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28 febbraio 2019

Stop ai pesticidi

Al convegno sull’agricoltura libera da pesticidi, Legambiente ha presentato  il dossier “Stop pesticidi” . Solo l’1,3% i campioni alimentari fuorilegge ma il 34% dei campioni regolari è contaminato da uno o più residui di fungicidi e insetticidi: il record è di un campione di peperone con 25 residui.

Il quadro della presenza, in Italia, di residui di pesticidi negli alimenti e nell’ambiente è stato evidenziato da Legambiente con la presentazione del suo dossier annuale, in occasione del convegno “Agricoltura libera da pesticidi” organizzato dall’associazione stessa in collaborazione con Alce Nero.

La quantità di residui derivanti dall’impiego dei prodotti fitosanitari in agricoltura, che i laboratori pubblici regionali hanno rintracciato in campioni di ortofrutta e prodotti trasformati, resta elevata.

Ma il problema vero è il multiresiduo, che la legislazione europea non considera come non conforme se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.

Il multiresiduo è più frequente del monoresiduo: è stato ritrovato nel 18% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 15% dei campioni con un solo residuo.

Come negli anni passati, la frutta è la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo. E’ privo infatti di residui di pesticidi solo il 36% dei campioni analizzati, mentre l’1,7% è irregolare e oltre il 60%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più di un residuo chimico.

Per la verdura il quadro è contraddittorio.

Da un lato, il 64% dei campioni risulta senza alcun residuo. Dall’altro, si riscontrano significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti, come l’8% di peperoni, il 5% degli ortaggi da fusto e oltre il 2% dei legumi, rispetto alla media degli irregolari per gli ortaggi (1,8%).

Passando ai prodotti di origine animale, 11 campioni di uova italiane (il 5% del totale campionato) risultano contaminate dall’insetticida fibronil.

In generale, nel confronto tra i campioni esteri e italiani, quelli a presentare più irregolarità e residui sono quelli esteri: sono irregolari infatti il 3,9% dei campioni esteri rispetto allo 0,5% di quelli nazionali, e presenta almeno un residuo il 33% dei campioni di provenienza estera rispetto al 28% di quelli italiani.

Sul fronte dell’agricoltura biologica, i 134 campioni analizzati risultano regolari e senza residui, ad eccezione di un solo campione di pere, di cui non si conosce l’origine, che risulta irregolare per la presenza di fluopicolide.

In Italia, la percentuale di prodotti irregolari è passata dall’1% del 2007 all’1,3% del 2017, una leggera crescita, in linea con la percentuale europea di campioni irregolari, che l’Efsa stima nell’1,5% del totale.

La media dei campioni analizzati in Italia nell’ultimo decennio, risultati regolari senza residuo è del 63% a fronte di una media europea del 54%. Fare un confronto sul multiresiduo rimane impossibile, perché Efsa non fa ancora la distinzione tra campioni regolari con un solo residuo e campioni con più residui.

“Solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione – ha affermato il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti -.

Le conseguenze si esplicano nel rischio di inquinamento delle falde acquifere e nel possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale. Effetti ai quali ancora oggi non si dà il giusto peso, nonostante numerosi studi scientifici abbiano dimostrato le conseguenze che l’uso non sostenibile dei pesticidi produce sulla biodiversità e sul suolo.

Per questo auspichiamo che il futuro piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei pesticidi preveda obiettivi ambiziosi e tempi rapidi per la loro riduzione; il rafforzamento del sistema dei controlli sugli alimenti e l’adozione di misure a tutela della salute delle persone”.

“Anche la qualità delle acque è fortemente a rischio – aggiunge Daniela Sciarra, responsabile delle filiere agroalimentari di Legambiente e curatrice del dossier ‘Stop pesticid’ – come conferma l’Ispra nel suo ultimo rapporto, secondo cui i pesticidi sono presenti in oltre il 60% nelle acque superficiali e in oltre 30% di quelle sotterranee. Esiste pertanto una buona corrispondenza tra i residui riscontrati nelle derrate alimentari e quelli che si rinvengono nelle acque superficiali e sotterranee.

Molto si può fare per ridurre i rischi e le conseguenze negative che un utilizzo non corretto dei pesticidi ha determinato e continua a determinare sull’ambiente. Va incentivato il rispetto di fasce tampone, non soggette a trattamenti, dai corpi idrici per minimizzare il rischio di inquinamento dei corsi d’acqua, la diffusione di tecniche alternative al mezzo chimico e la tutela della biodiversità, che può determinare un miglioramento della resilienza e dell’equilibrio biologico nell’ambiente coltivato”.

Il dossier di Legambiente “Stop pesticidi” riporta i dati elaborati nel 2017 dai laboratori pubblici italiani accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti. Tali strutture hanno inviato i risultati di 9.939 campioni di alimenti di origine vegetale e animale, di provenienza italiana ed estera, genericamente etichettati dai laboratori come campioni da agricoltura non biologica. L’elaborazione dei dati ha previsto la loro distinzione in frutta, verdura e trasformati. In questa edizione sono stati inseriti anche i dati sui campioni di origine animale, tra cui carne, latte, uova e omogeneizzati.




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25 febbraio 2019

Cos'è il consumo responsabile e il suo ruolo in Italia

Il rapporto 2018 sul consumo responsabile in Italia è particolarmente importante per due ragioni: permette di fare chiarezza su dimensioni e caratteristiche di un fenomeno poco studiato con dati aggiornati e rappresentativi della popolazione italiana e permette un confronto tra la situazione odierna e quella dell’inizio degli anni 2000. Il rapporto,  promosso dall’osservatorio per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) è stato redatto da Francesca Forno e  Paolo Graziano, che hanno analizzato i dati raccolti tramite un sondaggio condotto da Swg. 

