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21 marzo 2019

Un esodo biblico di medici negli ospedali e il governo non fa nulla

Secondo uno studio realizzato dal sindacato dei medici Anaao-Assimed nel prossimo futuro  si verificherà una notevole carenza di medici negli ospedali pubblici. Le regioni nelle quale tale fenomeno sarà particolarmente consistente saranno il Piemonte, nel Nord, la Toscana, nel Centro, e la Sicilia, nel Sud. 

Un’efficace sintesi dei contenuti dello studio in questione è presente in un articolo pubblicato su www.insalutenews.it.

La carenza di personale medico nelle corsie ospedaliere e nei servizi territoriali rischia di subìre una ulteriore brusca accelerazione con l’introduzione della “quota 100” prevista nella legge di bilancio 2019 e in via di definizione con il cosiddetto “decretone”.

I medici dipendenti del servizio sanitario nazionale oggi vanno in quiescenza con una anzianità in media intorno ai 65 anni di età. Nel 2018 è iniziata l’uscita dal sistema dei nati nell’anno 1953 (circa 7000 medici).

Nel triennio 2019-2021, che interesserà secondo le regole della legge “Fornero” essenzialmente i nati dal 1954 al 1956, sono previste uscite tra 6.000 e 7.000 medici l’anno, per un totale di circa 20.000 unità.

Con la “quota 100”, in vigenza sempre tra il 2019 e il 2021, si acquisisce il diritto ad un pensionamento anticipato a 62 anni di età, visto che la grande maggioranza dei medici ha effettuato il riscatto degli anni di laurea e di specializzazione per il basso costo previsto tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 e sono in possesso del requisito dei 38 anni di contribuzione previdenziale.

Quindi nel 2019, con l’anticipo di tre coorti, potrebbero lasciare i nati fino all’anno 1957, mentre quelli nati nel 1958 e 1959 raggiungeranno i 62 anni tra il 2020 e il 2021. L’anticipo potrebbe interessare nel triennio 2019/2021 altri 17.000-18.000 medici, per un totale di pensionamenti possibili di 38.000.

E’ verosimile, comunque, che i pensionamenti siano ridotti per le penalizzazioni che l’adesione alla “quota 100” comporta: riduzione dell’assegno pensionistico, limitazione della libera professione e divieto del cumulo previdenziale.

In definitiva, si stima che l’uscita per “quota 100” sia limitata al 25%, in pratica circa 4.500 medici dei 18.000 che acquisiranno il diritto. Anche i recenti dati Inps sembrano confermare tale previsione.

Dal 2022, in base alle dichiarazioni di autorevoli esponenti dell’attuale governo, dovrebbe entrare in vigore una ulteriore riforma pensionistica con la cosiddetta “quota 41”, riferita agli anni di contribuzione da raggiungere per ottenere la quiescenza, che prevede rispetto alla “Fornero”, tutt’ora in vigore, una riduzione di contribuzione di 1 anno e 10 mesi per i maschi e 10 mesi per le donne.

Quindi, come già rilevato in uno studio precedente studio, pubblicato il 7 gennaio 2019, tra il 2018 e il 2025 dei circa 105.000 medici specialisti attualmente impiegati nella sanità pubblica ne potrebbero andare in pensione circa la metà: 52.500.

Un esodo biblico che richiederebbe interventi immediati e fortemente innovativi per attenuarne le conseguenze sulla quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini.

Del resto siamo di fronte ad una popolazione di professionisti particolarmente invecchiata a causa del blocco del turnover.

Secondo i dati diffusi da Eurostat, l’Italia ha i medici più vecchi d’Europa con il 54% del totale che ha una età superiore a 55 anni. In un precedente lavoro (Anaao, 2016) era stato evidenziato come la popolazione dei medici dipendenti del servizio sanitario nazionale con età maggiore a 50 anni fosse nel 2015 addirittura il 68% del totale.

Tali dati dimostrano che non saranno sufficienti i neo specialisti a sostituire i pensionati, per colpa dell‘errata programmazione delle borse di specialità perpetrata negli anni passati, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema perché la velocità dei processi in atto non concederà il tempo necessario per il trasferimento di conoscenze dai medici più anziani a quelli con meno esperienza alle spalle.

Si tratta, infatti, di competenze cliniche e capacità tecniche che richiedono tempo e un periodo di passaggio di esperienze tra diverse generazioni professionali per essere trasferite correttamente.

Pertanto sarebbe necessario che quanto prima fossero adottati dal governo interventi rivolti ad affrontare il problema, quanto meno a ridurre la carenza di medici, se non a eliminarla del tutto.

Ma, mentre il governo, per fini di natura elettorale, si è celermente attivato per varare la quota 100, non si sta muovendo affatto per far fronte alle conseguenze negative che l’introduzione di tale provvedimento eserciterà sulla carenza dei medici nella sanità pubblica, carenza che peraltro si sarebbe verificata comunque, come dimostrato nello studio, anche in assenza di quota 100.

Ma questo governo è privo di una strategia che vada oltre il breve periodo, in vari settori, ed anche nella sanità pubblica.

Pertanto, purtroppo, è prevedibile che non si realizzino gli interventi necessari per contrastare efficacemente il problema rappresentato dalla carenza dei medici. E ciò contribuirà a ridurre il peso della componente pubblica del sistema sanitario.

E’ quest’ultima eventualità la principale causa dell’inazione del governo?




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14 marzo 2019

Il 21 marzo a Padova contro le mafie

Il 21 marzo Padova sarà la piazza principale, ma simultaneamente, in migliaia di luoghi d’Italia, dell’Europa e dell’America Latina, la giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie verrà vissuta attraverso la lettura dei nomi delle vittime e, di seguito, con momenti di riflessione e approfondimento. Insieme per ricordare le oltre 900 vittime innocenti delle mafie con la lettura dei loro nomi e per farsi portavoce di una richiesta di verità e giustizia. 

