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29 marzo 2009

LA PENA DI MORTE NEL 2008: UN RAPPORTO CHE TUTTI I GOVERNI OCCIDENTALI DOVREBBERO LEGGERE

Amnesty International ha reso noto il rapporto per il 2008 sulla pena di morte la cui abolizione è uno dei cavalli di battaglia di questa associazione. 'La pena di morte è la punizione estrema. È crudele, inumana e degradante. Nel XXI secolo non dovrebbe esserci più posto per decapitazioni, sedie elettriche, impiccagioni, iniezioni letali, fucilazioni e lapidazioni' - ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International.
Mi sembra opportuno riportare il comunicato diffuso dalla sezione italiana di Amnesty nella consapevolezza che  soprattutto i governi dei Paesi occidentali dovrebbero leggere approfonditamente il rapporto: le relazioni con i Paesi dove ancora vige la pena di morte e soprattutto con quelli in cui essa viene applicata quasi quotidianamente dovrebbero essere quanto meno influenzati da quella che non può non essere ritenuta una pena 'medievale', antistorica e che purtroppo ancora persiste appunto nel XXI secolo. Ed inoltre sarebbe necessario che Obama prendesse una posizione esplicita contro la pena di morte e si adoperasse concretamente che negli Stati americani in cui è ancora in vigore tale pena venga ben presto abolita.

"Secondo il rapporto di Amnesty International, 'Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008', tra gennaio e dicembre dello scorso anno sono state messe a morte almeno 2390 persone in 25 paesi e sono state emesse almeno 8864 condanne alla pena capitale in 52 paesi.
Il rapporto dell'organizzazione per i diritti umani segnala i paesi in cui sono state emesse condanne a morte al termine di processi iniqui, come Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen; l'uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose in paesi come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti d'America e Sudan; il costante rischio che vengano messi a morte innocenti, come dimostrato dal rilascio di quattro prigionieri dai bracci della morte statunitensi.
Molti prigionieri subiscono condizioni di detenzione particolarmente dure e sono sottoposti a forte stress psicologico. Ad esempio, in Giappone l'ordine d'impiccagione viene notificato ai prigionieri solo la mattina stessa dell'esecuzione, mentre i familiari vengono informati dopo che questa ha avuto luogo.
'La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato. A tutto questo dev'essere posta fine' - ha sottolineato Khan.
La maggior parte dei paesi del mondo si sta avvicinando all'abolizione della pena di morte: solo 25 dei 59 paesi che ancora la mantengono hanno eseguito condanne nel 2008. Amnesty International ammonisce tuttavia che, nonostante questa tendenza positiva, centinaia e centinaia di condanne a morte continuano a essere emesse in tutto il mondo.
Questi progressi sono stati anche sminuiti dalla ripresa delle esecuzioni a Saint Christopher e Nevis (le prime nel continente americano, esclusi gli Stati Uniti d'America, dal 2003) e dalla reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.
'La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale' - ha concluso Khan.
Il maggior numero di esecuzioni nel 2008 è stato riscontrato in Asia, dove 11 paesi continuano a ricorrere alla pena di morte: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam. Solo in Cina hanno avuto luogo quasi tre quarti delle esecuzioni su scala mondiale, 1718 su 2390, dati che si teme potrebbero essere più elevati poiché le informazioni sulle condanne a morte e le esecuzioni restano un segreto di stato.
Il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato nella regione Africa del Nord - Medio Oriente. In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l'impiccagione e la lapidazione. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione.
Nel continente americano solo gli Stati Uniti d'America hanno continuato a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perché riconosciuti innocenti. L'unico altro stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell'area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003.
L'Europa sarebbe una 'zona libera dalla pena di morte' se non fosse per la Bielorussia, dove l'uso della pena di morte è avvolto dalla segretezza. Le condanne vengono eseguite con un colpo di pistola alla nuca e non vengono fornite informazioni sulla data dell'esecuzione né sul luogo di sepoltura. Le esecuzioni nell'ex repubblica sovietica sono state quattro. In occasione della pubblicazione dei dati relativi al 2008, Amnesty International lancia il rapporto "Ending executions in Europe: Towards abolition of the death penalty in Belarus" e un'azione on line per fermare le esecuzioni in Bielorussia.
Nell'Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni ma le condanne a morte sono state almeno 362. Quest'area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento".




26 marzo 2009

L'ITALIA COMPRERA' 131 BOMBARDIERI?

L'Italia potrebbe acquistare 131 bombardieri. I nuovi caccia F-35 costeranno 13 miliardi. Il ministro della Difesa La Russa ha presentato alle commissioni Difesa dei due rami del Parlamento un  programma di riarmo aeronautico che prevede appunto quell'acquisto.
Ne riferisce Enrico Piovesan su "Peacereporter" in un articolo che riporto integralmente.
 
"Entro il 16 aprile le commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno esprimersi sul programma di riarmo aeronautico presentato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, che prevede l'acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco F-35 Lightning II nell'arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro. Velivoli 'stealth' di quinta generazione che dal 2014 dovrebbero progressivamente sostituire tutta la flotta aerea d'attacco italiana, attualmente composta dai Tornado e dagli Amx dell'Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina. Sessantanove F-35A a decollo convenzionale verrebbero destinati alle forze aeree, mentre sessantadue F-35B a decollo rapido o verticale andrebbero a finire sui ponti delle portaerei 'Garbaldi' e 'Cavour'.
Per le missioni all'estero. Nei mesi scorsi il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, aveva definito l'acquisizione degli F-35 "assolutamente vitale per la difesa" del nostro Paese.
In realtà, per la 'difesa' propriamente detta dello spazio aereo italiano sono già stati spesi oltre 7 miliardi di euro per l'acquisto di 121 caccia Eurofighter in sostituzione dei vecchi F-104.
Pur definendo il programma come "destinato alla difesa nazionale", il testo che il ministro La Russa ha sottoposto alle commissioni parlamentari - e di cui PeaceReporter ha ottenuto copia - enuncia chiaramente la destinazione d'impiego degli F-35 "nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace" in virtù della loro "spiccata capacità di impiego fuori area".
Un affare per Finmeccanica. I caccia F-35 sono il frutto del programma di riarmo internazionale Joint Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni '90, al quale hanno aderito molti Paesi alleati, tra cui l'Italia nel 1996 con il primo governo Prodi (adesione confermata nel 1998 dal governo D'Alema e nel 2002 dal secondo governo Prodi). Il nostro Paese partecipa al consorzio industriale Jsf - guidato dalla statunitense Lockheed Martin - tramite l'Alenia, l'azienda aeronautica del gruppo Finmeccanica. Lo stabilimento piemontese di Cameri (Novara) è già stato attrezzato per diventare l'unica linea di montaggio finale del velivolo al di fuori fuori dagli Stati Uniti, dove verranno assemblati tutti gli F-35 destinati alle forze aeree del Vecchio Continente (per ora è certa l'Olanda). Secondo i piani, l'Alenia di Cameri si occuperà anche delle successive revisioni e aggiornamenti per tutta la vita operativa degli F-35, vale a dire per altri trentacinque anni circa.
Un riarmo contro la crisi. Secondo la Difesa, il super-bombardiere F-35 creerà almeno 10 mila posti di lavoro, genererà un forte sviluppo tecnologico dell'industria italiana e determinerà un incremento del Pil. Insomma, il riarmo come via d'uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni '30 e con la Grande Depressione di fine '800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo - questo il documento di La Russa non lo dice - l'impiego dei nuovi bombardieri nelle missioni "di pace" produrrà anche morti, mutilati e sofferenza. E se non dovessero mai venire usati - improbabile - risulteranno del tutto inutili. Forse questi 13 miliardi di euro di denaro pubblico - nostro - potrebbero essere investiti in qualcosa di più utile alla collettività. Spetta alle due commissioni parlamentari decidere nelle prossime settimane".




