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23 luglio 2019

Con la cultura si mangia

E’ stata recentemente presentata l’indagine “Investire in cultura” realizzata da Rsm-Makno per Impresa Cultura Italia-Confcommercio. Cultura e spettacolo stimolano l’economia e creano ricchezza nel territorio: ogni euro speso nella gestione di un evento culturale genera effetti economici positivi per oltre due euro e mezzo. E cresce l’interesse e l’investimento in cultura da parte degli imprenditori. Questi i principali risultati dell’indagine. 

Sono ripresi gli investimenti in cultura da parte delle imprese, dopo il forte rallentamento che ha caratterizzato la prima metà del decennio in cui le imprese, a causa della crisi, hanno proceduto ad una generale riorganizzazione dei costi, tagliando anche le spese per questo tipo di investimenti.

Il 36% delle imprese ha dichiarato, infatti, di aver ripreso a fare investimenti in cultura negli ultimi tre anni e solo il 9% li ha, invece, interrotti.

Tra le motivazioni principali che spingono le imprese a investire in cultura ci sono il ritorno di immagine (19%) e la considerazione che l’investimento sia parte della strategia di marketing aziendale (13%).

Per le imprese di piccole e medie dimensioni ha un certo rilievo anche la tradizione (17%) per cui l’impegno nella cultura fa ormai parte del dna dell’azienda ed è elemento che la contraddistingue sul territorio (per oltre l’11%).

Il contributo economico è la forma prevalente di intervento da parte delle imprese che investono in cultura (per il 47%), ma il 21% fornisce anche servizi a dimostrazione della capacità di entrare nel merito dei contenuti e dell’organizzazione dell’evento/progetto culturale.

Nel 20% dei casi l’investimento prevede un intervento che contempla più forme di supporto da parte dell’impresa e che comprende anche il contributo in competenze e la co-progettazione degli eventi.

Per il 33% delle imprese l’investimento in cultura è legato soprattutto alla reputazione aziendale ed è un investimento che, da una parte, protegge dai rischi del mercato e, dall’altra, ne accresce la considerazione da parte dei clienti e dei consumatori.

Per un altro 30% ne trae beneficio anche l’affermazione del brand aziendale, confermando il ruolo sempre più rilevante dell’impegno dell’impresa nella promozione culturale che diventa così parte irrinunciabile della strategia di comunicazione.

Per il 27% contribuisce ad un migliore approccio con il cliente con evidenti ricadute a livello commerciale.

Per il 51% delle imprese l’investimento in cultura è un intervento strategico di lungo periodo e, dunque, fa parte integrante delle strategie di marketing dell’impresa. Un ulteriore 23% dichiara che sta lavorando per raggiungere questo obiettivo.

Oltre il 70% delle imprese considera, pertanto, strategica questa forma di investimento.

Per il 26% delle imprese, a parità di investimento effettuato, quello in cultura dà un ritorno almeno uguale a quello ottenuto con le spese effettuate nelle tradizionali attività di advertising e/o di marketing communication e per il 10% il ritorno è addirittura maggiore.

Che l’investimento in cultura sia ormai leva portante delle strategie di marketing aziendale è avvalorato anche dal fatto che per il 41% delle imprese l’intervento a sostegno della cultura è a sua volta oggetto di una comunicazione dedicata e per il 53% anche di azioni di marketing communication generale.

L’importanza strategica dell’investimento in cultura è ribadita dalla scelta delle imprese di muoversi, nei loro rapporti con il sistema cultura, utilizzando una struttura organizzativa interna (per il 47% delle imprese) che individua, propone e segue l’investimento e l’iniziativa culturale sostenuta: l’impresa, dunque, dedica risorse ad hoc all’interno della propria organizzazione, affidandosi solo in seconda battuta a consulenze e proposte esterne. Una tendenza in sviluppo anche per il futuro (per il 40% delle imprese).

Ogni euro speso nella gestione di un evento culturale genera ricadute economiche sul territorio per oltre due euro e mezzo.

La stima è stata effettuata utilizzando una metodologia statistica che misura le relazioni esistenti tra i settori del sistema economico e prendendo in esame 14 eventi culturali.

A tali eventi hanno assistito circa 205.000 spettatori con una permanenza media nelle diverse località di poco superiore ai 4 giorni.