E questo per sottolineare – non solo simbolicamente – che per contrastare le mafie e la corruzione occorre sì il grande impegno delle forze di polizia e di molti magistrati, ma prima ancora occorre diventare una comunità solidale e corresponsabile, che faccia del “noi” non solo una parola, ma un crocevia di bisogni, desideri e speranze.

La scelta di Padova, in rappresentanza del Nord Est, è stata presa dall’associazione Libera, presieduta da don Ciotti.

Una scelta la cui validità è risultata evidente anche in seguito al recente blitz delle forze di polizia e della magistratura, volto a contrastare la presenza della ‘ndrangheta in Veneto, che ha portato alla realizzazione di 33 arresti.

Così ha commentato quanto avvenuto in Veneto Francesca Rispoli, componente dell’ufficio di presidenza di Libera: “Quando mesi fa abbiamo scelto il Nord Est, il Veneto, per la giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno molti avevano accolto la nostra decisione con diffidenza e resistenza, ma l’operazione di oggi come quella delle scorse settimane, grazie al lavoro della magistratura e delle forze dell’ ordine, dimostrano con chiarezza che le mafie sono presenti e non bisogna abbassare la guardia.

Ecco che ci meraviglia chi si stupisce: oggi più che mai mafia e corruzione sono parassiti che erodono il tessuto sociale. Le commistioni con la mafia sono difficili da sconfiggere perché non operano a viso scoperto, si insidiano nelle persone e nelle realtà e ne succhiano il sistema da dentro.

Il Veneto però ha gli anticorpi per poter reagire, dobbiamo metterci la faccia, per dire da che parte si sta. Questo è un momento in cui ci vuole un riscatto da parte di tutti, una rivoluzione culturale, etica, sociale”.

Infatti il Nord-Est, secondo Libera, da locomotiva economica del Paese, nel silenzio e lentamente rischia di trasformarsi in “lavatrice” di soldi sporchi.

Secondo i dati presenti nella relazione relativa al primo semestre del 2018 della Direzione Investigativa Antimafia, nelle tre regioni del Nord Est le operazioni sospette, nei primi sei mesi del 2018, sono state complessivamente 4.281, pari al 7,7% del totale nazionale.

Il maggior numero di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio si sono verificate nel Veneto, dove ogni giorno, presso banche e istituti creditizi, sono state effettuate 19 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio per un totale di 3.518, nel semestre considerato.




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14 marzo 2019

In Iran Nasrin Sotoudeh condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate

Nasrin Sotoudeh, coraggiosa difensora dei diritti umani, è stata condannata da un tribunale di Teheran a 33 anni di carcere e a 148 frustate. La sentenza si aggiunge alla condanna a cinque anni  emessa nel settembre 2016 al termine di un altro processo irregolare, per un totale di 38 anni di prigionia. 

Nasrin Sotoudeh, che esercita la professione di avvocato, aveva preso posizione contro l’applicazione di una nota aggiuntiva all’articolo 48 del codice penale in base alla quale si nega il diritto di nominare un avvocato di fiducia alle persone imputate di determinati reati, tra i quali quelli contro la sicurezza nazionale.

Costoro possono scegliere unicamente in una lista di avvocati approvata dal capo del potere giudiziario. Per la provincia di Teheran, ad esempio, gli avvocati approvati sono solo 20.

E’ stata la più dura condanna inflitta negli ultimi anni contro i difensori dei diritti umani in Iran, a riprova che le autorità, incoraggiate dalla completa impunità di cui godono i responsabili delle violazioni dei diritti umani, stanno inasprendo la repressione.

Una condanna oltraggiosa per una difensora dei diritti umani che consideriamo una prigioniera di coscienza.

Nasrin va liberata immediatamente!

Lo sostiene Amnesty International.

Tra i reati, riferiti unicamente al suo pacifico lavoro in favore dei diritti umani, figurano “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”, “commissione di un atto peccaminoso…essendo apparsa in pubblico senza il velo” e “interruzione dell’ordine pubblico”.

I giudici hanno applicato l’articolo 134 del codice penale che autorizza a emettere una sentenza più alta di quella massima prevista se l’imputato ha più di tre imputazioni a carico. Nel caso di Nasrin Sotoudeh, il giudice Mohammad Moghiseh ha applicato il massimo della pena  per ognuno dei sette capi d’accusa, 29 anni in tutto, aggiungendovi altri quattro anni e portando così la condanna a 33 anni.

“E’ sconvolgente che Nasrin Sotoudeh  vada incontro a quasi quattro decenni di carcere e a 148 frustate a causa del suo lavoro pacifico in favore dei diritti umani, compresa la difesa legale di donne sotto processo per aver sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International.

Amnesty International invita a firmare un appello a sostegno di Nasrin, utilizzando questo link https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-nasrin/, il cui testo è il seguente:

Al capo della magistratura Ebrahim Raisi

c/o Permanent Mission of Iran to the UN
Chemin du Petit-Saconnex 28
1209 Geneva, Switzerland

Egregio Signor Raisi,

mi rivolgo a Lei in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

Nasrin Sotoudeh, importante avvocata per i diritti umani e difensora dei diritti delle donne che è arbitrariamente detenuta nella prigione di Evin a Teheran dal giorno del suo arresto il 13 giugno 2018, è stata condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate in relazione a due processi.

La esorto a rilasciare Nasrin Sotoudeh immediatamente e incondizionatamente in quanto prigioniera di coscienza, imprigionata esclusivamente per il suo pacifico lavoro sui diritti umani. In attesa della sua liberazione, le assicuri contatti regolari con la sua famiglia e un avvocato di sua scelta.

