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30 gennaio 2020

600.000 giovani hanno abbandonato la scuola

Se nel 2018 sono stati 62.000 circa i cosiddetti “cervelli in fuga” che hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero, per contro, 598.000 giovani in età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente l’attività scolastica, rischiando di finire ai margini della nostra società. 

A dirlo è l’ufficio studi della Cgia (confederazione generale italiana degli artigiani) che con il suo coordinatore, Paolo Zabeo, afferma: “Premesso che perdere oltre 60.000 giovani diplomati e laureati ogni anno costituisce un grave impoverimento culturale per il nostro Paese, è ancor più allarmante che quasi 600.000 ragazzi decidano di lasciare gli studi anticipatamente. Un numero, quest’ultimo, 10 volte superiore al primo.

Un problema, quello degli descolarizzati, che stiamo colpevolmente sottovalutando, visto che nei prossimi anni, anche a seguito della denatalità in atto, le imprese rischiano di non poter contare su nuove maestranze sufficientemente preparate professionalmente. Un problema che già oggi comincia a farsi sentire in molte aree produttive, soprattutto del Nord”.

Sebbene negli ultimi anni ci sia stata una contrazione del fenomeno, un elevato numero di giovani continua a lasciare prematuramente la scuola, anche dell’obbligo, concorrendo ad aumentare la disoccupazione giovanile, il rischio povertà ed esclusione sociale.

Una persona che non ha un livello minimo di istruzione, infatti, è in genere destinata per tutta la vita ad un lavoro dequalificato, spesso precario e con un livello retributivo molto basso, rispetto a quello cui potrebbe aspirare, almeno potenzialmente, se possedesse un titolo di studio medio-alto.

“Peraltro – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – un Paese che aspira ad essere moderno, oltre a poter contare sull’utilizzo di tecnologie avanzate, è altrettanto importante che possa avvalersi di una manodopera qualificata.

Altrimenti, c’è il pericolo di un impoverimento generale del sistema Paese e, in misura ugualmente preoccupante, di una marginalizzazione di molti soggetti che difficilmente potranno essere reintegrati attivamente nella nostra società.

Tutti gli esperti, infatti, sono concordi nel ritenere che la povertà educativa e la povertà economica sono strettamente correlate”.

Le cause che determinano l’abbandono scolastico sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola prima di aver completato il percorso di studi.

C’è anche un fattore di genere: ad abbandonare precocemente la scuola sono più i maschi che le femmine.

Sebbene la fuga dai banchi di scuola sia in calo in tutta Europa, nel 2018 l’Italia si colloca al terzo posto tra i 19 paesi dell’Area dell’euro per abbandono scolastico tra i giovani in età compresa tra 18 e 24 anni.

Se da noi la percentuale è stata del 14,5% (pari a circa 598.0000 giovani), solo Malta (17,4%) e Spagna (17,9%) presentano dei risultati peggiori ai nostri. La media Ue si attesta all’11%.

Tra il 2008 e il 2018 le dimensioni del fenomeno in questione in Italia sono diminuite del 5,1%, pressoché in linea con la media Ue (-5,3%).

A livello territoriale italiano sono le regioni del Sud a registrare i livelli più elevati di abbandono scolastico.

Nel 2018 in Sardegna il 23% dei giovani ha lasciato la scuola prima del conseguimento del titolo di studio (diploma professionale, diploma di maturità, etc.). Seguono la Sicilia con il 22,1% e la Calabria con il 20,3%. Preoccupa la situazione di quest’ultima regione che rispetto a quasi tutte le altre è in controtendenza rispetto al dato relativo al 2008: l’abbandono scolastico in questi ultimi 10 anni è aumentato dell’1,8%.

Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (entrambe con il 8,9%), Abruzzo (8,8%) e Umbria (8,4%) sono le regioni più virtuose).

Nel complesso è il Nordest l’area che soffre meno di questo fenomeno sia per incidenza percentuale di abbandono scolastico (10,6%) che per il più basso numero di “uscite” premature.

Segnali preoccupanti anche per le imprese.

Stando alle indagini condotte dall’Unioncamere e dall’Anpal sarebbero stati oltre 1 milione i posti di lavoro di difficile reperimento nel 2018 a causa del disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro; sebbene in Italia la disoccupazione giovanile superi il 25% e le imprese denuncino molte difficoltà a reperire personale, soprattutto con competenze digitali.