E’ stata rilevata una spesa media giornaliera degli spettatori di circa 122 euro ciascuno per l’acquisto di beni (bibite, ristorante, shopping in genere, prodotti artigianali, prodotti enogastronomici, ecc.) e di servizi (alloggio, parcheggio, trasporti, ecc.), per un totale di quasi 93,7 milioni di euro.

A questi eventi hanno partecipato anche 5.760 spettatori accreditati (stampa, critici, operatori del settore) con una spesa media giornaliera di 600 euro per un totale di 3,4 milioni di euro.

Anche l’organizzazione degli eventi culturali comporta delle spese (ad esempio in comunicazione, gestione, premi, ospitalità) che nel caso in esame sono quantificate in 4,8 milioni di euro.

La somma di questi tre importi danno un impatto diretto nel sistema economico locale di quasi 102 milioni di euro, spesi direttamente negli esercizi commerciali e ricettivi o pagamento di attività professionali (ad esempio, servizi di sorveglianza, servizi di consulenza, ecc.).

Questa somma aumenta l’attività complessiva del sistema produttivo locale con un impatto economico totale stimato in oltre 270 milioni di euro e un impatto sociale quantificato in 2.484 occupati in più: in pratica, 1 euro speso dal sistema che ruota intorno alla realizzazione di questi 14 eventi ha generato 2,65 euro nelle rispettive economie locali.




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23 luglio 2019

In aumento le morti per overdose

La direzione centrale per i servizi antidroga della Polizia di Stato ha pubblicato la sua relazione annuale da cui si possono desumere interessanti informazioni. Nel 2018 si è verificato il più elevato numero di sequestri di droghe a partire dal 1985. In aumento le morti per overdose, 334 nel 2018, con un incremento del 12,8% rispetto all’anno precedente. Dal 1973, anno di inizio delle rilevazioni in Italia, sono complessivamente 25.405 i morti causati dal consumo di stupefacenti. 

Praticamente immutato, nel 2018, il dato delle operazioni antidroga e quello delle denunce all’Autorità Giudiziaria: la situazione che emerge è in linea con il 2017 ed è ai massimi rispetto ai valori espressi nella serie decennale.

Per le operazioni antidroga il dato è addirittura il secondo più elevato di sempre mentre per il numero delle denunce bisogna risalire fino al 2011 per trovare livelli analoghi a quello dello scorso anno.

Per quanto riguarda i sequestri, l’ammontare complessivo dei volumi sequestrati è il più alto dal 1985 ad oggi (fatta eccezione per il 2014, in cui fu registrato un quantitativo di poco superiore), e il dato nazionale per singola sostanza mostra anche quest’anno aumenti significativi a proposito dell’eroina (+59,5%) e delle droghe sintetiche nella presentazione in dosi (+37,3%), alle quali si aggiungono, invertendo i rispettivi trend, i valori relativi alle piante di cannabis (+93,9%), e all’hashish (+318,5%).

Per contro, continuano a decrescere i volumi della cocaina (-11,7%), mai così in basso dal 2004, mentre, con una netta inversione di tendenza, si riducono i sequestri di marijuana (-58,0%), che restano però ai massimi della serie decennale, escludendo il biennio 2016-2017.

Si conferma dunque, attraverso il dato dei sequestri, mai così consistenti dal 2009, la ripresa dei traffici di eroina nel nostro Paese, sostenuta verosimilmente da un consolidamento della domanda di questo stupefacente nel mercato di consumo nazionale.

Un discorso a parte meritano le droghe sintetiche. Anche se in termini assoluti i volumi appaiono ancora particolarmente contenuti, l’incremento registrato conferma la crescente diffusione di questo tipo di droga soprattutto tra le fasce giovanili.

La minaccia, anche per un sostanziale disimpegno da tali traffici delle criminalità organizzata, non è ancora ai livelli delle altre sostanze, ma è ipotizzabile che, a partire dai prossimi anni, il dispositivo di contrasto dovrà fare i conti con questo fenomeno e con le sue insidiose modalità di implementazione dell’offerta: ordini telematici e transazioni via web che utilizzano per recapitare lo stupefacente il vorticoso circuito delle spedizioni postali che, negli ultimi anni, grazie all’ e-commerce, ha raggiunto numeri particolarmente elevati.

