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24 ottobre 2018

Nessuna attività culturale per il 60% degli italiani

E’ stato presentato il rapporto Federculture 2018. Emerge che la cultura in Italia è un settore con luci e ombre. Nel complesso, inoltre, siamo un Paese molto al di sotto della media dell’eurozona in termini di spesa in cultura e ricreazione: se la media in Ue è dell’8,5% della spesa annuale complessiva di una famiglia, in Italia ci si ferma al 6,7%. La più “virtuosa” rimane la Svezia con l’11%.

La quota di spesa dedicata a musei, cinema, teatro e concerti, per una famiglia media italiana è aumentata del 3,1% nel 2017, che in termini assoluti corrisponde a 31 miliardi di euro: un trend in crescita per il terzo anno consecutivo dopo il crollo del 2012-2013.

Il valore annuale complessivo, che comprende quindi anche la spesa per libri e musica, è di 71,4 miliardi con una crescita del 2,6% rispetto al 2016.

Resta però forte il divario tra nord e sud del Paese: se la spesa media mensile di una famiglia è di 129,7 euro, al Nord si raggiungono i 150 euro con il picco in Trentino Alto Adige di 191, ma si scende drasticamente al Sud, con 90 euro mensili, che arrivano a 66 in Sicilia.

Al botteghino si spende di più (+ 0,71 per cento), probabilmente perché aumentano i costi, ma non gli ingressi, che invece diminuiscono di circa 4 punti percentuali, come le attività di spettacolo, in calo di 2 punti e mezzo.

Potrebbe sembrare rassicurante, ma forse non lo è davvero, il dato che arriva dai libri: cresce leggermente la quota di coloro che leggono almeno un libro all’anno, da 40,5% a 41%; aumentano quelli che leggono almeno 3 libri, ma diminuiscono i “lettori forti”, ovvero quelli che ne leggono più di 12.

Seriamente preoccupante invece il dato dell’incultura: il 38,5% degli italiani adulti con almeno 25 anni d’età non partecipa ad alcun tipo di attività culturale; ancora peggio la quota di coloro che non vanno al cinema, non visitano un museo né un sito archeologico almeno una volta all’anno: circa il 70% degli adulti, che diventa 82% al sud.

Qualche speranza arriva dal turismo: quello culturale rappresenta il 35,4% della quota totale; crescono del 10% i visitatori di musei statali e “la spesa culturale di turisti aumenta dell’11%” ha sottolineato il presidente di Federculture, Andrea Cancellato.

“Non abbiamo particolarmente apprezzato che il turismo sia passato dal ministero dei Beni culturali alle Politiche agricole; ci vorrebbe una cabina di regia a Palazzo Chigi” ha criticato Claudio Bocci, direttore di Federculture.

La spesa in cultura delle amministrazioni comunali è scesa del 4% rispetto al 2015 e anche le erogazioni dalle fondazioni bancarie, -9% rispetto al 2016. Quanto ai fondi pubblici, nel 2017 e 2018 lo stanziamento del ministero dei Beni culturali è stato confermato nell’entità degli anni precedenti: il bilancio ministeriale è di 2 miliardi e anche nel previsionale 2018 risulta uno stanziamento di 2,4 miliardi.




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24 ottobre 2018

Depressione, in Italia cure inadeguate

Secondo uno studio condotto dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità) sul trattamento dei disturbi mentali in 21 Paesi, , in Italia su 100 persone affette da depressione solo il 17% riceve una cura adeguata, quindi 5 punti in meno rispetto a quanto riscontrato negli altri Paesi ad alto reddito.

E’ necessario comunque considerare che in tutti i Paesi esaminati si segnala un problema fondamentale: il cosiddetto “treatment gap”, ovvero la “distanza” che tuttora esiste fra ciò che potrebbe essere fatto e ciò che realmente si fa per la cura dei disturbi mentali, inclusi quelli più comuni nella popolazione generale (disturbi depressivi e disturbi d’ansia).

E solo il 23% delle persone affette da depressione maggiore nei Paesi ad alto reddito (e solo il 2% in quelli a basso reddito) riceve un trattamento rispondente a criteri minimi di adeguatezza dal punto di vista delle evidenze scientifiche di efficacia.

In questo studio viene stimato che in Italia soffra di depressione maggiore circa il 3% della popolazione generale. Circa la metà di queste persone non aveva percepito la propria depressione come una patologia da curare (a fronte di una media del 65% nei Paesi ad alto reddito che invece si era rivolta al medico).

In Italia, però, su 100 persone affette da depressione solo il 17% riceve una cura adeguata, quindi 5 punti in meno rispetto a quanto riscontrato negli altri Paesi ad alto reddito.

Una differenza dovuta in buona parte alla maggiore percentuale di persone che, pur affette da uno stato depressivo clinicamente evidente, non percepiscono la depressione come una patologia.

I dati indicano dunque da un lato una ancora ridotta conoscenza di cosa sia la depressione, dall’altro l’ancora inadeguato ricorso a cure realmente efficaci.

Per la verità dal 2013 la Sip (società italiana di psichiatria) sta cercando di stimolare le istituzioni per dare il via a una campagna nazionale contro la depressione, senza risultati per ora.

“Questi dati – spiega Bernardo Carpiniello presidente della Sip e direttore della cattedra di psichiatria all’università di Cagliari – fanno emergere il vero dato chiave, cioè che ancora oggi una percentuale molto alta di persone non ricorre alle cure perché la depressione non viene percepita, anche quando evidente, come patologia da curare.