Le cause sono molteplici ma, secondo l’ufficio studi della Cgia, non va dimenticato che in tutti i Paesi europei si sta verificando una forte polarizzazione del mercato del lavoro.

Le imprese, infatti, se da un lato cercano con sempre maggiore insistenza del personale con elevata specializzazione tecnica-professionale (ingegneri elettrotecnici, analisti e progettisti di software, elettrotecnici , tecnici elettronici, installatori, manutentori, specialisti di saldatura elettrica, riparatori di apparecchiature informatiche, ecc.), dall’altro necessitano anche di figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e di specializzazione.

Tutto ciò, legato al calo demografico e alle difficoltà di far dialogare il mondo della scuola con quello del lavoro, ha reso molto difficile il reperimento da parte delle imprese di moltissime professionalità di alto profilo e dall’altro la copertura dei mestieri più duri e faticosi dal punto di vista fisico è stata garantita, almeno in parte, grazie alla disponibilità degli immigrati.

Ora, se il numero degli descolarizzati non è destinato a ridursi drasticamente, nei prossimi anni sarà sempre più difficile per le aziende trovare personale qualificato, anche perché si sta riducendo, a causa del calo demografico, la platea dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro.

Per contro, questi giovani, che non dispongono di una adeguata preparazione professionale, saranno difficilmente collocabili nel mercato del lavoro, anche perché rischiano di perdere in partenza la competizione con gli stranieri nell’occupare i posti di lavoro poco qualificati.




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27 gennaio 2020

In Italia non c'è solo il divario tra Nord e Sud

In Italia non c’è più, dal punto di vista economico,  lo storico divario tra Nord e Sud. Ora emerge anche quello tra Est e Ovest, perché la crisi ha accentuato le diseguaglianze nelle regioni più fragili. E il Lazio è un caso emblematico. 

Lo scrivono, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Massimo Baldini e Fabrizio Patriarca.

Cosa sostengono i due economisti?

“I dati sugli indici di diseguaglianza di Gini a livello regionale, che l’Istat ha da poco aggiornato sul suo sito, ci danno l’occasione per approfondire il livello e la dinamica recenti del fenomeno in Italia…

L’Italia si conferma come uno degli Stati in cui le disuguaglianze sono più ampie, comparabili a Portogallo e Grecia e superiori a Francia e Germania.

Tuttavia, il dato aggregato nasconde un’eterogeneità tra regioni talmente marcata da rendere poco esplicativo limitarsi al livello nazionale.

Se alcune regioni presentano infatti livelli di diseguaglianza simili a quelli dei Paesi più disuguali d’Europa, altre sono assimilabili alle socialdemocrazie scandinave.

Il quadro che se ne ricava non sembra inoltre ripercorrere il classico gradiente Nord-Sud.

Tra le regioni più disuguali c’è il Lazio, dove la concentrazione dei redditi è seconda solo alla Sicilia.

Al contempo, Abruzzo, Molise e Puglia si collocano al di sotto della media italiana.

Emergono quindi due diversi Sud: quello adriatico, simile alle regioni del Nord, e quello tirrenico, con livelli di disuguaglianza in genere superiori, che include a pieno titolo anche il Lazio…

In generale, la crisi sembra aver determinato un più forte aumento della diseguaglianza nelle aree più fragili.

I divari tra aree ricche e povere si stanno ampliando.

Anche in questo caso le marcate differenze non sono ordinabili sull’asse dello storico dualismo territoriale.

Accanto a regioni che hanno visto un forte incremento della concentrazione dei redditi – e di nuovo il Lazio è protagonista, insieme a Calabria e Sicilia – ve ne sono altre dove la diseguaglianza non è cambiata in modo significativo, inclusa la Campania, e altre ancora in cui l’indice di Gini è diminuito, in particolare l’Emilia-Romagna.

Al contrario, in Veneto e in provincia di Trento la diseguaglianza è leggermente cresciuta, partendo però da valori bassi.

I livelli e la dinamica della diseguaglianza fanno emergere una distinzione in parte originale tra le regioni: l’area con minore diseguaglianza è il Nord-Est assieme a gran parte del Centro, mentre il Sud si divide in due parti: quella tirrenica, che nei fatti include anche il Lazio e arriva fino alla Sicilia, in grossa difficoltà, e quella adriatica dove la diseguaglianza è minore e in crescita più contenuta.