Affine a quello delle droghe sintetiche è il fenomeno della cosiddette nuove sostanze psicoattive, prodotti per la maggior parte di origine sintetica, frutto di una continua azione di elaborazione delle strutture chimiche di base di psicotropi già sottoposti a controllo volta ad evitare da parte delle organizzazioni criminali il loro inserimento nelle tabelle internazionali delle sostanze proibite.

In questo settore il 2018 segna ancora un triste primato: sono dell’11 e del 20 settembre 2018 le comunicazioni del sistema nazionale di allerta precoce dei primi due decessi (uno occorso nel 2017) in Italia causati dai famigerati omologhi di sintesi del Fentanil.

Anche se tali sostanze non sono oggi ancora particolarmente diffuse nel nostro Paese, è necessario tenere alta la guardia per evitare di essere colti di sorpresa da un nuovo fenomeno di consumo che per alcuni Stati oltreoceano rappresenta ormai una vera e propria emergenza per la salute pubblica.

Quanto agli scostamenti negativi nei sequestri, quello relativo alla cocaina non può indurre a facili ottimismi in ragione di una riduzione effettiva della minaccia.

In termini assoluti, è opportuno sottolinearlo, sono oltre 3,6 le tonnellate di cocaina sottratte al mercato illegale, un quantitativo ben 4 volte superiore a quello dell’eroina intercettata nel medesimo periodo, e circa 13.000 i responsabili denunciati all’Autorità Giudiziaria perché coinvolti, a vario titolo, nei traffici illeciti di questa sostanza che, ancora oggi, rappresenta il principale business dei maggiori sodalizi criminali nazionali e internazionali.

Analogamente, la flessione registrata nel volume complessivo di marijuana caduta in sequestro, dimezzato rispetto all’anno precedente, più che una vera e propria inversione di tendenza nei flussi illeciti di questa droga verso il territorio nazionale, sembra piuttosto la risultante di una netta riduzione dell’entità dei carichi di stupefacente in rotta nell’Adriatico.

Sono aumentate per il secondo anno consecutivo le morti per overdose che, nel 2018, segnando un aumento del 12,8% rispetto all’anno precedente, raggiungono quota 334, con un incremento pari a 38 unità.

In circa la metà dei casi, la causa del decesso è da attribuire al consumo di oppiacei (154 casi all’eroina, 16 al metadone, 1 al furanilfentanil).

Dal 1973, anno in cui hanno avuto inizio le rilevazioni in Italia sugli esiti luttuosi per abuso di droga, sono complessivamente 25.405 i morti causati dal consumo di stupefacenti.




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23 luglio 2019

Le Ong salvano vite

L’Unchr (l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e l’Oim (l’organizzazione internazionale per le migrazioni), in una nota congiunta diffusa dopo l’attacco del 3 luglio scorso al centro di detenzione di Tajoura, a est di Tripoli, hanno sostenuto, fra l’altro, che le imbarcazioni delle Ong (organizzazioni non governative) non possono essere penalizzate perché salvano vite in mare. 

Nella nota si può leggere inoltre: “Bisogna fare tutto il possibile per evitare che le persone soccorse nel Mediterraneo vengano riportate in Libia, Paese che non può essere considerato un porto sicuro.

In passato, le imbarcazioni dei Paesi europei, che conducevano operazioni di ricerca e soccorso, hanno salvato migliaia di vite, anche grazie alla possibilità di effettuare le operazioni di sbarco in porti sicuri.

Questo schema operativo è vitale e dovrebbe essere ripristinato, per gestire il fenomeno in un’ottica di responsabilità condivisa a livello europeo”.

Inoltre “La comunità internazionale dovrebbe considerare la protezione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati un elemento centrale del suo impegno in Libia.

Chiediamo in maniera prioritaria che i 5.600 migranti e rifugiati attualmente detenuti in Libia siano liberati in maniera ordinata e che sia loro garantita protezione; in alternativa, chiediamo che possano essere evacuati verso altri Paesi dai quali procedere con tempestive procedure di ricollocamento.

Allo stesso modo i Paesi dovrebbero fare un passo avanti rendendosi disponibili in caso di evacuazione e ricollocamento. Inoltre, a chi volesse ritornare al Paese d’origine non dovrebbe essere negata questa possibilità. Sono ugualmente necessarie risorse aggiuntive”.