La esorto ad interrompere la criminalizzazione del lavoro dei difensori dei diritti delle donne, compresi quelli che protestano pacificamente contro l’obbligo del velo, e  di abolire la leggi che impone tale obbligo.

La ringrazio per l’attenzione.




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11 marzo 2019

Si deve avere fiducia nei giovani (e io in Elisa)

Non c’è molta fiducia nei giovani italiani, attualmente. Si riconosce che molti sono i problemi cui si trovano di fronte. Ma, spesso, vengono formulate nei loro confronti critiche, anche pesanti, tali da sostenere che una parte almeno dei problemi che li contraddistinguono dipendano esclusivamente da loro, dai loro comportamenti.

Sotto accusa soprattutto i nati dopo il 2000, ritenuti apatici, eccessivi utilizzatori degli smartphone e tramite di essi dei social media, scarsamente disponibili ad effettuare sacrifici.

Ma anche i nati appena prima del 2000 non sono esenti da critiche, simili a quelle appena citate.

In realtà, come avvenuto per tutte le generazioni, i giovani d’oggi non rappresentano un insieme indistinto e tutto uguale.

Ci sono molti giovani che si impegnano fortemente negli studi e nel lavoro, o meglio nel tentativo di trovare un lavoro. Quindi dispongono di un bagaglio di conoscenze e di competenze senza dubbio considerevole e tutt’altro che trascurabile.

Ammetto che sono stato stimolato a formulare tali considerazioni in seguito alla laurea magistrale di mia figlia Elisa, ottenuta venerdì passato con la votazione di 110 e lode, frutto di un impegno costante e pluriennale nei suoi studi universitari e non.

Ma ci sono molti e molte che raggiungono i risultati raggiunti da Elisa, che dispongono di conoscenze che, almeno in parte, noi quando eravamo giovani non avevamo, ad esempio in campo linguistico e in campo scientifico ed informatico.

E, senza dubbio, sarebbero molti di più i giovani come Elisa se il sistema scolastico italiano fosse migliore e se le prospettive di lavoro per loro fossero anch’esse migliori, contraddistinte, tra l’altro, da un minore carattere di precarietà.

Del resto di chi è la colpa se il sistema scolastico e il lavoro per i giovani assume le caratteristiche attualmente assunte?

Di noi adulti, ovviamente.

Peraltro, non si può affatto sostenere che tutti i giovani non accettano sacrifici per trovare un lavoro se si considera che migliaia di loro, in un numero crescente, negli ultimi anni, si sono resi disponibili ad andare all’estero.

Quindi, attenzione a formulare giudizi affrettati, eccessivamente critici, nei confronti dei giovani italiani.

Tali giudizi vengono espressi soprattutto da chi non li conosce a sufficienza.

Piuttosto, sarebbe necessario attuare politiche rivolte ad affrontare i principali problemi dei giovani, politiche che da tempo sono del tutto insufficienti.

Certo, i giovani, o meglio certi giovani, hanno anche le loro responsabilità, relativamente ai problemi cui si trovano di fronte. Non si deve deresponsabilizzarli.

Credo però che le responsabilità di noi adulti siano maggiori e di questo non tutti noi siamo consapevoli, tutt’altro.




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4 marzo 2019

Guerra in Yemen, 120.000 bambini rischiano di morire di fame

In Yemen, 120.000 bambini rischiano di morire di fame a causa del protrarsi degli scontri e dell’impossibilità di accedere a beni essenziali e medicine, e la malnutrizione priva 1 milione di donne in gravidanza o allattamento del sostentamento indispensabile per le loro condizioni. Nel Paese martoriato da ormai quasi quattro anni di guerra, si stima che saranno 1,5 milioni in più i minori che nel 2019, rispetto all’anno precedente, avranno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Questo l’allarme lanciato da Save the Children, in concomitanza con la conferenza dei donatori per lo Yemen che si tiene oggi a Ginevra.

“Parliamo con i bambini yemeniti ogni giorno. Ci raccontano della distruzione che vedono attorno a sé e ci dicono che hanno bisogno di pace, cibo, acqua pulita, assistenza sanitaria, e del loro desiderio di tornare a studiare tra i banchi di scuola. Eppure, purtroppo, le loro voci continuano a rimanere inascoltate”, ha dichiarato Tamer Kirolos, direttore di Save the Children in Yemen.

“Le organizzazioni e le agenzie delle Nazioni Unite impegnate in Yemen stanno lavorando giorno e notte, nonostante le difficoltà, per garantire al popolo e ai bambini yemeniti il supporto e l’assistenza di cui ha bisogno.

I leader riuniti a Ginevra hanno nelle loro mani le vite e il futuro di milioni di bambini vulnerabili e per questo chiediamo alla comunità internazionale di incrementare gli sforzi per garantire loro cibo, protezione, educazione e supporto psico-sociale. Soltanto investendo in queste aree si potranno ridurre i danni a lungo termine del conflitto sulla popolazione dello Yemen, e in particolare su donne e bambini”, ha concluso Tamer Kirolos.

Per tenere alta l’attenzione sulla guerra in Yemen, dove più di 1 bambino su 10 vive in aree in cui l’intensità del conflitto è elevata e dove dall’inizio delle ostilità circa 6.500 minori hanno perso la vita o sono rimasti feriti dai bombardamenti, Save the Children, nell’ambito della nuova campagna “Stop alla guerra sui bambini”, ha lanciato una petizione pubblica on line per chiedere all’Italia di fermare immediatamente l’esportazione di armi italiane utilizzate in Yemen dalla coalizione saudita.