Cosa significa consumare in modo responsabile? Vuol dire consumare domandandosi quale sia il vero costo ecologico e sociale dei prodotti che vengono acquistati.

E il consumo responsabile è ormai una pratica diffusa tra gli italiani.

Infatti le persone che hanno adottato (anche solo temporaneamente) scelte di consumo critico  – cioè che hanno comperato beni e servizi da imprese che dichiarano di rispettare il divieto di sfruttare il lavoro minorile, contengono al minimo l’inquinamento e devolvono una parte del loro profitto a fini di beneficienza – sono state il 30,3%.

Coloro che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono stati il 37,3%.

Il 51,7%. ha ispirato le proprie scelte di consumo ad uno stile di sobrietà – ha, cioè, acquistato beni e servizi facendo attenzione al consumo energetico e alla quantità di rifiuti prodotti.

Il 7,5%. ha affermato di aver preferito viaggi di turismo responsabile (ovvero un tipo di vacanza che si propone di limitare viaggi nei paesi non democratici, di entrare in contatto con gli usi e i costumi dei paesi, di far conoscere l’attività dell’economia solidale locale).

Infine, il 10,6% del totale degli intervistati ha acquistato prodotti tramite i gruppi di acquisto solidale (Gas).

Il confronto tra i dati del 2002 e del 2018 evidenzia un notevole aumento nella quota di cittadini che dichiara di aver fatto scelte di consumo responsabile, dal 28,5% del 2002 al 63,4% del 2018 e la quota di chi dichiara di aver fatto scelte di consumo critico è passata dall’11,3% al 30,3%.

Le persone che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono aumentate dal 16,3% al 37,3%, mentre la percentuale di persone che ha ispirato le proprie scelte di consumo ad un principio di sobrietà è quasi quintuplicata. Infine, i turisti responsabili salgono dallo 0,2% al 7,5%.

Dall’indagine del 2002 emergeva un profilo ben definito del consumatore responsabile.

Il 33% delle donne e il 26,1% degli uomini avevano effettuato una scelta di consumo responsabile. Il consumo responsabile riguardava inoltre principalmente i giovani tra i 18 e i 24 anni e la fascia d’età intermedia tra i 35 e i 54 anni (rispettivamente il 40,6% e il 37,6%) e risultava decisamente più contenuto nelle fasce più anziane della popolazione (solo il 22,7% tra i 55-64 anni e il 18% tra le persone con più di 64 anni faceva consumo responsabile).

La quota di individui che svolgeva pratiche di consumo responsabile era del 52,6% fra i laureati contro il 27,4% e l’11% fra quelli con un titolo fino alla scuola superiore, o dell’obbligo, rispettivamente. Il consumo responsabile risultava inoltre essere una pratica che riguardava soprattutto professionisti e imprenditori (58,8%), manager (56,7%), studenti (52,6%) e impiegati (51,0%). Decisamente inferiori invece le percentuali di casalinghe/i (28,4%) artigiani e commercianti (27,7%), disoccupati (22,9%), operai (16,7%) e pensionati (17,1%).

Il consumo responsabile si caratterizzava anche per una chiara connotazione geografica: più diffuso al nord e al centro del paese (34,3% nord-ovest, 41% nord-est, 30,6% centro) e molto meno al sud (18,3%). Nel 2002 emergeva inoltre come questo fosse un fenomeno prevalentemente urbano: ben il 46,8% di chi viveva in centri con più di 100.000 abitanti aveva dichiarato di conoscere e praticare il consumo responsabile, percentuale che scendeva al 26,8% tra i residenti in centri urbani dai 30.000-100.00 abitanti, a 28,8% dai 5.000-30.000 abitanti per toccare solo il 18,3% tra coloro che viveva nei centri con numero di abitante inferiore ai 5.000.

Rispetto a questo quadro, i dati che si riferiscono al 2018 presentano un profilo dei consumatori responsabili molto diverso.

In primo luogo, si riduce il divario tra uomini e donne. Inoltre, a differenza di quanto accadeva nel 2002, la percentuale maggiore dei consumatori responsabili si rileva oggi nelle fasce più anziane della popolazione, in particolare nella fascia 55-64 anni.

Si assiste, inoltre, ad una contrazione delle differenze tra persone con livello di studio basso, medio e alto, dato che il consumo responsabile oggi coinvolge anche i meno istruiti. Una convergenza riguarda anche il tipo di occupazione, dove comunque – a differenza di quanto avveniva nel 2002 – spicca la percentuale degli studenti (82,9%).

E’ ugualmente importante sottolineare come nel 2018 diminuiscano le differenze tra aree geografiche – sebbene al sud si continuino a registrare percentuali più basse. Infine, il dato sulla dimensione urbana evidenzia la scomparsa della differenza tra grandi e piccole città. Il consumo responsabile non solo sembra aver diminuito la sua caratterizzazione “di classe”, ma, secondo i nostri dati, non ha più solo una dimensione metropolitana.

Sebbene più ridotto in termini percentuali, il consumo responsabile nel 2002 appariva più motivato politicamente: esso veniva inteso come uno strumento per intervenire sulle ingiustizie sociali che riguardavano soprattutto il divario nord/sud del mondo.

Tra il 2002 e il 2018 aumenta invece la percentuale di chi risponde di aver optato per pratiche di consumo responsabile perché interessato alla qualità dei prodotti (l’11,5% nel 2018 contro il 3,8% nel 2002).

Queste sono le principali conclusioni a cui si perviene nel rapporto.

Prendendo le mosse dagli obiettivi Onu relativi allo sviluppo sostenibile, sembra ormai ineludibile che l’economia eco-solidale – sostenuta da comportamenti sempre più consapevoli di consumo responsabile – debba essere sempre più diffusa.

Innanzitutto pare di molto aumentata la consapevolezza degli italiani rispetto agli effetti sociali e ambientali dei propri consumi.