E poi “La pratica della detenzione arbitraria per coloro che vengono salvati in mare e riportati in Libia deve cessare.

Esistono reali alternative: ai migranti e rifugiati dovrebbe esser permesso di vivere nelle comunità, dovrebbero essere istituiti centri aperti e procedure di registrazione.

Allo stesso modo, si potrebbero aprire centri semi-aperti simili alle strutture di raccolta e partenza dell’Unhcr (gathering and departure facility)”.

“…Ciononostante, moltissimi migranti e rifugiati sono ancora detenuti in altre zone della Libia, in condizioni di sofferenza e violazione sistematica dei diritti umani.

E’ essenziale adottare un processo di rilascio sicuro e organizzato, nel corso del quale siano fornire le necessarie informazioni sull’assistenza disponibile.

E’  necessario assicurare più supporto per i circa 50.000 rifugiati e richiedenti asilo e gli 800.000 migranti presenti in Libia, affinché le loro condizioni di vita possano essere migliorate, i diritti umani possano essere rispettati e meno persone finiscano nelle mani dei trafficanti”.

Unhcr e Oim prendono poi posizione sul soccorso in mare: “…Le imbarcazioni delle Ong hanno svolto un ruolo simile nel Mediterraneo e non possono essere penalizzate perché salvano vite in mare.

Alle imbarcazioni commerciali non può esser indicato di ricondurre in Libia le persone soccorse in mare.  Qualsiasi responsabilità e attività di assistenza dovrebbe essere assegnata a organismi libici competenti solo a patto che nessuno sia detenuto in modo arbitrario dopo essere stato soccorso e che sia garantito il rispetto dei diritti umani.

Senza tali garanzie, si dovrebbe interrompere qualunque forma di sostegno.

Non è ammissibile che una tragedia simile possa accadere di nuovo.

Proteggere vite umane deve rappresentare la priorità assoluta”.

Questa nota l’ha letta Salvini?

Non credo.

Ma anche se l’avesse letta, non intende assolutamente tenerla in considerazione, purtroppo.

Ma cosa ne pensano il presidente del consiglio Conte e gli alleati di Salvini, i grillini?

Per il momento non pervenuti.

Sono soggiogati da Salvini.

Ma quanti voti devono ancora per perdere affinchè contrastino le politiche salviniane nei confronti dei migranti?




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23 luglio 2019

Oltre 5 milioni i pensionati con meno di 1000 euro

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha recentemente presentato la relazione attuale dell’istituto da lui presieduto. Numerose le informazioni interessanti in essa contenute, tra le quali il fatto che  circa un terzo dei pensionati (nel complesso sono 15.426.847), e cioè 5,3 milioni percepiscono un importo mensile inferiore ai 1.000 euro. Inoltre 1,6 milioni sono costretti a vivere con una pensione inferiore ai 500 euro. 

Questi dati indubbiamente colpiscono molto, sono dovuti a varie cause, ma dimostrano la necessità che si debba operare per accrescere soprattutto le pensioni più basse, piuttosto che, come ha deciso l’attuale governo, varare la cosiddetta quota 100, che ha permesso e permetterà il verificarsi di un notevole numero di anticipazioni pensionistiche.

Ed è più che probabile che in futuro, per coloro che attualmente sono giovani, la situazione peggiorerà. La loro pensione sarà ancora inferiore rispetto ai dati esposti nella relazione. Ma, è noto, ai governi del futuro dei giovani interessa poco e nella relazione non si attribuisce la necessaria attenzione a tale problema.

Sempre secondo quanto riportato nella relazione, a fronte di un aumento della spesa, a causa dell’invecchiamento della popolazione e di dinamiche volte a far accedere anticipatamente i cittadini ai trattamenti pensionistici, l’incidenza della spesa per il welfare sul prodotto interno lordo è rimasta costante, diminuendo in percentuale minima.

La spesa pensionistica è aumentata nel 2018 anche per le ricostituzioni sulle pensioni vigenti e non solo per le nuove pensioni accolte e liquidate, nonché per gli incrementi per perequazione automatica.

