scelta molto probabilmente non sarebbe stata mai effettuata e il PCI si sarebbe ridotto ai minimi termini e forse sarebbe diventato come il PCF (il partito comunista francese) del tutto marginale e assolutamente ininfluente nel determinare l’evoluzione del sistema politico italiano.
In conclusione mi sembra doveroso rivolgere un omaggio a Occhetto per come fu trattato e considerato, anche dopo il 1989, da una parte considerevole dei dirigenti nazionali del suo stesso partito, in primis Massimo D’Alema. Occhetto fu spesso considerato da costoro quasi un malato mentale e attaccato fortemente anche sul piano personale e a tradimento. D’Alema, che di errori successivamente ne ha compiuti molti sia quanto divenne segretario dei DS sia quando divenne presidente del consiglio, fu in prima linea in questi attacchi e noi ancora lo dobbiamo sopportare come grande suggeritore ed ispiratore di Bersani e come probabile “ministro degli esteri” dell’Unione Europea.

Passando a Lotta Continua devo ammettere che non ebbi nei confronti del movimento politico, non tanto del giornale, le stesse simpatie che successivamente dimostrai nei confronti del PDS di Occhetto.
E’ vero che quando nacque Lotta Continua io ero ancora impegnato nei miei giochi da preadolescente, ma qualche anno dopo, quando decisi di entrare a far parte del gruppo de “Il Manifesto” e di diventare simpatizzante del PdUP, mi imbattei in Lotta Continua, mi confrontai con coetanei che erano molto vicini a LC.
Io fui molto critico nei confronti di LC perché lo consideravo un movimento politico estremista e che non si oppose nella maniera dovuta nei confronti dei diversi gruppi che praticarono la lotta armata (non a caso diversi esponenti, generalmente i più giovani, scelsero la lotta armata e per questo notevoli responsabilità devono essere addebitate anche se indirettamente ai “leader” di LC anche quelli che non parteciparono a quei gruppi).
Del resto la dimostrazione che i “leader” di LC non fossero di notevole spessore risiede nel fatto che una parte di loro aderì al PSI di Craxi.
Comunque Lotta Continua fu un movimento politico che influì, nel bene e nel male, sugli avvenimenti di quegli anni e per questo non può essere dimenticato né sottovalutato.
Inoltre, almeno secondo me, il giornale fu molto più importante del movimento. E’ sufficiente per me rilevare che contribuì alla nascita di quella splendida rivista satirica che fu chiamata “Il Male”.


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8 novembre 2009

Ma la democrazia in Italia c'è o non c'è? E la cultura?

Sempre più frequentemente nei giornali, italiani ed esteri, si discute sullo stato di salute della democrazia  e della cultura nel nostro Paese. Due analisi mi sono sembrate particolarmente significative: un articolo di Gustavo Zagrebelsky, giurista, pubblicato da "La Repubblica", e un'intervista di Walter Mariotti al critico letterario Harold Bloom, comparsa su "Il Sole 24 ore".
Ne riporto alcune parti e poi formulerò alcune mie brevi considerazioni.

Così scrive, fra l'altro, Zagrebelsky:

"...Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della 'società civile'. È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino 'visioni del mondo', che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene - privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.
Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.

Ma, se questo - la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più...

Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione.
L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla 'partitocrazia' e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.

Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza - cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto - perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato?
Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine..."

La parte finale dell'intevista a Bloom che, peraltro, fa riferimento sia agli Stati Uniti che all'Italia, è la seguente:

"...Ma l'esempio perfetto del nostro mondo dove la videocrazia ha sostituito èlite e democrazia è Sarah Palin, un perfetto 'funcional illiterate'. Ogni sua frase è un insieme di mancanze grammaticali e semantiche ideali per catalizzare le nuovi plebi urbane e rurali. Se nel 2012 la Palin sarà la candidata sarà la fine dei 'whig'.

Eppure il suo libro ha battuto anche Dan Brown negli acquisti nelle librerie.

E' la riprova di quanto le sto dicendo.

Meglio Sarah Palin o  J.K. Rowling?

Peggio Palin ma entrambe sono uno scandalo. Ciò detto, chi se ne frega di J.K. Rowling, Palin e Stephen King? Il tema è che si dovrebbe contemplare Dante e Beatrice, non Harry Potter.

'Videocracy' però è la vecchia tesi di Adorno e Anders. Il Grande Fratello che piace molto ai radical chic. Americani e italiani.

