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7 gennaio 2019

L'Africa finanzia il resto del mondo

“L’Africa finanzia il resto del mondo per l’ammontare di 41,3 miliardi di dollari l’anno”. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto “Honest Accounts 2017. Come il mondo beneficia della ricchezza dell’Africa”, frutto dell’impegno congiunto dell’organizzazione britannica di cittadinanza attiva Global Justice Now, del movimento internazionale per l’annullamento del debito dei paesi più poveri Jubilee Deby Campaign e di un gruppo di Ong europee e africane.

Il sorprendente dato è originato dall’esame dei flussi economici e finanziari di 47 paesi africani. Il risultato è che nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, mentre l’ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari.

Nello specifico, i Paesi africani hanno ricevuto circa 19 miliardi di dollari in sovvenzioni e aiuti allo sviluppo, ma più del triplo di questi fondi, 68 miliardi, è uscito dal continente in attività finanziarie illecite.

Di questa enorme fetta di torta, corrispondente a oltre il 6% del Pil dell’intera Africa, una buona parte, 48,2 miliardi di dollari, è legata al cosiddetto fenomeno del “trade misinvoicing”, ossia alle false fatturazioni commerciali delle multinazionali.

A questa cifra, inoltre, vanno aggiunti 32,4 miliardi di dollari di profitti delle multinazionali  che, semplicemente, vengono riportati nei Paesi dove le società hanno la loro sede. Nulla di illegale, in questo caso, ma comunque un altro grosso pezzo di ricchezza creata in Africa e goduta altrove.

E poi ci sono il rimborso del debito da parte di governi e settore privato (quasi 30 miliardi in tutto), gli utili inviati nei paradisi fiscali dopo aver sfruttato le risorse africane, la pesca e la caccia di frodo, il disboscamento illegale.

Senza contare l’effetto di impoverimento prodotto dal cosiddetto “brain drain”, ossia la perdita di giovani talenti africani, che migrano a causa dei dissesti naturali e dei conflitti.

Gli autori del rapporto sono molto critici sul ruolo esercitato dagli aiuti esteri erogati dai governi occidentali nel continente, sostenendo che spesso si tratta semplicemente di finanziamenti per promuovere la privatizzazione dei servizi pubblici, il libero scambio e gli investimenti privati.

“Se lo scopo degli aiuti è quello di supportare lo sviluppo dell’Africa, dovrebbe allora essere slegato da interessi corporativi occidentali”, si  afferma nello studio.

Viene poi evidenziato che l’Africa ha un grande potenziale minerario ed energetico, manodopera qualificata, nuove imprese in forte espansione, un vasto mercato interno e una straordinaria biodiversità.

La sua popolazione dovrebbe dunque prosperare, mentre l’economia del continente dovrebbe crescere con tassi annuali a doppia cifra, pari ad almeno il doppio del 5% attuale.

Al contrario, molte persone che vivono nei 47 Paesi presi in esame restano intrappolate nella povertà, mentre gran parte della ricchezza del continente defluisce sistematicamente verso i Paesi più sviluppati, in gran parte ex colonizzatori.

La relazione rileva inoltre le responsabilità che i governi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno nel depauperamento del continente, per avervi introdotto politiche economiche che alimentano la povertà.

Per esempio, lo studio descrive come le compagnie estrattive che esportano minerali, gas e petrolio, ottengono ingenti profitti pagando esigue tasse grazie a rilevanti incentivi fiscali. Misure tributarie mirate, messe in atto dai governi occidentali per favorire generose riduzioni delle imposte alle multinazionali.

Sono prese in esame con estrema attenzione anche le perdite associate agli effetti avversi del cambiamento climatico, nonostante l’Africa abbia contribuito in misura irrisoria allo storico accumulo dei gas a effetto serra, rispetto ai Paesi sviluppati.

Il costo di adattamento per prevenire l’impatto del cambiamento climatico nel continente è stimato in 10,6 miliardi all’anno, mentre per la mitigazione dei fenomeni ad esso correlati sarebbero necessari circa altri 26 miliardi, nei quali è compresa l’adozione di sistemi di conversione dell’energia da fonti rinnovabili

Un processo di  trasformazione molto più oneroso rispetto all’Europa o all’America, perché in Africa mancano le infrastrutture e la tecnologia necessarie.

Arrivando alle conclusioni, la ricerca dimostra che quello di cui i Paesi africani hanno veramente bisogno è che il resto del mondo fermi i saccheggi retaggio dell’epoca coloniale, la cui natura di base rimane invariata. Per questo, gli aiuti internazionali andrebbero riconsiderati come una sorta di risarcimento per i danni causati al continente.

I ricercatori di Honest Accounts non formulano però solo critiche, ma propongono anche alcune soluzioni concrete.

Tra queste, un maggiore coinvolgimento della società civile del continente e di quella dei Paesi che beneficiano della sua ricchezza per contrastare la corruzione, eliminare le politiche fiscali svantaggiose e i troppi squilibri che impediscono lo sviluppo dell’Africa.




