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28 aprile 2019

Assemblea di Amnesty International, il nuovo presidente

Si è tenuta  a Bologna dal 26 al 28 aprile la trentaquattresima assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International. E’ stato eletto il nuovo presidente, Emanuele Russo.

Si è tenuta a Bologna la trentaquattresima Assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International.

All’assemblea hanno partecipato circa 350 tra delegati e soci singoli dell’associazione.

Sono stati approvati la relazione del comitato direttivo uscente e il bilancio consuntivo 2018 e sono state elette le nuove cariche direttive del movimento.

E’ stato inoltre adeguato lo statuto dell’associazione per renderlo conforme alla riforma del Terzo Settore.

L’inizio dei lavori assembleari è stato preceduto da un saluto del sindaco di Bologna, Virginio Merola.

Nel corso dell’assemblea il “graphic journalist” Gianluca Costantini e il capitano della nazionale italiana di basket Pietro Aradori hanno ritirato, rispettivamente, i premi “Arte e diritti umani” e “Sport e diritti umani”.

All’assemblea hanno preso parte numerosi ospiti che hanno approfondito diversi temi relativi ai diritti umani tra cui, in particolare, l’accoglienza dei migranti e rifugiati e il contrasto al discorso d’odio.

Nel pomeriggio di sabato 27 i partecipanti si sono trasferiti nel centro di Bologna, dando vita, in piazza Maggiore, a un ispirato flash mob, con accompagnamento musicale, finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di contribuire tutti, ognuno per la sua parte, alla difesa dei diritti umani.

E’ stato eletto presidente della sezione italiana per un mandato biennale Emanuele Russo, che succede ad Antonio Marchesi, in carica dal 2013.

E’ stata riconfermata come tesoriera Maria Grazia Di Cerbo.

I membri del nuovo comitato direttivo sono Osvalda Barbin, Chiara Bianchi, Miriam Cusati, Simona Di Dio, Giuseppe Provenza, Simone Samuele Rizza e Gerardo Romei.

Infine, sono stati eletti anche i componenti del collegio dei sindaci, Maurizio Biasi, Paolo Borrello e Marco Vitali.




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24 aprile 2019

Nel mondo 20 milioni di bambini non vaccinati

Si celebra dal 24 al 30 aprile la settimana mondiale dell’immunizzazione, promossa dall’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità. Secondo l’Oms i diversi Paesi devono intensificare gli sforzi per garantire a tutte le persone i benefici salvavita dei vaccini. Infatti nel mondo ancora 20 milioni di bambini non sono vaccinati.

“L’immunizzazione – evidenzia l’Oms – salva milioni di vite ogni anno ed è ampiamente riconosciuta come uno degli interventi sanitari di maggior successo ed economicamente vantaggiosi al mondo. Eppure, ci sono ancora oggi quasi 20 milioni di bambini non vaccinati nel mondo”.

Nel 2017, il numero di bambini immunizzati – 116,2 milioni – è stato il più alto mai riportato. Dal 2010, 113 paesi hanno introdotto nuovi vaccini e oltre 20 milioni di bambini sono stati vaccinati.

Ma nonostante i miglioramenti l’Oms rileva come “tutti gli obiettivi per l’eliminazione delle malattie – compresi il morbillo, la rosolia e il tetano materno e neonatale – sono in ritardo e negli ultimi due anni il mondo ha registrato più epidemie di morbillo, difterite e altre malattie prevenibili da vaccino. La maggior parte dei bambini che mancano sono quelli che vivono nelle comunità più povere, emarginate e colpite dai conflitti”.

“Affinché tutti – rileva l’Oms – , ovunque possano sopravvivere e prosperare, i Paesi devono intensificare gli sforzi per garantire a tutte le persone i benefici salvavita dei vaccini. Inoltre, i Paesi che hanno realizzato o fatto progressi verso gli obiettivi devono lavorare per sostenere i progressi che hanno compiuto”.

L’obiettivo principale della campagna è sensibilizzare sull’importanza critica della piena immunizzazione per tutta la vita

Nell’ambito della campagna 2019, l’Oms mira a:

– dimostrare il valore dei vaccini per la salute dei bambini, delle comunità e del mondo;
 evidenziare la necessità di sviluppare i progressi in materia di immunizzazione, affrontando al contempo le lacune, anche attraverso maggiori investimenti;
– mostrare come l’immunizzazione è la base per sistemi sanitari forti e resilienti e per una copertura sanitaria universale.