Intendiamoci. Io non credo che Berlusconi abbia ordito un complotto, nè che ne sia  vittima. E' paranoia. In realtà conta solo la finanza. E la verità è che Michelangelo e Beethoven vendono meno del rock e del gossip. Non c'è cospirazione, chi gestisce il sistema è troppo intelligente: peccato perchè sarebbe stato più interessante. Berlusconi e i reality sono semplicemente l'esito di un percorso, come la difficoltà crescente a concentrarsi. Dante è una letteratura straordinaria, ma richiede una cultura che l'epoca dominata dalla tv non può più assicurare. Non so se un altro Ungaretti, un altro Montale, sarebbero ancora possibili. O anche Saba, l'immenso Saba.

Nemmeno qui in America?

Qui ci sono centinaia di romanzieri, ma nessuno raggiunge Beckett. Salvo soltanto Philip Roth, Thomas Pynchon e Cormac Mc Carthy

La libertà è in pericolo?

No. La vera libertà è la cosa più difficile, pensare ciò che si vuole non quando qualcuno lo impedisce ma liberandosi dai propri condizionamenti. Alla mia età,comunque, questa parola non ha  più molto significato".


Sono due testi molto diversi se non altro perchè l'articolo è di un giurista e l'intervistato è un critico letterario.
Però entrambe le analisi hanno, a mio avviso,  un punto in comune: se nei Paesi occidentali, e soprattutto nel nostro Paese, la democrazia soffre e ugualmente la cultura, questo avviene non tanto, o non soltanto, perchè ci sia un complotto,  ma anche perchè la "società civile" non domanda, in misura sufficiente, pìù democrazia e più cultura.
Certo, sostenuto questo, si impone un interrogativo: quali sono i meccanismi che determinando nell'ambito della società l'affermarsi di quei comportamenti? Chi sono gli altri responsabili?
Mi sembra però di poter concludere, solo questo post ovviamente, rilevando che un miglioramento dello "status quo" non potrà avvenire se nell'ambito della società non si attiveranno nuove energie in grado, quanto meno, di richiedere il cambiamento.


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4 novembre 2009

Serve ridurre un'imposta come l'Irap? A chi, a che cosa?

Negli ultimi periodi si discute spesso dell'Irap, un imposta che riguarda le imprese, o meglio di una sua eventuale riduzione. Lo ha ipotizzato in primo luogo Berlusconi, senza consultarsi con Tremonti, di qui uno dei motivi dei contrasti fra i due.
In questo post non intendo affatto occuparmi di quei contrasti, ma analizzare brevemente caratteristiche e limiti di questa imposta, verificare se serve e se è possibile ridurla e poi a chi e a che cosa servirebbe diminuire l'Irap.
Per introdurre l'argomento può rivelarsi molto utile riportare una parte di un articolo di Massimo Bordignon
, pubblicato da www.lavoce.info, una rivista on line di economia:

"L'Irap è un'imposta sostanzialmente corretta sotto il profilo economico, ma profondamente odiata dai contribuenti. Va dunque migliorata. E forse in parte sostituita. Se possibile all'interno di una più vasta riforma del sistema tributario italiano. Ma certo senza abbandonarsi a improvvisazioni e studiando seriamente gli effetti dei diversi possibili provvedimenti. Se l'obiettivo è invece sostenere l'economia, sono possibili altri interventi congiunturali di maggiore efficacia.

Perchè abolire l'Irap?