23 marzo 2009

UN BELL'INIZIO DI PRIMAVERA: DON CIOTTI E ALTRI 150.000 A NAPOLI

Proprio un bell'inizio di primavera: 150.000 persone hanno partecipato sabato 21 marzo a Napoli all' annuale Giornata della memoria e dell'impegno organizzata dall'associazione Libera contro le mafie e per i diritti. Il fondatore e il presidente di Libera è Don Luigi Ciotti di cui mi sembra doveroso riportare, integralmente, lo splendido intervento pronunciato nell'ambito della manifestazione a cui ha partecipato anche Roberto Saviano oltre a 500 familiari di vittime delle mafie.

"Voi l’avete capito che questo non è un evento, non è una manifestazione, non è un corteo qualsiasi. Questo è stato ed è un camminare insieme, per impegnarci di più tutti; tutti per costruire legalità diritti pace, verità e giustizia nel nostro paese. E avete sentito che ad aprire questo camminare insieme centinaia, centinaia di familiari delle vittime della violenza criminale delle mafie. Ma vogliamo anche ricordare qui tutte le vittime del dovere e le vittime del terrorismo non ci sono morti di seria “A”, di serie “B”, di serie “C”. Sono tutti morti per la democrazia per la giustizia, per il bene del nostro paese e noi vogliamo ricordarli tutti, sempre e sempre di più. E allora non è un evento perché le persone che sono venute qui, sentono prepotente dentro di loro che ci si deve impegnare 365 giorni all’anno.
Questi amici, questi familiari chiedono coerenze, credibilità e soprattutto la continuità delle nostre scelte e dei nostri impegni, è questo il senso di esserci qui. Esserci, camminare insieme per cambiare: la normalità del bene ed il coraggio dovrebbe essere la vera ossatura di tutta la nostra società. E allora aveva ragione Pippo Fava quando diceva: «A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare». Già, a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare, ognuno per la propria parte, per il proprio ruolo, per le proprie competenze. Noi chiediamo allo Stato e alle istituzioni che facciano il loro dovere fino in fondo. Noi vogliamo essere una spina propositiva al fianco delle istituzioni per chiedere quello che è giusto: la verità, i diritti, la giustizia sociale che guarda caso incomincia con quell’articolo 1 della Costituzione che dice che questa è una repubblica fondata sul lavoro: lotta alla mafia incomincia dal lavoro, dalla dignità delle persone, dal creare quelle condizioni affinché le persone non devono essere private della loro libertà e della loro dignità. Abbiamo bisogno che i diritti non siano scritti solo sulla carta, non siano solo enunciati ma che i diritti siano carne, siano vita. Abbiamo bisogno di creare queste condizioni come ci ricordava Carlo Alberto dalla Chiesa: che lo Stato dia come diritto ciò che le mafia danno come favore.
Allora questo è il grido che noi ancora lanciamo e lo abbiamo lanciato pochi giorni fa a Casal di Principe camminando per quelle strade dove qualche anno fa, quando camminavamo nel ricordo di don Peppino Diana, le finestre erano chiuse e anche le porte. Ma l’altro giorno le finestre erano aperte e le porte erano aperte grazie a voi, grazie a tutti voi, nessuno escluso. Quando civiltà e coerenza è possibile cambiare allora non dobbiamo arrenderci, non dobbiamo abbassare la testa, dobbiamo ancora continuare a camminare insieme dobbiamo essere cittadini in cammino 365 giorni all’anno. Poi abbiamo scelto: che ci sia un giorno, il giorno della memoria e dell’impegno, meglio dell’impegno e della memoria. Il primo giorno di Primavera per fare in modo di potervi abbracciare tutti e di ricordare a voce alta alle nostre coscienze. Ma anche un pugno nello stomaco a quelli che stanno alla finestra a guardare e che godono di tutto questo, che quei nomi non ci abbandoneranno mai, ed essere un richiamo delle nostre coscienze ad essere persone che si devono sporcare tutti i giorni le proprie mani per costruire questi percorsi.
Allora forza amici, forza dobbiamo essere più responsabili tutti, meglio, corresponsabili perché noi chiediamo si alle istituzioni di fare la loro parte ma per piacere, per piacere, per piacere, non chiediamo alle istituzioni di fare la loro parte se noi non facciamo innanzitutto la nostra parte fino in fondo con coerenza. Dobbiamo noi essere credibili innanzitutto. E quando chiediamo non ci sia solo la denuncia, giusta doverosa sempre seria e documentata. Ma ci sia sempre anche la proposta. E vi devo dire cari amici che io faccio sempre fatica a guardarvi in faccia e vorrei che tutti sappiano guardarvi nella profondità dei vostri occhi perché quegli occhi parlano. Di fronte a voi credo che dobbiamo stare muti e commossi perché conosco la profondità delle vostre ferite e del vostro dolore. Ma so anche che avete compiuto il faticoso percorso che muove dal dolore e approda all’impegno. Grazie perché siete stati capaci dal dolore dalla sofferenze, vi siete messi in gioco in forme dense e convinte di cittadinanza attiva e di attività sociale culturale. Avete offerto la vostra disponibilità, avete in comune l’esperienza del dolore a portare a nudo le ferite ed i percorsi più faticosi e più intimi. Siete voi i primi testimoni di strema generosità personale e di grande disponibilità sociale.
Hanno camminato con voi nelle prime file gli amici del FAI che Tano Grasso fondò anni fa. Oggi non è qui con noi perché ha avuto un piccolo intervento chirurgico. Vi manda a salutare tutti e noi salutiamo tutti i commercianti, gli imprenditori tutti colore che hanno avuto la forza di dire no di rifiutarsi di pagare il pizzo che con coraggio hanno messo in gioco la loro vita, e allora abbiamo veramente camminato insieme. Nando Dalla Chiesa, figlio di Carlo Alberto ha detto: «mio padre è stato ucciso perché non si è girato dall’altra parte». Noi tutti non dobbiamo mai girarci dall’altra parte, incominciamo dalle piccole cose ma qualche mese fa a Casal di Principe a Raffaella, 19 anni, in occasione della festa della polizia, non a caso a Casal di Principe, ha detto: «Noi siamo casalesi e siamo stanchi di doverci vergognare di questo aggettivo; casalesi è il nome di un popolo e non di un clan». E questo vale per Napoli, per la Campania, siamo un popolo e non saranno certamente i mafiosi ad aver il sopravvento.
Ma i giovani che voi avete visto camminare a migliaia oggi per queste vie non sono il futuro come qualcuno dice ma sono il nostro presente e ci chiedono oggi che si facciano delle politiche per le famiglie e ci chiedono che si creino le condizioni di un sano protagonismo e una sana partecipazione. Ci chiedono che oggi questa società li aiuti nel concreto a vivere il passaggio dal sogno al progetto, dall’apprendimento al senso di responsabilità. E allora sono stupendi questi ragazzi che sono venuti da tutte le parti di Italia e da trenta paesi d’Europa. Sono venuti qui a Napoli con la loro passione ed entusiasmo e chiedono agli adulti di essere credibili e dare l’esempio.
E un’altra cosa sì: amici non girarsi dall’altra parte. La Costituzione è il testo fondamentale che ci insegna le regole dell’essere cittadino e che nessuno tocchi quella prima parte della Costituzione italiana, nessuno la tocchi e la nostra Costituzione dobbiamo fare in modo che diventi sempre di più cultura e costume e soprattutto qualcuno non confonda la giustizia con la legalità. La giustizia cioè la realizzazione effettiva dell’uguaglianza dei diritti e le opportunità dei doveri per le persone viene troppo spesso confusa con la legalità, il concetto di legalità tanti lo usano, sono troppi quelli che lo piegano a facili strumentalizzazioni e per legittimare misure e provvedimenti che vanno in direzione contraria a quella della giustizia sociale. Nel nome della legalità c’è chi la calpesta tutti i giorni. Allora aiutiamoci, aiutiamo quei giovani in modo propositivo a distinguere le buone leggi, quelle che promuovono i diritti di tutti i cittadini da quelle cattive fatte nell’interessi di pochi o incapaci di trovare il giusto equilibrio tra sanzione ed esclusione, tra penale e sociale. Non girarsi dall’altra parte deve essere l’impegno di tutti.
L’altro giorno un tuo assessore di nome Scotti (rivolto al sindaco Iervolino) ci ha detto no alla legalità sostenibile, quella fatta di mediazioni continue tra lecito ed illecito perché ci sono troppi che nella loro testa pensano che si possa usare la legalità come “bandiera” da sbandierare ma poi si fa l’occhiolino all’illegalità e questo, è il viatico alla camorra e delle mafie. All’apertura dell’anno giudiziario molti presidenti delle corti d’Appello ci hanno ricordato la crescita negli ultimi tempi della criminalità dei colletti bianchi. Scusate, per un prete, è giusto che si chiamino i colletti neri, perché sono nere quelle persone nel senso che veramente calpestano la legalità. Allora forza amici noi abbiamo due nemici: la violenza, la criminalità, le mafie, la corruzione, le illegalità, ma anche la burocrazia e aspettiamo anni per avere la verità. L’ Italia è al 156° posto su 181 paesi del mondo per la lentezza della giustizia nel nostro paese, e che i beni possano essere confiscati in modo veloce. Il 36 per cento sono sotto ipoteche bancarie: che le banche cancellino subito queste ipoteche. Noi stiamo dando una mano alle banche, bene le banche cancellino perché tutti i beni devono essere usati e restituiti alla collettività.
Soprattutto il parlamento italiano, chi fa politica lo faccia, trovi una normativa, se la inventi non porti scuse perché questi familiari hanno trasformato il loro dolore in impegno. Si prendono le ferie, se le bruciano tutte, non hanno più giorni di riposo, ma non lo dico in modo retorico, perché vanno nelle scuole e nelle associazione vanno a portare la loro testimonianza sofferta ma anche per stimolare i nostri ragazzi, e la gente a mettersi in gioco a capire che si può voltare pagina, che è possibile. Allora si riconosca quell’impegno e che uno non debba bruciarsi tutte le vacanze ma sia riconosciuto. E chiedo che tutti i signori deputati del parlamento italiano vadano ad ascoltarli, uno per uno per piacere, perché solo guardandoli in faccia si capisce la violenza criminale e mafiosa nel nostro paese, perché se no parliamo tutti a vuoto. E allora è finito il tempo delle promesse, grazie lo voglio dire ai magistrati e alle forze dell’ordine grazie a quella politica trasparente e diamo insieme una bella pedata a quelli che sono dei mascalzoni e non fanno fino in fondo la loro parte.
E l’ultima cosa la rivolgo a chi è nel crimine a chi è nelle mafie e nella camorra, lo dico a nome di tutti questi familiari, a chi vive nella violenza e nel crimine: fermatevi. Ma che vita è la vostra; ma ne vale la pena? Perché avete carcere che vi aspetta, clandestinità, troppe morti. Se avete dei beni, prima o poi noi ve li confischiamo tutti, ve li portiamo via tutti, fermatevi. Alla fine che cosa vi resta? E soprattutto vi chiedo: fermatevi a riflettere dentro. Non basta ogni tanto pentirsi ma bisogna convertirsi, cambiare dentro. Come giustificate il male che fate agli altri e a voi stessi? la vostra è una condanna alla vita, condannate già la vostra vita, questa non può essere la vita.
Molti di questi familiari vanno nelle carceri minorili consapevoli che bisogna anche saper porgere la mano e costruire le condizioni perché questi ragazzi si possano e riescano a sottrarsi al crimine. Rita Atria, gli hanno ucciso il padre ed il fratello. In un tema d’esame scrisse: “l’ultima speranza è non arrendersi mai, rendere coscienti i ragazzi, che vivono tra la mafie, che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplice ma belle, di purezza. Un mondo nel quale sei trattato per quello che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona. Forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo, ce la faremo insieme”.