Uno degli altri temi esaminati dal presidente dell’Inps è stata la lotta ai falsi invalidi, vera piaga dell’intero sistema welfare italiano e presente soprattutto al Sud, dove c’erano veri e propri sistemi che accettavano benevolmente le domande di accesso ai benefici previsti per chi presente un certo tasso di invalidità.

Tridico si propone di inasprire la lotta a questa piaga sociale, revisionando le procedure di accesso alle pensioni di invalidità e rivedendo le tabelle finora utilizzate. Sperando che questa contrazione non incida poi sulle persone che realmente meritano di accedere a questo beneficio.

Oltre a questo, il procedimento per il contenzioso cambierà e si inaspriranno anche le pene contro le truffe e le false invalidità, creando una direzione anti-frode che supervisioni e controlli le corrette procedure.

Tridico ha infine sottoposto all’attenzione del Parlamento un’opportunità non sfruttata dall’Inps e su cui è necessario iniziare a puntare, ossia la previdenza complementare pubblica.

Così come accade in altri Paesi, occorrerebbe crearne una gestita dall’Inps, volontaria e alternativa alle soluzioni private.

Oltre a dare un’ulteriore possibilità a chi sceglie di aderire alla previdenza complementare con la garanzia dello Stato italiano, ad esempio per quanto riguarda l’accantonamento del Tfr, istituire un fondo potrebbe attirare investimenti ed è curioso ed anacronistico, secondo Tridico, come manchi un fondo integrativo pubblico.

L’opportunità economica legata al business dei fondi pensione è altamente appetibile: nel 2018 i fondi pensione gestivano 167,1 miliardi di euro, 9,5% del Pil e molti di questi soldi sono stati investiti all’estero, generando ricchezza all’esterno del nostro Paese.

Occorre una valida alternativa ai fondi privati che generi fiducia e attiri sia la ricchezza interna, sia quella proveniente da altri Paesi, aumentando gli investimenti diretti in Italia.




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8 luglio 2019

In 25 anni sciolti per mafia oltre 300 Comuni

E’ stato presentato a Roma, presso la sala del Refettorio di palazzo San Macuto, il rapporto dell’associazione “Avviso Pubblico” “Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte” a cura di Simona Melorio, ricercatrice dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Il volume è edito da Altreconomia. Dal 1991 sono stati emanati 328 decreti di scioglimento delle amministrazioni locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. 

“La legge sugli scioglimenti per mafia è nata per risanare la frattura tra Amministrazione e cittadini, causata dalle infiltrazioni della criminalità organizzata – ha spiegato Roberto Montà -, presidente di Avviso Pubblico e sindaco di Grugliasco.

L’obiettivo del rapporto è analizzare i cambiamenti che sono avvenuti dal 1991 ad oggi, accendere una discussione pubblica su un adeguamento della normativa che non è più rinviabile, accompagnato dal fornire agli enti locali una serie di strumenti per prevenire e intervenire a monte”.

“Il tema degli scioglimenti reiterati degli stessi Comuni è legato a doppio filo alla fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni: è lo Stato che deve dimostrare di essere più forte dei clan – ha evidenziato Simona Melorio -.

Come dimostra di essere più forte? Offrendo risposte ai cittadini. Laddove gli scioglimenti si ripetono più volte nel corso degli anni, le istituzioni non sono state in grado di far sentire la propria presenza, uno spazio inevitabilmente occupato da altri”.

“La legge del 1991 è stata una legge importante, perché aveva due obiettivi: garantire ai cittadini il diritto di votare liberamente, impedire i condizionamenti dell’attività amministrativa – ha dichiarato Isaia Sales, docente universitario -.

Oggi chi amministra deve sentire più vicine le istituzioni: non abbiamo bisogno che chi scopre di essere infiltrato venga punito, ma abbiamo bisogno che venga aiutato ad espellere questi soggetti e questi interessi dall’Amministrazione. La legge del 1991 è stata una legge necessaria, ma adesso ha bisogno di ‘fare un tagliando’ ”.

“Se sciogliere un ente locale vuol dire prendere atto di un deficit di legalità e intervenire, sospendendo temporaneamente la democrazia, gli scioglimenti ripetuti dimostrano che qualcosa nella normativa va modificato.

Per questo è mia intenzione proporre di creare una commissione su questa tematica – ha sottolineato Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia -.

