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30 settembre 2019

Suicidio assistito, ora tocca al Parlamento. Ma quando?

I giudici della Corte Costituzionale hanno deciso che non è sempre punibile chi aiuta al suicidio. E’ non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. 

Adesso spetterà al Parlamento approvare una legge sul suicidio assistito.

Ma il Parlamento non potrà occuparsi di tale questione prima di un mese quando si conosceranno le motivazioni della Consulta.

Di quanto dovrebbe avvenire in Parlamento se ne occupa Giovanni Rodriquez in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

“Sul suicidio assistito il Parlamento non agirà in fretta. Difficilmente infatti, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, si incardineranno i lavori fin da subito. Prima si dovranno attendere le motivazioni in modo da inquadrare in maniera più puntuale la nuova normativa che dovrà necessariamente uniformarsi al contenuto della sentenza.

A quel punto ci sarà poi da capire in quale ramo del Parlamento avviare i lavori.

Dalla Camera si fa pressing per far proseguire un iter avviato già dallo scorso gennaio presso le commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali, con oltre 50 audizioni già svolte.

L’obiettivo è quello di non lasciare disperso il lavoro portato avanti fino ad oggi.

Le commissioni, negli ultimi 9 mesi, non sono comunque ancora riuscite ad arrivare ad un testo base condiviso che potesse in qualche modo proporre una sintesi equilibrata tra le 13 diverse proposte di legge sul tema presentate dai diversi gruppi parlamentari tra Camera e Senato…”.

Quanto ai contenuti della legge saranno molti i nodi che il Parlamento sarà chiamato a sciogliere.

“…Si dovrà anzitutto intervenire sull’articolo 580 del codice penale, differenziando l’istigazione al suicidio dall’aiuto al suicidio.

Quest’ultimo caso dovrà contemplare una non punibilità, ma solo per alcune fattispecie limitate che dovranno riguardare: ‘chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli’.

Sarà poi compito del Parlamento circoscrivere in maniera più puntuale queste fattispecie.

E ancora, la Corte ha subordinato la non punibilità al ‘rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente’…

Altro nodo da sciogliere sarà quello riguardante le modalità di esecuzione del suicidio assistito da parte di una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, come requisito necessario per la non punibilità.

Ci sarà qui da capire se questo si andrà a tradurre nella necessità di eseguire queste procedure esclusivamente all’interno di una struttura del servizio sanitario nazionale o se, più semplicemente, sia sufficiente la supervisione di una struttura di tale servizio su un procedimento attuabile anche in altri ambienti quali, ad esempio, il domicilio stesso del paziente come previsto dalla proposta di legge Sarli…

Infine c’è il tema dell’obiezione di coscienza…

Insomma la questione ad oggi è tutt’altro che risolta.

La stessa Consulta, a più riprese (sia nell’ordinanza di novembre che nella sentenza dei giorni scorsi), ha richiamato il Parlamento a legiferare sul tema.

Ma, un po’ per la delicatezza del tema, un po’ per le diverse questioni spinose che dovranno essere affrontate, non si prospettano tempi brevissimi per l’approvazione di una legge in tema suicidio assistito”.




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25 settembre 2019

Il fine pena mai esiste, purtroppo

E’ possibile, in Italia, diversamente da quanto comunemente si pensa, che un detenuto, con la pena dell’ergastolo, non esca più dal carcere, fino alla sua morte. Ciò si verifica quando si ha il cosiddetto ergastolo ostativo, per il quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia.

Quando in Italia è, di fatto, nato l’ergastolo ostativo?

In seguito ad una norma introdotta nel 1992, poco dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, quando l’ergastolo viene comminato essenzialmente per delitti di criminalità organizzata, i benefici penitenziari, tra i quali la libertà condizionale che può essere concessa agli ergastolani dopo 26 anni di detenzione, sono diventati possibili solo quando il condannato collabori con la giustizia oppure dimostri di non poterlo fare, perché ad esempio poco o nulla sa.

Diversamente, il “fine pena” è “mai”.

Non si tratta, in realtà di casi rari. Infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, su 1.790 ergastolani, 1.255 sono “ostativi” (il 70,1% del totale).