Gli armamenti, in particolare, vengono prodotti nello stabilimento della Rwm di Domusnovas, in Sardegna, e il loro utilizzo da parte dell’aviazione saudita è confermato dal rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu.

Si può aderire alla petizione e chiedere al nostro governo di fermare l’export di armi italiane all’Arabia Saudita utilizzando il link:  https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-s…




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4 marzo 2019

In dieci anni è cambiato tutto nel mercato del lavoro

In dieci anni è cambiato tutto nel mercato del lavoro italiano, o quasi. E’ questo quello che emerge dalla nuova analisi condotta da Istat, Inps, ministero del Lavoro, Anpal e Inail, recentemente presentata. E’ cambiata la composizione dei lavoratori, le loro competenze, i settori, le ore lavorate e tanto altro ancora. Un rapporto che è anche una novità, perché per la prima volta mette a sistema fonti statistiche e amministrative provenienti da enti diversi.

Il rapporto viene esaminato in un articolo di Francesco Seghezzi pubblicato su www.open.online.

Apparentemente non sembrerebbe che sia cambiato nulla. Infatti fatti 100 gli occupati del 2008 nel 2018 (dati del III trimestre) erano 99,4.

In pratica il numero degli occupati nel 2018 è tornato ad essere pari al numero verificatosi nel 2008.

Invece, ci sono stati cambiamenti molto importanti.

Innanzitutto il mercato del lavoro ha guadagnato ben 503.000 occupate donne. Ma ha perso 388.000 occupati maschi, a dimostrazione che molti lavori persi negli anni della crisi non sono ancora stati ritrovati e che la componente femminile ha spesso sostenuto il reddito famigliare in nuclei nei quali, prima della recessione, lavorava solo il maschio.

E questo aumento dell’occupazione femminile non spiega però il cambiamento del regime orario che è uno degli elementi che ha determinato la più grande mutazione nel decennio.

Infatti sono aumentati di 1,4 milioni gli occupati con part time involontario (coloro che vorrebbero lavorare con un full time ma non riescono a trovarlo) mentre sono diminuiti di 866.000 gli occupati a tempo pieno e di 450.000 quelli a part time volontario.

Non si tratta quindi di nuove donne al lavoro che scelgono il part time, ma di riduzione delle ore di lavoro che avviene contro la volontà del lavoratore a causa, probabilmente, di una riduzione della produzione e una mancanza di ripresa effettiva dopo la crisi economica. Per cui si predilige salvaguardare il numero degli occupati a scapito del numero di ore lavorate. Lo stesso rapporto infatti mostra come negli ultimi dieci anni le ore lavorate siano diminuite del 5%.

Ma una ulteriore spiegazione di questo fenomeno arriva dai cambiamenti dei settori in cui si è concentrato il lavoro. Sono aumentati infatti i servizi collettivi e alla persona in cui il numero di ore lavorate è notoriamente inferiore a quelle dell’industria, che ha visto un calo di 287.000 occupati e delle costruzioni (-549.000). Più occupati invece nella ristorazione, negli alberghi, nei servizi di cura all’interno delle famiglie, tutti lavori con meno ore, meno produttività e, spesso, meno salario rispetto all’occupazione più tradizionale nell’industria.

Un altro cambiamento ha riguardato le tipologie contrattuali.

In dieci anni abbiamo avuto 600.000 lavoratori indipendenti (autonomi) in meno e 735.000 dipendenti a termine in più, mentre i lavoratori a tempo indeterminato sono sostanzialmente rimasti invariati (-19.000). Sicuramente ha inciso l’eliminazione di forme contrattuali come il co.co.pro. a partire dal 2016 e la liberalizzazione dei contratti a termine ma è chiaro anche che la fase di ripresa ha coinciso con una mutazione delle scelte di assunzione delle imprese che si trovano ad operare in mercati più dinamici, incerti e concorrenziali.

C’è poi il dato demografico, che è fondamentale per capire presente e futuro del lavoro in Italia. Nel 2008 30 occupati su 100 avevano tra i 15 e i 34 anni, nel 2018 questo numero è sceso a 22.

La causa principale è l’invecchiamento della popolazione ma un cambiamento così ampio (quasi un terzo) non può che esser stato causato anche dalla situazione di svantaggio e di difficoltà dei giovani nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro.

Giovani che nel 2017, secondo il rapporto, hanno iniziato prevalentemente a lavorare con un contratto a termine (50%) o con un apprendistato (14%), mentre solo il 9% ha avuto un contratto a tempo indeterminato. Tempo indeterminato che, dopo 24 mesi dal primo lavoro, solo il 50% dei giovani possiede. E tempo indeterminato che è più probabile del 12,5% se si accede nel mercato del lavoro con un contratto di somministrazione rispetto all’accesso con un contratto a termine. Peccato che solo il 9% entrino nel mercato con questo contratto.




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28 febbraio 2019

Stop ai pesticidi

Al convegno sull’agricoltura libera da pesticidi, Legambiente ha presentato  il dossier “Stop pesticidi” . Solo l’1,3% i campioni alimentari fuorilegge ma il 34% dei campioni regolari è contaminato da uno o più residui di fungicidi e insetticidi: il record è di un campione di peperone con 25 residui.

Il quadro della presenza, in Italia, di residui di pesticidi negli alimenti e nell’ambiente è stato evidenziato da Legambiente con la presentazione del suo dossier annuale, in occasione del convegno “Agricoltura libera da pesticidi” organizzato dall’associazione stessa in collaborazione con Alce Nero.

La quantità di residui derivanti dall’impiego dei prodotti fitosanitari in agricoltura, che i laboratori pubblici regionali hanno rintracciato in campioni di ortofrutta e prodotti trasformati, resta elevata.