Non vanno taciuti i meriti della legge naturalmente, che non va cancellata ma solo migliorata in alcuni suoi aspetti. Penso, tra le altre cose al tema, della candidabilità di soggetti che facevano parte di amministrazioni poi sciolte per infiltrazioni mafiose”.

Il numero di scioglimenti delle amministrazioni locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso – fattispecie introdotta nel nostro ordinamento nel 1991-– sono stati 328, a cui vanno aggiunti 187 decreti di proroga di precedenti provvedimenti. Sono stati 278 gli enti locali complessivamente coinvolti in 27 anni.

Sono 62 le amministrazioni locali che sono state colpite da più di un decreto di scioglimento per infiltrazione e condizionamento della criminalità organizzata. Di queste, 45 hanno subìto due scioglimenti, mentre 17 ne hanno subìti ben tre.




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8 luglio 2019

Il Pil per ora non diminuisce, la popolazione sì

Continua a diminuire la popolazione residente in Italia. Nel 2018 infatti la popolazione, rispetto all’anno precedente, si è ridotta di 124.000 unita. Quindi, il Pil per il momento non diminuisce, non c’è ancora di nuovo una recessione, ma una vera e propria stagnazione certamente (peraltro nei prossimi mesi è possibile che il Pil riprenda a ridursi) ma la popolazione diminuisce e ciò è senza dubbio molto preoccupante. 

Del resto il comunicato dell’Istat è esplicito:

“Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico.

Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400.000 in meno rispetto a quattro anni prima.

Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104.000 unità, 235.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%).

Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677.000). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638.000.

Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300.000 unità.

Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241.000 unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111.000 (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

Nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-Ovest (vi risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%) e infine dalle Isole (11,0%).

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla ‘sostituzione’ di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193.000 unità.

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano.

A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille”.

La riduzione della popolazione in Italia, nel 2018, è ancor più preoccupante se si considera l’andamento demografico che si è verificato, nello stesso anno, in molti Paesi europei.

Infatti, se si considerano insieme tutti i Paesi dell’Unione europea, la popolazione nel 2018 è aumentata, così come in singoli Paesi, molto importanti, quali la Germania, la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Vorrei concludere esprimendo alcune valutazioni su quanto sostenuto dall’Istat.

Risulta evidente il ruolo importante che gli stranieri svolgono nell’andamento demografico del nostro Paese. Senza la loro presenza la popolazione sarebbe diminuita ancora di più. Forse Salvini dovrebbe leggere con attenzione questa parte del comunicato dell’Istat.

La causa principale che l’Istat individua per motivare la riduzione della popolazione è il basso tasso di natalità.

Certamente, il tasso di natalità in Italia è molto basso e occorrerebbe operare per accrescerlo, cosa che non fa l’attuale governo perché, ad esempio, non promuove interventi volti a favorire l’occupazione giovanile, che favorirebbero la formazione di nuove famiglie ed anche l’aumento del tasso di natalità.

Anzi realizza provvedimenti tendenti a peggiorare la situazione, come la cosiddetta quota 100 per il pensionamento anticipato, che toglie risorse finanziarie ad altri utilizzi (potrebbero essere utilizzate per aumentare l’occupazione giovanile).

Ma oltre al tasso di natalità anche altre cause dovrebbero essere citate.

Il forte flusso migratorio, soprattutto di giovani, che si indirizza verso altri Paesi, alla ricerca di un’occupazione e la scarsa attrattività, invece, del nostro sistema produttivo nei confronti di lavoratori stranieri alla ricerca di opportunità occupazionali di elevato livello qualitativo.




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1 luglio 2019

I concorsi truccati nelle università

Ennesimo scandalo nelle università. 60 docenti indagati, di cui 40 di Catania, tra i quali il rettore, per gravi irregolarità nello svolgimento di numerosi concorsi relativi al reclutamento di professori ordinari, associati e ricercatori. In passato altre indagini hanno interessato altri docenti, operanti in diverse università, sempre in seguito al manifestarsi di irregolarità simili. 

E’ opportuno tentare di analizzare le cause alla base del frequente verificarsi di vicende del tutto censurabili, anche dal punto di vista etico, e perché incidenti in modo fortemente negativo sulla qualità del sistema universitario italiano.