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7 gennaio 2019

Quanto incide la corruzione sulla crescita economica

L’associazione “Riparte il futuro” ha condotto, insieme a I-Com – Istituto per la Competitività, uno studio volto a capire quanto e in che misura la corruzione incide sullo sviluppo economico del nostro Paese. Si intitola “Italia interrotta, il peso della corruzione sulla crescita economica”.  

Una sintesi dello studio è contenuta nella sua parte iniziale.

Il capitolo 1 fornisce una panoramica dei fenomeni corruttivi in Italia. Essi presentano dimensione rilevante, che si riflette nella percezione comune.

Il capitolo 2 indaga il primo dei tre temi oggetto dello studio, cioè la relazione tra corruzione e Investimenti Diretti Esteri (Ide) in entrata in Italia.

Si approfondisce il rapporto tra la qualità delle Istituzioni e la competitività di un sistema economico.

A questo scopo si utilizza l’European Quality of government Index (Eqi). Appare evidente una correlazione significativa tra lo stock di Ide e l’Eqi per i 28 Paesi dell’Ue.

Oltre alle consistenze di Ide, si prendono in considerazione alcuni indici che riassumono la capacità di uno Stato di creare le condizioni per sostenere l’attività d’impresa e quindi la ricettività rispetto agli investimenti esteri, come l’Ease of Doing Business (Edb) e il Global Competitiveness Index (Gci).

Si verifica una correlazione positiva e significativa tra l’Eqi e la facilità nel fare business nei 28 Stati Ue.

Per quanto riguarda la dimensione italiana, si è posto in relazione l’Eqi con il numero di multinazionali presenti nelle regioni italiane e con la quota di multinazionali sul totale delle imprese attive in ogni regione.

E’ il secondo dato a risultare maggiormente sensibile alla qualità delle istituzioni regionali.

In modo simile, si passa a verificare la relazione tra fenomeni corruttivi, per cui si ricorre al Cpi, e la ricezione di investimenti diretti esteri.

Si riscontra una correlazione negativa significativa tra il livello di corruzione percepito e il volume di investimenti diretti esteri per Stato.

Nel capitolo 3 si indaga la relazione tra corruzione e occupazione, in particolare quella giovanile, in Italia.

Si evince una correlazione positiva tra il tasso di occupazione giovanile per le regioni italiane e il rispettivo Eqi.

A un più alto livello di qualità dell’amministrazione e a un più basso livello di corruzione, pertanto, corrispondono tassi di occupazione giovanile più elevati.

In modo analogo, si riscontra una correlazione negativa a livello regionale tra l’Eqi e il tasso di disoccupazione, sia complessivo sia per la fascia d’età 25-34 anni, e tra l’Eqi e la quota di Neet nella fascia d’età 15-34 anni.

In conclusione del capitolo, si indaga il rapporto tra investimenti diretti esteri e disoccupazione. In quest’ambito, si ritrova una correlazione positiva tra la quota di multinazionali sul totale delle imprese attive nelle regioni italiane e il rispettivo tasso di occupazione, e una correlazione negativa tra la quota di multinazionali e il tasso di disoccupazione.

A una quota maggiore di multinazionali presenti in regione, pertanto, vengono associati un tasso di occupazione giovanile più alto e un tasso di disoccupazione giovanile più basso.

Il capitolo 4 analizza il terzo tema oggetto dello studio: l’esistenza di una relazione tra corruzione e sviluppo digitale di un Paese.

Pur non essendo ancora del tutto chiaro il nesso di casualità, di sicuro appare ormai acclarato che più i Paesi possiedono sistemi digitali efficaci ed efficienti, meno subiscono il peso deleterio della corruzione, e viceversa.

La seconda sezione del capitolo propone un’analisi statistico-econometrica della relazione esistente tra corruzione e digitalizzazione.

La correlazione tra digitalizzazione di un Paese – misurata dal Desi (Digital Economy and Society Index), l’indice elaborato dalla Commissione Europea per valutare lo stato di avanzamento degli Stati membri dell’Ue verso un’economia e una società digitali – e corruzione – misurata dal Cpi (Corruption Perception Index), elaborato da Transparency International – appare forte e positiva (+88,6%).

Inoltre, l’analisi non esclude la possibilità di un legame inverso – per cui, cioè, la corruzione stessa limiti in qualche modo la capacità di un Paese di svilupparsi in maniera adeguata sul piano digitale.

Infine, si suggeriscono alcune misure di policy per contrastare la corruzione rispetto ai tre temi affrontati (investimenti esteri, occupazione con particolare riguardo a quella giovanile e digitalizzazione).

Riguardo gli investimenti esteri, si propone:

la stipula di un accordo tra la cabina di regia Ice-Invitalia e l’Anac perché sui progetti di investimento seguiti dalla prima ci sia una vigilanza continua utile non solo a prevenire episodi di corruzione ma anche a segnalarli efficacemente e con la massima urgenza qualora si presentino;

un fast track per denunce di corruzione da parte di imprese estere operanti in Italia, possibilmente con una linea dedicata presso l’Anac, che sia in grado di fornire consigli e suggerimenti in lingua inglese (oltre a raccogliere le segnalazioni);

in una cornice più macro, una semplificazione delle procedure di ingresso degli operatori esteri sul mercato italiano, tali da ridurre la base di possibili episodi di corruzione.