In tema di disuguaglianze l’Italia è sostanzialmente una somma di differenti Paesi nel paese, diversi almeno quanto lo sono tra loro gli Stati dell’Unione europea.

I confini tra questi piccoli Paesi nel Paese sono in parte inattesi: oltre al divario Nord-Sud, sta emergendo infatti un divario Est-Ovest”.

L’analisi di Baldini e Patriarca è molto interessante, soprattutto in questo periodo.

Infatti sembra che le autorità di governo siano interessate a ridurre le diseguaglianze economiche che con la crisi si sono accentuate nel nostro Paese.

E se si vuole che gli interventi da attuare siano realmente efficaci non si può affatto trascurare quanto sostenuto da Baldini e Patriarca.




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23 gennaio 2020

Rifiuti, 200.000 Tir in viaggio

Sono più di 200.000 i Tir necessari ogni anno a trasportare i rifiuti prodotti dalle regioni che non hanno abbastanza impianti per smaltirli e perciò li destinano alle discariche o ai termovalorizzatori situati in altre regioni o all’estero. 

Questa è una delle più importanti conclusioni del dossier “I rifiuti in movimento”, realizzato dal centro studi Ref.

I 200.000 Tir, se messi in fila, formerebbero una colonna lunga 3.300 km, quasi la distanza tra Reggio Calabria e Mosca.

E’ una carovana di oltre 550 Tir al giorno, che inquina (emissioni di CO2 e polveri sottili), costa ai cittadini (aumenta la tassa sui rifiuti) e alle imprese (maggiori costi di smaltimento).

Un conto salato, di cui sono responsabili gli amministratori delle regioni che non solo non hanno provveduto ad assicurare l’autosufficienza impiantistica prevista per legge, ma nemmeno hanno predisposto una strategia per dotare i loro territori degli impianti necessari alla chiusura del ciclo dei rifiuti.

La graduatoria delle peggiori regioni, basata sul numero di Tir carichi di rifiuti messi in strada ogni giorno, vede sul podio Lazio, Campania e Sicilia. 162 Tir al giorno per il Lazio, 142 per la Campania, 78 per la Sicilia.

La somma dei deficit delle 14 regioni che non hanno impianti sufficienti per lo smaltimento e l’avvio a recupero energetico dei rifiuti è di 4,9 milioni di tonnellate, che vengono così esportate all’estero o in altre regioni per essere riciclate o incenerite.

In mancanza di impianti, lo smaltimento avviene trasportando, appunto, altrove i rifiuti. Quando non finiscono per accumularsi nelle strade, con problemi di natura sanitaria e ambientale, e diventare una emergenza, terreno fertile per le organizzazioni criminali.

I costi diretti e indiretti gravano sulle spalle dei cittadini e delle imprese.

Al primo posto nella graduatoria della spesa annua per il servizio rifiuti per una famiglia tipo c’è la Campania, con 447 euro pari al 2,5% del reddito disponibile, ben sopra lo 0,6% della Lombardia e lo 0,7% del Veneto.

Le stesse tre regioni sul podio della classifica per il maggior deficit impiantistico sono anche le prime nella graduatoria del costo del servizio: una chiara evidenza di come siano i cittadini, per primi, a pagare le carenze impiantistiche sulla chiusura del ciclo dei rifiuti.




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20 gennaio 2020

Maxi multa per l'Eni, ha ingannato i consumatori

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha disposto il 15 gennaio 2020 una multa di 5 milioni di euro nei confronti dell’Eni per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla pubblicità “Enidiesel+”, che ha inondato giornali, televisione, radio, cinema, web e stazioni di servizio dal 2016 al 2019. 

La decisione riguarda il messaggio, oggi dichiarato ingannevole, di un diesel bio, green e rinnovabile, che “riduce le emissioni gassose fino al 40%”.

L’Autorità ha imposto all’Eni di non utilizzare più la pubblicità e disposto una sanzione amministrativa, per pratica commerciale scorretta, di 5 milioni di euro “pari al massimo edittale”, tenuto conto della gravità e della durata della violazione.

La sentenza è arrivata a seguito di un reclamo presentato da Legambiente, Movimento difesa del cittadino e da Transport & Environment (T&E) per pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del consumo.