“L’ampliamento dell’accesso alla vaccinazione – sottolinea l’Oms – è vitale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, la riduzione della povertà e la copertura sanitaria universale. L’immunizzazione di routine fornisce un punto di contatto per l’assistenza sanitaria all’inizio della vita e offre a ogni bambino la possibilità di una vita sana sin dalle origini e dalla vecchiaia.

L’immunizzazione è anche una strategia fondamentale per il raggiungimento di altre priorità sanitarie, dal controllo dell’epatite virale, alla riduzione della resistenza antimicrobica e alla fornitura di una piattaforma per la salute degli adolescenti e il miglioramento dell’assistenza prenatale e neonatale”.




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24 aprile 2019

Stiramento del seno, interessa 4 milioni di bambine

Lo stiramento del seno, o “breast ironing”, è un rituale dolorosissimo a cui sono sottoposte 4 milioni di bambine per impedire la crescita del seno. Questa tortura è diffusa soprattutto in Camerun, Africa occidentale in genere, ma anche in Paesi come la Gran Bretagna. Una pratica promossa con la scusa di “proteggere le bambine dalle molestie”. 

Di questo rituale se ne occupa Daniele Bellocchio in un articolo pubblicato su www.osservatoriodiritti.it.

Tale pratica è diffusa soprattutto in Camerun e in diversi Paesi dell’Africa Occidentale (Togo, Benin, Guinea e Costa d’Avorio tra gli altri)

In questo modo viene impedita o arrestata la crescita del seno delle giovani ragazze. Le madri e le nonne, in gran segreto, tra le mura domestiche, sottopongono le bambine a un dolorosissimo rituale: attraverso l’impiego di pietre incandescenti, bastoni roventi e cinture stirano letteralmente il seno di figlie e nipoti.

Le ragazze per mesi sono sottoposte al trattamento. Sul loro corpo vengono premuti con forza gli oggetti incandescenti sino a quando, dopo numerose settimane il seno scompare. Rimangono però cicatrici, danni permanenti e una mutilazione perpetua sul corpo e nell’anima delle giovani.

Il motivo per cui il “breast ironing” viene praticato è quello di tutelare le giovani da attenzioni maschili, molestie, stupri e gravidanze indesiderate che impedirebbero alle ragazze di proseguire gli studi.

Secondo l’Onu, invece, questo è un crimine contro le donne.

Per capire i danni che provoca, e la sua diffusione, occorre leggere i dati divulgati dall’organizzione tedesca Giz, una delle prime a occuparsi del fenomeno.

Secondo l’organizzazione tedesca i danni più diffusi sono infezioni, formazione di ascessi, malformazioni e completo arresto dello sviluppo del seno.

Dati ufficiali, essendo il “breast ironing” praticato in clandestinità, è difficile reperirli, ma stando sempre al report dell’organizzazione sono oltre 4 milioni le vittime nel mondo di questa pratica e nel solo Camerun una donna su quattro è costretta a subire questa violenza.

Il problema di questa violenza sulle ragazze adolescenti non interessa soltanto l’Africa: oggi all’interno della comunità africana del Regno Unito  questo fenomeno si sta diffondendo sempre di più.

Un’inchiesta del quotidiano londinese “The Guardian” ha rivelato che a Londra, Leeds, Essex e Wolverhampton si sono registrati diversi casi di ragazze, se non addirittura bambine, sottoposte a questa pratica. E dati non ufficiali parlano di oltre 1.000 vittime di quest’arcaica e crudele tradizione.




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19 aprile 2019

Mozambico, i bambini a un mese dal ciclone

A un mese dalle devastazioni che il ciclone Idai si è lasciato dietro in Mozambico, colpendo circa un milione di minori, i bambini continuano a subìre gravi traumi psicologici sulla propria pelle  e in molti sono costretti a vivere in tende, scuole o insediamenti temporanei, con accesso limitato all’acqua pulita o ai servizi igienici.

Questo l’allarme di Save the Children, che sottolinea, in un comunicato, la necessità di intervenire con urgenza per garantire ai minori il supporto di cui hanno bisogno, in un momento in cui si assiste a un calo di attenzione da parte del mondo per questa crisi umanitaria

Gli operatori dell’organizzazione hanno raccolto le testimonianze dei bambini e delle loro famiglie  in uno dei campi temporanei allestiti nella città portuale di Beira. Ai minori è stato chiesto di disegnare le loro case prima e dopo il passaggio del ciclone e di descrivere cosa hanno visto.

Tutti raccontano di aver perso la casa e tutto ciò che possedevano e molti hanno visto persone uccise o gravemente ferite dagli effetti del ciclone.

