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28 gennaio 2018

Mai più fascismi, un appello da firmare

In Italia si sta sviluppando notevolmente la presenza di organizzazioni neofasciste e neonaziste. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant’anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali. Pertanto diverse associazioni, sindacati e partiti hanno lanciato un appello, per contrastare quelle organizzazioni.

Per firmare l’appello si può utilizzare questo link https://www.change.org/p/istituzioni-democratiche-mai-pi%C3%B9-fascismi-appello-nazionale

Il testo dell’appello è il seguente:

Mai più fascismi

Appello a tutte le istituzioni democratiche

Noi, cittadine e cittadini democratici, lanciamo questo appello alle istituzioni repubblicane.

Attenzione: qui ed ora c’è una minaccia per la democrazia.

Si stanno moltiplicando nel nostro Paese sotto varie sigle organizzazioni neofasciste o neonaziste presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant’anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali.

Fenomeni analoghi stanno avvenendo nel mondo e in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano specialmente attraverso risorgenti chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni.

Per questo, uniti, vogliamo dare una risposta umana a tali idee disumane affermando un’altra visione delle realtà che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale.

Per questo, uniti, sollecitiamo ogni potere pubblico e privato a promuovere una nuova stagione di giustizia sociale contrastando il degrado, l’abbandono e la povertà che sono oggi il brodo di coltura che alimenta tutti i neofascismi.

Per questo, uniti, invitiamo le istituzioni a operare perché lo Stato manifesti pienamente la sua natura antifascista in ogni sua articolazione, impegnandosi in particolare sul terreno della formazione, della memoria, della conoscenza e dell’attuazione della Costituzione.

Per questo, uniti, lanciamo un allarme democratico richiamando alle proprie responsabilità tutti i livelli delle Istituzioni affinché si attui pienamente la XII Disposizione della Costituzione (“E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”) e si applichino integralmente le leggi Scelba e Mancino che puniscono ogni forma di fascismo e di razzismo.

Per questo, uniti, esortiamo le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni iniziative promosse da tali organismi, comunque camuffati, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse istituzioni locali.

Per questo, uniti, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII disposizione della Costituzione.

Per questo, uniti, come primo impegno verso una più vasta mobilitazione popolare e nazionale invitiamo a sottoscrivere questo appello le cittadine e i cittadini, le associazioni democratiche sociali, civili, politiche e culturali. L’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l’unità democratica, con la fermezza delle istituzioni.

Nel nostro Paese già un’altra volta la debolezza dello Stato rese possibile l’avventura fascista che portò sangue, guerra e rovina come mai si era visto nella storia dell’umanità. L’Italia, l’Europa e il mondo intero pagarono un prezzo altissimo. Dicemmo ‘Mai più!’; oggi, ancora più forte, gridiamo ‘Mai più!’”.

Tra i promotori dell’appello si possono citare Acli, Anpi, Arci, Cgil, Cisl, Libera, Liberi e uguali, Libertà e Giustizia, Pd, Prc, Uil e Uisp.




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24 gennaio 2018

L'odissea di Joy perchè si affitta solo agli italiani

Joy Iduhon, lavoratrice al mercato di Sant’Ambrogio a Firenze, nigeriana, è alla ricerca di una casa da quasi un anno, ma si scontra con la diffidenza dei proprietari. Al telefono, gli agenti immobiliari le dicono che non ci sono case, ma se chiama l’amica italiana le case sono disponibili

La storia di Joy è raccontata in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Joy potrebbe fornire ai proprietari degli immobili tutte le garanzie: dichiarazione dei redditi, fidejussione per un anno, serietà. Tanto più che l’appartamento in affitto sarebbe condiviso con il cugino e un’amica, entrambi dipendenti d’azienda, regolarmente assunti.

E allora perché è così difficile trovare una casa in affitto? Il motivo lo spiega lei, senza giri di parole: ‘Sono nigeriana, sono nera, ecco perché nessuno è disposto ad affittarmi una casa’.

Joy lavora a Firenze ma vive a Pistoia. E’ divorziata dal marito e vive in una stanza con le due figlie. ‘Però vorrei una casa più grande’.