A tale proposito, Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha dichiarato: “Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing e perché finalmente viene smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual è Eni.

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ci ha dato ragione, ma non basta.

Ora è tempo che anche il governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili che sono causa dell’emergenza climatica, definendo anche lo stop agli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

Francesco Luongo, presidente nazionale del Movimento difesa del cittadino, ha aggiunto: “La decisione dell’Autorità rappresenta un primo importante esempio di sanzione in materia di ‘greenwashing’ ovvero quei messaggi pubblicitari ingannevoli quanto alle qualità ‘green’ di un prodotto.

Il rispetto dell’ambiente è un valore fondamentale nell’evoluzione dell’economia globale ribadito dal ‘Green Deal’ approvato dalla Commissione dell’Unione europea e non deve essere piegato, o peggio contraffatto, dalle aziende attraverso un marketing spregiudicato che si traduca in vere e proprie pratiche commerciali scorrette ai danni dei consumatori”.

Veronica Aneris, responsabile di Transport & Environment (T&E), ha infine concluso: “Non esiste il diesel green, prodotto con olio di palma o altre colture alimentari perché causa la deforestazione.

Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute.

Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati e il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero”.




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13 gennaio 2020

Diminuiscono i reati ma aumentano i detenuti

Nel 2019 si è verificata una diminuzione del numero dei reati ma i detenuti nelle carceri italiane sono aumentate. E’ anche per questo motivo che si è registrato un tasso di affollamento particolarmente elevato. Lo sostiene l’associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di diritti e garanzia nel sistema penale e penitenziario. 

Secondo l’associazione citata, la situazione delle carceri italiane non confortante alla fine del 2019 non è confortante, poichè il numero dei detenuti è in costante crescita.

Al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017.

Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno.

Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale dei ristretti.

Il tasso di affollamento ufficiale è del 121,2%, tuttavia circa 4.000 dei 50.000 posti ufficiali non sono al momento disponibili è ciò porta il tasso al 131,4%.

Un esempio è quello che riguarda il carcere milanese di San Vittore, dove 246 posti non sono disponibili e dove il tasso di affollamento effettivo è del 212,5%, cioè ci sono più di due detenuti dove dovrebbe essercene uno solo.

Anche senza posti non disponibili, tuttavia, ci sono istituti dove le cose non vanno meglio, ad esempio Como e Taranto, dove il tasso di affollamento è del 202%.

In generale, al momento, la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 159,2% (il 165,8% se consideriamo i posti conteggiati ma non disponibili), seguita dal Molise (150% quello teorico, 161,4% quello reale) e dal Friuli Venezia Giulia (144,1% teorico e 154,7% reale).

“Ancora una volta dobbiamo constatare come, a fronte di un calo dei reati, aumenti il numero dei detenuti”  ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

“Questo dato si spiega con un aumento delle pene, frutto di politiche che, guardando ad un uso populistico della giustizia penale, hanno risposto in questo modo ad una percezione di insicurezza che non trova riscontro nel numero dei delitti commessi.

Quello della crescita dei reclusi è un trend che nell’arco di poco tempo potrebbe portarci nuovamente ai livelli che costarono all’Italia la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti”, ha specificato il presidente di Antigone.

Nel corso del 2019 Antigone, grazie alle autorizzazioni che dal 1998 riceve dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha visitato con i propri osservatori 106 istituti penitenziari (oltre la metà di quelli presenti in Italia).

L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso ma i dati che emergono dalle 66 schede già lavorate restituiscono un panorama preoccupante per la vita negli istituti.

Innanzitutto, nel 27,3% degli istituti visitati, più di un quarto, sembrerebbero esserci celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 mq. a testa di superficie calpestabile, una condizione che secondo la Cassazione italiana è da considerare inumana e degradante, in violazione dell’art. 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Inoltre in più della metà degli istituti sono state trovate celle senza acqua calda disponibile e, in altri cinque, celle in cui il wc non era nemmeno in un ambiente separato dal resto della stanza.

Anche sulla situazione sanitaria delle carceri emerge preoccupazione.