I genitori parlano di bambini che non si staccano neanche un attimo da loro o che sono diventati aggressivi dopo quello che hanno vissuto.

Ines, 11 anni, è rimasta separata dai suoi due fratelli e da suo padre quando il ciclone Idai si è abbattuto su Buzi, una delle zone più colpite del Mozambico. Suo padre è stato ferito alla schiena e al collo durante il crollo della loro abitazione, e lei ha perso di vista i suoi fratelli da quando è stata salvata dai soccorritori. Da allora non li ha più visti.

Ines ha disegnato un quadro con persone annegate nelle acque in piena, circondate da alberi divelti. “Se le persone non si fossero tenute per mano le une con le altre, sarebbero cadute nell’acqua. Io stavo per scivolare in una laguna, poi mia zia mi ha afferrato. Mi sono aggrappata alla sua borsa. Siamo andate a casa di un altro vicino. Quando siamo arrivate lì, sono caduta. E poi ho iniziato a chiedere aiuto a gran voce”, è la sua testimonianza.

Faizal, 10 anni, ha disegnato la sua casa prima del passaggio del ciclone: un luogo caldo e colorato dove viveva con la sua famiglia. Il disegno della casa dopo il ciclone si è invece trasformato in un quadro cupo e sbiadito con una persona decapitata da un pezzo di ferro.

“I bambini non sono più gli stessi di prima. Sono aggressivi e continuano a chiedere quando tutto tornerà alla normalità. Per loro è come una guerra. Mia figlia ha iniziato a bagnare il letto molto più di quanto facesse prima”, ha raccontato Regina, 29 anni, madre di Belinha di 6.

Il ciclone Idai è arrivato a Beira il 14 marzo, distruggendo case, scuole, magazzini e coltivazioni lungo il suo percorso, devastando la vita quotidiana dei bambini, vittime di gravi traumi psicologici come enuresi notturna, ansia e incubi.

“Siamo estremamente preoccupati per le condizioni a lungo termine dei bambini. Vedere tutto ciò che ami distrutto in un batter d’occhio è un’esperienza orribile che nessun bambino dovrebbe vivere e le cui conseguenze, purtroppo, saranno avvertite ancora per molto tempo dopo la ritirata delle acque – ha spiegato Maria Waade, operatrice di Save the Children  in Mozambico, specializzata in supporto psicosociale e salute mentale -.

Molti bambini con i quali abbiamo parlato hanno visto i genitori o fratelli spazzati via dalle inondazioni o le proprie case crollare intorno a loro. Una bambina che abbiamo incontrato ha visto sua madre per l’ultima volta mentre lei la spingeva su un tetto nel tentativo di salvarla. Sua madre non ce l’ha fatta.

Queste storie sono spaventosamente frequenti e dimostrano che oltre a ricostruire case e mezzi di sostentamento, dobbiamo anche concentrarci sull’assicurare che i minori e le loro famiglie ricevano il supporto psicologico di cui hanno bisogno per riprendersi da queste esperienze”.

“Le vite dei bambini vittime del ciclone sono state letteralmente fatte a pezzi e ora hanno bisogno che il mondo non si giri dall’altra parte e che continui a mobilitarsi per loro. I bambini e le loro famiglie hanno bisogno di cibo, che le case e le scuole vengano ricostruite e del necessario supporto a lungo termine perché possano superare quanto hanno dovuto attraversare”, ha affermato Machiel Pouw, responsabile dell’intervento di Save the Children in Mozambico.




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17 aprile 2019

I concorsi pubblici sono tutti truccati?

Negli ultimi giorni notevole attenzione ha suscitato la cosiddetta concorsopoli nella sanità umbra nei confronti della quale un’inchiesta giudiziaria ha causato alcuni arresti e numerosi indagati, tra i quali esponenti politici, ad esempio la ormai ex presidente della Regione Umbria Marini, che ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico perché indagata. Io credo però che sarebbe necessario occuparsi dei concorsi pubblici, in generale, di come vengono realizzati, verificando quanto siano estese le irregolarità in questo ambito e come sia possibile contrastarle. 

Io ritengo, e la pensano in molti nello stesso modo, che la gran parte dei concorsi pubblici non si svolgano regolarmente e che quindi siano numerosi i concorsi truccati. Forse non tutti, ma quasi.

E’ molto importante verificare se siano truccati i concorsi nella sanità pubblica, soprattutto perché siamo tutti interessati, per ovvi motivi, al fatto che i medici ospedalieri siano effettivamente i migliori a disposizione.

Ma non si possono tralasciare gli altri concorsi pubblici, da quelli che si svolgono nelle università a quelli ministeriali a quelli relativi agli enti locali.