Da sempre l’ergastolo ostativo ha generato dubbi circa la compatibilità con alcuni principi della Costituzione e del diritto sovranazionale.

Nel giugno scorso, infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia perché per la prima volta ha ritenuto che il regime italiano dell’ergastolo ostativo violasse la dignità umana.

Secondo la Cedu tale regime si applica pressocchè automaticamente in assenza di collaborazione, senza consentire un giudizio caso per caso, nel quale siano accertati i motivi della mancata collaborazione.

La condanna è stata decisa in seguito al caso di Marcello Viola, cittadino italiano, condannato a fine anni ’90, dalla Corte d’Assise di Palmi, per i reati di associazione mafiosa, omicidio, sequestro di persona, possesso illegale di armi.

Viola, in regime di 41 bis dal 2000, si era visto respingere le istanze volte ad ottenere i benefici penitenziari (permessi e liberazione condizionale), poiché, nonostante i rapporti dell’osservazione all’interno del carcere evidenziassero la buona condotta e un cambio positivo della sua personalità,  non era stata accertata la collaborazione con la giustizia.

Secondo la Corte europea, cui il Viola aveva denunciato la violazione dell’art. 3 (divieto di trattamenti umani e degradanti ) e dell’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della convenzione europea dei diritti umani, per un verso, il difetto della collaborazione non può sempre essere collegato a una scelta libera e volontaria (perchè può darsi che il rifiuto di collaborare con la giustizia risieda nella paura di mettere in pericolo la propria vita o quella della propria famiglia), per altro verso, la collaborazione non sempre riflette un vero cambiamento o una effettiva dissociazione dall’ambiente criminale.

Secondo la Corte “l’assenza di collaborazione con la giustizia determina una presunzione inconfutabile di pericolosità sociale” che ha per effetto di privare il detenuto di qualsiasi prospettiva di liberazione in contrasto con la funzione di risocializzazione della pena, che consente all’individuo di rivedere criticamente il suo percorso criminale e di ricostruire la sua personalità, e con il rispetto della dignità umana che si trova al centro del sistema messo in atto dalla convenzione.

Una decisione, quella della Cedu, che mette in discussione le disposizioni che regolano l’ergastolo ostativo, invitando il legislatore a una revisione delle stesse, ma che al contempo apre immediatamente nuovi spazi interpretativi alla magistratura di sorveglianza chiamata ad un verifica concreta della pericolosità sociale nella prospettiva di reinserimento del detenuto e di possibilità di recuperare un giorno la libertà.

Inoltre, in ambito italiano, pendono in Corte costituzionale due questioni relative appunto al divieto di benefici per i condannati all’ergastolo ostativo.

In discussione è, di nuovo, l’automatismo tra mancata collaborazione e persistente appartenenza alla criminalità organizzata, quando la ragione del silenzio potrebbe essere, ad esempio, il timore di ritorsioni contro sé e i propri familiari.

Secondo quanto scritto da Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani, il primo avvocato e il secondo docente universitario, in un articolo pubblicato da “Il Sole 24 ore”, una disciplina così rigida, come quella prevista con l’ergastolo ostativo, sarebbe da superare.

Oggi, infatti, l’emergenza, alla base della nascita dell’ergastolo ostativo, almeno in termini di violenza così eclatante, sembra essere meno acuta: gli omicidi calano e di stragi, in Italia, non si ha notizia da 25 anni.

E così concludono Melzi d’Eril e Vigevani: “Ci piacerebbe vivere in una democrazia matura, che dovrebbe avere la forza di rinunciare agli strumenti punitivi estremi o prevederne un’applicazione più limitata e non automatica, come invece accade ora con l’ergastolo ostativo”.




permalink | inviato da paoloborrello il 25/9/2019 alle 7:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



16 settembre 2019

Renzi c'è o ci fa?

I comportamenti di Matteo Renzi, nelle ultime settimane e anche negli ultimi giorni, sono, a mio avviso, in gran parte incomprensibili e comunque del tutto sbagliati. Una domanda è d’obbligo? Sono frutto di una strategia precisa o altri sono i motivi che li hanno determinati, anche e soprattutto personali? 

Gli strani  e non prevedibili comportamenti di Renzi hanno inizio con la sua decisione di proporre un governo con il Movimento 5 Stelle.