19 marzo 2009

PROFONDO NERO: UN LIBRO SU ALCUNI MISTERI ITALIANI

Molti sono i "misteri" della politica italiana. Hanno riguardato soprattuto le stragi "di stato" ma non solo quelle. Molte morti sono rimaste impunite e misteriose. Un libro "Profondo nero", di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco si occupa di alcune morti sulle quali non è stata ancora fatta luce fino in fondo. Un libro molto interessante e ho ritenuto opportuno riportare integralmente una nota di Stefania Limiti pubblicata da "Articolo 21".

"Un libro come Profondo Nero dà speranze sulle sorti del giornalismo d’inchiesta nel nostro paese. Infatti, il lavoro di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco – già noti per l’ottimo L’agenda rossa di Paolo Borsellino, uscito sempre con Chiarelettere – è proprio un esempio di come il giornalismo dovrebbe mettersi al servizio della verità.
Se, rilevano gli autori, il mestiere di storico e quello di giudice sono irriducibili e non potranno mai essere identificati, il mestiere di giornalista non può mai cedere alla mancanza di verità.
E quando si scava nelle storie del nostro paese, sicuramente si incontra tanta mancanza di vero. Il problema non è trovare nomi da portare davanti ad un tribunale, né quello di ricostruire il quadro storico di un epoca ormai lontana. Il problema è il nostro presente: per capirlo non possiamo dimenticare come e perché tanti fatti che hanno scosso le nostre coscienze si sono inabissati nel buio della Repubblica.
Mettere insieme la vita e la morte di Enrico Mattei, le inchieste e la scomparsa di Mauro De Mauro con la fine tragica di un intellettuale illuminato come Pier Paolo Pasolini, trovare tutti i pezzi dell’enorme tela che probabilmente ricompone le verità scomparse di queste apparentemente distanti episodi della nostra storia, è un modo per far emergere cose scomode. Oltre che, appunto, una dimostrazione di come dare dignità al giornalismo.
Gli elementi portati alla luce, le connessioni rivelate, sono importantissime: la morte di Mattei, e la conseguente scalata al potere del suo successore Eugenio Cefis, cioè, sarebbe legata secondo gli autori, o meglio secondo i fatti che raccontano, alla morte del giornalista palermitano Mauro De Mauro - le sue indagini lo avevano convinto che il sabotaggio dell’aereo sul quale viaggiava Mattei aveva nome e cognome, cioè Eugenio Cefis ed il suo principale collaboratore Vito Guarrasi - e a quella del poeta Pasolini, che stava lavorando al romanzo ''Petrolio'' dedicato proprio a Cefis, indicato come il vero fondatore della P2 e il ''grande manovratore'' di un enorme potere. Entrambi erano molto vicini alla verità sulla fine dello spregiudicato presidente dell’Eni, grande sostenitore dell’indipendenza del nostro paese dal sistema industriale retto dalle Sette Sorelle, come lo stesso Mattei aveva denominate le compagnie petrolifere più potenti del mondo.
Sicuramente la tesi non è del tutto nuova: si potrà dire questo, ma è alquanto ingeneroso bollare tutto questo come un teorema, cioè quello che fa Antonio D’Orrico sul Corriere Magazine. Perché, se la pistola fumante non è stata trovata, tuttavia non si possono ignorare le relazioni tra i fatti raccontate con semplicità e chiarezza dai due giornalisti: perché sono proprio quelle che, senz’altro, lasciano venire a galla una visione storica di quegli avvenimenti che non può essere liquidata con la più classica accusa di complottomania.
Quel clichè è cieco e la dimostrazione è che la foga di liquidare quella che sembra solo una ossessione per i complotti è che D’Orrico trascura la notizia del libro: cioè che Giuseppe Pelosi, condannato per l'omicidio di Pierpaolo Pasolini aggiunge un altro pezzo delle sue rivelazioni sull' uccisione del poeta. La notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975, dice nell’intervista esclusiva a Lo Bianco e Rizza, erano in 5 a massacrare di botte il saggista e tra loro c'erano i due fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe, morti da tempo, frequentatori entrambi della sezione dell’Msi del Tiburtino, un quartiere della periferia romana. Il nome dei due non e' nuovo. Gia' una informativa di due mesi dopo il delitto li indicava, assieme ad un terzo, come gli autori del massacro dell'Idroscalo. Ora Pelosi ne conferma direttamente la responsabilità ed anche il contesto in cui avvenne il pestaggio mortale e dice che sono rimasti nell'ombra gli altri tre. Si dirà: quel Pelosi ne ha dette tante.
E no, perché è l’unico ad aver pagato con anni di galera la scelta di accollarsi tutta la storia, cioè di ridurre tutto '' a un fatto di froci'': una scelta che il ragazzino di borgata non fece autonomamente. Gli venne suggerita dal suo avvocato difensore, Rocco Mangia, che puntò tutto sull’“occultamento del ruolo delle altre persone nell'omicidio. Rocco Mangia nomino' come consulenti Aldo Semerari e Fiorella Carrara, i due periti utilizzati spesso dalla banda della Magliana per avere delle false perizie. Lui stesso fu difensore di Nicolino Selis, l’uomo ponte tra la camorra di Raffaele Cutolo e la banda della Magliana. Davvero vogliamo liquidare tutto con la complottomania?