In un terzo degli istituti visitati non era presente un medico per tutto il giorno ed in media per ogni 100 detenuti c’erano a disposizione 6,9 ore settimanali di servizio psichiatrico ed 11,6 di sostegno psicologico. Una presenza bassissima se si considerano le patologie psichiatriche di cui soffre parte della popolazione detenuta. Dalle rilevazioni dell’osservatorio di Antigone è infatti emerso che il 27,5% degli oltre 60.000 reclusi assumeva una terapia psichiatrica.

Inoltre 10,4% erano tossicodipendenti con un trattamento farmacologico sostitutivo in corso.

Anche per quanto riguarda il lavoro la situazione non è migliorata rispetto agli anni passati.

I detenuti che lavoravano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sono, in media, circa il 25% e, nella maggior parte dei casi, questo impegno è solo di poche ore al giorno e non in tutti i giorni della settimana.

Solo il 2,2% lavora per una cooperativa privata o per un datore di lavoro esterno.

Infine, nel 30% degli istituti visitati, non c’è alcun corso di formazione professionale.

“Se il lavoro è uno degli strumenti di maggior importanza per una effettiva risocializzazione del condannato, questi numeri testimoniano un sistema spesso schiacciato sulla funzione custodiale”, ha sottolineato ancora il presidente di Antigone.

“Un fattore quest’ultimo che emerge anche dando uno sguardo alla distribuzione del personale penitenziario, in maggioranza composto da agenti di polizia.

In media, nelle nostre visite, abbiamo trovato un agente ogni 1,9 detenuti (uno dei dati più bassi in Europa), ed un educatore ogni 94,2 detenuti.

Inoltre solo in poco più della metà degli istituti c’era un direttore a tempo pieno, con tutte le difficoltà di gestione della vita interna che questa mancanza comporta.

A proposito di nuove assunzioni nelle carceri – ha concluso Patrizio Gonnella – speriamo che si sblocchi presto quella di giovani direttori. Il bando è fermo da troppo tempo. Ne va della finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione”.




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9 gennaio 2020

Gli anziani ancora ignorati

Gli anziani continuano ad essere ignorati dalle politiche di governo del Paese. E quindi il 2019 è stato come gli anni precedenti, a tale proposito. Lo sostiene Enzo Costa, presidente nazionale dell’Auser, “associazione per l’invecchiamento attivo”. 

Costa ha rilasciato alcune dichiarazioni, pubblicate nel sito www.superabile.it.

I giudizi espressi da Costa sono molto negativi circa le politiche dei governi che hanno operato nel 2019.

“Siamo uno dei Paesi più vecchi del mondo. In un futuro non troppo lontano arriveremo ad essere un Paese in cui un residente ogni tre sarà anziano.

Solo il 40% dei Comuni ha servizi di assistenza domiciliare, la cura degli anziani è affidata soprattutto alle badanti spesso pagate in nero. Molti anziani vivono in edifici vecchi senza ascensori. Ma tutto questo accade nel disinteresse generale”.

Non solo, “Da anni chiediamo una legge sull’invecchiamento attivo, ma è ferma in Parlamento – ha aggiunto -.

Una legge che riguarda la maggioranza degli anziani, che sono ancora abili e che potrebbero dare molto al Paese.

E’ una legge che favorirebbe la loro formazione, la creazione di luoghi di socializzazione, lo sviluppo del volontariato da parte degli anziani.

Invece degli anziani ci si occupa solo quando si tocca il tema delle pensioni oppure quando non sono più autosufficienti. E quando non sono autosufficienti diventano un problema se sono poveri oppure sono un business se sono ricchi”.

Il 2019 visto dall’Auser non ha portato quindi grandi novità.

Un anno comunque impegnativo per l’associazione, visto che i suoi volontari hanno percorso circa 20 milioni di chilometri dedicando circa 7 milioni di ore di attività.

Al numero verde nazionale sono arrivate un milione e mezzo di telefonate. C’è chi chiama perché si sente solo, chi per chiedere aiuto.

“Ci sono anziani che rinunciano a curarsi per problemi di soldi”, ha ricordato il presidente dell’Auser, che rivela anche un aspetto inquietante sui casi di violenza nelle case di riposo.

“Ci sono famigliari che sanno ma non denunciano. E lo sa perché? Perché non possono permettersi la spesa per un’altra casa di riposo, magari più costosa. Ecco perché chiediamo politiche di più ampio respiro, che considerino gli anziani complessivamente: da quando sono ancora abili al diritto di invecchiare in casa propria, dall’accessibilità di edifici pubblici e privati all’assistenza domiciliare, dalla qualità della cura alla tutela dei diritti”.