Proprio lui che fino al giorno prima della sua proposta si era dimostrato del tutto indisponibile ad un’alleanza con i grillini.

Il principale motivo addotto, quello relativo alla necessità di evitare l’aumento dell’Iva, mi sembra del tutto falso.

Altri motivi sono molto più credibili.

Innanzitutto la sua paura di andare alle elezioni poiché una parte consistente dei parlamentari cosiddetti renziani non sarebbero stati ricandidati, mentre, con l’attuale Parlamento, Renzi controlla la maggioranza dei gruppi parlamentari del Pd.

E, forse, altri motivi, anche inerenti la sua situazione personale, incomprensibili, possono essere alla base delle sue decisioni.

Comunque il suo comportamento non può che essere ritenuto avventuristico e spregiudicato.

Inoltre, motivi simili possono essere utilizzati per spiegare la sua più che probabile scelta di dare vita ad un altro partito che si separi dal Pd, costituendo gruppi parlamentari autonomi.

Alla fine, Renzi vuole tentare non solo di distruggere il Pd ma anche di autodistruggersi, politicamente si intende, considerando che il nuovo partito dovrebbe ottenere consensi molto limitati.

Del resto la sua tendenza all’autodistruzione si era già manifestata quando trasformò il referendum costituzionale in un referendum pro o contro se stesso.

Ma non c’è qualche esponente politico a lui vicino che sia in grado di farlo rinsavire?

E pensare che io, insieme a molti altri, all’inizio della sua ascesa, credevo che Renzi fosse in grado di rinnovare profondamente, come necessario, il Pd, non certo di distruggerlo.

Quale errore ho commesso…




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16 settembre 2019

Liberi fino alla fine, una manifestazione a sostegno dell'eutanasia legale

Il 19 settembre, dalle 17 alle 23,  presso i giardini intitolati a Piergiorgio Welby, a Roma, in piazza San Giovanni Bosco, si terrà una manifestazione, organizzata dall’associazione Luca Coscioni, per sostenere la campagna a favore dell’eutanasia legale. 

Tutti uniti nel chiedere un segnale al Parlamento, che secondo quanto indicato dalla Corte Costituzionale, dovrà colmare il vuoto di tutele sul tema del fine vita, attualmente presente nella nostra Costituzione, entro il 24 settembre.

Questo l’obiettivo della manifestazione del 19 settembre.

Infatti, ha affermato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, “La manifestazione concerto del 19 settembre, grazie al coraggio di tanti artisti e personalità, rompe un tabù: per la prima volta una piazza – la stessa piazza dove il Vaticano negò i funerali a Piergiorgio Welby -, è convocata per sostenere la campagna per l’eutanasia legale.

Tutte le organizzazioni e i partiti che si dicono d’accordo sono invitati a partecipare. In ogni caso non chiediamo – né staremo ad aspettare- che di sia il Governo in quanto tale a sostenere la nostra lotta. Chiediamo solo che i parlamentari siano lasciati liberi di decidere e finalmente il Parlamento sia faccia vivo, dopo 6 anni dal deposito della nostra legge di iniziativa popolare”.

Il prossimo 19 settembre Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretario dell’associazione Luca Coscioni, insieme a Neri Marcorè, che sarà il conduttore della manifestazione, accoglieranno sul palco artisti e protagonisti del mondo culturale e giornalistico nazionale come Luca Barbarossa, Roy Paci, Nina Zilli, il dj Claudio Coccoluto, Selvaggia Lucarelli, Stella Pende, insieme a tanti altri in via di definizione.

L’evento ospiterà anche le testimonianze di Mina Welby, Beppino Englaro, Valeria Imbrogno, Mario Riccio, Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli, e dei parenti degli altri attivisti che negli anni passati hanno combattuto pagando sulla propria pelle la mancanza di una legge sul fine vita.




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9 settembre 2019

Save the Children, in Italia mancano gli asili nido

In Italia solo 1 bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi negativi in Calabria e Campania. In queste regioni la copertura è pressoché assente e, rispettivamente, solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un asilo nido pubblico, uno scenario in cui le ripercussioni negative riguardano soprattutto i minori provenienti da famiglie economicamente svantaggiate e che hanno dunque maggiori difficoltà nell’accedere alla rete degli asili privati non convenzionati. 