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permalink | inviato da paoloborrello il 19/3/2009 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa



16 marzo 2009

PER AMNESTY INTERNATIONAL A LAMPEDUSA SONO VIOLATI I DIRITTI UMANI

Amnesty International ha invitato ll'Unione europea a chiedere all'Italia di fermare le violazioni dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo a Lampedusa.
Un recente comunicato stampa di Amnesty è molto esplicito:


"L'Unione europea deve fare pressioni sull'Italia perché assicuri che i diritti umani non siano violati a Lampedusa. Lo ha dichiarato Amnesty International alla vigilia della visita sull'isola del vicepresidente della Commissione europea.
In una lettera indirizzata al vicepresidente Barrot, Amnesty International ha espresso le proprie preoccupazioni per il trattamento riservato ai migranti e ai richiedenti asilo a Lampedusa, a seguito di un decreto emanato dal ministro dell'Interno Roberto Maroni a gennaio.
'La decisione di bloccare migranti e richiedenti asilo a Lampedusa fino alla fine delle procedure amministrative di espulsione, piuttosto che trasferirli in altri centri sul territorio nazionale, ha avuto un grave impatto sui diritti umani' - ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell'Ufficio di Amnesty International presso l'Unione europea. 'L'attuale situazione di Lampedusa ostacola la costruzione di una vera e propria aera di giustizia, libertà e sicurezza basata sul rispetto dei diritti fondamentali'.
Amnesty International ha potuto recentemente visitare i centri di detenzione di Lampedusa. L'organizzazione per i diritti umani è preoccupata per la mancanza di un'equa e soddisfacente procedura d'asilo, l'illegittimità della detenzione di migranti e richiedenti asilo, le condizioni inumane dei centri e la mancanza di garanzie nella procedura di espulsione.
Nell'ultimo periodo vi sono stati, sull'isola, due incendi e condizioni di sostanziale sovraffollamento. Tali condizioni non corrispondono agli standard minimi stabiliti dal diritto internazionale.
La Commissione europea ha correttamente riconosciuto l'urgenza della situazione. Il vicepresidente Barrot deve ora valutare se le nuove disposizioni introdotte dal governo italiano costituiscano una violazione della legislazione dell'Unione europea e della Carta dei diritti fondamentali.
Amnesty International ha chiesto al vicepresidente Barrot di premere sul governo italiano affinché:
- ristabilisca il sistema di rapidi trasferimenti di migranti e richiedenti asilo da Lampedusa ad altri centri in Italia per la valutazione individuale dei casi, con piene garanzie procedurali e accesso a un'assistenza legale efficace;
- garantisca che le procedure di espulsione verranno condotte nel pieno rispetto dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti".


Il comunicato stampa di Amnesty International è preoccupante.
Anche in altre situazioni, in passato, Amnesty era intervenuta per palesi violazioni dei diritti umani avvenute in Italia, prevalentemente a seguito di provvedimenti varati dal governo Berlusconi.
Comunque sempre più frequentemente sono organizzazioni o autorità internazionali che criticano certe decisioni dell'attuale governo, mentre nel nostro Paese, paradossalmente, l'attenzione nei confronti delle stesse decisioni è molto inferiore.
Un ruolo fondamentale e negativo, sia nel non rendere pubbliche queste valutazioni provenienti dall'Estero che nel non criticare certe decisioni governative, è svolto da gran parte dei mass media italiani, sempre più frequentemente asserviti al potere politico e in primo luogo al governo.




12 marzo 2009

LE CRISI DIMENTICATE SECONDO I MEDICI SENZA FRONTIERE

Medici Senza Frontiere (MSF) ha pubblicato il nuovo rapporto sulle crisi umanitarie più gravi e ignorate dai media nel 2008. Il rapporto contiene la “top ten” delle crisi umanitarie e un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali della televisione generalista in Italia.
 
Riporto integralmente il comunicato emesso da MSF perchè ritengo necessario non dimenticare le crisi umanitarie...dimenticate, che spesso sono vere e proprie guerre, con moltissime vittime. Il comunicato mi sembra di notevole interesse perchè si rende noto che MSF, con il patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), ha lanciato anche la campagna “Adotta una Crisi Dimenticata” per chiedere a quotidiani e periodici, trasmissioni radiofoniche e televisive e testate on-line di impegnarsi a parlare di una o più crisi dimenticate durante i prossimi 12 mesi, fino alla presentazione del prossimo rapporto nel 2010. Una campagna che ha già visto importanti adesioni da parte di alcune testate giornalistiche come il Tg2, il Tg4, La Repubblica, il Giornale Radiorai, il Sole 24 Ore, la Stampa, Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, il Corriere della Sera Online, Donna Moderna e che vedrà coinvolte anche numerose università e scuole di giornalismo.

"Le dieci crisi umanitarie identificate da MSF come le più gravi e ignorate nel 2008 sono: la catastrofe umanitaria in Somalia; la situazione sanitaria in Myanmar; la crisi sanitaria nello Zimbabwe; i civili nella morsa della guerra nel Congo Orientale (RDC); la malnutrizione infantile; la situazione critica nella regione somala dell’Etiopia; i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nord-occidentale; la violenza e la sofferenza in Sudan; i civili iracheni bisognosi di assistenza; la coinfezione HIV-TBC.