Non solo. Anche quando ci si rende conto del bisogno di essere aiutati, spesso non si ricevono le cure più adeguate al caso, col risultato finale che solo una esigua minoranza di persone che avrebbero bisogno di cure risulta adeguatamente curata. Questo dato fa rabbia, perché oggi la depressione maggiore può essere guarita nel 70% dei casi. Guarigione è un termine che non si usa mai con leggerezza, ma in questo caso possiamo farlo senza timore”.

“Analoghi risultati – ribadisce Claudio Mencacci, ex presidente della Sip e direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – sono stati riscontrati nello studio dell’Oms che ha riguardato i disturbi d’ansia (che nel nostro paese colpisce in un anno il 6,5% della popolazione generale), per i quali appena il 30% riceve una qualche forma di trattamento, e solo il 9% una cura considerabile come adeguata.

Questi dati dimostrano che ancora oggi l’obiettivo è far si che la popolazione conosca e riconosca questi disturbi come tali, superi la paura di essere stigmatizzata e discriminata e acceda a cure adeguate”.

“Diffondere i risultati dei trattamenti dei disturbi mentali non solo riduce la vergogna e l’isolamento dei pazienti e dei familiari ma incrementa la tenacia della ricerca del buon risultato clinico da parte degli operatori – afferma Enrico Zanalda, segretario della Sip e direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl Torino 3 -.

Appare indispensabile implementare nei dipartimenti di salute mentale le procedure e le innovazioni terapeutiche che consentono la ‘guarigione’ delle persone, sia per le patologie gravi come la schizofrenia e il disturbo bipolare, sia per quelle più comuni come l’ansia e la depressione. Psichiatri ben informati scientificamente che possono utilizzare con maggiore agio e sicurezza gli strumenti terapeutici oggi disponibili, tutelando meglio la salute dei pazienti e il rischio di ‘burn-out’ di loro stessi ”.




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24 ottobre 2018

Più di 5 milioni i poveri

E’ stato presentato dalla Caritas italiana il volume Povertà in Attesa” che si compone di due parti, il diciassettesimo rapporto sulla povertà e il quinto rapporto sulle politiche di contrasto. Particolare attenzione è attribuita nel rapporto al tema della povertà educativa, un fenomeno principalmente ereditario nel nostro Paese, che a sua volta favorisce la trasmissione intergenerazionale della povertà economica. Esiste una forte correlazione tra livelli di istruzione e povertà economica ed anche un’associazione tra livelli di istruzione e cronicità della povertà.

Per quanto riguarda la povertà, è stato riscontrato uno “zoccolo duro” di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della crisi economica del 2007-2008, con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti.

Si tratta, dunque, di un “esercito di poveri” in attesa, che non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per un’ allarmante cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni.

In Italia il numero dei poveri assoluti (cioè le persone che non riescono a raggiungere uno standard di vita dignitoso) continua ad aumentare, passando da 4.700.000 del 2016 a 5.058.000 del 2017, nonostante i timidi segnali di ripresa sul fronte economico e occupazionale.

Dagli anni pre-crisi ad oggi il numero di poveri è aumentato del 182%, un dato che dà il senso dello stravolgimento avvenuto per effetto della recessione economica.

L’evidente particolarità di questi anni di post-crisi riguarda la questione giovanile: da circa un lustro, infatti, la povertà tende ad aumentare al diminuire dell’età, decretando i minori e i giovani come le categorie più svantaggiate (nel 2007 il trend era esattamente l’opposto).

Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono 1.208.000 (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1.112.000 (il 10,4%): oggi quasi un povero su due è minore o giovane.

L’istruzione continua ad essere tra i fattori che più influiscono (oggi più di ieri) sulla condizione di povertà.

Dal 2016 al 2017 si aggravano le condizioni delle famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza elementare (passando dal 8,2% al 10,7%).

Al contrario i nuclei dove il “capofamiglia” ha almeno un titolo di scuola superiore registrano valori di incidenza della povertà molto più contenuti (3,6%).

Per quanto riguarda la cittadinanza, la povertà assoluta si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di soli italiani (5,1%), sebbene in leggero aumento rispetto allo scorso anno, mentre si attesta su livelli molto elevati tra i nuclei con soli componenti stranieri (29,2%).

Lo svantaggio degli immigrati non costituisce un elemento di novità e nel 2017 sembra rafforzarsi ulteriormente.

Volendo semplificare, tra i nostri connazionali risulta povera una famiglia su venti, tra gli stranieri quasi una su tre.

Considerando coloro che si rivolgono ai centri della Caritas, in linea con gli anni precedenti, nell’analisi dei bisogni spiccano anche per il 2017 i casi di povertà economica (78,4%), seguiti dai problemi di occupazione (54,0%) e dai problemi abitativi (26,7%), questi ultimi in aumento rispetto al 2016.

All’interno di questa categoria si nota un evidente incremento, dal 44,3% al 52,5%, della situazione di chi è privo di un’abitazione.

Alle difficoltà di ordine materiale seguono poi altre forme di vulnerabilità che in molti casi si associano alle prime: problemi familiari (14,2%), difficoltà legate allo stato di salute (12,8%) o ai processi migratori (12,5%).

Tuttavia non ci si rivolge alla Caritas esclusivamente per aspetti di povertà materiale o per problematiche lavorative: il 46,1% degli utenti non manifesta esplicitamente problemi occupazionali; il 4,2% del totale ha addirittura fatto riferimento ai centri di ascolto per problematiche che esulano sia da problemi economici che lavorativi (ad esempio malattia mentale, depressione, separazioni, divorzi, morte di un congiunto, difficoltà nell’assistenza di familiari, problemi di detenzione e giustizia).