Ci sono state numerose indagini giudiziarie che hanno accertato l’esistenza di gravi irregolarità nello svolgimento dei concorsi pubblici, ma tale inchieste hanno fatto emergere solo la punta di un iceberg molto più ampio.

E non ci sono può affidare solamente alle inchieste giudiziarie per contrastare il fenomeno, anche perché esse non hanno affatto impedito il ripetersi delle irregolaritàtutt’altro.

Né ci si può affidare a generici appelli, in base a pur giustissime considerazioni di natura etica, rivolti agli organizzatori dei concorsi pubblici, e ai partecipanti. Soprattutto non funzionano nel nostro Paese, la patria delle raccomandazioni e dei raccomandati.

A mio avviso, però, la diffusione delle irregolarità può essere efficacemente contrastata se si cambia radicalmente la normativa che regola l’effettuazione dei concorsi pubblici.

E di tale cambiamento della normativa la chiave di volta non può che riguardare la composizione delle commissioni dei concorsi pubblici ed interventi volti a ridurre la discrezionalità nelle selezioni, ad esempio attribuendo maggiore importanza ai titoli e ai curriculum.

Io credo che in questo modo sarebbe possibile se non eliminare le irregolarità quanto meno ridurle moltissimo.

Ma questo obiettivo lo vogliamo davvero perseguire?

E mi riferisco non solamente ai politici ma a tutti noi, i quali a parole sosteniamo che debba essere premiato il merito, in tutti i settori, ma che poi siamo sempre alla ricerca di qualche aiuto, di qualche raccomandazione, a partire dai giornalisti che scrivono appassionati articoli di critica nei confronti dei concorsi pubblici truccati.




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17 aprile 2019

Concorsopoli nella sanità umbra, io non sono stupìto

La vicenda giudiziaria che ha interessato la sanità umbra, con l’arresto dell’assessore regionale Luca Barberini, del segretario del Pd Gianpiero Bocci (indagata anche la presidente della Regione Catiuscia Marini), è giustamente diventato un caso nazionale. Io, umbro e anche iscritto al Pd, non sono affatto stupìto di quanto fino ad ora emerso. 

Certo, sarà necessario che si concluda l’inchiesta giudiziaria per poter esprimere un giudizio definitivo.

Ma la situazione per il momento manifestatasi è molto preoccupante ed evidenzia l’esistenza in Umbria di un vero e proprio sistema corrotto tramite il quale si sono “truccati” molti concorsi in ambito sanitario, e più precisamente nell’azienda ospedaliera di Perugia per ora (non è da escludere che l’inchiesta si estenda però tra breve anche in altri settori della sanità regionale).

Io, però, umbro e anche iscritto al Pd, non sono per nulla stupìto di quanto è stato reso noto fino ad ora.

I “rumours” circa l’esistenza di una gestione non corretta della sanità umbra, per quanto riguarda soprattutto la realizzazione dei concorsi, si erano da tempo ampiamente diffusi.

Del resto, il fatto che  alcuni anni or sono ci fu una crisi nella giunta regionale con le dimissioni dell’attuale assessore Barberini, adesso arrestato, perché la presidente Marini non intendeva nominare un nuovo direttore generale dell’azienda ospedaliera di Perugia, in seguito nominato nella persona di Emilio Duca, oggi agli arresti, dimostra il notevole interesse dell’area politica a cui apparteneva Barberini, e cioè gli amici di Bocci, il “dominus” di quell’area, a gestire senza alcun intralcio la sanità umbra, al fine di massimizzare i consensi che si indirizzavano  verso quell’area.

Una gestione della sanità umbra, da parte dell’area politica interna al Pd che faceva riferimento a Bocci, il cui principale obiettivo era la crescita dei consensi, nel corso delle diverse elezioni, anche primarie, rivolti agli esponenti di quell’area, tralasciando evidentemente la correttezza e il rispetto delle norme vigenti, in particolare in occasione della realizzazione dei concorsi.

Ma anche la presidente Marini non è esente da evidenti responsabilità, quanto meno politiche, inerenti il mancato controllo di quanto avveniva nella gestione della sanità regionale, ulteriore dimostrazione dell’inadeguatezza della Marini a svolgere il ruolo di presidente della Regione Umbria.

Peraltro la gestione del potere, finalizzata alla massimizzazione dei consenti, attuata dall’area politica di Bocci, ha prodotto indubbi risultati.

Nelle elezioni regionali del 2015, la maggioranza dei consiglieri del Pd eletti appartenevano all’area di Bocci.