L’analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset conferma la tendenza riscontrata negli ultimi anni di un calo costante delle notizie sulle crisi umanitarie, che sono passate dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all’8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81360) nel 2008.
Di queste, solo 6 sono quelle dedicate all’Etiopia, dove la popolazione della regione somala, intrappolata negli scontri tra gruppi ribelli e forze governative, continua a essere esclusa dai servizi essenziali e dagli aiuti umanitari, e nessuna alla coinfezione HIV-TBC, nonostante la TBC sia una delle principali cause di morte per le persone affette da HIV/AIDS e circa un terzo dei 33 milioni di persone con HIV/AIDS nel mondo è affetto da TBC in forma latente.
Per altri contesti dove sono in corso da anni gravi crisi umanitarie, l’attenzione dei media si concentra esclusivamente su un breve lasso temporale in coincidenza con quello che viene identificato come l’apice della crisi. È il caso del Myanmar, di cui i nostri TG si occupano solamente in occasione del ciclone Nargis, che pure rappresenta solamente l’ennesimo colpo inferto a una popolazione quasi dimenticata dal resto del mondo, dove l’HIV/AIDS continua a uccidere decine di migliaia di persone ogni anno, la malaria continua a restare la principale causa di morte e ogni anno vengono diagnosticati 80mila nuovi casi di tubercolosi. Ed è il caso della provincia del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, dove anche nel 2008 sono proseguiti i combattimenti tra l’esercito governativo e diversi gruppi armati, che sono degenerati in una vera e propria guerra a partire da agosto, che ha provocato la fuga di centinaia di migliaia di persone. I nostri TG hanno parlato della crisi unicamente in occasione dell’assedio della città di Goma a ottobre e novembre, e già a dicembre la situazione era tornata a essere una crisi dimenticata.
Nel caso di crisi umanitarie cui i TG hanno dedicato uno spazio notevole, come l’Iraq o il Pakistan, va tuttavia notato come le notizie relative alla drammatica situazione umanitaria della popolazione civile irachena o di quella del Pakistan nord-occidentale, rappresentano una netta minoranza. Vengono invece privilegiate, nel caso dell’Iraq, oltre alla cronaca degli attentati, notizie incentrate sul coinvolgimento italiano o statunitense nelle vicende irachene; nel caso del Pakistan, le elezioni e gli attentati.
Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi soprattutto laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i TG hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della FAO o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi e per notizie circa l’inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per il presidente del Sudan".

Il rapporto di MSF sulle crisi umanitarie dimenticate è contenuto nel sito www.crisidimenticate.it.

Medici Senza Frontiere (MSF) è nata con l’obiettivo di portare soccorso alle popolazioni in pericolo e di testimoniare della loro situazione. L’azione di testimonianza, che significa raccontare la vita e le sofferenze delle popolazioni vittime della guerra, delle malattie e delle catastrofi naturali, è per noi essenziale”, afferma Kostas Moschochoritis, direttore generale di MSF Italia. “Raccontare significa anche sollevare un problema che altrimenti rischia di rimanere sconosciuto, significa richiamare alle proprie responsabilità nei confronti delle popolazioni in pericolo i governi e le istituzioni, significa lanciare un grido d’allarme quando persino la nostra azione, l’azione umanitaria, viene ostacolata. È spesso difficile, in Italia ma anche nel resto del mondo, raccontare la vita e le sofferenze dei milioni di persone che incontriamo e curiamo ogni anno in oltre 60 paesi del mondo. Per questo MSF è impegnata in un’azione di stimolo costante nei confronti dei mass media affinché non tralascino di informare sulle realtà dei tanti contesti di crisi nel mondo, nell’erronea convinzione che questi non interessino. La nostra speranza è che i media italiani accettino la sfida di raccontare le crisi umanitarie, nella consapevolezza che raccontarle sia il primo passo per affrontarle e risolverle, aderendo alla campagna adotta una crisi dimenticata.”




10 marzo 2009

YUNUS E IL MICROCREDITO

Il premio Nobel Muhammad Yunus, l'"inventore" del microcredito, ha riscosso di nuovo l'attenzione dei mass media italiani in quanto sembra prossima l'apertura in Italia di una filiale della Grameen Bank, la banca da lui fondata in Bangladesh (a New York ha iniziato la sua attività la Grameen America e anche in Spagna è presente la Grameen).
Per qusto motivo ho ritenuto opportuno occuparmi di Yunus e del microcredito, soprattutto  perchè, in considerazione della crisi economico-finanziaria internazionale che colpisce anche l'Italia, il microcredito potrebbe svolgere un ruolo importante.
Io ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Yunus e di parlarci abbastanza a lungo: è una persona di un notevole rilievo non solo per le sue realizzazioni ma anche per la sua grande umanità e umiltà e questo è, a mio avviso, un ulteriore motivo per occuparsi di Yunus e della sua attività.

Inizio riportando una sua breve biografia (ripresa da Wikipedia"):

Yunus consegue la Laurea in Economia presso l’Università di Chittagong (Bangladesh) e in seguito il Dottorato di Ricerca in Economia presso l'Università Vanderbilt di Nashville (Tennessee, U.S.A.) nel 1969. È stato professore di Economia presso la Middle Tennessee State University, U.S.A., dal 1969 al 1972, quindi direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong (Bangladesh) dal 1972 al 1989.
Verso la metà del 1974 il Bangladesh fu colpito da una violenta inondazione, a cui seguì una grave carestia che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Il paese è periodicamente devastato da calamità naturali e presenta una povertà strutturale in cui il 40% della popolazione non arriva a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. Fu in quest'occasione che Yunus si rese conto di quanto le teorie economiche che egli insegnava fossero lontane dalla realtà. Decise, dunque, di uscire nelle strade per analizzare l’economia di un villaggio rurale nel suo svolgersi quotidiano. La conclusione che egli trasse dall'analisi fu la consapevolezza che la povertà non fosse dovuta all'ignoranza o alla pigrizia delle persone, bensì al carente sostegno da parte delle strutture finanziare del paese. Fu così che Yunus decise di mettere la scienza economica al servizio della lotta alla povertà, inventando il microcredito.
Il suo primo prestito fu di soli 27 dollari USA, che prestò ad un gruppo di donne del villaggio di Jobra (vicino all'Università di Chittagong), che producevano mobili in bambù. Esse erano costrette a vendere i prodotti del loro lavoro a coloro dai quali avevano preso in prestito le materie prime ad un prezzo da essi stabilito. Questo riduceva drasticamente il margine di guadagno di queste donne e le condannava di fatto alla povertà. D'altra parte, le banche tradizionali non erano (e non sono) interessate al finanziamento di progetti tanto piccoli che offrivano basse possibilità di profitto a fronte di rischi elevati. Soprattutto le banche non avevano alcuna intenzione di concedere prestiti a donne, tanto più se non potevano offrire garanzie.
Yunus e i suoi collaboratori cominciarono a battere a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per attuare iniziative imprenditoriali. Tale intervento ha avviato un circolo virtuoso, con ricadute sull'emancipazione femminile, avendo Yunus fatto leva sulle donne affinché fondassero cooperative che coinvolgessero ampi strati della popolazione.
Il "sistema Yunus" ha provocato un cambiamento di mentalità anche all'interno della Banca Mondiale, che ha cominciato ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito è diventato così uno degli strumenti di finanziamento utilizzati in tutto il mondo per promuovere lo sviluppo economico e sociale, diffuso in oltre 100 Stati, dagli Stati Uniti all'Uganda. "In Bangladesh, dove non funziona nulla - disse una volta Yunus - il microcredito funziona come un orologio svizzero".