Dal dibattito emerge che le ragioni per intervenire sull’Irap sembrano siano recentemente mutate. Dalle critiche usuali ('una tassa sulle imprese per finanziare la sanità'), l’accento si è spostato sulla necessità di dare, tramite la sua abolizione e la conseguente riduzione dei costi, un forte stimolo alla competitività delle imprese, anche alla luce dei provvedimenti di riduzione delle imposte annunciati all’estero. L’argomento sembra essere che la crisi è molto più forte del previsto; la domanda nazionale e internazionale di beni italiani continua a ridursi, e se non interveniamo con urgenza, si rischia che se e quando ci sarà la ripresa, non ci saranno più le imprese.
Difficile dire quanto quest’argomento sia fondato. Ma anche se lo fosse, bisogna domandarsi se è sul sistema tributario in generale, e sull’Irap in particolare, che bisogna agire per affrontarlo. Se la logica è quella dell’emergenza, sono disponibili strumenti congiunturali alternativi - rifinanziamento dei confidi, rimborso anticipato dei crediti di imposta, posticipo del pagamento delle imposte, comprese l’Irap, per le imprese in difficoltà e così via -, con effetti immediati probabilmente maggiori e forse maggiormente prevedibili.
Il sistema tributario è complesso: quando s’interviene, bisogna capire dove si finisce. E invece, al di là dalle chiacchiere, sugli effetti degli interventi sull’Irap non si sa in realtà molto. Per esempio, già il governo Prodi nel 2007 è intervenuto tramite una manovra sull’Irap sul costo del lavoro, con una riduzione a regime dell’ordine di circa 4,5 miliardi di euro, ma nessuno sa se la diminuzione dell’aliquota e la perdita di gettito abbiano poi pagato, e quanto, in termini di crescita, occupazione e salari.
Se l’argomento è invece più strutturale, di crescita complessiva della produttività del sistema, ci sono parecchie riforme, anche a costo zero come per esempio la liberalizzazione dei servizi locali, che avrebbero effetti ben più duraturi della semplice abolizione dell’Irap. E tuttavia, è innegabile che tra gli interventi strutturali necessari ci sia anche una riforma del sistema tributario, visto che in questo paese ci ostiniamo a tassare molto i fattori impegnati nella produzione e ben poco tutto il resto. In linea di massima, sarebbe necessario spostare il più possibile il carico tributario dal capitale e dal lavoro, tagliando Ires e Irpef, al patrimonio, ai redditi finanziari, ai consumi. Una riforma di questo tipo dovrebbe agire anche sull’Irap, ma non solo e probabilmente non prioritariamente, su questo tributo. Con onestà, va tuttavia anche riconosciuto che l’opinione pubblica italiana sembra refrattaria a ogni ipotesi di razionalizzazione del sistema tributario in questo senso e appoggia invece ogni intervento che ne magnifica le distorsioni, come mostra tutta la vicenda dell’Ici...".

Leggendo quanto scritto da Bordignon si può provare a rispondere alle domande formulate all'inizio.

Ammesso che sia possibile ridurre l'Irap (per poterla ridurre considerevolmente infatti sarebbe necessario o aumentare qualche altra imposta o ridurre notevolmente la spesa pubblica e tutto ciò in considerazione delle accresciute difficoltà del bilancio pubblico italiano e tutto ciò di difficile attuazione) la riduzione dell'Irap servirebbe a poco.

Servirebbe a poco se l'obiettivo è soprattutto quello di accrescere la produzione e quindi anche l'occupazione
e per far questo sono necessari soprattutto, nel breve periodo, interventi tendenti ad aumentare la "domanda", soprattutto i consumi (e per ottenere una loro crescita servirebbe sempre se possibile una riduzione consistente delle imposte sul lavoro dipendente) e non tanto interventi sull' "offerta", come sarebbe appunto una riduzione di un'imposta sulle imprese.

E quindi a chi servirebbe soprattutto una riduzione dell'Irap?
Alle imprese.

A che cosa servirebbe?
A ridurre i costi delle imprese, effetto questo ovviamente non di secondaria importanza, in un periodo come questo di crisi economica, ma che garantirebbe, in misura minore, il raggiungimento dell'obiettivo, di gran lunga più importante, della crescita della produzione e dell'occupazione, obiettivo che sarebbe conseguito più facilmente e più rapidamente con altri interventi quali quelli ipotizzati da Bordignon.
Di qui la contrarietà dei sindacati nei confronti della riduzione dell'Irap (o meglio della riduzione di questa sola imposta.
Di qui il consenso della Confindustria a ridurre solo quella imposta.


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1 novembre 2009

Come siamo diventati tutti meridionali

Come siamo diventati tutti meridionali. E' il sottotitolo dell'ultimo libro di Aldo Cazzullo, giornalista de "Il Corriere della Sera", uno dei pochi giornalisti che spesso viene intervistato in televisivione e dice cose sensate (l'opposto di Belpietro insomma), "L'Italia de noantri".
Io il libro non l'ho letto ma ho letto alcune recensioni che mi sono state sufficienti per concludere che è un libro da leggere e dal quale si possono trarre spunti e sollecitazioni che possono essere oggetto di una seria discussione anche nella blogosfera.