Ma il problema vero è il multiresiduo, che la legislazione europea non considera come non conforme se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.

Il multiresiduo è più frequente del monoresiduo: è stato ritrovato nel 18% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 15% dei campioni con un solo residuo.

Come negli anni passati, la frutta è la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo. E’ privo infatti di residui di pesticidi solo il 36% dei campioni analizzati, mentre l’1,7% è irregolare e oltre il 60%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più di un residuo chimico.

Per la verdura il quadro è contraddittorio.

Da un lato, il 64% dei campioni risulta senza alcun residuo. Dall’altro, si riscontrano significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti, come l’8% di peperoni, il 5% degli ortaggi da fusto e oltre il 2% dei legumi, rispetto alla media degli irregolari per gli ortaggi (1,8%).

Passando ai prodotti di origine animale, 11 campioni di uova italiane (il 5% del totale campionato) risultano contaminate dall’insetticida fibronil.

In generale, nel confronto tra i campioni esteri e italiani, quelli a presentare più irregolarità e residui sono quelli esteri: sono irregolari infatti il 3,9% dei campioni esteri rispetto allo 0,5% di quelli nazionali, e presenta almeno un residuo il 33% dei campioni di provenienza estera rispetto al 28% di quelli italiani.

Sul fronte dell’agricoltura biologica, i 134 campioni analizzati risultano regolari e senza residui, ad eccezione di un solo campione di pere, di cui non si conosce l’origine, che risulta irregolare per la presenza di fluopicolide.

In Italia, la percentuale di prodotti irregolari è passata dall’1% del 2007 all’1,3% del 2017, una leggera crescita, in linea con la percentuale europea di campioni irregolari, che l’Efsa stima nell’1,5% del totale.

La media dei campioni analizzati in Italia nell’ultimo decennio, risultati regolari senza residuo è del 63% a fronte di una media europea del 54%. Fare un confronto sul multiresiduo rimane impossibile, perché Efsa non fa ancora la distinzione tra campioni regolari con un solo residuo e campioni con più residui.

“Solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione – ha affermato il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti -.

Le conseguenze si esplicano nel rischio di inquinamento delle falde acquifere e nel possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale. Effetti ai quali ancora oggi non si dà il giusto peso, nonostante numerosi studi scientifici abbiano dimostrato le conseguenze che l’uso non sostenibile dei pesticidi produce sulla biodiversità e sul suolo.

Per questo auspichiamo che il futuro piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei pesticidi preveda obiettivi ambiziosi e tempi rapidi per la loro riduzione; il rafforzamento del sistema dei controlli sugli alimenti e l’adozione di misure a tutela della salute delle persone”.

“Anche la qualità delle acque è fortemente a rischio – aggiunge Daniela Sciarra, responsabile delle filiere agroalimentari di Legambiente e curatrice del dossier ‘Stop pesticid’ – come conferma l’Ispra nel suo ultimo rapporto, secondo cui i pesticidi sono presenti in oltre il 60% nelle acque superficiali e in oltre 30% di quelle sotterranee. Esiste pertanto una buona corrispondenza tra i residui riscontrati nelle derrate alimentari e quelli che si rinvengono nelle acque superficiali e sotterranee.

Molto si può fare per ridurre i rischi e le conseguenze negative che un utilizzo non corretto dei pesticidi ha determinato e continua a determinare sull’ambiente. Va incentivato il rispetto di fasce tampone, non soggette a trattamenti, dai corpi idrici per minimizzare il rischio di inquinamento dei corsi d’acqua, la diffusione di tecniche alternative al mezzo chimico e la tutela della biodiversità, che può determinare un miglioramento della resilienza e dell’equilibrio biologico nell’ambiente coltivato”.

Il dossier di Legambiente “Stop pesticidi” riporta i dati elaborati nel 2017 dai laboratori pubblici italiani accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti. Tali strutture hanno inviato i risultati di 9.939 campioni di alimenti di origine vegetale e animale, di provenienza italiana ed estera, genericamente etichettati dai laboratori come campioni da agricoltura non biologica. L’elaborazione dei dati ha previsto la loro distinzione in frutta, verdura e trasformati. In questa edizione sono stati inseriti anche i dati sui campioni di origine animale, tra cui carne, latte, uova e omogeneizzati.




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25 febbraio 2019

Cos'è il consumo responsabile e il suo ruolo in Italia

Il rapporto 2018 sul consumo responsabile in Italia è particolarmente importante per due ragioni: permette di fare chiarezza su dimensioni e caratteristiche di un fenomeno poco studiato con dati aggiornati e rappresentativi della popolazione italiana e permette un confronto tra la situazione odierna e quella dell’inizio degli anni 2000. Il rapporto,  promosso dall’osservatorio per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) è stato redatto da Francesca Forno e  Paolo Graziano, che hanno analizzato i dati raccolti tramite un sondaggio condotto da Swg. 

Cosa significa consumare in modo responsabile? Vuol dire consumare domandandosi quale sia il vero costo ecologico e sociale dei prodotti che vengono acquistati.

E il consumo responsabile è ormai una pratica diffusa tra gli italiani.

Infatti le persone che hanno adottato (anche solo temporaneamente) scelte di consumo critico  – cioè che hanno comperato beni e servizi da imprese che dichiarano di rispettare il divieto di sfruttare il lavoro minorile, contengono al minimo l’inquinamento e devolvono una parte del loro profitto a fini di beneficienza – sono state il 30,3%.

Coloro che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono stati il 37,3%.

Il 51,7%. ha ispirato le proprie scelte di consumo ad uno stile di sobrietà – ha, cioè, acquistato beni e servizi facendo attenzione al consumo energetico e alla quantità di rifiuti prodotti.