Rispetto all’occupazione giovanile e alle politiche del lavoro necessarie a contrastarla, vanno assicurati:

il ricorso generalizzato a procedure di call ad evidenza pubblica rivolte al bacino di iscritti nelle apposite liste presso le direzioni provinciali del lavoro;

l’uso di forme di alert, in base a caratteristiche chiave del cv, per i potenziali interessati alle differenti call, in modo tale da evitare che alcuni bandi siano appositamente nascosti o non adeguatamente pubblicizzati;

lo sviluppo il più possibile avanzato di forme elettroniche di marketplace, basate su algoritmi che consentano il miglior match possibile tra competenze offerte (e opportunità di lavoro ricercate) e bisogni delle aziende;

il divieto per le amministrazioni pubbliche di ogni livello e per le relative società in house di assumere personale per chiamata diretta (senza bando), anche mediante contratti non strutturati (es. co.co.co o partita IVA), nei 6 mesi che precedono le scadenze elettorali nonché nei 6 mesi successivi.

Va infine accelerato il processo di digitalizzazione, in particolare della P.A., con misure che al contempo aiutino il contrasto alla corruzione, tra le quali:

la tracciabilità delle attività svolte dalle singole P.A. e la possibilità di poterla facilmente confrontare con la performance di altre amministrazioni comparabili, attraverso open data che consentano questo tipo di confronti;

sistemi di rating delle amministrazioni pubbliche, basati su giudizi di cittadini e imprese sull’efficienza ma anche sul livello di trasparenza e correttezza amministrativa;

inoltre, ogni amministrazione di dimensione adeguata (es. Governo nazionale, Regioni, Città metropolitane) dovrebbe avere l’obbligo di dotarsi di uno sportello per raccogliere (anche o esclusivamente attraverso lo strumento telematico) denunce di corruzione, alle quali garantire il pieno anonimato nonché un riscontro entro tempi certi;

mappatura e messa in trasparenza delle interazioni tra portatori di interesse e centri nevralgici delle amministrazioni (ministeri, uffici di gabinetto, uffici di diretta collaborazione), attraverso l’adozione del cosiddetto “legislative footprint”, che riporti la cronologia, gli attori e l’oggetto degli incontri in seno ai processi legislativi e regolamentari;

obbligo di disponibilità online dei bilanci dei partiti e delle fondazioni o associazioni legate a partiti o personalità politiche che ricoprono cariche pubbliche nel presente o le hanno ricoperte nel recente passato (negli ultimi cinque anni), insieme a una rendicontazione dettagliata dei finanziamenti ricevuti;

estensione della prassi consolidata, attualmente solo presso le autorità indipendenti, di procedere a consultazioni pubbliche, attraverso internet, in concomitanza con l’adozione di nuovi regolamenti.




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7 gennaio 2019

Mense scolastiche, un diritto per tutti i bambini

L’accesso alle mense scolastiche dovrebbe essere un diritto per tutti i bambini. In realtà ciò non si verifica in Italia. Di qui la richiesta di Save the Children che con la nuova legge di bilancio quell’accesso diventi davvero un diritto per tutti i bambini.

“A tutti i bambini deve essere garantito senza differenziazioni e discriminazioni il servizio della mensa scolastica con standard alimentari di qualità.

Si colga l’occasione della proposta inserita nella legge di bilancio di estendere il tempo pieno fino a generalizzarlo, per porre finalmente mano al tema e assicurare il servizio almeno a tutti i bambini delle scuole primarie”.

Lo ha affermato Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children.

Oggi due fatti importanti hanno messo in evidenza le criticità che ancora oggi un servizio fondamentale come la mensa scolastica vive nel nostro Paese.

Il Tribunale di Milano ha segnato un passo di civiltà con l’obbligo imposto al Comune di Lodi di riformare il regolamento che impediva di fatto l’accesso alle agevolazioni al servizio per le famiglie di origine straniera, ponendo in essere un grave discriminazione.

Al tempo stesso i risultati di un’indagine condotta dai Nas hanno rilevato le gravi carenze di qualità nell’offerta alimentare di molti istituti.

Save the Children si batte da anni affinchè il diritto alla mensa scolastica di qualità sia garantito a tutti i bambini e le bambine.

Nel 2017, solo il 51% degli alunni della scuola primaria in Italia ha avuto accesso ad una mensa, con disparità enormi nei sistemi di refezione scolastica e una distanza sempre maggiore tra Nord e Sud, dove si registra il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica (81% in Sicilia, 80% in Molise, 74% in Puglia), come risulta dall’ultimo rapporto di Save the Children “(Non) Tutti a Mensa!”.