Cerca casa da quasi un anno, senza successo. La sua è una storia fatta di diffidenza e pregiudizi, i pregiudizi di alcuni proprietari italiani nei confronti degli inquilini stranieri. La prima diffidenza è quella telefonica, quando Joy entra in contatto con le agenzie immobiliari: ‘Si capisce subito, parlando al telefono, l’atteggiamento sfiduciato nei miei confronti’.

Joy parla italiano, ma non benissimo. ‘Gli agenti immobiliari, ascoltando la mia voce, capiscono che sono straniera, e subito l’atmosfera diventa imbarazzante’. E allora Joy ha provato a cambiare strategia, facendo chiamare un’amica.

L’amica in questione è la senatrice Alessia Petraglia (Sinistra Italiana). ‘Quando telefono io alle agenzie, le case in affitto ci sono, ma quando telefona Joy, le case spariscono – spiega Petraglia -. Sentono il suo accento nigeriano e inspiegabilmente si impauriscono.

Quando poi riusciamo a fare i sopralluoghi per vedere le case, gli agenti immobiliari confessano che la proprietà ha difficoltà ad affittare agli stranieri. E’ davvero surreale, tanto più che Joy, regolarmente residente in Italia, ha un lavoro e potrebbe fornire ai proprietari tutte le garanzie’.

Lo ripete anche Joy: ‘Non appena incontro gli agenti immobiliari per l’appuntamento, mettono spesso le mani avanti. In modo molto esplicito, almeno una decina di volte, in dieci sopralluoghi diversi, mi hanno detto che la proprietà preferisce non affittare la propria casa a stranieri. Dicono che non è una questione di razzismo, ma io ho difficoltà a crederci’.

Joy in quei casi ha provato a ribattere, a mostrare la dichiarazione dei redditi e quant’altro. Ma la diffidenza finora ha prevalso e Joy è stata costretta a rinunciare. ‘Adesso comincio ad essere stanca’. E così continua a vivere in una piccola stanza insieme alle due figlie”.




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21 gennaio 2018

Una famiglia su 3 ospita un animale

Una famiglia italiana su tre (33%) ospita in casa almeno un animale da compagnia che nella metà dei casi arriva da strutture di ricovero (canili o gattili) o è stato salvato direttamente dalla strada, segnale di una sensibilità crescente contro gli abbandoni, fenomeno sempre più stigmatizzato dalle campagne di informazione. E’ quanto emerge dal dossier “Gli animali nelle case degli italiani”, realizzato dalla Coldiretti, in base ad un’indagine Gfk Eurisko.

Secondo gli ultimi dati disponibili – si sottolinea nel dossier – sono oltre 14 milioni i cani e i gatti in Italia, ai quali si aggiungono 3 milioni di conigli e tartarughe, 13 milioni di uccelli e 30 milioni di pesci.

Gli animali all’interno della famiglia portano nell’ordine serenità e gioia (43%), allegria e divertimento (36%), pace e tranquillità (16%) e sicurezza (6%) ma secondo i proprietari contribuiscono anche a migliorare la qualità della vita stimolando a svolgere attività fisica (94%), favoriscono la socialità e la comunicazione (81%) e hanno effetti positivi sulla salute psicologica (95%).

Negli ultimi cinque anni si è registrato un vero e proprio boom per la richiesta di servizi veterinari (+89,1%), “beauty farm” e “asili” per cani e gatti che hanno fatto segnare un aumento del 43,7%.

Nuovi servizi che sono il segnale di un’attenzione sempre maggiore per i pet considerati veri e propri componenti della famiglia che, se non possono essere portati in ferie (in Italia si stima che circa la metà degli alberghi siano “a misura di Fido”), vengono sistemati in strutture di accoglienza dove sono nutriti e curati.

E se l’alimentazione resta fra le voci di spesa più importanti con oltre 2 miliardi di euro all’anno, nella maggioranza delle famiglie si spendono complessivamente in media dai 30 ai 100 euro al mese.

Il ruolo degli animali all’interno della società è cresciuto ed è stato anche riconosciuto a livello giuridico da norme e regolamenti come la legge sull’agricoltura sociale fortemente sostenuta dalla Coldiretti che valorizza gli effetti positivi della pet-therapy, entrata prepotentemente tra le nuove attività previste.