Il 7,5%. ha affermato di aver preferito viaggi di turismo responsabile (ovvero un tipo di vacanza che si propone di limitare viaggi nei paesi non democratici, di entrare in contatto con gli usi e i costumi dei paesi, di far conoscere l’attività dell’economia solidale locale).

Infine, il 10,6% del totale degli intervistati ha acquistato prodotti tramite i gruppi di acquisto solidale (Gas).

Il confronto tra i dati del 2002 e del 2018 evidenzia un notevole aumento nella quota di cittadini che dichiara di aver fatto scelte di consumo responsabile, dal 28,5% del 2002 al 63,4% del 2018 e la quota di chi dichiara di aver fatto scelte di consumo critico è passata dall’11,3% al 30,3%.

Le persone che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono aumentate dal 16,3% al 37,3%, mentre la percentuale di persone che ha ispirato le proprie scelte di consumo ad un principio di sobrietà è quasi quintuplicata. Infine, i turisti responsabili salgono dallo 0,2% al 7,5%.

Dall’indagine del 2002 emergeva un profilo ben definito del consumatore responsabile.

Il 33% delle donne e il 26,1% degli uomini avevano effettuato una scelta di consumo responsabile. Il consumo responsabile riguardava inoltre principalmente i giovani tra i 18 e i 24 anni e la fascia d’età intermedia tra i 35 e i 54 anni (rispettivamente il 40,6% e il 37,6%) e risultava decisamente più contenuto nelle fasce più anziane della popolazione (solo il 22,7% tra i 55-64 anni e il 18% tra le persone con più di 64 anni faceva consumo responsabile).

La quota di individui che svolgeva pratiche di consumo responsabile era del 52,6% fra i laureati contro il 27,4% e l’11% fra quelli con un titolo fino alla scuola superiore, o dell’obbligo, rispettivamente. Il consumo responsabile risultava inoltre essere una pratica che riguardava soprattutto professionisti e imprenditori (58,8%), manager (56,7%), studenti (52,6%) e impiegati (51,0%). Decisamente inferiori invece le percentuali di casalinghe/i (28,4%) artigiani e commercianti (27,7%), disoccupati (22,9%), operai (16,7%) e pensionati (17,1%).

Il consumo responsabile si caratterizzava anche per una chiara connotazione geografica: più diffuso al nord e al centro del paese (34,3% nord-ovest, 41% nord-est, 30,6% centro) e molto meno al sud (18,3%). Nel 2002 emergeva inoltre come questo fosse un fenomeno prevalentemente urbano: ben il 46,8% di chi viveva in centri con più di 100.000 abitanti aveva dichiarato di conoscere e praticare il consumo responsabile, percentuale che scendeva al 26,8% tra i residenti in centri urbani dai 30.000-100.00 abitanti, a 28,8% dai 5.000-30.000 abitanti per toccare solo il 18,3% tra coloro che viveva nei centri con numero di abitante inferiore ai 5.000.

Rispetto a questo quadro, i dati che si riferiscono al 2018 presentano un profilo dei consumatori responsabili molto diverso.

In primo luogo, si riduce il divario tra uomini e donne. Inoltre, a differenza di quanto accadeva nel 2002, la percentuale maggiore dei consumatori responsabili si rileva oggi nelle fasce più anziane della popolazione, in particolare nella fascia 55-64 anni.

Si assiste, inoltre, ad una contrazione delle differenze tra persone con livello di studio basso, medio e alto, dato che il consumo responsabile oggi coinvolge anche i meno istruiti. Una convergenza riguarda anche il tipo di occupazione, dove comunque – a differenza di quanto avveniva nel 2002 – spicca la percentuale degli studenti (82,9%).

E’ ugualmente importante sottolineare come nel 2018 diminuiscano le differenze tra aree geografiche – sebbene al sud si continuino a registrare percentuali più basse. Infine, il dato sulla dimensione urbana evidenzia la scomparsa della differenza tra grandi e piccole città. Il consumo responsabile non solo sembra aver diminuito la sua caratterizzazione “di classe”, ma, secondo i nostri dati, non ha più solo una dimensione metropolitana.

Sebbene più ridotto in termini percentuali, il consumo responsabile nel 2002 appariva più motivato politicamente: esso veniva inteso come uno strumento per intervenire sulle ingiustizie sociali che riguardavano soprattutto il divario nord/sud del mondo.

Tra il 2002 e il 2018 aumenta invece la percentuale di chi risponde di aver optato per pratiche di consumo responsabile perché interessato alla qualità dei prodotti (l’11,5% nel 2018 contro il 3,8% nel 2002).

Queste sono le principali conclusioni a cui si perviene nel rapporto.

Prendendo le mosse dagli obiettivi Onu relativi allo sviluppo sostenibile, sembra ormai ineludibile che l’economia eco-solidale – sostenuta da comportamenti sempre più consapevoli di consumo responsabile – debba essere sempre più diffusa.

Innanzitutto pare di molto aumentata la consapevolezza degli italiani rispetto agli effetti sociali e ambientali dei propri consumi.

Si tratta di un risultato importante, imputabile ad una serie di fattori.

Da un lato, la crescita del consumo responsabile potrebbe dipendere dal lavoro svolto durante gli ultimi 15 anni dalle molte organizzazioni di movimento che si sono prodigate per diffondere maggiori informazioni e nuove sensibilità rispetto ai problemi ambientali e sociali legati alla “società dei consumi”.