Si tratta di un risultato importante, imputabile ad una serie di fattori.

Da un lato, la crescita del consumo responsabile potrebbe dipendere dal lavoro svolto durante gli ultimi 15 anni dalle molte organizzazioni di movimento che si sono prodigate per diffondere maggiori informazioni e nuove sensibilità rispetto ai problemi ambientali e sociali legati alla “società dei consumi”.

Dall’altro, la maggiore reperibilità di alcuni prodotti – resa possibile non solo dall’interesse crescente dimostrato della grande distribuzione organizzata (Gdo) ma anche dalla diffusione dei gruppi di acquisto solidale, di altre forme di piccola distribuzione organizzata (Pdo), mercati di prossimità, di negozi specializzati e di nuove cooperative – ha certamente facilitato, rendendolo in alcuni casi possibile, un tipo diverso di approvvigionamento.

Inoltre, il dato relativo alla crescita della percentuale di chi dichiara di aver adottato nelle proprie scelte quotidiane principi di sobrietà appare riflettere un atteggiamento più consapevole rispetto al consumo da collegarsi, almeno in parte, alla crisi economica, che potrebbe aver spinto ad una maggiore consapevolezza un più ampio numero di persone.

Sebbene nasca da una criticità, questo risultato può rappresentare un’opportunità, a patto che si sviluppino alcune condizioni che elenchiamo di seguito.

In primo luogo, è necessario sostenere un’azione di sistema volta ad aumentare informazione e educazione alla produzione e al consumo responsabile, accompagnata da un sostegno a quelle modalità di acquisto che sono in grado di facilitare scelte di consumo sostenibile, ovvero alle diverse forme di piccola distribuzione organizzata – che vanno dalla vendita diretta, ai negozi di vicinato “verdi” ai mercatini della terra e a km zero -, per esempio tramite affitti calmierati, abbattimento della tassa per occupazioni di suolo pubblico o lo sviluppo di piattaforme di comunità che possano facilitare l’acquisto e la vendita di prodotti che rispettano ambiente e lavoro.

Questo appare oggi importante non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri urbani, dove vediamo peraltro crescere l’attenzione verso il consumo responsabile nelle sue diverse forme.

E’ nelle aree rurali e in quelle cosiddette interne che il consumo responsabile può infatti assumere un ruolo determinate per il sostegno e rilancio dell’economia locale (si ricordi che sono definite “interne” le aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali – di istruzione, salute e mobilità -, ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione”. Queste aree rappresentano circa il 60% del territorio italiano e vi vive circa 1/4 della popolazione).

Inoltre, pare importante realizzare mappature partecipate delle realtà eco-solidali che consentano anche una attività di monitoraggio nel tempo (sul lato sia della produzione che su quello della distribuzione e del consumo) con l’intento di darne visibilità e facilitarne la messa in rete, agendo quindi contemporaneamente sulle leve dell’informazione e della crescita di consapevolezza.

In questo ambito pare di particolare importanza il ruolo del terzo settore che potrebbe sempre più fare da volano per l’economia locale, “contaminando” in modo virtuoso le realtà tradizionali di mercato.

Infine, è fondamentale il ruolo delle istituzioni pubbliche – ai diversi livelli – che non solo possono sostenere l’economia eco-solidale con appositi provvedimenti volti a valorizzarne il ruolo e a facilitarne la diffusione, ma in quanto esse stesse “consumatrici” possono riorientare i propri acquisti e i propri consumi in modo responsabile (si pensi ad esempio a quei Comuni che hanno formulato speciali capitolato d’appalto per la ristorazione pubblica facilitando pratiche di consumo responsabile).

La consapevolezza e l’azione individuale non sono sufficienti. E’necessaria anche la consapevolezza e l’azione delle istituzioni,  a partire da quelle più vicine alle cittadine e ai cittadini,  le amministrazioni comunali.




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20 febbraio 2019

Una sanità uguale per tutti, forse

In seguito alle richieste di autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia l’ordine dei medici di Bari ha espresso notevoli preoccupazioni relativamente alla possibilità che si determini un sistema sanitario ancora più differenziato tra le diverse regioni. E ha lanciato una specifica campagna di comunicazione, di cui è protagonista una donna malata, in trattamento chemioterapico, avvolta in una bandiera tricolore, accompagnata da una richiesta di aiuto : “Italia non abbandonarci”. 

Le posizioni espresse dall’ordine dei medici di Bari sono evidenziate in un articolo pubblicato su www.quotdiianosanita.it.

In risposta alle richieste di autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia, che saranno oggetto della trattativa governo-regioni, l’ordine dei medici di Bari ha espresso forti preoccupazioni per un processo che “rischia di negare l’uguaglianza dei cittadini in tema di salute”.

Lo ha fatto attraverso una campagna di comunicazione dai toni forti, che punta ad alzare l’attenzione sulle possibili conseguenze del regionalismo differenziato.

Una questione che, spiega l’Omceo Bari in una nota, “rischia di passare inosservata e che invece potrebbe avere conseguenze sull’unità del paese e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso al diritto alla salute”.

“La campagna vuole esprimere la preoccupazione dei professionisti della salute di fronte a una riforma poco trasparente e i timori che possa minare il principio di solidarietà e il sistema sanitario nazionale nel suo complesso, con gravissime ricadute sulla salute dei cittadini- spiega Filippo Anelli, presidente dell’Omceo di Bari -.

“E’ fondamentale che il sistema sanitario possa continuare a garantire i livelli essenziali delle prestazioni, da cui dipendono fondamentali diritti sociali e civili dei cittadini”.

Per l’Omceo di Bari finora il sistema sanitario italiano, pur “con tutti i suoi difetti, è riuscito a garantire a tutti i cittadini un livello di assistenza tra i più elevati al mondo, proprio grazie ai principi di equità, solidarietà e uguaglianza su cui si fonda. Il timore diffuso tra i medici è che questo sistema possa essere cambiato non si sa bene come e per quale finalità”.