“La mensa svolge una funzione educativa ed è uno strumento efficace per combattere la dispersione scolatica – ha proseguito Milano -.

Nel nostro Paese ci sono un milione e 200.000 bambini e adolescenti in condizioni di ‘povertà assoluta’, un’offerta alimentare di qualità in uno spazio adeguato permette di assicurare, almeno una volta al giorno, un pasto nutriente e bilanciato”.

“Accesso alle mense, qualità dell’offerta alimentare, costi per le famiglie, a parità di condizioni economiche, sono differenziati da un Comune all’altro, e dimostrano come sia diffusa la diseguaglianza e il mancato accesso ai diritti nel nostro Paese.

L’obiettivo è quello di intraprendere un percorso che porti a considerare il servizio di mensa scolastica non come un’offerta accessoria a domanda individuale ma come un servizio pubblico essenziale” ha concluso Raffaela Milano.




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7 gennaio 2019

Gli orribili primi 200 giorni del governo per l'economia

I dati Istat sul terzo trimestre certificano che il Pil italiano scende per il calo di consumi e investimenti causato dal peggioramento delle aspettative, mente l’export ha ripreso a tirare. E’ ora che il governo smetta di fare danni e dia invece una mano, correggendo la manovra in senso più prudente. 

Questa è l’opinione dell’economista Francesco Daveri espressa in un articolo pubblicato su www.lavoce.info.

Così continua Daveri:

“Tre mesi fa, dopo i primi cento giorni del governo del cambiamento scrissi su questo sito un pezzo che era già tutto contenuto nel suo titolo: ‘Cento giorni senza fare niente per l’economia sono troppi’.

Osservavo che con segnali di rallentamento dell’economia evidenti già a inizio anno i vice premier e i loro ‘consiglieri economici’ avevano preferito baloccarsi con chiacchiere estive da social network sull’uscita dall’euro e altre idee futuribili piuttosto che provare a riflettere su come sostenere l’economia in modo pratico senza scassare i conti e far ripartire lo spread.

Il pezzo coglieva necessariamente solo una parte delle conseguenze del governo attuale per l’economia. D’altronde dopo 100 giorni come giudicare già un governo che arrivava dopo – si diceva – decenni di malgoverno?

Ora di giorni ne sono passati duecento e qualcosa di più si è visto. In particolare è diventato più chiaro che il nuovo governo non si è limitato a non fare nulla ma ha anche già fatto molti danni.

Ci sarà tempo per valutare con attenzione gli effetti sul mercato del lavoro del cosiddetto ‘decreto dignità’ (per non rassegnarsi alla rifondazione del vocabolario effettuata in questi mesi bisogna sempre aggiungere un ‘cosiddetto’ prima di riportare la denominazione delle politiche in via di attuazione) così come dell’ottovolante dello spread di queste settimane sul costo del credito per le aziende e sul costo e sulla disponibilità di mutui per le famiglie.

Ma l’economia intanto sta già mandando segnali chiari e forti.

I dati del terzo trimestre di quest’anno dicono che il Pil è leggermente diminuito rispetto al trimestre precedente.

Quando era uscita la stima preliminare dell’Istat sul terzo trimestre il premier Giuseppe Conte si era affrettato a precisare che l’Italia stava rallentando ‘ma non per colpa nostra’. E’ l’Europa che rallenta, diceva l’autoproclamato ‘avvocato difensore del popolo’.

I dati definitivi del terzo trimestre raccontano una storia differente. Il calo del Pil viene dal calo della domanda interna privata, cioè dal calo degli investimenti e dal calo dei consumi, sia di quelli durevoli che di quelli non durevoli, mentre la componente estera è tornata a crescere (+1% circa rispetto al trimestre precedente, dopo due trimestri molto negativi).

Questi pochi numeri contraddicono le affermazioni del premier Conte.

Non è proprio tutta l’Europa che rallenta, ma solo l’Italia e la Germania, mentre ad esempio Francia e Spagna – come il resto del mondo – continuano a marciare, il che non descrive un quadro di un’Europa o di un mondo che sta entrando in recessione.

Chi rischia di entrare in recessione è l’Italia.

I brutti numeri della Germania (-0,2% rispetto al trimestre precedente per il Pil tedesco) frenano sicuramente il nostro export. Ma rimane che l’export italiano del terzo trimestre è andato bene. Mentre ad andare male sono consumi e investimenti, ad alimentare i quali sono le aspettative.

E le aspettative delle imprese e dei manager che fanno gli acquisti (nel grafico sotto) sono negative da mesi e il loro segno meno si è appuntito nel mese di ottobre. Il che non promette niente di buono per il quarto trimestre dell’anno.

Se è la domanda interna che va male (a differenza che negli anni passati), mentre la domanda estera è tornata a riprendersi viene il sospetto che ci sia qualcosa che è stato fatto in questi mesi che non è stato ben accolto da famiglie e imprese quando prendono le loro decisioni.