Dall’altro, la maggiore reperibilità di alcuni prodotti – resa possibile non solo dall’interesse crescente dimostrato della grande distribuzione organizzata (Gdo) ma anche dalla diffusione dei gruppi di acquisto solidale, di altre forme di piccola distribuzione organizzata (Pdo), mercati di prossimità, di negozi specializzati e di nuove cooperative – ha certamente facilitato, rendendolo in alcuni casi possibile, un tipo diverso di approvvigionamento.

Inoltre, il dato relativo alla crescita della percentuale di chi dichiara di aver adottato nelle proprie scelte quotidiane principi di sobrietà appare riflettere un atteggiamento più consapevole rispetto al consumo da collegarsi, almeno in parte, alla crisi economica, che potrebbe aver spinto ad una maggiore consapevolezza un più ampio numero di persone.

Sebbene nasca da una criticità, questo risultato può rappresentare un’opportunità, a patto che si sviluppino alcune condizioni che elenchiamo di seguito.

In primo luogo, è necessario sostenere un’azione di sistema volta ad aumentare informazione e educazione alla produzione e al consumo responsabile, accompagnata da un sostegno a quelle modalità di acquisto che sono in grado di facilitare scelte di consumo sostenibile, ovvero alle diverse forme di piccola distribuzione organizzata – che vanno dalla vendita diretta, ai negozi di vicinato “verdi” ai mercatini della terra e a km zero -, per esempio tramite affitti calmierati, abbattimento della tassa per occupazioni di suolo pubblico o lo sviluppo di piattaforme di comunità che possano facilitare l’acquisto e la vendita di prodotti che rispettano ambiente e lavoro.

Questo appare oggi importante non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri urbani, dove vediamo peraltro crescere l’attenzione verso il consumo responsabile nelle sue diverse forme.

E’ nelle aree rurali e in quelle cosiddette interne che il consumo responsabile può infatti assumere un ruolo determinate per il sostegno e rilancio dell’economia locale (si ricordi che sono definite “interne” le aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali – di istruzione, salute e mobilità -, ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione”. Queste aree rappresentano circa il 60% del territorio italiano e vi vive circa 1/4 della popolazione).

Inoltre, pare importante realizzare mappature partecipate delle realtà eco-solidali che consentano anche una attività di monitoraggio nel tempo (sul lato sia della produzione che su quello della distribuzione e del consumo) con l’intento di darne visibilità e facilitarne la messa in rete, agendo quindi contemporaneamente sulle leve dell’informazione e della crescita di consapevolezza.

In questo ambito pare di particolare importanza il ruolo del terzo settore che potrebbe sempre più fare da volano per l’economia locale, “contaminando” in modo virtuoso le realtà tradizionali di mercato.

Infine, è fondamentale il ruolo delle istituzioni pubbliche – ai diversi livelli – che non solo possono sostenere l’economia eco-solidale con appositi provvedimenti volti a valorizzarne il ruolo e a facilitarne la diffusione, ma in quanto esse stesse “consumatrici” possono riorientare i propri acquisti e i propri consumi in modo responsabile (si pensi ad esempio a quei Comuni che hanno formulato speciali capitolato d’appalto per la ristorazione pubblica facilitando pratiche di consumo responsabile).

La consapevolezza e l’azione individuale non sono sufficienti. E’necessaria anche la consapevolezza e l’azione delle istituzioni,  a partire da quelle più vicine alle cittadine e ai cittadini,  le amministrazioni comunali.




permalink | inviato da paoloborrello il 25/2/2019 alle 10:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 febbraio 2019

Una sanità uguale per tutti, forse

In seguito alle richieste di autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia l’ordine dei medici di Bari ha espresso notevoli preoccupazioni relativamente alla possibilità che si determini un sistema sanitario ancora più differenziato tra le diverse regioni. E ha lanciato una specifica campagna di comunicazione, di cui è protagonista una donna malata, in trattamento chemioterapico, avvolta in una bandiera tricolore, accompagnata da una richiesta di aiuto : “Italia non abbandonarci”. 

Le posizioni espresse dall’ordine dei medici di Bari sono evidenziate in un articolo pubblicato su www.quotdiianosanita.it.

In risposta alle richieste di autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia, che saranno oggetto della trattativa governo-regioni, l’ordine dei medici di Bari ha espresso forti preoccupazioni per un processo che “rischia di negare l’uguaglianza dei cittadini in tema di salute”.

Lo ha fatto attraverso una campagna di comunicazione dai toni forti, che punta ad alzare l’attenzione sulle possibili conseguenze del regionalismo differenziato.

Una questione che, spiega l’Omceo Bari in una nota, “rischia di passare inosservata e che invece potrebbe avere conseguenze sull’unità del paese e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso al diritto alla salute”.

“La campagna vuole esprimere la preoccupazione dei professionisti della salute di fronte a una riforma poco trasparente e i timori che possa minare il principio di solidarietà e il sistema sanitario nazionale nel suo complesso, con gravissime ricadute sulla salute dei cittadini- spiega Filippo Anelli, presidente dell’Omceo di Bari -.

“E’ fondamentale che il sistema sanitario possa continuare a garantire i livelli essenziali delle prestazioni, da cui dipendono fondamentali diritti sociali e civili dei cittadini”.

Per l’Omceo di Bari finora il sistema sanitario italiano, pur “con tutti i suoi difetti, è riuscito a garantire a tutti i cittadini un livello di assistenza tra i più elevati al mondo, proprio grazie ai principi di equità, solidarietà e uguaglianza su cui si fonda. Il timore diffuso tra i medici è che questo sistema possa essere cambiato non si sa bene come e per quale finalità”.

I pre accordi sanciscono infatti nuove importanti autonomie delle Regioni in tema di sanità: dagli accessi alle scuole di specializzazione, all’ingresso nel servizio sanitario nazionale, ma anche per i farmaci equivalenti e i ticket. Il Veneto avrà anche spazio di manovra sulla libera professione e l’Emilia Romagna sulla distribuzione diretta dei farmaci.