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7 gennaio 2020

Violenza contro gli operatori sanitari,necessaria una legge

Nei primi giorni del 2020 si sono verificati diversi atti di violenza contro gli operatori sanitari, soprattutto a Napoli. E’ necessario intervenire efficacemente per contrastare questo fenomeno. Secondo il presidente della federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, sarebbe indispensabile approvare quanto prima una legge. 

Così Anelli ha commentato quanto avvenuto a Napoli:

“Si apre purtroppo all’insegna della violenza contro i medici anche questo 2020. Gli episodi di Napoli, segnalati dall’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate, non sono che la punta dell’iceberg di quella che è diventata una vera emergenza di sanità pubblica.

Ai colleghi colpiti va, ancora una volta, la nostra vicinanza.

Il nostro augurio per il 2020 è che sia veramente un anno di svolta, per il contenimento degli episodi di violenza, per la revisione della rete di continuità assistenziale e per tutta la nostra professione”.

“Il Parlamento sta procedendo con l’iter di approvazione del disegno di legge contro la violenza sugli operatori sanitari, e già questo mese auspichiamo che riprenda l’esame del provvedimento – continua -. Apprezziamo l’intervento del ministro della Salute Roberto Speranza, che ancora oggi ne ha sollecitato l’approvazione”.

“Tra gli interventi che riteniamo utili e necessari, l’ampliamento della procedibilità d’ufficio; la ricollocazione degli ambulatori di guardia medica in ambiente protetto; l’istituzione, presso ciascun pronto soccorso, di un presidio fisso di polizia e quindi idoneo a garantire un’adeguata tutela dell’incolumità e della sicurezza del personale, composto da almeno un ufficiale di polizia e da un numero di agenti proporzionato al bacino di utenza e al livello di rischio della struttura interessata – prosegue -.

Appare urgente fronteggiare con strumenti efficaci il tema dell’aggressione ai medici e al personale sanitario in servizio, con un piano comprensivo di interventi, che contempli anche misure di sicurezza come videosorveglianza a circuito chiuso negli spazi comuni e altre misure di protezione”.

“Ora al ministro chiediamo di riconvocare l’osservatorio permanente, per poter procedere, partendo dalla revisione della raccomandazione n° 8 per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari, alla risoluzione di tutti quei problemi di carattere organizzativo rimasti un po’ fuori dal disegno di legge” aggiunge ancora.

“Nessun medico deve essere lasciato solo, a garantire assistenza in condizioni di sicurezza precaria – conclude -.

Sono 1200 l’anno le aggressioni denunciate, quasi tre volte di più quelle reali.

Una vera carneficina silenziosa, perché spesso esse non vengono rese note per vergogna, per senso di pudore verso una denuncia che porterebbe allo scoperto situazioni di inadeguatezza o perché, addirittura, le aggressioni sono considerate una naturale componente del rischio professionale”.




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2 gennaio 2020

Emergenza freddo per 7 milioni di bambini

Europa, Medio Oriente e Asia sotto la morsa del freddo: sono circa 6,9 milioni i bambini costretti a concludere il 2019 da sfollati, lontano dalle proprie case, in tende leggere, rifugi inadeguati o addirittura all’aperto, rischiando la vita a causa dell’abbassamento delle temperature che sono già scese sotto lo zero. E’ l’allarme lanciato da Save the Children, alla vigilia della fine dell’anno. 

Particolarmente preoccupante la situazione in Siria, in Bosnia ed Erzegovina e in Afghanistan.

“Milioni di bambini sono sfuggiti a terribili conflitti e violenze, in cerca di sicurezza. Eppure per alcuni l’inverno rigido potrebbe essere pericoloso tanto quanto le minacce che si sono lasciati alle spalle.

Durante la scorsa stagione fredda, nel giro di poche settimane, le temperature gelide e le difficili condizioni hanno ucciso solo in Siria quindici bambini che erano fuggiti dal conflitto”,  ha  rilevato Rachael Cummings, responsabile dell’ intervento sanitario di Save the Children.