Può inoltre risultare utile sapere con precisione cosa si intende per microcredito. Sempre da Wikipedia:

Il microcredito è uno strumento di sviluppo economico che permette l'accesso ai servizi finanziari alle persone in condizioni di povertà ed emarginazione. Nei Paesi in via di Sviluppo milioni di famiglie vivono con i proventi delle loro piccole imprese agricole e delle cooperative nell'ambito di quella che è stata definita economia informale. La difficoltà di accedere al prestito bancario a causa dell'inadeguatezza o della mancanza di garanzie reali e delle microdimensioni imprenditoriali, ritenute troppo piccole dalle banche tradizionali, non consente a queste attività produttive di avviarsi e svilupparsi libere dall'usura. I programmi di microcredito propongono soluzioni alternative per queste microimprese e in un certo senso sono paragonabili ai prestiti d'onore.
In considerazione dell'efficienza dimostrata in moltissimi casi, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 Anno Internazionale del Microcredito
Negli ultimi anni, inoltre, sono in corso tentativi di diffusione del microcredito (con gli adattamenti opportuni) anche nelle economie avanzate a sostegno dei cosiddetti "nuovi poveri", cioè coloro che nei Paesi Sviluppati vivono sulla soglia della sussistenza o al di sotto di essa e che possono trovarsi in gravi difficoltà di fronte a spese improvvise anche di piccola entità. Questa area del microcredito può essere definita come sostegno al fabbisogno finanziario indistinto (oltre il 70% delle attività e dei programmi promossi). Sempre nell'ambito dei Paesi Sviluppati, esistono altre dimensioni sostenute dal microcredito:
avvio e sostegno di attività economiche (oltre il 20% dei programmi promossi in Italia nel 2006 con una probabilità di restituzione del credito relativamente alta), definibile come "lotta all'esclusione finanziaria";
sostegno durante gli studi universitari (9,5% dei programmi promossi in Italia nel 2006).

Ancora una volta, utilizzando Wikipedia, si può conoscere come opera la Grameen Bank:

Nel 1976 Yunus fondò la Grameen Bank, prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri tra i poveri basandosi non già sulla solvibilità, bensì sulla fiducia.
Da allora, la Grameen Bank ha erogato più di 5 miliardi di dollari ad oltre 5 milioni di richiedenti. Per garantirne il rimborso, la banca si serve di gruppi di solidarietà, piccoli gruppi informali destinatari del finanziamento, i cui membri si sostengono vicendevolmente negli sforzi di avanzamento economico individuale ed hanno la responsabilità solidale per il rimborso del prestito.
Con il passare del tempo la Grameen Bank ha realizzato soluzioni diversificate per il finanziamento delle piccole imprese. Oltre al microcredito, la banca offre mutui per la casa e per la realizzazione di moderni sistemi di irrigazione e di pesca, nonché servizi di consulenza nella gestione dei capitali di rischio e, alla stregua di ogni altra banca, di gestione dei risparmi.
Il successo della Grameen ha ispirato numerosi altri esperimenti del genere nei paesi in via di sviluppo e in numerose economie avanzate. Il modello del microcredito ideato dalla Grameen è stato applicato in oltre 20 Paesi in via di Sviluppo: molti di questi progetti, come avviene per la Grameen stessa, sono imperniati soprattutto intorno al finanziamento di imprese femminili. Più del 90% dei prestiti della Grameen è infatti destinato alle donne: tale politica è motivata dall'idea che i profitti realizzati dalle donne siano più frequentemente destinati al sostentamento delle famiglie.
 
Infine dal sito www.solidonline.it si può apprendere la situazione attuale del microcredito in Italia.

Il microcredito in Italia non viene molto utilizzato, nonostante il paese abbia uno dei tassi (25%) più alti di esclusione finanziaria, secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale. La politica sembra disinteressarsi a questi progetti. In Italia, infatti, le organizzazioni di microcredito e di microfinanza non sono regolamentate con leggi apposite come accade in Francia. Solo l’anno scorso è nata la RITMI (Rete Italiana di Microfinanza) che è stata creata da associazioni che operano nel settore della microfinanza e del microcredito allo scopo di rispondere alle esigenze di tipo operativo facendo da tramite in molti casi con enti locali e sponsorizzando tutti gli eventi che altrimenti rimarrebbero quasi all’oscuro. Questi tipi di progetti infatti si reggono proprio attraverso la partnership di diversi attori che possono essere istituzioni locali (Comuni, Province, Regioni) organizzazioni di tipo religioso (Caritas) oppure banche convenzionate che erogano prestiti con parziale copertura di fondi di garanzia ( Banca Credito Cooperativo, Banca Etica).
Alcune iniziative vengono condotte con fondi privati, sotto forma di prestiti agevolati, per esempio la Fondazione San Carlo agisce come attività sussidiaria con l’autorizzazione della Banca d’Italia, erogando microcrediti a soggetti svantaggiati, nella partnership promossa da Sodalitas che ha coinvolto vari istituti bancari privati (Unicredito, Deutsche Bank, Banca Popolare di Milano) come donatori del fondo rotativo. Un altra partnership per esempio è quella La Misericordia di Siena che funge da garante alla banca Monte dei Paschi di Siena creando un fondo di garanzia per un progetto di Microcredito di Solidarietà. La Banca Etica in partnership con organizzazioni dell’economia sociale avvia dei progetti di microcredito per specifici target di soggetti e comunità locali attraverso una società da lei controllata la Etica SGR che è specializzata nella promozione di fondi comuni di investimento e attraverso 4 fondi etici denominati Valori Responsabili. Altre iniziative vengono condotte attraverso fondi pubblici con progetti che hanno un ampiezza maggiore perché coinvolgono aree e con un’erogazione di più vasta portata (35.500 ditte individuali finanziate).
L’agenzia di sviluppo per il Sud Italia attraverso la formula “prestito d’onore” ha l’obiettivo di favorire l’auto impiego nel mondo del lavoro a soggetti disoccupati attraverso corsi, assistenza, della durata massima di un anno. Anche la Caritas utilizza il microcredito come strumento di lotta alla povertà ma anche un’opportunità di affermazione e crescita d’identità, di dignità umana, di solidarietà, di condivisione di risorse ed impegno attraverso la partnership con altre organizzazioni ed enti pubblici che si occupano di progetti di microcredito.
Un altro soggetto importante nel panorama dei progetti di microcredito italiano e internazionale è sicuramente quello delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali , rappresenta un sistema che si regge su norme giuridiche. Le Banche del Credito Cooperativo si muovono attraverso la partnership con altri attori istituendo dei fondi etici per promuovere progetti di microcredito per combattere l’usura, le nuove povertà, aiutare le famiglie che hanno il mutuo di prima casa da pagare, imprenditoria giovanile, aiuto agli immigrati.





5 marzo 2009

QUARTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI NICOLA CALIPARI: SILENZIO DI STATO

Il 4 marzo di quattro anni fa, come rileva "Peace Reporter", moriva a Baghdad Nicola Calipari, il più importante esponente del Sismi per le operazioni all'estero, ma nessun esponente del Governo, o dello Stato, italiano sembra essersene accorto.
La sera del 4 marzo 2005 un'autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena e Nicola Calipari stava recandosi verso l'aeroporto della capitale irachena. Giunti nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, e dopo aver comunicato alle autorità militari il loro spostamento, la macchina sui cui viaggiava Calipari è stata bersagliata da colpi di mitraglia esplosi da un bosto di blocco statunitense. La giornalista era stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta in prima persona da Calipari stesso.

Ma sulla morte di Calipari non è stata ancora fatta piena luce, come viene dimostrato in un articolo di Christian Elia, sempre pubblicato da "Peacereporter", che ho ritenuto opportuno riportare.

La Cassazione decide di non processare Lozano. Un documentario dimostra che sbaglia

"I giudici della Corte di Cassazione italiana hanno deliberato che non ci sarà nessun processo per il soldato statunitense Mario Lozano che, il 4 marzo 2005 a Baghdad, ha ucciso l'agente del Sismi Nicola Calipari e ha ferito la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena e un altro agente del Sismi.
 