Un segno che la proposta di legge di bilancio non è stata un macigno solo sullo stomaco dell’Europa e dei mercati ma anche su quello del popolo italiano che si vuole tutelare a parole ma non nei fatti.

Non è troppo tardi però per scrivere una vera ‘manovra del popolo’.

Bisogna prima di tutto tornare indietro sui numeri del deficit mandati in Europa, riducendo al 2% quello per il 2019 e indicando un rapido ritorno a un sentiero di riduzione del deficit strutturale.

Nel farlo bisogna poi scrivere numeri più credibili per la crescita che si può plausibilmente ottenere con gli attuali chiari di luna.

Con una politica di bilancio più prudentemente espansiva per il 2019 scenderebbe un po’ lo spread e soprattutto la borsa potrebbe recuperare.

Non ci sarebbe bisogno di predisporre muscolari piani di salvataggio per le banche. Certo bisognerebbe rinviare il ‘vaste programme’ della cancellazione della povertà a un’altra data, ma almeno famiglie e imprese potrebbero guardare al Natale e alla fine del Qe della Bce con maggiore serenità.

Sarà una missione impossibile?”.

Gli obiettivi che il governo, secondo Daveri, si dovrebbe proporre, potrebbero realizzarsi. Infatti, il governo ha recentemente promesso all’Unione europea di contenere il deficit al 2% del Pil.

Ma non credo proprio che in questo modo il nostro Paese nel 2019 riuscirà a crescere ad un tasso più elevato di quanto viene previsto da varie istituzioni e autorità, nonché centri di ricerca, autonomi e autorevoli, raggiungendo almeno un tasso pressocchè uguale al tasso medio dell’Ue.

Sarebbe infatti necessario cambiare notevolmente la qualità della manovra, contenendo l’aumento della spesa pubblica corrente (e ciò significherebbe non realizzare sia il reddito di cittadinanza che la quota 100 per le pensioni) e accrescendo notevolmente gli investimenti.

E gli azionisti di maggioranza del governo, cioè Salvini e Di Maio, non intendono affatto modificare nel senso da me indicato la manovra.




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7 gennaio 2019

Amnesty International, il governo italiano viola i diritti umani

Secondo Amnesty International, in base a quanto rilevato da Elisa De Pieri e Matteo De Bellis, ricercatori dell’ufficio regionale per l’Europa dell’associazione, il governo italiano si è reso colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, relativamente alle politiche portate avanti nei confronti dei migranti. 

Infatti, per chi da anni osserva la situazione nel Mediterraneo centrale, rotta che decine di migliaia di donne, uomini e bambini hanno percorso a bordo di barche fatiscenti, in particolare dal 2013 al 2017, per sfuggire a guerre e persecuzioni o alla ricerca di un futuro più dignitoso, il 2018 si è contraddistinto come “l’anno della Diciotti”.

Oltre ai drammatici incidenti in mare, purtroppo già accaduti in passato, nel 2018 il nuovo governo italiano insediatosi a giugno ha infatti deciso di assicurare e spettacolarizzare il blocco di nuovi arrivi di persone straniere via mare, fino a impedire a una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, di sbarcare in Italia persone soccorse in mare, trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali.

Dopo il rifiuto di sbarcare imposto alle navi di diverse Ong e a navi commerciali e militari straniere, col caso Diciotti si è arrivati al paradosso del rifiuto allo sbarco nei confronti di una nave militare italiana, il cui personale aveva adempiuto ai propri obblighi di soccorso dettati da leggi nazionali e internazionali.

Ma c’è di più.

Col caso Diciotti si è chiuso il cerchio di una strategia, efficacemente riattivata dal governo precedente ma originariamente intrapresa (benché con mezzi parzialmente diversi) già dal governo Berlusconi, che si poneva il medesimo obiettivo finale: la riduzione degli approdi di rifugiati e migranti in Italia mediante la delega del controllo delle frontiere marittime italiane ed europee alle autorità libiche.

Dieci anni fa, con la firma di un trattato di amicizia tra Italia e Libia, il governo Berlusconi diede inizio a una politica di cooperazione per il controllo delle frontiere che, sorretta da argomenti politici molto simili agli attuali, prevedeva la cessione di imbarcazioni dall’Italia alla Libia e culminò con lo scempio dei respingimenti verso la Libia, ossia lo sbarco in un luogo pericoloso di persone intercettate in mare.

Tale politica, che violava palesemente il diritto internazionale, fu interrotta a seguito del conflitto in Libia ma questo non esonerò l’Italia nel 2012 da una pesantissima condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, proprio per quei respingimenti le cui vittime erano state riconsegnate alla Libia e dunque esposte al rischio di subire nuove violenze e abusi.

Cinque anni fa, in reazione all’orrore per le 368 vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e soltanto otto giorni dopo per le oltre 200 vittime del così detto “naufragio dei bambini”, che mostrò come i rimpalli di competenze con Malta potevano costare la vita a centinaia di persone, il governo Letta scelse di lanciare una grande operazione umanitaria, Mare Nostrum, per soccorrere in mare quante più persone possibile.