Tuttavia le richieste più frequenti sono quelle relative a beni e servizi materiali (62,1%), in crescita rispetto al 2016.

Il legame tra povertà educativa minorile e condizioni di svantaggio socio-economico risulta nel nostro Paese particolarmente accentuato.

La povertà educativa rimane, in Italia, un fenomeno principalmente ereditario, che riguarda in gran parte famiglie colpite dalla tradizionale povertà socio-economica.

Ad esempio si evidenziano situazioni di maggior svantaggio in tal senso (sia sul fronte dei servizi che delle possibilità individuali) proprio nelle regioni del Mezzogiorno che registrano i più alti livelli di povertà assoluta.

Al Sud e nelle Isole c’è una minore copertura di asili nido, di scuole primarie e secondarie con tempo pieno, una percentuale più bassa di bambini che fruiscono di offerte culturali e/o sportive e al contempo una maggiore incidenza dell’abbandono scolastico.

Sul fronte della cittadinanza gli alunni stranieri evidenziano tassi di povertà educativa maggiori rispetto ai loro coetanei autoctoni.

Un’indagine sperimentale sull’utenza Caritas in Germania, Grecia, Italia e Portogallo ha indagato il tema della povertà educativa degli adulti.

Limitando l’analisi ai tre Paesi che condividono una comune classificazione dei livelli scolastici (Grecia, Italia e Portogallo) si conferma una situazione di forte debolezza scolastica degli utenti Caritas: in media, l’11,4% è analfabeta o non possiede nessun titolo scolastico.

Solo una esigua minoranza del campione (10,2%) è in possesso di un titolo di scuola media superiore, che nei Paesi occidentali possiamo considerare ormai come il livello formativo minimo richiesto per poter trovare un lavoro ed evitare fenomeni di esclusione sociale.

Il titolo di studio più diffuso in tutti i Paesi esaminati tuttavia è la licenza media inferiore (38,1%).

L’analisi comparativa realizzata mostra una forte correlazione tra l’assenza di titoli di studio e situazione reddituale della famiglia.

Se nel campione complessivo quasi la metà delle persone (il 43,4%) risulta privo di una fonte stabile di entrate economiche, l’assenza totale di reddito appare più preoccupante nel caso delle persone che hanno un capitale formativo molto basso: si giunge infatti a sfiorare l’ottanta percento delle persone senza titoli di studio che, allo stesso tempo, non possono godere di nessun tipo di entrata economica.




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24 ottobre 2018

Sommerso e illegalità pari al 12% del Pil

Nuovi dati sul peso economico dell’economia sommersa e di quella illegale sono stati forniti dall’Istat. Questa componente dell’economia italiana viene definita “non osservata” e nel 2016 valeva circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil.

Il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammontava a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi.

Quindi l’economia sommersa assumeva un peso molto più importante rispetto a quello relativo alle attività illegali

Le stime al 2016 confermano la tendenza alla discesa dell’incidenza della componente non osservata dell’economia sul Pil dopo il picco del 2014. Si riscontra infatti un’ulteriore diminuzione di 0,2 punti percentuali dopo quella di 0,5 punti registrata nel 2015.

La composizione dell’economia non osservata registra variazioni limitate.

Nel 2016, la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare (37,3% nel 2015), per l’8,8% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8,6% alle attività illegali (rispettivamente 9,6% e 8,2% l’anno precedente).

Le altre attività dei servizi (33,3% nel 2016), il commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i comparti dove l’incidenza dell’economia sommersa é più elevata.

Anche il peso della sotto-dichiarazione sul complesso del valore aggiunto risultava più rilevante nei medesimi settori: 16,3% nei servizi professionali, 12,4% nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e 11,9% nelle costruzioni.

Nel manifatturiero, l’incidenza era relativamente elevata nella produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%) e molto contenuta nella produzione di beni di investimento (2,3%).

La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare incideva maggiormente nel settore degli altri servizi alle persone (con un peso del 22,8% nel 2016), dove era principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (16,4%).

Nel 2016, le unità di lavoro irregolari erano 3.701.000, in prevalenza dipendenti (2.632.000), in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23.000 e -19.000 unità).

Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza delle unità di lavoro (Ula) non regolari sul totale, era pari al 15,6% (-0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente).

L’incidenza del lavoro irregolare era particolarmente rilevante nel settore dei servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015), ma risultava significativo anche nei comparti dell’agricoltura (18,6%), delle costruzioni (16,6%) e del commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali considerate nella compilazione dei conti nazionali hanno generato poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto), con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti.

Da questi nuovi dati forniti dall’Istat viene riconfermata la notevole importanza dell’economia sommersa in Italia, seppure in lieve diminuzione.

Si riconferma quindi la necessità di una notevole riduzione del sommerso, che potrebbe determinare anche una forte diminuzione dell’evasione fiscale.

Altrettanto rilevante è il numero dei lavoratori irregolari, una parte consistente dei quali sono insufficientemente remunerati, oltre che, ovviamente, precari.

Non mi sembra, purtroppo, che fra gli obiettivi prioritari dell’attuale governo ci sia la riduzione dell’economia sommersa, tutt’altro.




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24 ottobre 2018

In 10 anni spesa per smartphone triplicata, crollo per libri e giornali

E’ stato presentato il 15° rapporto del Censis sulla comunicazione. In 10 anni triplicata la spesa per smartphone. Forte riduzione del numero dei lettori di giornali e di libri (la spesa è diminuita di quasi il 40%). Il 78% degli italiani utilizzano internet e il 72% i social network.