Peraltro è bene ricordarsi, sempre, che in Italia vengono truccati molti concorsi anche in altri settori della pubblica amministrazione e che, inoltre, il merito non è il principale criterio che sovraintende il reclutamento e la carriera del personale nemmeno nelle imprese private.

Comunque, limitandomi alle università può essere utile riportare le valutazioni di alcuni attenti osservatori delle vicende relative ad uno dei settori più importanti della società italiana, soprattutto per il futuro di un gran numero di giovani.

In una lettera pubblicata su www.orizzontescuola.it lo scrittore Mario Bocola scrive:

“…La domanda che sorge spontanea è dove sta la meritocrazia in Italia? Altro che meritocrazia: nel nostro Paese parlare di questo tema è tabù, anzi ci si fa un baffo!

In Italia c’è gente che nel corso degli anni ha investito tanto costruendosi un bagaglio di conoscenze e di competenze ragguardevoli: lauree, corsi di perfezionamento, dottorati di ricerca, master, pubblicazioni, che si è poi ritrovata con un pugno di mosche in mano.

Sta di fatto che in Italia la persona preparata, competente, con un background culturale di tutto rispetto resta alla porta nella vana speranza che qualcuno si accorga di lui.

Dall’altra parte c’è gente, invece, che con pochi titoli ricopre prestigiosi incarichi forse non avendo nemmeno le competenze adeguate a ricoprire ruoli importanti.

Negli altri Paesi dell’Europa non è così perché si premia il merito, l’efficacia, la competenza dimostrata sul campo.

Non dobbiamo affatto meravigliarci che cresce sempre di più la fuga dei cervelli, che i giovani vanno a studiare all’estero e affermarsi in quel Paese europeo dove hanno speso forze ed energie vogliono a tutti i costi restare fuori dall’Italia e non farvi ritorno.

La nostra Nazione invita poco a costruirsi un futuro, ad affermarsi nel campo professionale perché quello che offre è veramente poco allettante. I giovani fuggono all’estero e preferiscono proseguire gli studi altrove perché si sentono gratificati. In Italia no. Devono patire anni ed anni di precariato con stipendi da fame!

Che vergogna…

E’ veramente una constatazione amara, che non lascia speranze e sono molti i casi che la cronaca ci propina di scandali nella Pubblica Amministrazione, di concorsi ‘vellutati’, di assunzioni scese col ‘panarello’ dal cielo sulla base di requisiti minimi e non ponderati su curriculum e competenze adeguate e certificate”.

In un’intervista rilasciata a www.tgcom24.mediaset.it Giambattista Scirè, ricercatore e portavoce dell’associazione non profit “Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo”, che ha vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia di un sistema che non premia il talento e che ha testimoniato nell’inchiesta aperta dalla Procura catanese, ha formulato alcune considerazioni molto interessanti.

“…Il sistema del reclutamento all’università, come dimostra il caso di Catania, è un sistema clientelare, nepotistico, familistico, in molti casi fondato sulla corruzione e che agisce con metodi mafiosi.

Lo scambio è alla base di ogni concorso, il quale è predeterminato in partenza, ovvero si sa chi deve vincere e la commissione agisce e crea il bando e decide i criteri di valutazioni per far vincere il predestinato.

Questo è il sistema in atto in tutti gli atenei e in tutti i settori scientifici: poi , in alcuni casi, capita che vinca anche il candidato migliore e più titolato, ma questa è l’eccezione e non la regola.

Il sistema ha retto finora perché ognuno, ogni docente ha uno scheletro nell’armadio per essere ricattato dall’altro.

Gli scambi ai concorsi vanno avanti da decenni, è un sistema che si è sedimentato.

Nessuno si è finora ribellato per paura di ritorsioni alla carriera lavorativa.

Adesso però c’è una associazione che ho fondato da quando ho fatto la mia denuncia che si chiama ‘Trasparenza e merito. L’Università che vogliamo’ e che invita tutti a denunciare i soprusi, aiuta psicologicamente e con un supporto di consulenza i candidati che sono vittima di concorsi irregolari, e che aiuta anche a rendere pubblici i casi sulla stampa.

Una vera e propria rivoluzione nella mentalità per il reclutamento universitario…”.




permalink | inviato da paoloborrello il 1/7/2019 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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