Nelle recenti elezioni primarie per la scelta del nuovo segretario regionale del Pd fu eletto lo stesso Bocci, con una percentuale di consensi molto consistente.

Quindi una parte molto consistente del Pd umbro, in questi ultimi anni, ha perseguito come unico obiettivo la ricerca e la gestione del potere, a tutti i costi, anche passando sopra al rispetto delle regole e delle norme che dovevano invece essere assolutamente rispettate.

E da quanto avvenuto in Umbria emerge anche una chiara indicazione circa l’attività che deve essere svolta dal nuovo segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, se quest’ultimo vuole impegnarsi davvero  per accrescere il peso del partito da lui diretto nell’ambito della politica nazionale: la necessità di un profondo rinnovamento della classe dirigente del Pd, sia a livello nazionale ma anche a livello locale.




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10 aprile 2019

Quanti sono i rom in Italia? Un'emergenza che non c'è

Dopo le vicende di Torre Maura si è riaperto il dibattito sulla situazione della popolazione rom e sinti in Italia. Stando ai dati in Italia la percentuale è tra le più basse in Europa (0,23%). Circa 26.000 sono nei campi. 

E in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it ci si occupa della situazione  dei rom e dei sinti in Italia, con particolare riferimento al loro numero.

Infatti dopo i fatti di Torre Maura, periferia est della Capitale, si è riaperto il dibattito sulla situazione rom e sinti in Italia.

Ma quanti sono in Italia? Come vivono? E quanti di loro hanno la cittadinanza?

Come ricorda uno studio dell’associazione 21 luglio numeri precisi non ci sono, ma secondo le stime del Consiglio d’Europa la presenza in Italia di rom, sinti e caminanti è compresa in una forbice tra le 120.000 e le 180.000 persone (lo 0,23% circa della popolazione). Una delle percentuali più basse registrate in Europa.

Nel 2017 un rapporto di Istat e Anci, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar)  ha analizzato le variabili socio-economiche e lei soluzioni abitative scelte dai rom, sinti e caminanti in Italia, offrendo informazioni e dati relativi prevalentemente a quegli individui e a quelle comunità “ipervisibili” perché presenti in insediamenti formali o informali.

Secondo la mappatura condotta nel 2017 dall’associazione 21 luglio,  a fronte di un numero imprecisato di persone appartenenti alle comunità rom, sinti e caminanti presenti in Italia, è stato possibile quantificare in circa 26.000 unità le persone di etnia rom e sinti che vivono in emergenza abitativa e, nel caso specifico, in baraccopoli formali, in baraccopoli informali, in micro insediamenti, in centri di raccolta rom.

Rispetto al 2016, quando i rom censiti erano stati circa 28.000, si è rilevato un decremento del 7% dovuto in parte al trasferimento di alcune comunità da insediamenti informali ad immobili occupati, dall’altro allo spostamento volontario di alcune famiglie, prevalentemente di nazionalità rumena, verso altri Paesi europei.

Vi erano poi circa 1.300 persone, in prevalenza sinti, che vivevano in una cinquantina di micro aree collocate nell’Italia Centro-Settentrionale, altri 1.200 rom di cittadinanza rumena abitavano a Roma, Napoli e Sesto Fiorentino in immobili occupati in forma monoetnica e  circa 760 rom di nazionalità italiana erano presenti in abitazione dell’edilizia residenziale pubblica all’interno di quartieri monoetnici nelle città di Cosenza (circa 500 persone) e Gioia Tauro (circa 260 persone).

Sempre secondo l’associazione 21 luglio l’aspettativa di vita dei rom presenti negli insediamenti formali e informali è di 10 anni inferiore a quella della popolazione italiana.

In totale la popolazione rom e sinti in Italia è molto giovane: il 55% ha meno di 18 anni.

Inoltre si stima che circa la metà abbia la cittadinanza italiana.

Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti sono presenti per l’ 86% cittadini di origine rumena. I rimanenti sono in prevalenza di nazionalità bulgara.  9.600 sono rom originari dell’ex Jugoslavia, presenti quasi esclusivamente nelle baraccopoli formali. Un terzo di loro ( pari a circa 3.000 unità) è a rischio apolidia.

Tali dati mi sembrano molto interessanti perché evidenziano che un’emergenza rom in Italia non c’è, proprio in considerazione del loro numero piuttosto basso.

La percezione di questo fenomeno da parte di alcune componenti della popolazione, soprattutto di coloro che risiedono nelle periferie delle grandi città, è diversa ma è spesso alimentata, volutamente, da una vera e propria campagna d’odio promossa da alcuni gruppi politici. Campagna d’odio che si indirizza, peraltro, anche nei confronti di altre persone, in primo luogo nei confronti dei migranti.