Il valore dei consumi complessivi delle famiglie non è ancora tornato ai livelli pre-crisi (-2,7% nel 2017 rispetto al 2007).

Ma la spesa per smartphone è più che triplicata nel decennio (+221,6%, per un valore di quasi 6,2 miliardi di euro nell’ultimo anno), quella per computer è aumentata del 54,7%, i servizi di telefonia si sono riassestati in basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-10,4% nel periodo 2007-2017, per un valore però di quasi 17,5 miliardi di euro nell’ultimo anno) e la spesa per libri e giornali ha subìto un crollo (-38,8% nel decennio).

Complessivamente, nel 2017 la spesa per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati ha raggiunto i 23,7 miliardi di euro.

Nel 2007 i quotidiani erano letti dal 67% degli italiani, ridotti al 37,4% nel 2018 (anche se nell’ultimo anno registrano un +1,6% di utenza).

Il calo non è stato compensato dai giornali online, che nello stesso periodo hanno incrementato l’utenza solo dal 21,1% al 26,3%. Ma gli altri portali web di informazione sono consultati dal 46,1% degli italiani.

Restano stabili i settimanali (con il 30,8% di lettori, -0,2% in un anno) e i mensili (con il 26,5% di lettori, -0,3%).

Anche i lettori di libri continuano a diminuire anno dopo anno.

Se nel 2007 il 59,4% degli italiani aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno, nel 2018 il dato è sceso al 42% (-0,9% rispetto allo scorso anno). Né gli e-book (letti solo dall’8,5% degli italiani, -1,1% nell’ultimo anno) hanno compensato la riduzione.

Nel 2018 la televisione ha registrato una leggera flessione di telespettatori. La tv digitale terrestre e la tv satellitare si attestano, rispettivamente, all’89,9% e al 41,2% di utenza tra gli italiani: entrambe cedono il 2,3% di pubblico nell’ultimo anno.

Continuano a crescere invece la tv via internet (web tv e smart tv possono contare su una utenza del 30,1%, +3,3% in un anno) e la mobile tv (che è passata dall’1% del 2007 all’attuale 25,9% di spettatori, con un aumento del 3,8% nell’ultimo anno).

L’incremento di utenti dei servizi video digitali è uno dei cambiamenti più rilevanti del 2018: in un anno gli italiani che guardano i programmi delle piattaforme di tv on demand sono aumentati dall’11,1% al 17,9%, con punte del 29,1% tra i giovani under 30.

La radio continua a rivelarsi all’avanguardia nei processi di ibridazione del sistema dei media.

Complessivamente, i radioascoltatori sono il 79,3% degli italiani.

Se la radio tradizionale perde 2,9 punti percentuali di utenza (oggi al 56,2%), come l’autoradio (con il 67,7% di utenza, -2,5% rispetto allo scorso anno), la flessione è compensata dall’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (lo fa il 17% degli italiani) e soprattutto attraverso lo smartphone (con una utenza al 20,7%, +1,6% rispetto allo scorso anno).

Gli italiani che usano internet aumentano dal 75,2% al 78,4% (+3,2% rispetto allo scorso anno e +33,1% dal 2007).

Quelli che utilizzano gli smartphone salgono dal 69,6% al 73,8% (+4,2% nell’ultimo anno, mentre ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione).

Gli utenti dei social network crescono ancora, dal 67,3% al 72,5% della popolazione.

Aumentano gli utenti di WhatsApp: il 67,5% degli italiani, l’81,6% degli under 30.

Più della metà della popolazione usa i due social network più popolari: Facebook (56%) e YouTube (51,8%). Notevole è il passo in avanti di Instagram, che arriva al 26,7% di utenza (e al 55,2% tra i giovani). Mentre Twitter scende al 12,3%.

I giovani si muovono con agilità nel sistema della comunicazione digitale, sfruttando più di chiunque altro tutte le opportunità offerte.

Tra gli under 30 la quota di utenti di internet supera il 90%, mentre è ferma al 42,5% tra gli over 65.

Più dell’86% dei primi usa lo smartphone, ma lo fa solo il 35% dei secondi.

Più del 70% dei giovani è iscritto a Facebook e usa YouTube, contro circa il 20% degli anziani.

Più della metà dei giovani consulta i siti web di informazione, contro appena un quinto degli anziani.

Quasi il 47% dei primi guarda la web tv, contro appena il 9,5% dei secondi.

Oltre il 35% dei giovani ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, mentre lo fa solo il 4% dei longevi.

Su Twitter c’è un quarto dei giovani e un marginale 3% scarso degli over 65.




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24 ottobre 2018

Contro i nazionalismi per un'Europa unita

Un gruppo di intellettuali di diversi Paesi ha recentemente diffuso un appello che sollecita ad aderire ad una mobilitazione europea contro i nazionalismi per una Europa unita, democratica e solidale. E infatti il 13 ottobre in molte città europee si terranno delle manifestazioni finalizzate a perseguire gli obiettivi contenuti in quell’appello.

Anche in Italia si terranno numerose iniziative, la più importante delle quali si svolgerà a Roma nel pomeriggio del 13 ottobre, in piazza Montecitorio, nella cui organizzazione è coinvolto il Movimento europeo Italia.

Così il Movimento europeo Italia ha motivato la propria decisione di contribuire all’organizzazione della manifestazione di Roma:

“Siamo convinti che l’appello possa trovare, anche in Italia, una larga condivisione. Si sottolinea che tale invito ad una mobilitazione pubblica di cittadini europei cade in un momento particolarmente strategico dell’attuale fase politica europea.