I pre accordi sanciscono infatti nuove importanti autonomie delle Regioni in tema di sanità: dagli accessi alle scuole di specializzazione, all’ingresso nel servizio sanitario nazionale, ma anche per i farmaci equivalenti e i ticket. Il Veneto avrà anche spazio di manovra sulla libera professione e l’Emilia Romagna sulla distribuzione diretta dei farmaci.

Il timore è che il passaggio delle competenze sanitarie e delle relative risorse dallo Stato alle Regioni, “facendo saltare il fondo sanitario nazionale e i suoi meccanismi di ripartizione, neghi de facto il servizio sanitario nazionale e la sua capacità di garantire principi come quello di solidarietà”.




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18 febbraio 2019

Migranti, l'invasione non c'è

Non sono rifugiati o richiedenti asilo arrivati via mare, ma persone che si sono  spostate in cerca di lavoro o per un ricongiungimento familiare: le migrazioni all’interno del vecchio continente restano ancora un fenomeno largamente intraeuropeo. A scattare la fotografia dei flussi in Europa è “Immigrant Integratione Europe”, il terzo rapporto annuale dell’osservatorio sulle migrazioni, realizzato dal centro studi Luca D’Agliano e dal collegio Carlo Alberto dell’Università di Torino. Il dossier, che si basa su un’analisi di macrodati della European Labour Force Survey (Eulfs), smonta alcuni dei falsi miti più comuni relativi ai migranti. 

Tra questi falsi miti, l’invasione che arriva dal mare, l’idea che i migranti rubino il lavoro fino allo spettro di una sostituzione etnica.

Lontano dai luoghi comuni, infatti, il fenomeno migratorio risulta sempre più strutturale nell’economia dell’Unione. Anche se questo non si traduce in uguali diritti e uguali opportunità. Restano, infatti, gap salariali e occupazionali, soprattutto per i migranti extracomunitari.

Una sintesi di questo rapporto è contenuta in un articolo di Eleonora Camilli, pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Oltre il 50% degli immigrati in Europa sono europei che si sono spostati in un altro Paese: tra questi poco meno del 40% sono cittadini di stati membri mentre il 15% sono europei non appartenenti all’Ue.

Sono persone che possono, quindi, spostarsi molto facilmente, a basso costo – spiega Tommaso Frattini, curatore della ricerca -. A prevalere è la prossimità geografica, ma anche la capacità di acquisire informazioni e fare rete. Conta anche la vicinanza culturale”.

In totale oggi in Europa un residente su dieci è immigrato (intra o extra Ue): nel 2017 gli immigrati nel vecchio continente erano 53,1 milioni, circa il 10% del totale.

Oltre il 50% è nato in Europa, c’è poi un 19% di persone nate in Africa e Medio Oriente, il 16%  in Asia e l’11% in Oceania.

Negli ultimi due anni i flussi sono aumentati di due milioni, in media, all’anno. La distribuzione tra paesi è eterogenea, si va dallo 0,1-0,2% della Romania e Bulgaria al 20% di Cipro e Svezia, fino al 30% di Svizzera e Lussemburgo.

Quindi la tanto temuta invasione dei migranti non c’è.

Il rapporto sottolinea che gli immigrati sono concentrati in occupazioni meno qualificate e che la loro distribuzione occupazionale è peggiorata negli ultimi vent’anni: hanno cioè una maggiore probabilità di trovarsi nel decile più basso della distribuzione del reddito.

Questo vale per tutti i Paesi e in particolare, in Italia e Spagna, dove gli immigrati hanno più probabilità di trovarsi nel 10% della popolazione col reddito più basso. Un differenziale che rimane stabile anche dopo anni.

“Lavorano di più ma guadagnano in media di meno, perché fanno lavori in cui la retribuzione è minore – afferma Frattini -. In Italia, per esempio, a parità di qualifica, genere ed età, i migranti sono relegati a lavori peggiori e guadagnano meno. Addirittura all’interno dello stesso tipo di occupazioni i migranti continuano a essere pagati meno”.

Questo è vero più o meno per tutti i Paesi all’interno Ue. Ma vale in particolare per i migranti extraeuropei, mentre “gli immigrati europei fanno lavori migliori e meglio pagati”.

Chi arriva da altri Paesi ci ruba il lavoro?

Lo studio tende a smontare anche questo luogo comune: il tasso di occupazione dei migranti in Europa è infatti  inferiore a quello dei nativi, soprattutto nei paesi dell’area settentrionale e centrale. Mentre Regno Unito, Italia e Irlanda sono i paesi con un differenziale minore.

“La probabilità di occupazione a livello europeo dei migranti è più bassa di quella degli autoctono in media- continua Frattini -.

Ma si riscontrano diverse eterogeneità tra Paesi.

L’Italia è un caso particolare: il differenziale è minore, ma dipende anche dal fatto che il tasso di occupazione nel nostro Paese è molto basso. Va detto anche che il mercato del lavoro italiano finora si è dimostrato è in grado di assorbire abbastanza bene il numero dei migranti che sono sul suo territorio, c’è domanda di lavoro fornito dagli immigrati”.

In generale le probabilità di trovare un lavoro aumentano con gli anni di residenza, ma in quasi nessun Paese si raggiunge una convergenza precisa. Fa eccezione solo l’Italia.

Tra gli aspetti più rilevanti del rapporto c’è l’aspetto dell’anzianità migratoria: la maggior parte, infatti, è nel Paese di attuale residenza da molto tempo, solo il 15-20% ha vissuto nel Paese per 5 anni o meno.