Fra le pratiche di agricoltura sociale – ha rilevato la Coldiretti – vi sono infatti i servizi di cura e assistenza terapeutica come l’ippoterapia o l’onoterapia senza dimenticare però la funzione formativa e conoscitiva soprattutto nei confronti delle nuove generazioni svolta dalle fattorie didattiche con l’apicoltura e gli allevamenti di piccoli animali da cortile ma anche di mucche, maiali, pecore o capre.

Un’attività che la Coldiretti sostiene attraverso l’iniziativa educazione alla Campagna Amica che coinvolge oltre centomila alunni delle scuole.

Anche io ho un animale in casa, una gatta per la precisione (in passato sono arrivato a ospitarne 3) e non posso che non riconoscermi in gran parte di quanto emerge dal dossier.

Intendo solamente aggiungere che i servizi veterinari e i medicinali possono risultare anche molto costosi.

E, a tale proposito, è un’ipotesi del tutto irrealistica ed improponibile la realizzazione di interventi volti a ridurre i costi per le cure degli animali, prevedendo anche che ci si possa avvalere dell’apporto dei veterinari pubblici?




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17 gennaio 2018

Cure dentali cenerentola del servizio pubblico

Piatto forte di molti programmi elettorali, le cure dentali sono spesso vittime della crisi. E chi ha problemi di denti e non vuole trascurarli è costretto a rivolgersi comunque al settore privato e pagare di tasca propria. Spesso senza rimborsi perché la maggioranza di assicurazioni e fondi integrativi non coprono questo tipo di assistenza. 

Di tale problematica ci si occupa in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it, nel quale vengono utilizzati i dati contenuti nel rapporto dell’Istat sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea, dove un capitolo delle tabelle pubblicate sulle prestazioni è dedicato alle cure di dentisti, ortodontisti e igienisti dentali.

Questi sono i principali dati contenuti nel rapporto.

Nella fascia oltre 15 anni di età si sono rivolti a una struttura pubblica l’11,7% degli individui, a una struttura privata convenzionata o a un libero professionista l’86,9% e l’80% ha pagato di tasca propria e senza rimborsi  di alcun tipo.

A Bolzano il pubblico va per la maggiore con il 27,7%, seguito da Trento con il 19,5%, mentre il privato è al 96,5% in Valle d’Aosta seguita al 94,2% dalla Basilicata. I maggiori “pagatori” sono ancora in Valle d’Aosta (88,7%) e in Abruzzo (86,8%).

Nela fascia over 65 – quella che secondo molti sarebbe la più bisognosa, tanto che le “dentiere gratis” erano promesse a loro – al pubblico si sono rivolti il 9,5% degli individui, ha provato convenzionati e liberi professionisti l’88,8%  e l’81,6% ha pagato da sé senza alcun tipo di rimborso.

E l’Istat non riporta percentuali delle singole Regioni per questa fascia di età per il servizio pubblico giudicandole “scarsamente rilevanti”, come se per gli over 65 il servizio pubblico proprio non esistesse, mentre si rivolge a strutture convenzionate e/o liberi professionisti il 97,3% degli over 65 in Basilicata e il 95,6% in Valle d’Aosta. A pagare di tasca propria sono di più gli abitanti dell’Emila Romagna (91%) seguiti da quelli di Trento e Umbria (90,1%).

Gli interventi più richiesti riguardano nella fascia di età dai 15 anni in su, ma anche in quella degli over 65 riguardano le visite di controllo (rispettivamente 79,9 e 68,6%), seguite nella fascia oltre 15 anni dalle ricostruttive dentali (36,5%; si tratta di devitalizzazione o cura canalare, otturazione delle carie, pulizia dei denti), mentre tra gli over 65 sono le cure parodontali.

Livelli di istruzione più bassi riportano un maggior ricorso alle cure dentali pubbliche.