Per tale motivo si sollecitano cittadini ed organizzazioni ad aderire alle iniziative già in preparazione o di organizzarle autonomamente, in diverse città italiane, in grado di rendere visibile il sostegno della società civile ai valori democratici ed agli obiettivi fondamentali del processo di integrazione europea”.

L’appello, più volte citato è il seguente:

“Cinque milioni di cittadine e cittadini europei fanno sentire insieme la propria voce: contro il nazionalismo per un’Europa unita sabato 13 ottobre 2018.

Vogliamo un’Europa di libertà e di pace. Eppure il nazionalismo ha ripreso parola.

Si diffonde l’intolleranza. L’odio si fa sempre più incalzante, la violenza diventa quotidianità. Si fomenta la paura dell’altro, dello straniero, e la si converte in capitale politico. Si invocano uomini forti.

La corruzione mina la società. Lo stato di diritto si va sgretolando. Le conquiste sociali e i diritti ottenuti a costo di dure lotte sono minacciati. La libertà e la pace non sono più scontate.

E’ ora di mandare un segnale!

Sabato 13 ottobre 2018 cinque milioni di cittadine e cittadini europei vogliono scendere in piazza per far sentire insieme la propria voce contro il nazionalismo e per un’Europa unita, democratica e solidale.

Datevi da fare!

Organizzate per sabato 13 ottobre 2018 alle ore 14 manifestazioni in tutte le città d’Europa (non solo nei Paesi membri dell’Unione europea).

Mettetevi insieme: esponenti della società civile, associazioni, comunità religiose, Ong, artiste e artisti, cittadine e cittadini…

Siamo in tanti! Dimostriamolo il 13 ottobre. Forte e chiaro!”.




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24 ottobre 2018

Animali in città

E’ stato recentemente presentato il rapporto “Animali in città 2018” di Legambiente, nel quale si analizzano alcuni aspetti della situazione di cani e gatti, soprattutto, esclusivamente nelle aree urbane, perché in esse si è concentrata la crescita di questi animali nelle case degli italiani, quadruplicata negli ultimi 20 anni.

I dati sono stati forniti da Comuni e Asl.

Numerose sono le informazioni interessanti che si possono desumere dalla lettura del rapporto.

Il randagismo rappresenta l’elemento principale di sofferenza e conflittualità per gli animali e il costo economico più significativo a carico della collettività.

Il quadro della gestione dei canili – con sterilizzazioni, restituzioni e adozioni – rimane stabile: in media tre cani su quattro ritrovano famiglia, ma le differenze sono enormi da Comune a Comune.

Dal 2015 al 2016 sono cresciute le colonie feline monitorate dai Comuni – ci sono 1.600 colonie in più – ma il numero complessivo di gatti è sceso di 16.000 unità e i cittadini coinvolti sono addirittura 32.000 in meno.

Il 100% dei contesti urbani ha gatti liberi più o meno “aut organizzati” in colonie.

La corretta gestione delle colonie feline è uno degli elementi che facilita il buon rapporto con gli animali in città o che, al contrario, può ingenerare frequenti conflitti.

Solo il 24,4% dei Comuni dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risulterebbero 16.542 colonie, con 139.862 gatti e 10.484 cittadini impegnati.

Variazioni disomogenee si registrano anche sul fronte dei regolamenti e delle ordinanze a favore degli animali.

Scendono i Comuni che dichiarano di avere un regolamento per la corretta detenzione, l’accesso ai locali pubblici o per il corretto utilizzo di botti e fuochi pirotecnici.

Dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città il 24% dei Comuni, l’accesso ai locali pubblici e negli uffici è regolamentato in meno di un Comune su 10, botti e fuochi d’artificio solo nel 2,4%.

Raddoppiano, invece, i Comuni che hanno un regolamento per l’accesso alle spiagge, ma il numero rimane basso: siamo a 21 (il 12%).

Nessun progresso rispetto ai regolamenti per tumulazione, inumazione e cremazione, per arrivo e sosta di spettacoli o per il contrasto all’uso delle esche avvelenate.

La percentuale dei Comuni che hanno adottato un regolamento per facilitare cremazione, inumazione e tumulazione di gatti e cani è ferma al 5%.

Arrivo e sosta di spettacoli con animali sono regolamentati nel 10,5% dei Comuni.

Poco meno di un Comune su 13 ha adottato (7,8% dei casi) un regolamento contro l’uso di esche e bocconi avvelenati, che si sta prepotentemente affacciando dalla campagna in città.

Non cambia, inoltre, il quadro delle aree parco dedicate ai cani, prigioniere di una pianificazione urbanistica che non le aveva previste, e i dati continuano a restituire una realtà molto differenziata. Stando ai Comuni che hanno risposto positivamente (20%) risultano 1.369 aree, in media uno spazio dedicato ogni 8.093 cittadini residenti.

Infine, rimane un’eccezione il monitoraggio della fauna selvatica,  per prevenire e gestire conflitti o zoonosi, la trasmissione di malattie infettive dagli animali agli uomini: quattro Comuni su 100 monitora l’avifauna, mentre solo un Comune su 100 monitora gli altri animali (come mammiferi e specie alloctone).




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24 ottobre 2018

Il consumo di droghe in Italia

E’ stata inviata al Parlamento la relazione annuale sul fenomeno delle tossicodipendenze, realizzata dal dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri. I dati si riferiscono al 2017. Il mercato illegale, il cui volume d’affari è pari a 14,4 miliardi di euro, vale quasi un punto di Pil. Almeno un italiano adulto su tre ha sperimentato sostanze psicoattive. La cannabis è la più utilizzata, ma la cocaina rappresenta il 40% della spesa.

I contenuti più significativi della relazione sono i seguenti.