Mancanza di coraggio. I giudici della I sezione penale hanno rigettato il ricorso presentato dalla Procura di Roma, e dalle parti civili, contro la sentenza con la quale la Corte di Appello di Roma il 25 ottobre 2007 aveva dichiarato 'il difetto di giurisdizione' della magistratura italiana ad occuparsi di processare Lozano.
'Era prevedibile. E' un parere personale, che non c'entra nulla con il nostro lavoro, ma credo che il governo non avesse alcun interesse a riaprire il caso'. Commenta così la sentenza Emanuele Piano, autore assieme a Fulvio Benelli di Calipari Friendly Fire, documentario prodotto dalla Oybo Productions che sara' trasmesso da al-Jazeera International il 25 giugno prossimo.
Un'inchiesta che mette in luce tutta una serie di contraddizioni che smentiscono la versione ufficiale sulla morte dell'agente del Sismi.
'Ad oggi, sul caso Calipari, non si e' mai arrivati a un dibattimento sulle vere responsabilita' e sulle dinamiche dell'incidente. Ha prevalso dunque il 'difetto di giurisdizione', paventato da subito nelle aule di giustizia italiane, ma non si e' mai entrati nel merito di cosa sia realmente accaduto la sera del 4 marzo 2005 a Baghdad, sulla strada che portava all'aeroporto', commenta Piano.

Una versione ufficiale che non convince. La famiglia Calipari e l'opinione pubblica italiana, dunque, devono accontentarsi della versione ufficiale. Un soldato Usa, Mario Lozano, sotto pressione, che si rende protagonista di un tragico incidente. Le regole d'ingaggio rispettate, Calipari molto sfortunato. Giustizia e' stata fatta? 'No. Affatto. Gli Stati Uniti hanno nominato una commissione d'inchiesta, che alla fine ha ritenuto che i militari statunitensi avessero rispettato le regole d'ingaggio, avevano segnalato il posto di blocco, accendendo la luce e sparando colpi d'avvertimento, e solo dopo avevano ingaggiato l'auto sulla quale viaggiavano la Sgrena, Calipari e Carpani, che era al volante, perche' non si era fermata. Si sono, in pratica, autoassolti - commenta il giornalista - Un vero processo non e' mai stato celebrato'.
Solo la commissione, quindi, che non ha prodotto neanche un rapporto condiviso. 'In quella commissione c'erano anche due generali italiani, che ne hanno rigettato le conclusioni, rendendo pubblico un loro controrapporto nel quale smentivano sostanzialmente la ricostruzione Usa - racconta Piano - Il posto di blocco non era segnalato e i militari statunitensi non avevano rispettato le regole d'ingaggio. A parere dei generali italiani, inoltre, emergevano delle responsabilita' della catena di comando, che avevano mantenuto quella pattuglia in zona nonostante il convoglio di John Negroponte, all'epoca governatore Usa in Iraq, fosse gia' passato per raggiungere l'aeroporto. No, non si puo' dire che sia stata fatta giustizia. Perche' non e' stata fatta chiarezza'.

Zone d'ombra. E i punti oscuri sono tanti. Il vostro lavoro smonta alcuni aspetti di questa versione. Quali?
'In primo luogo non ha sparato solo Mario Lozano. E questo e' un altro paradosso di questa storia. Nei tribunali italiani, fino a ora, si e' discusso solo sul fatto che sussistesse o meno la giurisdizione italiana sul caso. Esistono pero' tutta una serie di documenti, come le perizie di parte, che dimostrano come i colpi sparati verso l'auto non provenissero solo dall'arma in dotazione a Mario Lozano. Ma mancando il dibattimento, questo e altri elementi restano ai margini della vicenda, restando solo verita' extragiudiziali, che non vedranno mai un dibattimento nel quale essere verificate'. Ma non finisce qui.
'Basta pensare alla vicenda paradossale grazie alla quale e' venuto fuori il nome di Mario Lozano. Un blogger greco che copia incolla il rapporto con gli omissis e, in fondo, c'erano tutti i nomi dei militari coinvolti. Noi oggi sappiamo chi ha sparato a Nicola Calipari, ma l'Italia non puo' processarlo perche' non ha giurisdizione sull'omicidio di un cittadino italiano commesso in territorio straniero. Solo, pero', perche' e' un militare statunitense'. Questo difetto di giurisdizione non e' stato un limite in altri, tragici, episodi. 'In altri casi non e' andata cosi', e la Procura di Roma ha aperto inchieste su cittadini italiani uccisi all'estero, arrivando a chiedere l'estradizione dell'omicida. Basti pensare al caso Ilaria Alpi: un cittadino somalo e' in carcere per l'omicidio della giornalista italiana', commenta Piano. 'Perche' nel caso Alpi si e nel caso Calipari no? Perche' l'omicida e' un miliziano e non un soldato? Non c'e' una sentenza che potrebbe essere recepita dall'Italia, visto che Mario Lozano non e' stato processato'.

I dubbi non mancano neanche sul fronte Usa. Nel documentario e' raccolta la testimonianza di Wayne Madsen, ex agente segreto Usa, secondo cui gli Usa sapevano che Calipari era in azione, essendo stato localizzato dal sistema Nsa. 'Una delle tesi Usa, che fa acqua da tutte le parti, e' che non erano a conoscenza del fatto che Calipari fosse andato in Iraq per liberare Giuliana Sgrena. Calipari non e' arrivato da solo, ma con lui c'erano almeno altre sei persone venute dall'Italia per questa operazione. Il gruppo e' stato accolto all'aeroporto di Baghdad dal generale italiano Mario Marioli, vice comandante delle forze in Iraq, e dal suo assistente, il capitano Usa Green. Sapevano che era arrivato un agente del Sismi a Baghdad. A fare cosa?'. A liberare la Sgrena, of course. 'Era ovvio. E gli statunitensi conoscevano il luogo dove era tenuta prigioniera la Sgrena e lo controllavano. E' presumibile che i militari Usa fossero quindi a conoscenza che l'ostaggio era stato spostato in vista della liberazione. Madsen racconta che il segnale di Calipari era stato intercettato, quindi sapevano che era andato a liberare la Sgrena. Solo che qui emerge l'altro aspetto oscuro della vicenda. La trattativa. Gli Usa erano pronti al blitz armato, convinti sostenitori del fatto che con i rapitori non si doveva trattare. Gli italiani avevano, invece, l'ordine di pagare. La legislazione italiana, in realta', prevede il congelamento dei beni dei familiari in questi casi. Per i rapimenti in Iraq non e' andata cosi'. E' una vicenda delicata per l'Italia, sia a livello di rapporti internazionali che a livello di politica interna. C'e' la sensazione che, anche per questo, l'Italia non ha interesse a riaprire questa vicenda. Resta una vittima e due versioni dei fatti: una statunitense e una italiana. E non ci sara' mai un giudice, ne' negli Usa ne' in Italia, che stabilira' chi e' colpevole o innocente".




3 marzo 2009

LA SITUAZIONE DEI PENDOLARI IN ITALIA

I pendolari italiani 'lavorano' un mese e mezzo in più all'anno. E' questa la principale conclusione di una ricerca promossa dal Censis e rivolta ad esaminare la situazione dei pendolari per motivi di lavoro. Si vuole sostenere cioè che i problemi cui si trovano di fronte quotidianamente i pendolari determinano dei tempi piuttosto lunghi per raggiungere il posto di lavoro. E ciò incide pesantemente sulla qualità della vita di questi lavoratori. Pertanto ho ritenuto opportuno riportare una sintesi della ricerca in questione dalla quale si può notare con evidenza la necessità di affrontare con decisione quei problemi. In realtà ciò non avviene. I motivi sono diversi il principale dei quali è rappresentato dalla volontà di non realizzare un sistema dei trasporti profondamente diverso rispetto a quello attuale, principalmente perchè si entrerebbe in conflitto con delle lobby molto potenti, ritenute comunque più potenti dei pendolari.