In Sira 2,6 milioni di bambini sono sfollati a causa dei quasi nove anni di conflitto ininterrotto. Sebbene si tratti di una situazione complessa che si differenzia a seconda delle diverse aree del Paese, prima delle recenti escalation nei combattimenti nel nord del paese, il 14% delle famiglie di sfollati erano costrette a vivere in luoghi fatiscenti, campi troppo estesi e altri rifugi, molti dei quali senza energia elettrica, dove è quasi impossibile garantire la salute dei bambini

Ad esempio il campo di Areesha, nel nord est della Siria, è seriamente sovraffollato e le inondazioni ripetute in inverno hanno aggravato la situazione già compromessa delle famiglie, molte delle quali sono dovute fuggire dal conflitto più volte.

“Mi sono dovuta spostare quindici volte all’interno di questo campo durante lo scorso inverno, l’intero campo si è allagato, la tenda si è inzuppata d’acqua e il terreno si è trasformato in una palude. I miei figli non avevano vestiti adeguati, non avevamo il riscaldamento e nemmeno la legna per accendere il fuoco! Siamo spaventati da ciò che sta arrivando, abbiamo davvero paura della pioggia. Molti bambini hanno perso la vita lo scorso inverno a causa del freddo e delle inondazioni” ha raccontato agli operatori di Save the Children Hamida, 40 anni, madre di sette figli.

Il conflitto siriano ha costretto anche 2,5 milioni di bambini a fuggire in altri Paesi che potrebbero raggiungere temperature molto rigide nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

In alcune parti del Libano, le temperature sono diminuite improvvisamente negli ultimi giorni. I bambini che vivono nei campi della valle della Bekaa sono indeboliti dalle tempeste come quelle che hanno colpito il paese nel gennaio 2019. I rifugi si sono allagati, bagnando e danneggiando i pochi beni preziosi delle famiglie e lasciandole a rischio di ipotermia.

Situazione analoga per i profughi che, fuggendo da violenze e conflitti, si trovano sulla rotta balcanica: più di 28.000 rifugiati e migranti sono arrivati in Bosnia ed Erzegovina quest’anno e più di 8.000 sono ancora nel Paese che è già stato colpito da forti nevicate.

Molti di loro, compresi i bambini, occupano edifici in disuso e bruciano plastica per riscaldarsi oppure alloggiano in container vuoti.

Tra di loro Jakey, 15 anni, fuggito senza i suoi genitori dalle persecuzioni dei talebani in Afghanistan: vive in un container in un’ex fabbrica senza luce naturale e senza riscaldamento.

“Il percorso durante il mio viaggio è stato difficile, faceva molto freddo. Ho visto che due persone sono morte a causa del freddo” ha raccontato Jakey.

In Bosnia ed Erzegovina Save the Children ha recentemente contribuito a evacuare un accampamento poco dignitoso, gelido e coperto di neve che si era sviluppato in un ex sito di rifiuti, che evidenzia la sfida enorme di mantenere i bambini al sicuro e al caldo in ambienti caotici e pericolosi.

“A volte teli di plastica spessi solo pochi millimetri o pareti fatiscenti di edifici abbandonati, sono tutto ciò che separa i bambini dall’esterno, mentre le temperature precipitano.

Anche quando le famiglie sono riuscite ad affittare un posto dove stare, è difficile trovare o potersi permettere un alloggio che protegga completamente dal freddo, dal vento e dall’umidità.

Molti bambini sono stipati insieme in stanze sovraffollate che in inverno diventano aree perfette per la produzione di malattie, quando le persone escono meno e i fumi di incendi e riscaldatori intasano i polmoni dei più piccoli”, ha aggiunto Cummings.

Gli inverni rigidi e i rifugi di fortuna – ha rilevato ancora Save the Children, che sta distribuendo coperte, vestiti e generi di prima necessità per supportare bambini e famiglie colpiti dal freddo – possono essere mortali.

In Afghanistan, le organizzazioni umanitarie hanno riportato un aumento della mortalità infantile in inverno: dopo 18 anni di guerra le famiglie sfollate vivono spesso in case fatte di terra, senza elettricità, e lottano per procurare vestiti caldi o addirittura scarpe ai propri figli.

Molti bruciano plastica e legno per riscaldare le stanze, mente le temperature hanno già raggiunto i -5 °C questo inverno e potrebbero abbassarsi ulteriormente.




permalink | inviato da paoloborrello il 2/1/2020 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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