Certamente, talvolta, la presenza di rom e sinti, soprattutto nei campi localizzati nelle periferie delle grandi città, può provocare dei problemi, i quali però devono essere affrontati con iniziative concrete, evitando invece di amplificarli, ricorrendo spesso a degli stereotipi del tutto falsi, almeno nella gran parte dei casi.




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10 aprile 2019

A 25 anni dal genocidio in Ruanda, il mondo non ha ancora imparato la lezione

Il 7 aprile il Ruanda  ha avviato le commemorazioni del genocidio del 1994. In soli 100 giorni, tra aprile e luglio di quell’anno, in Ruanda furono uccise oltre 800.000 persone, in maggioranza tutsi, nel tentativo del governo ruandese in carica di eliminare il loro gruppo etnico. Tra le vittime vi furono anche hutu che si opponevano al genocidio. 

In occasione di questo tragico anniversario Amnesty International ha diffuso un comunicato soprattutto perché ritiene che dopo 25 anni il mondo non ha affatto imparato la lezione.

Quel genocidio fu pianificato.

Il governo ad interim che assunse il potere, dopo che l’aereo del presidente Juvenal Habyarimana esplose in volo sui cieli della capitale Kigali, demonizzò intenzionalmente la minoranza tutsi, scegliendo di manipolare ed esacerbare le tensioni già in atto e ricorrendo all’odio nel tentativo di rimanere al potere.

All’indomani del genocidio i tribunali di comunità, conosciuti come “gacaca”, hanno processato oltre due milioni di persone. Il tribunale penale internazionale per il Ruanda ha condannato 62 persone, tra cui ex alti funzionari del governo e altre persone che ebbero un ruolo di primo piano nel genocidio.

“In questo tremendo anniversario, siamo accanto alle vittime, alle loro famiglie e ai sopravvissuti nella loro pena e nel loro dolore  – ha commentato in una  nota ufficiale Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International .

“Ricordare deve servire a risvegliare le nostre coscienze e a sollecitare la nostra comune umanità. Siamo tutti esseri umani con gli stessi diritti e desiderosi di vivere liberi dalla violenza e dalla repressione”, ha proseguito Naidoo.

L’aumento delle politiche di demonizzazione, documentate ampiamente dal lavoro dei ricercatori di Amnesty sul campo, continuano a erodere gravemente i diritti umani.

Esponenti politici cercano di vincere le elezioni a ogni costo inventando in modo cinico e sistematico capri espiatori sulla base dell’identità – religiosa, etnica, razziale o sessuale -, spesso per distrarre l’opinione pubblica dall’incapacità dei governi di garantire quei diritti umani che assicurerebbero la sicurezza economica e sociale.

Questo ha dato luogo a pericolose narrative del “noi contro loro”, instillando paura e repressione a scapito dell’umanità e del rispetto per i diritti umani.

Nei 25 anni successivi al genocidio, il mondo ha assistito a innumerevoli crimini di diritto internazionale, spesso provocati dalle stesse tattiche di esclusione e demonizzazione usate nel 1994 dal governo ruandese alla vigilia del genocidio.

“Troppo spesso la coscienza dei leader mondiali si desta vergognosamente dopo atrocità di massa – ha aggiunto Naidoo -, poi le notizie cambiano e gli esponenti politici riprendono rapidamente a spargere esattamente quella retorica odiosa e disumanizzante che alimenta quegli eventi orribili”.

In Myanmar, nel 2017, dopo decenni di discriminazione e persecuzione della minoranza rohingya, prevalentemente musulmana, oltre 700.000 persone sono state costrette a fuggire in Bangladesh a seguito di una crudele campagna di pulizia etnica portata a termine dalle forze armate.

Migliaia di persone di etnia rohingya sono state uccise, stuprate, torturate e sottoposte a ulteriori violazioni dei diritti umani.

Opportunamente, le Nazioni Unite hanno chiesto che alti ufficiali dell’esercito di Myanmar siano chiamati a rispondere di crimini contro l’umanità e genocidio. L’ufficio della procuratrice del tribunale penale internazionale ha deciso a sua volta di avviare un’indagine preliminare.

In un anno nel quale si svolgeranno molte elezioni – tra cui quelle in India e per il Parlamento europeo –  che spesso sono il detonatore per le politiche di demonizzazione, i leader mondiali devono impegnarsi a fare politica in modo diverso.