Un terzo della popolazione fra i 15 ed i 64 anni ha sperimentato sostanze psicoattive illegali almeno una volta nel corso della propria vita e uno su dieci (circa 4 milioni) lo ha fatto nel corso del 2017. La maggioranza degli utilizzatori è di genere maschile.

La cannabis è la sostanza più diffusa, il 10% della popolazione ne ha fatto uso almeno una volta nel corso dell’ultimo anno. Minore la percentuale di chi riferisce uso di cocaina (1,2%), di oppiacei (0,6%) e di spice (0,5%). Il trend dei consumi di cannabinoidi risulta in crescita con l’eccezione dei soggetti che riferiscono un uso frequente.

Il 34% degli studenti italiani (circa 880.000) ha provato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita e il 26% lo ha fatto nel corso del 2017.

I ragazzi utilizzatori sono il doppio rispetto alle ragazze, ad eccezione della cannabis per la quale il rapporto maschi/femmine è di 1,5. Il 4% degli studenti utilizza sostanze psicoattive frequentemente (20 o più volte al mese nel caso della cannabis e/o 10 o più volte al mese per le altre sostanze).

La cannabis è la sostanza più diffusa (utilizzata dal 34% degli studenti), seguita da spice (12%), altre Nps (4%) e cocaina (3,4%). L’1,6% degli studenti ha fatto uso di sostanze senza sapere cosa fossero, lo 0,4% ha utilizzato sostanze per via iniettiva.

Le stime condotte nel 2017 confermano un sensibile cambiamento nella composizione dei modelli di consumo delle sostanze psicoattive, a favore di un aumento di quelli più pericolosi per gli utilizzatori: aumentano infatti sia le frequenze d’uso che il poli-uso di tutte le sostanze, oltre che il cosiddetto uso problematico di cannabis.

Si stimano oltre 200.000 utilizzatori ad alto rischio di oppiacei, 100.000 di cocaina e quasi 1.400.000 di cannabis.

Le attività economiche connesse al mercato delle sostanze psicoattive illegali rappresentano circa il 75% di tutte le attività illegali e pesano per circa lo 0,9% sul Pil. Il consumo di tali sostanze è stimato valere 14,4 miliardi di euro, in aumento di oltre un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Il 40% è attribuibile alla spesa per il consumo di cocaina.

Nel 2017 sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria 35.190 persone per reati in violazione del D.P.R. n. 309/1990, con un incremento del 6% circa dal 2016. Nell’ultimo biennio si è osservata una inversione di tendenza rispetto al periodo 2013-2015, durante il quale è stato registrato un trend in diminuzione.

La quasi totalità dei soggetti (94%) è stata denunciata per traffico illecito di sostanze e il 6% per associazione finalizzata al traffico.

Le denunce hanno riguardato soggetti prevalentemente di genere maschile (93%) e italiani (60%). Il 4% delle denunce ha riguardato minorenni, il 40% dei denunciati ha tra i 20 e i 29 anni, il 26% tra i 30 e i 39 anni e circa un quarto ha più di 40 anni.

La sostanza stupefacente interessata dal più alto numero di denunce è stata la cocaina (11.686 denunce), seguita da marijuana (9.319), hashish (7.375), eroina (n. 3.383) e piante di cannabis (1.388). Rispetto al 2016, è stata rilevata una diminuzione delle denunce per i reati correlati all’hashish (-13%), alle droghe sintetiche (-10%), all’eroina (-8%), alle piante di cannabis (-8%) ed un aumento per quelle relative alla marijuana (+45%) e alla cocaina (+5%).

I ricoveri direttamente droga-correlati nel 2016 (ultimo dato disponibile) sono stati 6.575: il trend è in aumento dal 2013, in controtendenza rispetto al calo generalizzato delle dimissioni ospedaliere.

Il 45% è attribuibile al consumo di oppioidi, il 39,6% a quello di cocaina, l’11,9% di cannabinoidi, il restante 3,2% di amfetamine o allucinogeni.

Nel corso del 2016 (ultimo dato disponibile) sono state contestate 4.742 violazioni per guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti (art. 187 Codice della Strada): il dato è in crescita rispetto agli anni precedenti.

Per quanto riguarda le rilevazioni dei Carabinieri, gli incidenti stradali con lesioni a persone dove almeno un conducente era sotto l’effetto di sostanze psicoattive sono stati 831 (pari al 2,6% del totale degli incidenti rilevati) ed hanno provocato 1.331 feriti e 26 vittime.

Nel 2017, i decessi direttamente attribuibili all’uso di sostanze stupefacenti sono stati 294, con un aumento di quasi il 10% rispetto al 2016.

In oltre il 50% dei casi, la sostanza correlata al decesso è stata l’eroina.

I decessi correlati all’uso di sostanze stupefacenti nel 2015 (ultimo dato disponibile) sono stati 251, dato che risulta in forte diminuzione dal 2005. Il dato aumenta a 572 decessi se si considerano anche quei casi in cui l’utilizzo della sostanza ha contribuito al decesso, ma non è stato l’unica causa.

L’età media dei soggetti deceduti è di circa 43 anni.




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24 ottobre 2018

Molte le famiglie sorrette dal reddito delle donne

E’  stato presentato  il “1° rapporto Auditel-Censis su convivenze, relazioni e stili di vita delle famiglie italiane”. Oltre 6 milioni di donne sono capofamiglia. Aumentano le coabitazioni per ragioni economiche. I bambini tra 4 e 10 anni si rivelano precoci digitali. Clamoroso il boom di accessori domestici: mentre la tv spopola e lo smartphone invade anche il letto (28 milioni di adulti navigano sul web di notte), nelle case sono più i forni a microonde che le lavastoviglie, scompare la segreteria telefonica e si fa largo la vasca idromassaggio.