Scrive Andrea Romano su "Il Sole 24 ore":

"E' tempo di libri sconsolati sull'Italia, in una stagione della nostra vita nazionale che difficilmente potrebbe essere raccontata con i toni dell'entusiasmo. Ma sullo sfondo di un canone di autoflagellazione nazionale che domina ormai le classifiche di saggistica, si fanno notare quei pochi titoli che trattengono la tentazione al qualunquismo per applicarsi a un registro di indignazione empatica verso gli italiani e le loro miserie. Aldo Cazzullo ha scritto uno di questi libri scegliendo di raccontare 'come siamo diventati tutti meridionali', secondo un sottotilo che promette di infastidire più di un lettore sudista ma che in realtà non contiene nessuna indulgenza verso le immaginarie virtù nordiste.
Perchè la meridionalizzazione degenerativa di cui scriuve in queste pagine riguarda tanto Palermo quanto Bergamo,
accomunando l'autonomismo siculo di Raffaele Lombardo al leghismo settentrionale in un'unica 'idea insieme ideologica e contrattualistica della politica, pronta a rivendicare la propria spregiudicatezza e a mettere il rapporto personale al di sopra delle leggi...
Perchè è il 'romanocentrismo' il vero motore simbolico della meridionalizzazione italiana. Veloce come le fiction televisive nel diffondere in tutto il paese il gergo di 'buzziconi' e 'pischelle', ma anche capace di umanizzare quella prevalenza di familismo e spirito di fazione che domina la degenerazione antropologica dei nostri tempi..."

Scrive inoltre Giampaolo Pansa su "Il riformista":

"...Mi trova invece concorde il ritratto che Aldo disegna dell’Italia di oggi. Il suo è un libro veritiero e spietato. Dettato da una schiettezza feroce che non lascia scampo. Il sottotitolo ('Come siamo diventati tutti meridionali') non deve trarre in inganno. Questo non è un racconto nordista e tanto meno leghista. Anche noi piemontesi, come i lombardi e i veneti, ne usciamo a pezzi. Disonesti, truffatori, furbacchioni, senza voglia di lavorare, fancazzisti, incompetenti, tiratardi, buffoni, ignoranti, mancatori di parola. Tali e quali i terroni che noi del nord, sbagliando, abbiamo imparato a rifiutare da bambini. Mia nonna Caterina, quando non volevo lavarmi, mi urlava: 'Non fare il Napoli!'.
Quello di Aldo è un racconto dantesco con un solo girone: l’Inferno. Ci spiega che, finalmente, l’unità d’Italia si è compiuta, ma nel modo peggiore. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio nelle scuole. A condizione che esistano ancora degli insegnanti tanto forti da spiegare ai ragazzi: 'Ecco il Paese che noi adulti vi affidiamo. Fatene quel che volete. Ammesso che sappiate che cosa volere'.
Ma 'L’Italia de noantri' dovrebbe essere letto soprattutto dai politici. Mentre lo scrivo, mi rendo conto di esprimere un augurio dettato dalla mia ingenua fesseria. Sì, come Aldo, sono un italiano super-fesso. Convinto che i politici leggano ancora dei libri e riflettano su quanto imparano. Certo, ce ne sono parecchi che lo fanno. Molti li conosco, stanno a destra, al centro, a sinistra. Ma è il mondo separato al quale appartengono a sembrarmi estraneo. E lontano da qualsiasi impegno diverso dalla cura della porzione di potere che controllano... 
Adesso siamo una nave strapiena di folli che va alla deriva, verso un approdo ignoto che mi fa spavento.
Me lo conferma la cronaca di questa vigilia festiva. Con le facce che ci porta in casa la tivù, la nostra bocca della verità. Il Cavaliere che finge di essere bloccato in Russia dalla neve per rimandare l’incontro con il suo ministro più importante, il Tremonti. Lo stesso Tremonti che minaccia di ritirarsi a vita privata. Il governatore del Lazio ricattato per un video dove lo si vedrebbe con un transessuale. Il candidato numero uno alle primarie del Pd, il Franceschini, ormai concionante dovunque. Per di più con un piglio rozzo e autoritario da ras della politica, capace solo di promettere guerra.
Ci salveranno ancora le vecchie zie che non conoscevano la pizza? Non lo so proprio. Conserviamo la nostra amicizia, caro Aldo. E speriamo che esista un padreterno capace di dare una mano agli italiani perbene".

Queste recensioni mi hanno stimolato a leggere libro, quando avrò tempo, come ho già scritto all'inizio, e a voi? Quali considerazioni vi spinge a formulare la lettura delle recensioni?



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