Questi dati sono contenuti nel rapporto, realizzato da Save the Children, “Il miglior inizio. Diseguaglianze e opportunità nei primi anni di vita”.

Nel rapporto si dimostra come diseguaglianze educative che possono avere sui bambini un impatto di lunga durata si manifestino molto prima dell’accesso alla scuola dell’obbligo.

La povertà educativa va dunque combattuta a partire dai primi anni di vita, attraverso solide politiche di sostegno alla prima infanzia e alla genitorialità, oggi assolutamente carenti nel nostro Paese, evitando che siano proprio i bambini delle famiglie più svantaggiate a rimanere esclusi dalle opportunità educative come, ad esempio, quelle degli asili nido.

I bambini che hanno frequentato l’asilo nido – mettono in evidenza i risultati della ricerca – hanno risposto in maniera appropriata a circa il 47% dei quesiti proposti a fronte del 41,6% di quelli che hanno frequentato servizi integrativi, che sono andati in anticipo alla scuola dell’infanzia   o che sono rimasti a casa e non hanno quindi usufruito di alcun servizio.

Determinante per prevenire la povertà educativa, secondo l’indagine, risulta essere la durata della frequenza dell’asilo nido.

I bambini appartenenti a famiglie in svantaggio socio-economico che hanno frequentato il nido per tre anni, infatti, hanno risposto appropriatamente al 50% delle domande, a fronte del 42,5% per coloro la cui frequenza è stata tra i 12 e i 24 mesi e del 38% per un solo anno o meno (una percentuale del tutto simile a quella di chi non ha frequentato il nido).

I risultati emersi dalla ricerca confermano quanto sia importante investire nei servizi socio-educativi per la prima infanzia di qualità, compresi gli asili nido,  accessibili a tutti i bambini, per ridurre le disuguaglianze educative che emergono sin dai primi anni di vita.

Un obiettivo che in Italia va perseguito aumentando in particolare la disponibilità di posti e la copertura territoriale per i bambini fino ai 3 anni, riducendo i costi a carica delle famiglie  e adottando criteri d’accesso che ne consentano la fruizione anche ai bambini con genitori in condizioni particolarmente svantaggiate.




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3 settembre 2019

Ha ragione Calenda nel rifiutare il governo Pd-Movimento 5 Stelle?

Il governo formato dal Pd e dal Movimento 5 Stelle sembra cosa fatta. Al momento si attende l’esito del voto degli iscritti al Movimento utilizzando la piattaforma      Rousseau. Nel gruppo dirigente del Pd l’unico esponente di rilievo decisamente contrario alla nascita di questo governo è stato Calenda, che ha anche deciso di lasciare il Pd. Le sue considerazioni mi sembrano molto interessanti e in gran parte condivisibili. 

Per questo ho deciso di pubblicare integralmente la lettera di Calenda a Zingaretti e Gentiloni, rispettivamente segretario e presidente del Pd.

“Caro Nicola, Caro Paolo,

vi prego di voler accettare le mie dimissioni dalla Direzione Nazionale del Partito Democratico.

E’ una decisione difficile e sofferta. Nell’ultimo anno e mezzo ho sentito profondamente l’appartenenza a un partito che, per quanto diviso e disorganizzato, consideravo l’ultimo baluardo del riformismo in Italia. Per questo mi sono iscritto al Pd all’indomani della sconfitta più pesante mai subita dal centrosinistra.

In questi mesi ho cercato di dare in tutti i modi un contributo di idee e di iniziativa politica. Insieme ci siamo battuti alle elezioni di maggio con coraggio e coesione, raggiungendo un risultato non scontato. È stata un’esperienza entusiasmante.

Ho scoperto la tenacia di una comunità di elettori e militanti pronta a combattere per lo Stato di diritto e per la permanenza dell’Italia tra i grandi paesi europei; nonostante tutto e spesso nonostante il partito.

Dal giorno della mia iscrizione ho chiarito che non sarei rimasto nel partito in caso di un accordo con il M5S.