Questi i principali risultati del rapporto.

Le persone che vivono sole sono 5,7 milioni. E 1,3 milioni vivono con parenti o con altre persone con cui non hanno relazioni di coppia o genitoriali.

Le donne con ruolo di capofamiglia sono ormai 6,3 milioni, pari al 25,7% del totale delle famiglie. Oltre alle donne che vivono sole (capofamiglia per definizione) altre 2,9 milioni vivono in coppie con o senza figli, di cui ben 1,7 milioni assolvono da sole al ruolo di genitore: una straordinaria esperienza di esercizio della responsabilità femminile nel quotidiano di cui troppo poco si parla.

Le coabitazioni che includono anche persone senza legami di parentela sono 2,3 milioni. Le ragioni? Molteplici, ma sarebbe un errore sottovalutare quelle economiche, che spingono ad affittare o subaffittare stanze.

Le case degli italiani sono stracolme di elettrodomestici tradizionali o di ultima generazione. Tra tutti, spicca il televisore: ve ne sono oltre 43 milioni (il 97,1% delle famiglie ne possiede almeno uno), contro 14 milioni di pc portatili (48,1%), 7,4 milioni di tablet (26,4%), 5,6 milioni di pc fissi (22,1%). Rafforza il primato della tv questo dato: il 19,3% delle famiglie dispone di almeno un televisore connesso al web (smart tv o apparecchio tradizionale connesso al web con dispositivo esterno).

I telefoni cellulari sono presenti in oltre il 95% delle famiglie, i telefoni fissi solo nel 60% circa. Il forno a microonde, che ritroviamo nel 53% delle abitazioni, batte la lavastoviglie, utilizzata da quasi il 45%. Gli impianti di aria condizionata arrivano al 29,7%. Il sistema hi-fi con componenti separati al 16,5%. La linea fissa solo dati al 13,2%. La vasca idromassaggio al 4,9%. Residuali la videocamera digitale (6,5% delle famiglie) e la segreteria telefonica (2,1%).

La connessione al web è ormai capillare e coinvolge anche gli anziani. Wireless e connessione mobile, in casa, al lavoro, negli esercizi e spazi pubblici, rendono il web imprescindibile nelle dotazioni individuali e nelle relazioni collettive. Il 49,6% delle famiglie dispone di una connessione a banda larga, con una forte oscillazione territoriale (che penalizza il Sud) e sociale (che penalizza le famiglie a basso livello socio-economico).

I minori sono autentici precoci digitali. . Nella fascia d’età 4-10 anni il 17,6% ha il cellulare, il 6,7% utilizza il pc fisso, il 24,2% il portatile, il 32,7% il tablet e il 49,2% è connesso al web. I nati dal 2000 in avanti sono il banco di prova tangibile degli effetti sociali, anche sulle relazioni familiari, dei nuovi strumenti tecnologici.

I figli sono un formidabile moltiplicatore dei consumi. E’ vero che le famiglie con figli sono quelle che più soffrono per le difficoltà economiche e che il terzo figlio è in molti casi una delle determinanti della povertà. Tuttavia emerge con nettezza che la famiglia con figli ha una propensione al consumo maggiore. Le famiglie monogenitoriali sono le più in sofferenza sul piano economico, visto che stentano a stare dietro alla dinamica incrementale della dotazione di beni legata alla presenza di figli e adolescenti.

E’ prevalente il potere decisionale maschile su settori fondamentali della vita familiare nelle coppie con o senza figli. Gli acquisti quotidiani e di elettrodomestici sono gli unici ambiti a prevalente potere decisionale femminile. Il resto è tutto in mano ai maschi, che nella gran parte dei casi sono i capofamiglia. Cresce tuttavia il peso dei figli nel caso di decisioni di spesa per i device informatici.

C’è una netta propensione a convivere con persone del proprio gruppo sociale, per livello di scolarità e per professione svolta. Le donne, più degli uomini, tendono a fare coppia con partner che svolgono attività professionali dello stesso livello. E sono più propense ad accettare uomini con minore capitale culturale. Vince su tutto l’omogeneità socio-economica e professionale delle coppie, in sintonia con una società dalla mobilità bloccata quasi per ceti.

Le famiglie italiane sono alle prese con la formidabile potenza erosiva delle fruizioni individualizzate degli smartphone, che azzerano di fatto i momenti di aggregazione collettiva.

Una persona, uno smartphone è la metrica ormai imperante in tutte le tipologie familiari: una condizione di base, strutturale, che consente a ogni singolo membro di fruire in totale autonomia e piena comodità di contenuti modulati sui propri specifici interessi.

Lo smartphone è utilizzato dalla quasi totalità dei membri delle famiglie, trasversalmente alla condizione socio-economica. Ma in solitudo, per se stessi e non in fruizione collettiva.

Sono addirittura 28 milioni, poi, gli utilizzatori notturni che lo hanno eletto a inseparabile partner sin nel proprio letto. E ben 11,8 milioni indicano esplicitamente la fruizione sempre e ovunque dello smartphone sul web.

“La famiglia, collante della società, ha cambiato pelle con l’evoluzione sociale: siamo passati dalla famiglia Spa, che combinava redditi e patrimoni, alla famiglia di cura garante di welfare informale e reddito per i componenti non autosufficienti e i figli precari, fino all’attuale rischio di una famiglia disintermediata, alle prese con le sfide che minacciano la relazionalità interna», ha affermato Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

“Il consumo individuale legato agli smartphone connessi al web fa saltare quella quotidiana ritualità conviviale costruita intorno alla visione dei programmi televisivi. Il rapporto Auditel-Censis ha messo sotto i nostri occhi la portata della sfida, visto anche l’intenso e precoce utilizzo dei device digitali da parte di adolescenti e bambini”, ha concluso De Rita.