L’anzianità migratoria è aumentata ovunque negli ultimi 20 anni, tranne che in Germania e in Svezia, dove la quota di migranti residenti da più di 10 anni è diminuita tra il 1995 e il 2016. Mentre l’aumento maggiore si è registrato in Italia e in Spagna.




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14 febbraio 2019

Ebola, seconda grave epidemia in Congo

Quasi cento bambini, di cui più della metà (65) di età inferiore ai 5 anni, hanno perso la vita a causa del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, da quando l’epidemia è iniziata nell’agosto dello scorso anno. Secondo Save the Children il numero delle vittime potrebbe aumentare perché c’è stato un incremento di nuovi casi a gennaio, da circa 20 a settimana a più di 40. 

La Repubblica Democratica del Congo sta affrontando la seconda più grave epidemia di Ebola nella storia.

Negli ultimi sei mesi, almeno 785 persone sono state ritenute infette dal virus (731 casi confermati), di cui 484 sono morte, il 60% delle quali donne. Solo nelle ultime tre settimane di gennaio ci sono stati circa 120 nuovi casi.

L’insicurezza e la violenza nell’est del paese, unite al clima di paura che si è diffuso in alcune comunità, inoltre, rendono difficile contenere l’epidemia.

“Siamo a un bivio. Se non adottiamo misure urgenti per contenerla, l’epidemia potrebbe durare altri sei mesi, se non tutto l’anno. Il Congo è un Paese che soffre di violenze e conflitti e di una gravissima carestia: circa 4,6 milioni di bambini sono gravemente malnutriti. Le preoccupazioni principali per molte persone sono la sicurezza e assicurarsi che abbiano abbastanza da mangiare.

Ma anche l’Ebola deve essere una priorità”, ha affermato Heather Kerr, direttrice di Save the Children  nella Repubblica Democratica del Congo.

“E’ essenziale curare le persone infette, ma allo stesso tempo è importante lavorare per impedire che l’Ebola si diffonda ulteriormente.

Per questo siamo chiamati ad aumentare i nostri sforzi per raggiungere i giovani e i leader all’interno delle comunità in modo da sensibilizzare il più possibile la popolazione, che spesso non è pienamente consapevole dei rischi legati al virus, e creare un clima fiducia attorno agli operatori umanitari che spesso devono operare in contesti di sicurezza precaria”, ha proseguito Heather Kerr.

“Un ragazzo mi ha detto che i suoi genitori non parlavano mai del virus a casa, era un tabù e questo contribuiva a spaventarlo ulteriormente. Ma grazie alle informazioni ricevute in seguito all’organizzazione di una diffusa campagna di sensibilizzazione, hanno iniziato a parlarne e ora che sanno come evitarlo fa meno paura – ha raccontato Marie Claire Mbombo, esperta di protezione dell’infanzia di Save the Children -.

A causa del virus, inoltre, molti bambini sono rimasti orfani e altri si ritrovano da soli, perché i loro genitori sono in ospedale oppure lavorano nei campi. Questi bambini sono particolarmente vulnerabili perché sono a maggior rischio di abusi sessuali o di esseri costretti a lavorare. Per questo siamo impegnati non soltanto nel sostegno ai genitori e alle comunità su come prevenire la malattia, ma anche su come garantire la protezione e la sicurezza dei bambini”.

Nell’ambito dei suoi interventi per lottare contro la diffusione dell’epidemia di Ebola, Save the Children ha attivato i propri team di emergenza che sono attualmente impegnati nella formazione di operatori sanitari locali.

L’organizzazione, inoltre, è impegnata nelle attività di sensibilizzazione delle comunità locali nelle aree rurali, e in particolare nella regione di Beni, la più colpita dall’epidemia, dove vengono anche formati i leader comunitari, con l’obiettivo di renderli in grado di riconoscere i primi sintomi della malattia e individuare le persone che potrebbero essere venute a contatto con il virus.

Un lavoro di sensibilizzazione che viene condotto anche nei centri sanitari, 42 dei quali si trovano vicino a Goma, la più grande città dell’area, al fine di evitare che il virus possa raggiungere questo importante agglomerato urbano.

Finora l’organizzazione ha già raggiunto quasi 400.000 persone con azioni di sensibilizzazione e prevenzione.

Per contrastare il rischio che l’epidemia possa diffondersi anche oltre il confine con l’Uganda, dove ogni giorno continuano a confluire rifugiati in fuga dalla Repubblica Democratica del Congo, Save the Children interviene infine con attività di formazione che hanno già raggiunto più di 1.000 operatori sanitari, volontari, insegnanti e team nei villaggi in Uganda.




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10 febbraio 2019

E la popolazione continua a diminuire

L’Istat ha recentemente diffuso alcuni dati riguardanti l’andamento e le caratteristiche della popolazione italiana nel 2018. E gli aspetti negativi superano decisamente quelli positivi. 

Innanzitutto la popolazione complessiva continua a diminuire.

Infatti al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60.391.000 residenti, oltre 90.000 in meno rispetto all’anno precedente (-1,5 per mille).

La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55.157.000 unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti sono 5.234.000 (+17,4 per mille) e rappresentano l’8,7% della popolazione totale.

Nel 2018 si conteggiano 449.000 nascite, ossia 9.000 in meno del precedente minimo registrato nel 2017. Rispetto al 2008 risultano 128.000 nati in meno.

I decessi sono 636.000, 13.000 in meno del 2017. In rapporto al numero di residenti, nel 2018 sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017.

Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187.000), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191.000).

Il saldo migratorio con l’estero, positivo per 190.000 unità, registra un lieve incremento sull’anno precedente, quando risultò pari a +188.000. Aumentano sia le immigrazioni, pari a 349.000 (+1,7%), sia le emigrazioni, 160.000 (+3,1%).

I flussi in ingresso, perlopiù dovuti a cittadini stranieri (302.000), hanno toccato il livello più alto degli ultimi sei anni. Solo 40.000 emigrazioni per l’estero, su complessive 160.000, coinvolgono cittadini stranieri.

Tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni. Nel 2018 risultano, infatti, 47.000 rimpatri e 120.000 espatri.

Il numero medio di figli per donna (1,32) risulta invariato rispetto all’anno precedente. L’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni.

La fecondità misurata lungo le varie generazioni femminili, anziché per anni di calendario, non ha mai smesso di calare. Tra le donne nate nel 1940 e quelle del 1968 la fecondità diminuisce con regolarità da 2,16 a 1,53 figli.

Nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 sul 2017) mentre per le donne è di 85,2 anni (+0,3).

E nonostante risulti evidente, analizzando questi dati e altri precedenti, che i problemi demografici in Italia siano diversi e di notevole rilievo, si continua, da parte delle autorità di governo, a non attuare un’efficace politica rivolta ad affrontare questi problemi.

Pertanto, è probabile che essi, nel prossimo futuro, si aggravino.

Da notare che tali problemi non si manifestano nella stessa misura in molti degli altri Paesi europei.

In diversi di essi, ad esempio, si è riusciti ad accrescere il tasso di natalità, diversamente da quanto è avvenuto e sta avvenendo in Italia.




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7 febbraio 2019

A dieci anni dalla morte di Eluana Englaro

Il prossimo 9 febbraio saranno passati 10 anni dalla morte di Eluana Englaro. Mi sembra opportuno ripercorrere le principali tappe del caso Englaro e riportare i dati di un sondaggio Eurispes sull’eutanasia.

Per quanto riguarda il sondaggio, il dato più importante è rappresentato dal fatto che il 73,4% degli italiani si è dichiarato favorevole all’eutanasia, con un forte aumento rispetto agli anni passati, quando solo il 55,2% (2015) e il 59,9% (2016) del campione esprimeva la medesima opinione.

Marco Cappato, esponente dell’associazione Luca Coscioni, ha rilasciato, a tale proposito, alcune dichiarazioni.

“Questo atteggiamento favorevole alla legalizzazione della eutanasia riguarda l’intera popolazione italiana: lo dimostra anche la recente indagine dello osservatorio sul Nord Est, curato da Demos per ‘Il Gazzettino’, secondo cui anche nelle zone del Paese in cui è più forte l’elettorato leghista il 62% degli intervistati si è dichiarato ‘moltissimo o molto d’accordo’ con la legalizzazione dell’eutanasia  se una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche”.

“Il dato – ha continua Cappato –  arriva proprio nel momento in cui il Parlamento inizia l’esame della proposta di legge di iniziativa popolare da noi presentata nel settembre del 2013. Le 76.000 firme di allora sono quasi raddoppiate. Ora son 130.000 i cittadini-elettori che chiedono una legge.

Ora finalmente l’inizio dei lavori dopo oltre cinque anni di silenzio, malgrado le ripetute sollecitazioni del presidente Napolitano, dell’Intergruppo eutanasia costituito per nostra iniziativa, dei congiunti dei 1.000 malati che ogni anno sono costretti, per l’impossibilità di ricorrere alla ‘dolce morte’, a cercare nel suicidio la loro ‘uscita di sicurezza’ da sofferenze fisiche e psichiche intollerabili.

Il Parlamento, come chiesto con forza dalla Consulta, ha tempo fino al 24 settembre per colmare il vuoto di tutele incostituzionale”.

“Anche sul suicidio assistito – ha concluso Cappato – Eurispes registra un notevole incremento di sensibilità: i contrari, che erano il 70,1% nel 2016, sono scesi al 60,6%, anche a seguito della drammatica vicenda del Dj Fabo, che è all’origine dell’‘ultimatum’ (24 settembre 2019) dato dalla Corte Costituzionale al Parlamento per legiferare sul tema”.

Nel sito della stessa associazione Luca Coscioni sono riportate le principali tappe del caso Englaro.

“Il caso Englaro ha aperto nuovi e diversi scenari, poiché la volontà poteva solo essere desunta dalla vita condotta dalla paziente prima dell’incidente – verificatosi in data 18 novembre 1992 –-che l’aveva ridotta in stato di coma irreversibile e permanente, definito, sovente, in letteratura medica come ‘stato vegetativo permanente’.

Eluana Englaro, nutrita con sondino nasogastrico, respirava in maniera del tutto autonoma, tuttavia non era capace di intendere e volere. Dopo un anno dall’incidente, la regione superiore del cervello di Eluana va incontro ad una degenerazione definitiva. I medici non lasciavano alcuna speranza di ripresa.

Dopo circa quattro anni dall’incidente, Eluana viene dichiarata interdetta per assoluta incapacità con sentenza del Tribunale di Lecco in data 19 dicembre 1996, viene nominato tutore il padre, Beppino Englaro.

Dopo altri tre anni, nel 1999, inizia la lunga battaglia legale di Beppino Englaro, per poter sospendere l’alimentazione della paziente.

Il caso, però, è molto più complesso di quello Welby, atteso che la paziente, caduta in coma all’età di vent’anni, non aveva la possibilità di esprimere la propria volontà, rendendo così impraticabile l’applicazione dell’art. 32 della Costituzione.

Inoltre, Eluana non era attaccata ad un dispositivo medico per la ventilazione artificiale, dunque ci si domandava se la mera nutrizione del paziente che, pur essendo in coma irreversibile, respira, sia da considerarsi come ‘cura medica’ e per ciò stesso ricadente nella fattispecie indicata dall’art. 32 della Costituzione.

Siffatte argomentazioni, nel 1999, inducono il Tribunale di Lecco a respingere la richiesta di Beppino Englaro di lasciar morire la figlia, poiché il supporto alla nutrizione non viene visto come una cura medica.