La ragione è semplice: penso che in democrazia si possano, e talvolta si debbano, fare accordi con chi ha idee diverse, ma mai con chi ha valori opposti. Questo è il caso del M5S.

Le ragioni le abbiamo spiegate ai nostri elettori talmente tante volte che non vale la pena ripeterle qui.

Non saranno 5 o 10 punti generici a far mutare natura a chi è nato per smantellare la democrazia rappresentativa cavalcando le peggiori pulsioni antipolitiche e cialtronesche di questo Paese.

Sapete bene che nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall’Ilva alla Tav, da Alitalia ai navigator.

Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa. Eviterò di commentare la decisione di cedere al diktat del M5S su Conte. In fondo esiste una perversa coerenza nella scelta di questo nome per guidare un Governo nato dal trasformismo.

Nelle ultime ore siamo arrivati persino ad accettare un giudizio sull’accordo di Governo da una piattaforma digitale privata che abbiamo sempre giustamente considerato eversiva e antidemocratica.

Nell’ultimo anno sono stato molte volte in disaccordo con le decisioni del Partito, ma ho sempre rispettato il volere della maggioranza. Questo caso è differente. Stringendo l’alleanza con il M5S, il Pd rinuncia a combattere per le sue idee e i suoi valori. E questo non posso accettarlo.

Fino a qualche giorno fa ero solo uno dei tanti a pensarla in questo modo.

Dirigenti, parlamentari, leader passati e presenti, hanno reiterato per molto tempo la stessa promessa: senza di me, mai con i 5S! Fino a trenta giorni fa, quando la crisi del Governo Conte era già manifesta. Nella direzione del 26 luglio abbiamo votato all’unanimità la relazione del Segretario che indicava chiaramente nelle elezioni l’unico percorso da seguire in caso di caduta dell’esecutivo.

Cito le tue parole Nicola: ‘confermo che nel caso si arrivasse a una crisi di governo la nostra posizione era, è e sarà sempre la stessa: di fronte a una crisi di queste proporzioni la via maestra sono le elezioni anticipate, non esiste alcuna ipotesi di alleanza con i 5S’.

Persino nel Paese delle amnesie di comodo e del trasformismo fa impressione pensare che quella decisione della direzione sia stata archiviata, poche ore dopo l’apertura informale della crisi di Governo, con un’intervista che ha poi determinato una precipitosa inversione di rotta di tutta la nostra leadership.

Come può un partito privo di coerenza, processi decisionali effettivi e rispetto per le determinazioni assunte dai propri organi dirsi davvero tale?

Il Pd può trovare una momentanea unità sulla base di una convergenza di interessi individuali, ma continua a essere più interessato ai regolamenti di conti che a combattere contro i suoi avversari. Per questo non si riesce a far stare seduti nella stessa stanza i leader delle varie correnti.

Mi domando come possiate pensare di affrontare un Governo con i 5S, in un momento così difficile per tutto l’Occidente, con un partito già sostanzialmente in pezzi e pronto a esplodere in ogni istante al manifestarsi di convenienze personali.

E del resto veleni, accuse, veline e tentativi di delegittimazione non sono mancati anche durante la delicatissima trattativa per la formazione del Governo. Il combinato disposto della debolezza del Pd e delle profonde differenze con i 5S non porterà nulla di buono all’Italia e al partito.

Ma non è solo per ragione di coerenza o di serietà che avremmo dovuto scegliere la strada delle elezioni.

Dare vita in questo modo a un Governo con Grillo e Casaleggio vuol dire rinunciare a fare politica. I progressisti vengono sconfitti in tutto il mondo perché negli ultimi trent’anni non hanno visto il prodursi di una frattura profondissima tra progresso e società. Il nostro futuro dipende dalla capacità di capire cosa è accaduto e proporre una visione e un progetto adatto ai tempi. Da qui non si scappa e non si può scappare.

Rifugiarsi in un confortevole quanto generico antifascismo per nascondere la mancanza di pensiero, la spinta all’autopreservazione e la paura di perdere, è una scorciatoia che non servirà a battere la destra. Al contrario, ne accrescerà la forza.