                                     La ricerca del Censis

"I lavoratori pendolari italiani impiegano in media 72 minuti per gli spostamenti giornalieri di andata e ritorno, ovvero 33 giornate lavorative annue (un mese e mezzo). Se si riducessero i tempi di percorrenza da 72 minuti a 40 minuti,risparmieremmo ogni anno ben 15 giornate andate perse nella congestione del traffico e nelle attese dei treni. La qualità del lavoro aumenterebbe e gli incrementi di produttività sarebbero vistosi.
 
Complessivamente sono più di 13 milioni i pendolari in Italia (pari al 22,2% della popolazione residente), cresciuti fra il 2001 e il 2007 del 35,8% (un incremento che corrisponde a quasi 3,5 milioni di persone in più).Gli spostamenti quotidiani fuori dal comune di residenza per motivi di studio o di lavoro hanno conosciuto una crescita straordinaria legata alla recente evoluzione socio-economica del Paese e dovuta, in particolare, almeno a tre aspetti: l’aumento degli occupati, passati dai 21,6 milioni del 2001 ad oltre 23 milioni; l’incremento degli studenti delle scuole secondarie di II grado e iscritti all’università, aumentati dai 4,2 milioni del 2001 a più di 4,5 milioni; ma soprattutto i fenomeni di “diffusione abitativa” che hanno mutato le concentrazioni urbane in molte aree del Paese.
Oltre 5 milioni di acquirenti di case dal 2000 a oggi hanno segnato il più lungo e intenso boom del mercato immobiliare mai registrato in Italia. Il rincaro dei prezzi delle case ha determinato il trasferimento nell’hinterland di ampie quote di popolazione. Di giorno la popolazione delle 13 grandi città italiane (quelle con più di 250.000 abitanti) passa nell’insieme da 9 milioni 300 mila a 11 milioni 450 mila, con un incremento medio del 23%, per accogliere chi arriva da fuori per lavoro o per studio. Si tratta di 2 milioni 138 mila pendolari metropolitani.
In particolare, i pendolari che ogni giorno entrano a Milano sono 592 mila (il 45,4% della popolazione residente nel comune); 291 mila a Roma (con un aumento della popolazione cittadina del 10,8%); 249 mila a Napoli (25,6%); 242 mila a Torino (26,9%).I bilanci demografici segnalano, infatti, una progressiva erosione di residenti nelle grandi città (-4,8% tra il 1991 e il 2006), un netto aumento di residenti nei comuni della prima cintura (+9,3%) e, ancor più, della seconda corona urbana (+13,8%).

Il pendolarismo è, infatti, un fenomeno che si manifesta in prevalenza a livello locale, con spostamenti concentrati in gran parte su percorsi di limitata estensione territoriale. Per quasi l’80% i trasferimenti avvengono fra comuni della stessa provincia. Solo nel 4% dei casi si tratta di tragitti extraregionali. La distanza percorsa è in media di 24 km, e solo il 28% dei viaggiatori pendolari copre giornalmente tratte superiori ai 25 km. Mediamente si impiegano 43 minuti per ciascun tragitto, e solo un terzo degli spostamenti pendolari richiede più di 45 minuti.

I pendolari sono soprattutto impiegati e insegnanti (43%), studenti (23%) e operai (17,5%).
Nel commuting quotidiano si conferma il ruolo predominante dell’auto privata, usata dal 70,2% dei pendolari, soprattutto dai lavoratori (l’80,7% contro il 35,7% degli studenti). Il treno viene utilizzato dal 14,8% dei pendolari, cioè più di 1,9 milioni di persone, per spostarsi in ambito locale e metropolitano, come unico mezzo di trasporto o in combinazione con altri mezzi. La percentuale sale notevolmente tra gli studenti (32,7%) e scende al 9,3% tra i lavoratori. All’ultimo posto gli autobus extraurbani e le corriere, con una quota di mercato del 10,7% (28% per gli studenti, e 5,5% per i lavoratori).

La spesa mensile a carico dei pendolari è in media di 45,30 euro per gli utenti degli autobus extraurbani, di 49,20 euro per chi viaggia in treno, e aumenta notevolmente per i pendolari automobilisti, che spendono 109,50 euro al mese solo per il carburante. Un pendolare che usa l’automobile, percorrendo l’autostrada (con relativo pedaggio) e parcheggiando in un’area a pagamento, può arrivare a sostenere un costo annuo di 2.265 euro, ossia circa un decimo del reddito medio annuo: una cifra pari a quattro volte la spesa sostenuta da chi usa il treno per spostarsi (in media 540 euro all’anno).

'Code e traffico congestionato' vengono segnalati come i disagi più frequenti dal 35% degli automobilisti, il 18% indica i rallentamenti dovuti ai cantieri, il 7% le difficoltà di parcheggio. Le lamentele riferite al treno, invece, si concentrano soprattutto sul fattore 'tempo': la partenza in ritardo del convoglio (32%) e l’arrivo a destinazione oltre l’orario previsto (31%). Il ritardo medio denunciato dagli utenti del servizio ferroviario che subiscono ritardi è di 16 minuti per spostamento.

I giudizi espressi dai pendolari che usano il treno promuovono l’accessibilità e la funzionalità dell’infrastruttura ferroviaria (raggiungibilità della stazione, velocità di marcia, frequenza delle corse, sicurezza dei convogli). Per altri aspetti, come la tutela da molestie e furti, le informazioni sul servizio, i tempi di attesa, la puntualità, il costo di biglietti e abbonamenti, vengono segnalati ampi margini di miglioramento. Le criticità maggiori riguardano la qualità del viaggio: l’affollamento delle carrozze, lo scarso comfort a bordo, l’inadeguata climatizzazione, la vetustà delle carrozze, la scarsa pulizia degli scompartimenti e dei servizi igienici, che ottengono tutti punteggi al di sotto della sufficienza.

Un’ampia fetta di pendolari non utenti del treno (più del 69%) si dimostra permeabile a ipotesi di shifting modale a favore del servizio ferroviario, ma questi pendolari rimangono esclusi dal servizio su rotaia a causa della mancanza di una rete infrastrutturale capillare ed efficiente. Si coglie a colpo d’occhio la distanza che separa le città italiane da tutte le maggiori conurbazioni europee dal punto di vista della dotazione di linee ferroviarie suburbane: oltre 3.000 km di rete a Berlino, 1.500 km a Francoforte, 1.400 km a Parigi, a fronte dei 188 km di Roma, i 180 km di Milano, i 117 km di Torino e i 67 km di Napoli.
Lo sviluppo dei servizi di trasporto collettivo non si è mostrato finora al passo con la crescita della domanda di collegamenti fluidi per arrivare a scuola, all’università, sul posto di lavoro. Nel 2007 Trenitalia ha trasportato 472 milioni di passeggeri sulle tratte locali e regionali: erano 465 milioni nel 2006, 444 milioni nel 2005, 435 milioni nel 2004, 430 milioni nel 2003, 423 milioni nel 2002, 412 milioni l’anno prima. A questi dati bisogna sommare i passeggeri che hanno viaggiato sulle altre ferrovie regionali concessionarie, anch’essi in continua crescita (circa 250 milioni all’anno). A tale impennata della domanda non ha corrisposto un proporzionale aumento dell’offerta, nonostante il rapporto tra la domanda locale/regionale e i viaggiatori su treni a media/lunga percorrenza sia di 9 a 1. Occorre tuttavia far crescere un mercato della mobilità pendolare sostenibile nella sua componente principale, il vettore ferroviario, per ridurre i costi sociali, economici e ambientali prodotti dagli spostamenti dei pendolari, investendo di più sul ferro nei nodi urbani e attraverso politiche tese allo sviluppo dell’intermodalità".



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