Mare Nostrum, andando a rafforzare il costante impegno della guardia costiera italiana, garantì il salvataggio di decine di migliaia di vite, abbassando notevolmente il tasso di mortalità in mare e ridando onore a corpi dello stato ancora feriti dall’onta dei respingimenti e della relativa condanna.

Per fare fronte all’aggravarsi della crisi dei rifugiati siriani e al collasso dello stato libico, l’Italia e l’Unione europea avrebbero dovuto accompagnare questo primo passo, di tipo umanitario, con riforme strutturali delle loro politiche migratorie, che comprendessero l’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, in misura adeguata alla gravità della situazione.

Ciò avrebbe potuto limitare il numero di persone che, nella pressoché totale assenza di opportunità di ottenere un visto per entrare in Europa regolarmente, rischiavano la vita nella pericolosissima traversata del Mediterraneo centrale.

Purtroppo, le continue richieste in questo senso da parte del mondo non-governativo e dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, rimasero inascoltate.

L’Italia, spalleggiata dagli altri governi europei, preferì investire su politiche di chiusura. Alla fine del 2014, Mare Nostrum fu sostituita con operazioni europee di carattere securitario e militare (Triton e, dall’estate 2015, EunavForMed Sophia), per le quali il salvataggio in mare, pur rimanendo tra i compiti necessari perché imposti dal diritto internazionale, non costituiva più la finalità principale della missione.

Dal 2016, Italia ed Europa iniziarono a investire nel rafforzamento della capacità delle autorità marittime libiche di pattugliare le loro coste, intercettare in mare rifugiati e migranti diretti verso l’Europa e riportarli in Libia, oltre che a stringere accordi informali con milizie coinvolte nel traffico dei rifugiati e migranti.

Questa strategia ha prodotto i risultati che si prefiggeva, riducendo partenze e arrivi: da luglio 2017, il numero di rifugiati e migranti approdati in Italia è diminuito drasticamente, passando dai 182.877 registrati nei 12 mesi precedenti (agosto 2016 – luglio 2017), ai 42.700 dei 12 mesi successivi (agosto 2017 – luglio 2018). Al minor numero di partenze è corrisposto anche, logicamente, un numero minore di vittime in mare.

Gli effetti di questa politica sono però stati drammatici per le persone riportate in Libia, non solo perché le autorità libiche non sono ancora in grado di tutelare le persone che intercettano in mare e spesso le maltrattano (come nel caso di Josefa, la donna ritrovata in mare dalla Ong Proactiva Open Arms lo scorso luglio) ma soprattutto perché quelle persone vengono sbarcate in Libia e immediatamente trasferite in centri di detenzione, dove vengono trattenute arbitrariamente e a tempo indefinito, in assenza di un ordine e di qualunque controllo giurisdizionale, e dove sono sistematicamente esposte a condizioni agghiaccianti oltre che a torture, stupri, maltrattamenti e sfruttamenti di ogni tipo.

Violazioni dei diritti umani, queste, di cui l’Italia si è resa complice perché, pur conoscendo la situazione, ha continuato a offrire aiuto materiale a chi le perpetra e non ha richiesto alle autorità libiche di porre fine agli abusi, come condizione previa per la fornitura di tale assistenza.

A partire dal 2017, la guardia costiera libica, forte del decisivo supporto italiano e dell’Unione europea, è stata in grado di intercettare in mare una fetta crescente di coloro che partivano. Migliaia di donne, uomini e bambini sono stati poi riportati nei centri di detenzione in Libia e sottoposti a maltrattamenti spietati.

Di fronte a questa situazione, nel 2018, il governo Conte avrebbe potuto fare la cosa giusta, usando l’influenza italiana in Libia per promuovere un’agenda di riforme focalizzata sulla protezione dei diritti umani nel paese, a partire dalla chiusura dei centri di detenzione per rifugiati e migranti, e investendo nella riforma delle politiche migratorie italiane ed europee e nell’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, compresi quelli imprigionati in Libia.

Purtroppo, la decisione è stata invece quella di continuare a ergere muri per fermare una “crisi migratoria” che, visto il netto calo degli approdi in Italia già dal 2017, ormai esiste solo nelle dichiarazioni di politici disonesti e sulle colonne di giornali di propaganda.

Le conseguenze della politica dei “porti chiusi” e della complementare strategia di criminalizzazione e denigrazione delle Ong, sono ormai evidenti: con l’annichilimento delle flotte non governative votate al soccorso in mare, nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare, che ha addirittura superato il 20% a settembre, oltre che delle persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione in Libia, passate dalle 4.400 di marzo alle 10.000 di agosto.

Nel frattempo, il governo Conte si è ben guardato dal portare avanti anche quelle minime misure positive per alleviare le sofferenze dei rifugiati intrappolati in Libia, che il governo precedente aveva tentato, in particolare con l’evacuazione di 312 rifugiati dalla Libia in Italia tra dicembre 2017 e febbraio 2018. Negli otto mesi successivi alle elezioni di marzo, il governo italiano non ha realizzato alcuna evacuazione, fino a quella di 44 rifugiati, avvenuta il 7 novembre.