Dato evidentemente confermato analizzando la situazione per reddito dove chi ricorre di più al pubblico sono gli appartenenti al primo quintile, chi meno quelli del quinto. Anche se in realtà la differenza percentuale non è fortissima: si va nella fascia di maggior frequenza dal 51,2% del primo quintile al 39,1% del quinto e in quella di minore frequenza si invertono i termini e a meno di un anno dall’intervista hanno fatto ricorso alle cure dentali il 34,2% del primo quintile e il 55,8% del quinto.

Infine poche le dentiere (apparecchi correttivi: dentiera/protesi mobile, ponti, corone, capsule o impianti): l’Istat, data l’esiguità dei numeri, ne parla solo per area geografica. E così da 15 anni in su il valore è del 5%, mentre negli over 65 del 2,7%. E le aree dove vanno per la maggiore sono comunque quelle più densamente popolate e nel Sud.




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14 gennaio 2018

Abbandono scolastico in forte calo ma forte divario tra Nord e Sud

Il fenomeno della dispersione scolastica è in calo, ma resta il divario fra Nord e Sud. Sia nella scuola secondaria di I che di II grado. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia. Questo il quadro che emerge sulla dispersione scolastica dalla pubblicazione curata dall’ufficio statistica e studi del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’indicatore utilizzato per la quantificazione del fenomeno della dispersione scolastica è quello degli “early leaving from education and training” (elet) con cui si prende a riferimento la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’età con al più il titolo di scuola secondaria di I grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni e non più in formazione.

Per l’Italia tale indicatore mostra un miglioramento  attestandosi, per l’anno 2016, al 13,8%. Nel 2006 era al 20,8%. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Il dettaglio regionale evidenzia il divario fra Nord e Sud con Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria, sopra la media nazionale della dispersione.

Per quanto riguarda la scuola secondaria di I grado, nell’anno scolastico 2015/2016, 14.258 ragazze e ragazzi, pari allo 0,8% di coloro che frequentavano questa scuola, hanno abbandonato gli studi in corso d’anno o nel passaggio fra un anno e l’altro.

Al Sud la propensione all’abbandono è maggiore, con l’1% (l’1,2% nelle isole e 0,9% al Sud). Mentre nel Nord Est la percentuale è più contenuta, con lo 0,6%. Tra le regioni con maggiore dispersione spiccano la Sicilia con l’1,3%, la Calabria, la Campania e il Lazio con l’1%. La percentuale più bassa si evidenzia in Emilia Romagna e nelle Marche con lo 0,5%.

I maschi abbandonano più delle femmine.

La dispersione scolastica colpisce maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani: dispersione al 3,3%, contro lo 0,6% relativo agli alunni con cittadinanza italiana. Gli stranieri nati all’estero, con una percentuale del 4,2%, sembrano essere in situazione di maggiore difficoltà rispetto agli stranieri di seconda generazione, i nati in Italia, che hanno riportato una percentuale di abbandono complessivo del 2,2%.

L’abbandono è più frequente, poi, fra coloro che sono in ritardo con gli studi: la ripetenza può essere considerato un fattore che precede, e in certi casi preannuncia, l’abbandono. La percentuale di alunni che hanno abbandonato il sistema scolastico è pari al 5,1% per gli alunni in ritardo, e allo 0,4% per gli alunni in regola.

L’abbandono nella scuola di II grado è del 4,3% (112.240 ragazze e ragazzi). L’abbandono è molto elevato nel primo anno di corso (7%).

I maschi abbandonano più delle femmine, anche in questo caso.

Il Mezzogiorno ha una percentuale più elevata della media nazionale (4,8%). Tra le regioni con maggiore abbandono spiccano Sardegna, Campania e Sicilia, con punte rispettivamente del 5,5%, del 5,1% e del 5,0%. Mentre le percentuali più basse si evidenziano in Umbria con un valore del 2,9% e in Veneto e Molise con valori del 3,1%.

Considerando il dettaglio della cittadinanza degli alunni, anche per  quest’ordine scolastico è evidente come il fenomeno della dispersione scolastica colpisca maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani.

Analizzando il fenomeno dal punto di vista della regolarità del percorso scolastico, come prevedibile la percentuale di abbandono che appare nettamente più elevata è quella degli alunni con ritardo scolastico (14,5% contro 1,2% degli alunni in regola).