Senza dubbio l’apertura ai 5S ha spiazzato Salvini, costringendolo ad una precipitosa ritirata. Ma è stata solo una ‘vittoria di Pirro’ ottenuta ad un prezzo esorbitante. Abbiamo rimesso al centro della scena il M5S – che infatti sta già ricrescendo nei sondaggi – e confermato nei cittadini l’idea che siamo pronti a tutto pur di ritornare al Governo.

C’è un errore profondo che la diffusa soddisfazione, anche di una parte della nostra base, per questo accordo nasconde.

E’ il pensiero che il nemico da battere sia sempre una persona. Un errore già commesso con Berlusconi. Salvini è un contenitore vuoto che si riempie delle paure e delle inquietudini degli italiani. Finché non ci occuperemo del contenuto non torneremo a vincere. E quella che abbiamo intrapreso non è la strada giusta.

Chi governa viene punito anche se governa bene, lo sappiamo per esperienza recente. Come potete sperare che un esecutivo con i 5S non produrrà un’ulteriore perdita di consenso?

Spero di sbagliare, per il bene del paese e del Partito, e nel caso sarò felice di ammetterlo. Sarà certamente un sollievo per me e per tanti nostri elettori vedere colleghi di partito e dei Governi passati prendere il posto dei ministri leghisti. Un sollievo momentaneo purtroppo.

Il punto politico rimarrà: in che modo una comunità avvelenata dalla convinzione di non poter vincere, in primo luogo proprio dai leader che dovrebbero guidarla e motivarla, potrà ritrovare la strada per la vittoria? Il confronto con i sovranisti è appena alle prime battute, lo stiamo iniziando con una fuga disordinata e disonorevole.

Si fa poi nuovamente largo nella ‘classe dirigente’ di questo paese – deep state, sindacati, associazioni industriali, etc. – l’idea che si debbano preservare i cittadini italiani da loro stessi.

Ripetiamo gli errori che hanno provocato la crisi italiana. Stessa attitudine mostrano i nostri partner europei, che non da oggi considerano l’Italia un fastidioso problema da tenere sotto controllo.

Ma tentare di difendere la democrazia dalla democrazia conduce solo al populismo e al discredito delle istituzioni democratiche. Gli italiani devono poter scegliere e poi confrontarsi con gli effetti delle loro scelte. Senza consapevolezza e responsabilizzazione non smonteremo gli alibi di cui i sovranisti si nutrono.

Le elezioni sarebbero state una sfida difficile. Un Governo di destra appariva senz’altro l’esito più probabile. Più probabile, ma non certo. Abbiamo visto in altri paesi europei come la vittoria della destra, data per certa nei sondaggi, sia stata poi smentita nelle urne. Sarebbe stata una bella battaglia. Avremmo chiamato alla mobilitazione l’Italia seria, quella che lavora, produce, studia e fatica. Da quella sfida saremmo usciti comunque più forti e coesi.

So che condividete queste riflessioni. Ne abbiamo parlato tante volte. E comprendo le condizioni difficilissime in cui vi siete trovati ad agire. Anche per questa ragione sono rimasto in silenzio fino all’apertura delle consultazioni.

Ma non posso far finta di non vedere la responsabilità che vi siete assunti rinunciando a guidare il partito nella direzione che ritenevate giusta per paura di perderlo.

Lascio una dirigenza di cui non mi sento più parte, non una comunità che sono orgoglioso di rappresentare. Le 280.000 persone che mi hanno accordato il loro voto di preferenza alle elezioni europee sapevano perfettamente come mi sarei comportato in caso di accordo con i 5S. A loro devo innanzitutto coerenza.

Lavorerò in Europa nel gruppo SeD, mentre in Italia rafforzerò Siamo Europei per dare una casa a chi vuole produrre idee concrete per una democrazia liberal-progressista adatta a tempi più duri e non ha paura del confronto con i sovranisti. Cercherò di mobilitare forze nuove. La mancanza di decoro generalizzata degli attori di questa crisi dimostra chiaramente che c’è l’urgenza di chiamare all’impegno una nuova classe dirigente.

Le elezioni arriveranno. Le avete solo spinte più in là di qualche metro. Quando sarete pronti a lottare ci troveremo di nuovo dalla stessa parte.

Con amicizia,
Carlo Calenda”




permalink | inviato da paoloborrello il 3/9/2019 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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