Il vero quesito posto dal caso Englaro è se il ‘valore’ presidiato dalla Carta costituzionale sia la vita in se o, piuttosto, la ‘dignità’ dell’esistenza, intesa come condizione umana non degradante ma capace di consentire alla persona di vivere senza una sofferenza insopportabile, idonea a tradursi in vera e propria condanna, tortura.

Beppino Englaro, convinto che Eluana non avrebbe voluto vivere in questo stato, nel 2003 presenta nuovamente la richiesta di sospensione dell’alimentazione artificiale per la figlia, che tuttavia viene nuovamente respinta prima dal Tribunale e poi dalla Corte d’Appello, poiché non considerata ‘cura medica’.

L’uomo, tuttavia, continuando a sostenere che il coma irreversibile è lesivo della dignità della figlia, mentre la morte potrebbe restituirgliela, impugna la sentenza davanti la Corte di Cassazione.

Nel 2007 si pronuncia, dunque, la Corte di Cassazione, tramite la sentenza numero 21748/2007, con la quale annulla il provvedimento della Corte d’Appello e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano, sostenendo che il giudice può autorizzare l’interruzione delle cure o dell’alimentazione artificiale in presenza di due circostanze concorrenti…

Il 9 luglio 2008 la Corte d’Appello di Milano riesamina la vicenda alla luce di tali dichiarazioni e autorizza il padre, Beppino Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzata che mantiene in vita la figlia Eluana.

Ma la vicenda registra ulteriori risvolti.

Il 16 luglio 2008 Camera e Senato sollevano un conflitto di attribuzione contro la Cassazione, ritenendo che la sentenza dell’ottobre 2007 integra ‘un atto sostanzialmente legislativo, innovativo dell’ordinamento normativo vigente’, cosa che spetta solo al legislatore.

A dirimere il conflitto di viene chiamata la Corte costituzionale, la quale nell’ottobre 2008 si pronuncia a favore della Cassazione e della Corte d’Appello di Milano, ritenendo che la sentenza in questione non sia affatto innovativa di un ordinamento basato su una Costituzione che garantisce il diritto di rifiutare le cure mediche e il rispetto della volontà del singolo.

Il Governo, allora, nel febbraio 2009 approva con urgenza un decreto legge per evitare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione in pazienti in stato vegetativo, ma il Presidente della Repubblica rifiuta di firmare il decreto definendolo palesemente incostituzionale.

Alle ore 20 dello stesso giorno e malgrado il monito del Presidente della Repubblica, il Consiglio dei Ministri si riunisce in una sessione straordinaria per dar vita ad un disegno di legge con gli stessi contenuti del decreto precedente; il 9 febbraio 2009, nonostante il Senato osservi la chiusura in quel giorno, si riunisce ugualmente per discutere del disegno di legge n. 1369.

Il 9 febbraio 2009, nella serata, arriva la notizia della morte di Eluana, alla quale erano state progressivamente sospese alimentazione e idratazione a partire dal 6 febbraio.

Il Governo ritira il disegno di legge e si ripropone di ridiscutere in maniera più dettagliata di disposizioni in materia di fine vita e testamento biologico, proposito, durante la XVI legislatura, disatteso”.




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4 febbraio 2019

Perchè è arrivata la recessione?

Per il secondo trimestre consecutivo si è verificata in Italia una riduzione del Pil (prodotto interno lordo). Pertanto, in base alle convenzioni statistiche accettate in tutto il mondo, si può legittimamente sostenere che l’economia italiana è tornata in recessione tecnica. Affinchè ci sia una vera e propria recessione sarà necessario verificare se in un intero anno, il 2019 in questo caso, il Pil si ridurrà. 

Perché si è manifestata questa che qualcuno ha definito minirecessione (sarà anche mini ma è comunque preoccupante perché pur se nel 2019 non ci sarà una riduzione del Pil tale variabile crescerà comunque pochissimo non raggiungendo l’1% previsto)?

Appena sono stati i resi noti i dati dell’Istat relativi all’andamento del Pil nel quarto trimestre del 2018, sono state diffuse le valutazioni di diversi economisti, tendenti a spiegare le cause che hanno determinato la recessione.

Particolarmente interessanti mi sono sembrate le analisi di tre economisti, Alberto Quadro Curzio, Marcello Messori e Francesco Daveri.

Pertanto ho ritenuto opportuno riportare una parte delle loro considerazioni.

Secondo Quadro Curzio: “…E’ vero che rallenta l’Europa, ma noi andiamo peggio. Regge ancora il nostro export in forza della capacità innovative del manifatturiero concentrate in alcune regione del nord. Troppo poco per far crescere un paese con 60 milioni di abitanti in un contesto di concorrenza internazionale e di innovazione tecno-scientifica. Eppure l’Italia resiste avendo molti punti di forza (risparmio delle famiglie, capacità di sopportare – ma non di ridurre – un debito pubblico enorme, primati mondiali in alcuni settori, ecc.)

Ma il Sistema Italia nel suo complesso non è stato ammodernato negli ultimi 20 anni, cioè dall’inizio dell’euro quale data di confine tra due periodi storici.

Una causa su tutte è responsabile: il continuo cambiamento delle politiche economiche dei governi che si sono succeduti e quindi la mancanza di una visione di interesse nazionale al di là delle parti politiche che avrebbe dovuto puntare su tre grandi filiere: semplificazioni e legalità; investimenti e infrastrutture; innovazione e istruzione.

Altri problemi non meno importanti, come quello del divario nord-sud, in parte rientrano nelle precedenti filiere.

Consideriamo oggi solo questo tema. Dalle quote degli investimenti sul Pil del 2007, nel decennio 2008-17 la contrazione degli investimenti pubblici è stata del 30%, con un mancato investimento totale di 57 miliardi. Nello stesso arco temporale, causa il calo delle quote di investimenti sul Pil dal 2017 sono mancati 506 miliardi di investimenti totali. Molti sono i fattori di questo crollo.