L’ostilità del governo verso i diritti delle persone straniere si è manifestata anche con l’adozione del così detto decreto sicurezza a settembre e degli emendamenti allo stesso presentati dal governo durante la sua successiva conversione in legge.

La drastica riduzione della possibilità di offrire uno status regolare temporaneo a persone che non possono essere rimpatriate, pur non essendo giuridicamente qualificabili come rifugiate, significa che queste si trovano ad affrontare lunghi periodi di irregolarità e inevitabilmente di deprivazione materiale ed esclusione sociale.

La riduzione dell’accoglienza dignitosa dei richiedenti asilo nei centri Sprar si tradurrà probabilmente in maggiori ostacoli all’inclusione di queste persone e in un rafforzamento dell’immagine di rifugiati e richiedenti asilo come problema da contenere in centri separati dalla comunità ospitante.

Il linguaggio istituzionale, poi, nel 2018 si è incattivito, in particolare attraverso la vera e propria crociata fatta sui social network del ministro dell’Interno nei confronti di rifugiati e migranti, delle associazioni che li assistono e financo di rappresentanti istituzionali che hanno cercato di suggerire forme per la loro migliore integrazione, come il sindaco di Riace, o di tutelarne i diritti contro gli abusi dello stato, come il procuratore di Agrigento.

Questa continua diffusione d’odio ha contribuito a creare condizioni propizie per la preoccupante serie di crimini d’odio contro persone di colore, quali la tentata strage di Macerata a febbraio e altri crimini violenti riportati dalla stampa durante l’anno, da Sassari a Brindisi, da Aprilia a Morbegno, da Castel Volturno a Moncalieri.




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7 gennaio 2019

Quanto costano i rifiuti...

302 euro, a tanto ammonta in media nel 2018 la tassa dei rifiuti nel nostro Paese, con differenze territoriali molto marcate: tra la regione più economica e quella più costosa si registra uno scarto di oltre il 120% e fra la provincia meno cara e quella più cara addirittura di oltre il 270%. Campania la regione più costosa (422 €), Trentino Alto Adige la più economica (188 €). Questi alcuni dati forniti dall’osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva. 

Analizzando le tariffe a livello regionale, si evidenzia un aumento in ben 10 regioni, con la Basilicata che registra l’incremento più elevato (+13,5% nella sola città di Matera) e una diminuzione in 6 regioni, in particolare in Molise (-4,9%) e in Trentino Alto Adige (-4,5%).

A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 256 euro), segue il Centro (301 euro), infine il Sud (357 euro).

Il Trentino Alto Adige si conferma la regione più economica, con una tassa rifiuti media di 188 euro, la Campania la più costosa con 422 euro annuali.

Confrontando i singoli capoluoghi di provincia, Belluno, seppur con un piccolo incremento, si conferma la città più economica (153 euro all’anno), mentre a Trapani, che registra un aumento del 49% rispetto all’anno passato, spetta il primato di più costosa (571 euro).

“Ancora una volta la nostra indagine restituisce la fotografia di un Paese con marcate differenze territoriali in termini di produzione di rifiuti, raccolta differenziata e costi sostenuti dalla cittadinanza. I nostri dati concordano con l’indagine Istat secondo la quale il 70% delle famiglie italiane ritiene eccessiva la spesa per la raccolta dei rifiuti, percentuale che supera l’80% relativamente alle regioni del Sud e delle isole”, ha commentato i dati in questione Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva.

Inoltre, secondo il rapporto rifiuti urbani 2017 dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) in Italia nel 2016 sono state prodotte 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. La regione che ha una produzione pro capite di rifiuti urbani più alta è l’Emilia Romagna (653 kg l’anno) mentre la più bassa è la Basilicata (354 kg).

La maggioranza dei rifiuti urbani in Italia è prodotta nel Nord (47%) seguito dal Sud con il 31% e infine dal Centro (22%). L’incremento più alto della produzione pro capite rispetto alla precedente rilevazione è quello registrato nel Veneto (+9,2%) mentre in Liguria si assiste alla diminuzione più significativa (-2,7%).

Buone notizie per la raccolta differenziata: nel 2016 (ultimo anno disponibile) secondo dati Ispra,  siamo arrivati a livello nazionale al 52,5% (+5% rispetto al 2015), mentre un quarto dei rifiuti finisce in discarica.

La differenziata aumenta in tutte le Regioni; le più virtuose sono Veneto e Trentino Alto Adige con oltre il 70%, Lombardia e Friuli Venezia Giulia con poco meno del 70%. Le regioni fanalino di coda sono invece la Sicilia, l’unica a non raggiungere la soglia del 20%, e il Molise (28%). In Calabria e Basilicata invece è aumentata di oltre l’8% la percentuale di raccolta differenziata.