“Dopo il genocidio in Ruanda il mondo concordò che l’odio e le politiche divisive non sarebbero mai più stati tollerati. Invece, di volta in volta, abbiamo assistito con mortificato orrore a ulteriori atrocità di massa. Dovremmo apprendere da queste tragedie, come pare stia facendo la Nuova Zelanda, praticando una politica più gentile che metta in primo piano la nostra comune umanità e ci faccia elogiare le nostre differenze”, ha concluso Naidoo.




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5 aprile 2019

Il turismo nelle città d'arte sempre più importante

Il turismo in Italia rappresenta, come è ben noto, un settore economico di notevole rilievo. E il turismo nelle città d’arte è fortemente cresciuto nel 2018. E’ questo uno dei principali risultati contenuti in uno studio realizzato dal centro di studi turistici di Firenze, per conto della Confesercenti, in occasione della XXIII borsa delle 100 città d’arte che si terrà a Bologna a partire dal 30 maggio. 

Le città d’arte infatti continuano a fare da volano al turismo italiano: le località d’interesse storico ed artistico del nostro Paese hanno chiuso in crescita anche il 2018, con un aumento sostenuto sia degli arrivi (44,4 milioni, 600.000 in più del 2017) sia delle presenze, che passano da 110 milioni a 113,4 milioni, oltre un quarto (il 26,3%) delle presenze complessive in Italia (430 milioni nel 2018).

A farsi “catturare” dal fascino dell’ampio patrimonio culturale italiano sono soprattutto i mercati esteri: i visitatori stranieri rappresentano circa il 60% delle presenze turistiche nelle città d’arte, nelle quali hanno speso nel 2018 circa 15,5 miliardi di euro, l’11% in più della scorsa stagione. I visitatori di altri Paesi che vengono in Italia per motivi culturali, infatti, spendono più: 129 euro, il 21% in più rispetto ai 106 euro della media di tutti i turisti stranieri.

Quasi tre turisti “culturali” su quattro si concentrano nelle mete più conosciute: le prime 10 città d’arte d’Italia – Roma, Milano, Firenze, Venezia, Torino, Napoli, Bologna, Verona, Genova e Pisa – totalizzano oltre 84 milioni di presenze su 113,4 milioni.

Nonostante questo, si registra una discreta vitalità anche presso i centri minori.

In particolare, il 2018 è stato anche, in tutti i sensi, l’anno dei piccoli borghi: gli oltre 5.500 borghi italiani hanno registrato lo scorso anno 22,8 milioni di arrivi e 95,3 milioni di presenze, per una spesa turistica complessiva stimata in circa 8,8 miliardi di euro, di cui il 57,3% dovuta a turisti stranieri.

Anche nel caso dei piccoli borghi, come per le città d’arte, sono proprio i visitatori che vengono da fuori l’Italia a dare il maggior contributo alla crescita: le presenze turistiche di stranieri nei borghi sono salite del 31,5% tra il 2010 ed il 2018, contro un calo del -5,4% per i turisti italiani.

L’ottimo risultato dello scorso anno conferma un periodo prolungato di crescita del turismo culturale in Italia.

Dal 2010 al 2018, infatti, le presenze turistiche nelle città d’arte italiane sono passate da 93,9 a 113,4 milioni, con un incremento complessivo del 20,8% (+19,5 milioni), segnando una diminuzione solo nel 2012, l’anno più duro della crisi.

Tra le principali località di interesse, a registrare la performance migliore in questo periodo è stata Matera, con un aumento boom del 176% delle presenze negli ultimi sette anni, dovuto soprattutto alla domanda straniera (+216%). Nella top 5 delle città d’arte a maggior crescita turistica seguono Napoli (+108,7% sul 2010), Verona (+76,7%), Bologna (+61,3%) e Padova (+60,3%).

Il lungo periodo positivo del turismo delle città d’arte ha portato anche ad un incremento eccezionale delle attività ricettive, che tra il 2010 ed il 2018 sono aumentate di 32.000 unità, per un incremento del 126%. Nello stesso periodo, i posti letto disponibili sono cresciuti del 25% (+196mila), trainati dall’offerta extralberghiera: nelle città d’interesse storico ed artistico, ormai il 54,5% dei posti letto è nel circuito extralberghiero. Erano il 45,4% nel 2010.

La crescita di arrivi e presenze nelle città d’arte va di pari passo con la crescita dei visitatori nei musei, monumenti e aree archeologiche statali.