Con particolare attenzione a quelli pubblici in infrastrutture vi è la crisi finanziaria e i vincoli di finanza pubblica europei; i colli di bottiglia generati dal quadro giuridico amministrativo italiano; la disomogeneità e discontinuità dell’azione politica sulle priorità degli investimenti infrastrutturali; la difficile programmabilità di tempi e costi delle opere talvolta anche per la fragilità dimensionale e finanziaria delle imprese appaltatrici. Adesso sono fermi o vanno a rilento progetti di varie decine di miliardi di investimenti pubblici senza i quali la nostra ripresa sarà lenta e fragile…”.

Secondo Messori: “…C’è un impatto internazionale, sicuramente. Per una economia sostenuta dalle esportazione nette come quella italiana, il rallentamento del commercio è sicuramente un aspetto problematico. Va sottolineato però che il dato migliore nell’ultimo trimestre è relativo proprio all’export.

Le vere componenti negative derivano dalla domanda interna e dagli investimenti.

Certamente la caduta in recessione ha quindi a che fare con due elementi: l’aumento della struttura dei tassi di interesse che con vari picchi si è avuta dalla primavera scorsa fino alla fine dell’anno, con ripercussioni sugli investimenti privati. E l’aumento dell’incertezza politica, che ha frenato ancora investimenti e pure i consumi. Ci sono perciò fattori endogeni, non solo esogeni, alla radice della recessione italiana…

Com’è noto, la manovra prevede un ammontare molto limitato di investimenti pubblici, ha appesantito la pressione fiscale sulle imprese più efficienti e l’ha ridotta solo sulle piccole unità produttive, che incontrano molte difficoltà ad effettuare investimenti innovativi. E certamente non ha rimosso l’incertezza politica.

C’è poi un altro punto: la situazione attuale è soggetta alla spada di Damocle della valutazione di maggio da parte della Commissione Ue…

Perciò sarebbe opportuno partecipare in modo attivo alla discussione europea per rafforzare quel progetto di prosecuzione del piano Juncker che raddoppi le risorse e consenta programmi di investimento europei. Purtroppo la situazione è ancora più complicata. Basta fare più investimenti, quindi? No. Gli investimenti devono essere efficienti, e nel nostro Paese c’è un problema di attuazione delle decisioni assunte. Il tempo medio di attuazione di un investimento in Italia è di anni, se non di quinquenni…”.

Secondo Daveri: “…Sulla base dei dati disponibili si può certamente individuare una parte delle difficoltà dell’economia italiana con una più deludente dinamica dell’export.

Dati alla mano, la crescita dell’export nei primi tre trimestri del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017 (il dato ufficiale del quarto trimestre arriverà solo ai primi di marzo) è stata di poco superiore all’1%, con un picco negativo nel primo – non nel terzo – trimestre 2018. Il dato 2018 sfigura rispetto al +4,2 medio realizzato nel triennio 2015-17.

Insomma, è vero: nel 2018 l’export ha smesso di trainare la ripresa. E lo ha fatto risentendo in modo particolare del parallelo rallentamento della crescita del Pil nei paesi dell’Eurozona (dove va a finire il 40% dell’export italiano) e del resto della Ue (che assorbe un altro 10%).

Anche l’apprezzamento dell’euro del 2018 rispetto al 2017 (pari al 7 per cento nei primi nove mesi dell’anno) può avere pesato sulla dinamica dei volumi esportati fuori dall’Eurozona.

Ma l’esame di qualche figura indica che la recessione italiana non è tutta colpa degli altri paesi o governi italiani, ma sembra essere trainato da un forte peggioramento delle aspettative delle imprese e da un parallelo calo degli investimenti (oltre degli acquisti di beni durevoli delle famiglie).

I dati mostrano un’elevata correlazione simultanea tra l’evoluzione della crescita del Pil trimestrale e gli indicatori di fiducia delle imprese…

Cosa è successo in questo periodo agli investimenti aziendali e alla spesa per le famiglie in beni durevoli, le due voci più direttamente connesse con gli indici di fiducia?

Sul fronte della spesa delle famiglie (il 60% del Pil italiano) i dati indicano un calo del consumo di beni, durevoli e non durevoli. Il calo dei beni non durevoli – pari a meno 0,5% su base annua nei primi nove mesi del 2018 – è la prosecuzione di una tendenza strutturale in atto da tempo: durante la ripresa 2015-17 si è registrato un modesto +0,7% annuo.

Invece la recente brusca frenata del consumo di beni durevoli (+1,6% su base annua, -0,1% sul trimestre precedente) contrasta nettamente con la loro eccellente performance dei tre anni precedenti (+6,4% annuo nel 2015-17). Lo stesso vale per gli acquisti di mezzi di trasporto aziendali – in crescita a doppia cifra nel 2015-17 – i cui acquisti si sono fermati nel terzo trimestre 2018, facendo scendere il dato annuo a un +18%.

E’ possibile che una parte di questo brusco rallentamento sia il risultato dell’esaurimento degli acquisti di rimpiazzo di alcuni beni durevoli come le automobili (la parte del leone del mercato in un mercato maturo come l’Italia).

Ma è improbabile che tale esaurimento e il correlato ridimensionamento della crescita dei beni durevoli sia avvenuto in modo così drastico in un solo trimestre.

A cavallo tra il terzo e il quarto trimestre, invece, c’è stata una rilevante novità, cioè la presentazione di un disegno di legge di bilancio che, almeno fino a Natale, è stato male accolto dall’Europa e dai mercati.

Durante questo periodo di tempo lo spread è salito a un massimo di 350 punti base e il Ftse-Mib (l’indice della borsa italiana) è sceso dal valore ‘estivo’ di 22.000 a un deludente 18.000 a fine anno (-18,2%)…”




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