L’abbandono complessivo più contenuto si è registrato per i licei che hanno presentato mediamente una percentuale del 2,1%. Per gli istituti tecnici la percentuale è stata del 4,8% e per gli istituti professionali dell’8,7%. La percentuale di abbandono più elevata è relativa ai percorsi IeFP (corsi di Istruzione e formazione professionale realizzati in regime di sussidiarietà presso le scuole), con un abbandono complessivo del 9,5%.

“La dispersione scolastica – ha sottolineato la ministra Valeria Fedeli – è un fenomeno che va contrastato con forza, perché dove la dispersione è alta vuol dire che non sono garantite a sufficienza pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi. Nel nostro Paese, come evidenziano anche i dati raccolti dal ministero, il fenomeno è in calo, c’è stato un miglioramento negli ultimi anni. Ma restano forti divari sociali e territoriali rispetto ai quali serve un’azione importante che parta dal Miur, ma che coinvolga anche tutti gli altri attori in campo: le famiglie, il terzo settore, i centri sportivi, l’associazionismo, le istituzioni del territorio. Per mettere insieme questa rete e per far emergere le buone pratiche che già esistono e che possono essere prese a modello – ha spiegato Fedeli – abbiamo voluto un apposito gruppo di lavoro, una cabina di regia guidata da Marco Rossi Doria che ha una lunga esperienza in materia, anche come ex sottosegretario all’Istruzione”.

“Il gruppo in questi mesi ha lavorato anche sulla base dei dati resi pubblici ed entro dicembre consegnerà al Paese delle linee guida per il contrasto e la prevenzione della dispersione. Un piano d’azione che avrà come punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione, che in questi mesi abbiamo sempre messo al centro del nostro lavoro, nella convinzione che garantire pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi sia il compito principale del sistema di istruzione”, ha concluso Fedeli.




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12 gennaio 2018

Contro il caos nei pronto soccorso

La situazione dei pronto soccorso degli ospedali rimane molto difficile. L’Anaao Assomed, un’associazione di medici e dirigenti del servizio sanitario nazionale, ha diffuso quindi un comunicato nel quale si esamina tale situazione.

Cosa sostiene l’Anaao Assomed?

“Mentre prende avvio un focoso dibattito sugli schieramenti elettorali, con il correlato campionario di promesse, ri-esplode la questione del sovraffollamento dei pronto soccorso.

Le immagini che i media diffondono in questi giorni sono chiare: pazienti in barella, anche in doppia fila, uno accanto all’altro, in una promiscuità che dovrebbe interessare i custodi della privacy, in attesa di ore per essere ricoverati in un posto letto che semplicemente non c’è.

In una atmosfera di congestione che ormai ha trasformato tutti i pronto soccorso, a prescindere dalla latitudine, da strutture deputate all’emergenza ed all’urgenza, in ambienti di ricovero inadeguati, insicuri e, non di rado, indecenti. In cui nessun giudice, anchorman, parlamentare, assessore o ministro accetterebbe di stare.

Regioni ed Aziende sanitarie continuano a dare ‘la colpa’ all’influenza o al flop della vaccinazione, o alla inappropriatezza degli accessi o al territorio che non funziona.

Alibi, per non prendere atto di una realtà, non solo stagionale e non solo delle regioni ‘meno virtuose’, che è il prodotto dei tagli di posti letto e di personale effettuati in tutti gli ospedali pubblici, del nord, del centro e del sud del Paese.

Vero ed unico fattore unificante il servizio sanitario.

Governi e Regioni non possono dimenticare le scelte scellerate fatte di intesa negli anni scorsi. Dal 2010 ad oggi circa 50.000 operatori sanitari pensionati non sono stati sostituiti ed almeno 10.000 sono medici. 70.000 posti letto sono stati tagliati, in assenza di una contestuale riforma delle cure primarie, per introdurre più moderni posti barella, quando non sedie o scrivanie, in attesa del cartello ‘solo posti in piedi’. Dall’addio al posto fisso alla fine del ‘letto fisso’. E migliaia di giovani medici, che mettono la loro faccia davanti alle attese dei cittadini, sono stati dimenticati nel precariato di lungo corso.