Nel 2018 sono aumentati di oltre 5 milioni, raggiungendo la quota record di 55,5 milioni. Un incremento straordinario, che corona anche in questo caso un periodo di lunga crescita: dal 2010 al 2018 i visitatori di musei e monumenti sono stati 18,2 milioni in più, con un aumento sia dei visitatori paganti (+61%) che non paganti (+40%).

In salita anche gli introiti dei musei che, al lordo della quota spettante al concessionario del servizio biglietteria, sono quasi raddoppiati, passando dai 104,5 milioni di euro realizzati nel 2010 ai 229 milioni del 2018 (+119%).

Roma si conferma regina dei monumenti, con 22,9 milioni di visitatori nel 2018, in crescita dell’81% rispetto a sette anni fa. Seguono Firenze (7 milioni, +42% sul 2010), Napoli (5,1 milioni, +181%) Pompei (3,7 milioni, +57%) e Torino (1,4 milioni, +58%).




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5 aprile 2019

Tumori, incidenza e mortalità in calo

In occasione del 23° congresso dell’associazione italiana dei registri tumori, è stato presentato il rapporto “I tumori in Italia” nel quale sono contenuti, per la prima volta, i dati, relativi al periodo 2003-2014, sugli andamenti delle patologie tumorali distinti per singole regioni. Sia in termini di incidenza che di mortalità si registra una situazione nettamente migliore per gli uomini rispetto alle donne e tra le regioni del Nord rispetto a quelle meridionali dove, per le donne, l’incidenza risulta addirittura in aumento e la mortalità è stabile. 

In sintesi, in Italia, tra i maschi, l’incidenza di tutti i tumori ha mostrato, nel periodo 2003-2014, un calo significativo (-0,9% l’anno), con una riduzione maggiore nel Nord-Ovest (-1,3% l’anno) e nel Nord-Est (dal 2006: -2.0% l’anno) rispetto alle aree centrali (-0,7% l’anno) e del sud (-0,4% l’anno).

Tra le donne, nel complesso, è stata rilevata una riduzione debole ma significativa (-0,1% l’anno), con una diminuzione più marcata nel Nord-Ovest (-0,5% l’anno).

L’incidenza è aumentata tra le donne del Sud (0,3% l’anno). La mortalità è diminuita in entrambi i sessi (-0,9% l’anno tra i maschi e -0,5% l’anno tra le femmine), ma con una tendenza stabile nel Sud.

L’incidenza tra i maschi è diminuita tra il 2003 e il 2014, supportata dal calo di nuovi casi di tumori della prostata, del polmone, del colon-retto e della vescica urinaria.

Tra le femmine, l’andamento complessivo dell’incidenza del cancro ha mostrato una tendenza stabile o addirittura decrescente nelle aree settentrionali e centrali e un aumento nelle aree meridionali, quest’ultima sostenuta da un aumento dei nuovi casi di tumore del polmone, tiroide e melanoma.

In particolare, sono calati tumori del tratto gastro-intestinale ad eccezione del pancreas che aumenta in entrambi i sessi. Sono diminuiti i tumori del colon-retto, in parte grazie all’azione dello screening, soprattutto dove l’adesione è alta (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lombardia, Alto-Adige, Piemonte).

Si conferma in calo il tumore del polmone negli uomini  (in tutte le regioni d’Italia con la sola eccezione della Calabria, dove il trend è stazionario), mentre pressoché tutte le regioni mostrano un trend in aumento nelle donne.

In lieve aumento il tumore della mammella in quasi tutte le regioni d’Italia, ma cala la mortalità.

In forte calo il tumore della prostata, ben evidente in molte regioni italiane con la sola eccezione della Campania.

E’ aumentata l’incidenza dei tumori della tiroide e del melanoma, ma in entrambi i casi  si è registrato un calo della mortalità: questo fa ipotizzare un’anticipazione diagnostica e una possibile sovradiagnosi di queste sedi tumorali.

“Nel nuovo millennio”, ha affermato Antonio Russo, tra i curatori del rapporto, “si vede ancora l’effetto sulle malattie neoplastiche delle forti differenze tra regioni italiane in termini di stili di vita, con incidenze e mortalità molto più alte nel Sud. Si iniziano ad apprezzare anche gli effetti dei programmi di prevenzione primaria, in particolare nei maschi si osserva una netta diminuzione dei tumori legati al fumo di tabacco, ma restano gruppi di popolazione in cui tali programmi non hanno ottenuto gli esiti sperati: giovani e donne, innanzitutto. In questo senso, le informazioni contenute nel rapporto dovrebbero sollecitare rinnovati sforzi tesi a promuovere stili di vita che riducano il rischio di ammalarsi di tumore”.




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