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24 ottobre 2018

Il turismo illegale

Il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ha consegnato al ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, un rapporto sulla “shadow hospitality”, insieme ad un elenco di quasi 400.000 appartamenti italiani disponibili su Airbnb ad agosto 2018. Per “shadow hospitality” si intende il complesso degli affitti di breve durata di camere, a fini turistici, la cui promozione avviene soprattutto tramite annunci online. Molto spesso questa componente della ricettività turistica è “sommersa” e genera evasione fiscale.

“Abbiamo censito le strutture parallele che vendono camere in rete – ha affermato Bocca – e mettiamo questo elenco a disposizione di tutte le amministrazioni nazionali e territoriali, nonché delle autorità investigative competenti, che desiderano fare luce sul fenomeno”.

“Dall’analisi delle inserzioni presenti sul principale portale – ha affermato il presidente degli albergatori italiani – emergono quattro grandi bugie che smascherano la favoletta del gestore che accoglie l’ospite in casa propria”.

Quali sono  queste quattro grandi bugie?

“Non è vero che si tratta di forme integrative del reddito. Sono attività economiche a tutti gli effetti. Più della metà degli annunci (il 62,22%) sono pubblicati da persone che amministrano più alloggi, con casi limite di soggetti che gestiscono più di 4.000 alloggi.

Non è vero che si condivide l’esperienza con il titolare. Più di tre quarti degli annunci (il 76,88%) si riferisce all’affitto di interi appartamenti, in cui non abita nessuno.

Non è vero che si tratta di attività occasionali. Quasi due terzi degli annunci (il 64,58%) si riferisce ad alloggi disponibili per oltre sei mesi l’anno.

Non è vero che le nuove formule tendono a svilupparsi dove c’è carenza di offerta. Gli alloggi sono concentrati soprattutto nelle grandi città e nelle principali località turistiche dove è maggiore la presenza di esercizi ufficiali”.

“A causa di questa narrazione fraudolenta – ha sottolineato Bocca – il consumatore è ingannato due volte: viene tradita la promessa di vivere un’esperienza autentica e vengono eluse le norme poste a tutela del cliente, dei lavoratori, della collettività e del mercato. Si pone inoltre con tutta evidenza un problema di evasione fiscale e di concorrenza sleale, che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza.

Né può essere sottaciuta la responsabilità delle piattaforme online, che adottano una posizione pilatesca e fanno finta di non vedere o addirittura incoraggiano e proteggono il traffico sospetto che transita attraverso i propri canali”.

“I nostri competitor si sono mossi da tempo, per contrastare le degenerazioni della sharing economy nel turismo. Anche l’Italia deve fare la sua parte, dettando regole ed istituendo controlli volti ad azzerare l’illegalità in uno dei settori tra i più importanti per l’economia del Paese”.

“Abbiamo chiesto al ministro – ha proseguito Bocca – che venga istituito con urgenza il registro nazionale degli alloggi turistici e che si affermi con chiarezza, anche per le locazioni brevi, l’obbligo di rispettare le norme di tutela dei clienti, dei lavoratori, dei vicini di casa, della collettività, della concorrenza”.

“Occorre inoltre adottare misure che pongano un argine allo spopolamento dei centri storici, conseguenza della tendenza a sfrattare i residenti, per far posto ad attività di locazione breve, che vengono affittate a peso d’oro.

In molti Paesi, questo obiettivo è stato perseguito assoggettando le locazioni brevi a condizioni e limitazioni: le abitazioni private possono essere affittate ai turisti solo se il proprietario è residente nell’appartamento, per un numero massimo di giorni all’anno, per un numero massimo di persone per notte, solo per una porzione dell’appartamento, ecc…”

Al riguardo, Bocca ha evidenziato che “il superamento di tali soglie non determina il divieto di svolgere l’attività, ma unicamente l’obbligo di esercitarla nel rispetto delle medesime condizioni previste per le imprese turistico ricettive, all’insegna del paradigma stesso mercato, stesse regole”.

Bocca ha concluso ricordando “l’intollerabile situazione di stallo che si registra sul versante fiscale. A più di un anno dall’entrata in vigore della norma che ha previsto l’applicazione di una tassazione agevolata per le locazioni brevi, sono ancora una netta minoranza gli intermediari che applicano la cosiddetta cedolare secca e comunicano i dati all’Agenzia delle Entrate.

L’entità del danno provocato alle casse dello Stato è notevole. Basti considerare che nel 2016 i soli host di Airbnb hanno ricavato in Italia circa 621 milioni di euro, sui quali il portale avrebbe dovuto effettuare e versare ritenute per circa 130,4 milioni di euro. Considerando il tasso di crescita degli annunci, si può stimare che l’evasione dell’imposta nel primo anno di applicazione della norma sia stata pari ad almeno 200 milioni di euro”.

Cosa ha risposto Centinaio?

Ha dichiarato che il suo primo obiettivo è combattere l’illegalità nel turismo.

Ha poi aggiunto: “Stiamo lavorando a un progetto per fornire un codice identificativo  alle strutture ricettive e per contrastare tutte le pratiche che stanno inutilmente danneggiando l’industria turistica del nostro Paese e contraendo le possibilità di sviluppo dei nostri territori e delle destinazioni”.




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