I pronto soccorso sono assurti a simbolo del profondo malessere in cui sta precipitando tutta la sanità pubblica, nel silenzio e nell’indifferenza dei partiti, per la incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse in conto capitale, di formazione.

Siamo ai margini dell’Europa come numero di posti letto per abitanti, sotto la media Ue per le risorse destinate alla sanità, ed il diritto ad essere curato in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio.

Sono meri palliativi i rimedi escogitati dalle amministrazioni regionali e dalle aziende sanitarie, quali il blocco dei ricoveri programmati, che trasforma gli ospedali pubblici in ‘ospedali da campo’ dedicati solo all’emergenza, il rinforzo temporaneo degli organici dei pronto soccorso, quasi fossero avamposti in zona di guerra, l’aggiunta di posti letto volanti o la deviazione di pazienti nelle strutture accreditate.

Ma se la soluzione sono i posti letto ed il personale, non è preferibile ripensare ai tagli effettuati in questi anni ed in questi mesi?

Il cronico collasso dei pronto soccorso, in inverno a causa dell’epidemia influenzale, in estate per le ondate di calore, eventi tutti prevedibili, è il prodotto visibile di una politica di sottrazione progressiva ed inesorabile di risorse umane ed economiche alla sanità pubblica, che ne ha fatto la sola porta lasciata aperta per garantire il diritto a curarsi.

In che condizioni e con quali sacrifici per pazienti ed operatori, costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti, è sotto gli occhi di tutti.

Basterebbe che Governo e Regioni si occupassero delle sofferenze sociali come di quelle bancarie per evitare che la soluzione al sovraffollamento dei pronto soccorso sia un cartello con la scritta #primadivotarepensaallasalute”.




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7 gennaio 2018

Un manifesto contro la diseguaglianza

Durante la crisi le diseguaglianze economiche si sono accresciute. Ma non solo in quel periodo sono aumentate tali diseguaglianze. Esse sono cresciute negli ultimi 30 anni. Lo sostengono gli estensori del manifesto contro la diseguaglianza, presentato nel settembre scorso dal presidente del Nens (nuova economia nuova società), Vincenzo Visco, e dal presidente di Etica ed Economia, Maurizio Franzini.

Ho ritenuto opportuno, in considerazione dell’importanza delle problematiche trattate, riportare alcune parti della “premessa e sintesi” del manifesto citato.

“La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio…

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione  sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati,   dare brevemente conto della  discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in  tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i Paesi,  anche se con  differenze talvolta significative.

Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione.

Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani…

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso ‘keynesiano’ che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’Occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente.

Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la  convinzione liberista  che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire  al principio democratico quello capitalistico: non più ‘una testa un voto’ ma ‘un dollaro un voto’. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche  che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese –  mentre  venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di  nuovi  e molto potenti monopoli ; alla maggiore facilità per  i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di  ampi settori della società dalla vita sociale.

E anche a causa di tutto ciò la  mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli  dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della ‘gente normale’.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico;  l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà  diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta,  che la diseguaglianza  sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica,  viene smentita dai fatti  e dai molti  studi (anche del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche.

Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali.

E’ una strada lunga, conflittuale e  difficile, ma il problema va affrontato per quello che è.  E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo,  pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo.

Si tratta, in realtà, di modificare i  meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e  di mettere un freno  agli interessi di ceti potenti e mai sazi”.

Per leggere interamente il manifesto https://www.nens.it/sites/default/files/NENS_Manifesto-finale-completo.pdf




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3 gennaio 2018

I centri storici, importanti realtà economiche

E’ stata presentata la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.

Quali sono i principali contenuti di questa indagine?

E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto importante dell’economia del Paese.

Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.

In particolare, nei centri storici è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,

il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.

I centro storici offrono poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.

L’analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.

In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.

Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l’identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dall’indagine.

I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l’11% della popolazione residente nei centri storici.

Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è il 7,7%.

Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).

I centri storici, poi, si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.

Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone.

“Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell’economia del Paese”, ha dichiarato il presidente dell’Ancsa, Francesco Bandarin.

“I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi turistici”.


“Sessant’anni fa – ha proseguito Bandarin – si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia”. 




permalink | inviato da paoloborrello il 3/1/2018 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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