Il timore è che il passaggio delle competenze sanitarie e delle relative risorse dallo Stato alle Regioni, “facendo saltare il fondo sanitario nazionale e i suoi meccanismi di ripartizione, neghi de facto il servizio sanitario nazionale e la sua capacità di garantire principi come quello di solidarietà”.




permalink | inviato da paoloborrello il 20/2/2019 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



18 febbraio 2019

Migranti, l'invasione non c'è

Non sono rifugiati o richiedenti asilo arrivati via mare, ma persone che si sono  spostate in cerca di lavoro o per un ricongiungimento familiare: le migrazioni all’interno del vecchio continente restano ancora un fenomeno largamente intraeuropeo. A scattare la fotografia dei flussi in Europa è “Immigrant Integratione Europe”, il terzo rapporto annuale dell’osservatorio sulle migrazioni, realizzato dal centro studi Luca D’Agliano e dal collegio Carlo Alberto dell’Università di Torino. Il dossier, che si basa su un’analisi di macrodati della European Labour Force Survey (Eulfs), smonta alcuni dei falsi miti più comuni relativi ai migranti. 

Tra questi falsi miti, l’invasione che arriva dal mare, l’idea che i migranti rubino il lavoro fino allo spettro di una sostituzione etnica.

Lontano dai luoghi comuni, infatti, il fenomeno migratorio risulta sempre più strutturale nell’economia dell’Unione. Anche se questo non si traduce in uguali diritti e uguali opportunità. Restano, infatti, gap salariali e occupazionali, soprattutto per i migranti extracomunitari.

Una sintesi di questo rapporto è contenuta in un articolo di Eleonora Camilli, pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Oltre il 50% degli immigrati in Europa sono europei che si sono spostati in un altro Paese: tra questi poco meno del 40% sono cittadini di stati membri mentre il 15% sono europei non appartenenti all’Ue.

Sono persone che possono, quindi, spostarsi molto facilmente, a basso costo – spiega Tommaso Frattini, curatore della ricerca -. A prevalere è la prossimità geografica, ma anche la capacità di acquisire informazioni e fare rete. Conta anche la vicinanza culturale”.

In totale oggi in Europa un residente su dieci è immigrato (intra o extra Ue): nel 2017 gli immigrati nel vecchio continente erano 53,1 milioni, circa il 10% del totale.

Oltre il 50% è nato in Europa, c’è poi un 19% di persone nate in Africa e Medio Oriente, il 16%  in Asia e l’11% in Oceania.

Negli ultimi due anni i flussi sono aumentati di due milioni, in media, all’anno. La distribuzione tra paesi è eterogenea, si va dallo 0,1-0,2% della Romania e Bulgaria al 20% di Cipro e Svezia, fino al 30% di Svizzera e Lussemburgo.

Quindi la tanto temuta invasione dei migranti non c’è.

Il rapporto sottolinea che gli immigrati sono concentrati in occupazioni meno qualificate e che la loro distribuzione occupazionale è peggiorata negli ultimi vent’anni: hanno cioè una maggiore probabilità di trovarsi nel decile più basso della distribuzione del reddito.

Questo vale per tutti i Paesi e in particolare, in Italia e Spagna, dove gli immigrati hanno più probabilità di trovarsi nel 10% della popolazione col reddito più basso. Un differenziale che rimane stabile anche dopo anni.

“Lavorano di più ma guadagnano in media di meno, perché fanno lavori in cui la retribuzione è minore – afferma Frattini -. In Italia, per esempio, a parità di qualifica, genere ed età, i migranti sono relegati a lavori peggiori e guadagnano meno. Addirittura all’interno dello stesso tipo di occupazioni i migranti continuano a essere pagati meno”.

Questo è vero più o meno per tutti i Paesi all’interno Ue. Ma vale in particolare per i migranti extraeuropei, mentre “gli immigrati europei fanno lavori migliori e meglio pagati”.

Chi arriva da altri Paesi ci ruba il lavoro?

Lo studio tende a smontare anche questo luogo comune: il tasso di occupazione dei migranti in Europa è infatti  inferiore a quello dei nativi, soprattutto nei paesi dell’area settentrionale e centrale. Mentre Regno Unito, Italia e Irlanda sono i paesi con un differenziale minore.

“La probabilità di occupazione a livello europeo dei migranti è più bassa di quella degli autoctono in media- continua Frattini -.

Ma si riscontrano diverse eterogeneità tra Paesi.

L’Italia è un caso particolare: il differenziale è minore, ma dipende anche dal fatto che il tasso di occupazione nel nostro Paese è molto basso. Va detto anche che il mercato del lavoro italiano finora si è dimostrato è in grado di assorbire abbastanza bene il numero dei migranti che sono sul suo territorio, c’è domanda di lavoro fornito dagli immigrati”.

In generale le probabilità di trovare un lavoro aumentano con gli anni di residenza, ma in quasi nessun Paese si raggiunge una convergenza precisa. Fa eccezione solo l’Italia.

Tra gli aspetti più rilevanti del rapporto c’è l’aspetto dell’anzianità migratoria: la maggior parte, infatti, è nel Paese di attuale residenza da molto tempo, solo il 15-20% ha vissuto nel Paese per 5 anni o meno.

L’anzianità migratoria è aumentata ovunque negli ultimi 20 anni, tranne che in Germania e in Svezia, dove la quota di migranti residenti da più di 10 anni è diminuita tra il 1995 e il 2016. Mentre l’aumento maggiore si è registrato in Italia e in Spagna.




permalink | inviato da paoloborrello il 18/2/2019 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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