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7 gennaio 2019

Empori solidali, cosa e quanti sono

Nel 1° rapporto di Caritas Italiana e Csvnet sugli empori solidali è contenuta la mappatura di 178 “negozi” attivi e almeno 20 in avvio: più della metà aperti nell’ultimo triennio. Nel 2017 servite 30.000 famiglie e 105.000 persone, per un quarto sotto i 15 anni. Oltre 100.000 le ore annuali di servizio, garantite finora da 5.200 volontari. Sono 178 gli empori solidali attivi in Italia, distribuiti in 19 regioni; e almeno altri 20 sono pronti ad aprire entro il 2019.

Sono questi i dati principali contenuti nel primo rapporto sul fenomeno realizzato da Caritas Italiana e Csvnet, l’associazione dei centri di servizio per il volontariato.

Gli empori sono una forma avanzata di aiuto alle famiglie che vivono situazioni temporanee di povertà; spesso costituiscono un’evoluzione delle tradizionali e ancora molto diffuse (e indispensabili) distribuzioni di “borse-spesa”.

Si tratta di un modello che ha conosciuto una crescita impressionante nell’ultimo triennio: il 57% degli empori (102) ha aperto tra il 2016 e il 2018, quota che sale al 72% se si considera anche l’anno precedente.

Il primo è nato nel 1997 a Genova, mentre è dal 2008, con le aperture degli empori Caritas a Roma, Prato e Pescara, che il modello ha cominciato ad affermarsi.

Nel realizzare questa prima mappatura – che servirà ad aprire la strada a diversi approfondimenti futuri – Caritas Italiana e Csvnet hanno circoscritto i servizi da indagare in base a quattro caratteristiche comuni, pur nella varietà delle esperienze:

l’aspetto e il funzionamento simile a negozi o piccoli market;

la distribuzione gratuita di beni di prima necessità, resi disponibili da donazioni o acquisti, tra i quali i beneficiari possono liberamente scegliere in base ai propri bisogni e gusti;

l’essere in rete con altre realtà del territorio per l’approvvigionamento e/o l’individuazione dei beneficiari;

il proporre, insieme al sostegno materiale, altri servizi di orientamento, formazione, inclusione e socializzazione.

Nella quasi totalità dei casi gli empori sono gestiti da organizzazioni non profit, spesso in rete fra loro: per il 52% sono associazioni (in maggioranza di volontariato), per il 10% cooperative sociali, per il 35% enti ecclesiastici diocesani o parrocchie, per il 3% enti pubblici.

Il ruolo di questi ultimi, quasi sempre Comuni (300 quelli coinvolti), è riconosciuto da quasi tutti gli empori in ordine all’accesso e l’accompagnamento dei beneficiari. Le Caritas diocesane hanno un ruolo in 137 empori (in 65 casi come promotrici dirette); i Csv lo hanno in 79 empori, offrendo prevalentemente supporti al funzionamento.

Gli empori sono aperti per 1.860 ore alla settimana per un totale di oltre 100.000 ore all’anno. La maggioranza apre 2 o 3 giorni alla settimana (non consecutivi); privilegiati i giorni infrasettimanali, mentre 37 sono aperti anche il sabato.

Dall’apertura al 30 giugno 2018 tutti gli empori attivi hanno servito più di 99.000 famiglie e 325.000 persone, di cui il 44% straniere. Una utenza anagraficamente molto giovane: il 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4% supera i 65.

Prendendo in considerazione solo il 2017, le famiglie beneficiarie sono state oltre 30.000 e le persone 105.000.

L’accesso agli empori avviene in base alla verifica delle condizioni di difficoltà utilizzando combinazioni di documenti (soglia Isee, Irpef) e colloqui individuali.

Le famiglie fanno la spesa gratis utilizzando in più di 150 una tessera (elettronica o manuale) a punti da scalare; in altri empori si utilizzano sistemi simili. Più dei tre quarti degli empori pongono un limite temporale di accesso, rinnovabile per almeno una volta, con l’obiettivo di sostenere le famiglie in difficoltà economica.

A questo scopo, l’86% degli empori presta ulteriori servizi ai beneficiari: come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio, consulenza legale ecc.

Inoltre, il 55% delle strutture propone ai beneficiari lo svolgimento di attività di volontariato, sia all’interno che presso altre realtà fuori.

Le dimensioni e le caratteristiche degli empori sono piuttosto disomogenee.

Il costo mensile per la gestione oscilla tra 0 e 28.000 euro, tuttavia più del 70% si attesta nella fascia tra 1.000 e 4.500 euro. A pesare maggiormente sono le voci di costo relative all’acquisto diretto dei beni (circa 40%) e personale (per il 22%).

Sono più di 1.200 (soprattutto supermercati e piccola distribuzione alimentare) le imprese che collaborano direttamente con gli empori. Da esse proviene il volume maggiore dei beni che verranno messi a disposizione sugli scaffali, anche se non tutti ne usufruiscono: il “fornitore” che accomuna la quasi totalità delle strutture è infatti il terzo settore, anche se questa voce è spesso correlata a raccolte di beni negli esercizi privati da parte di organizzazioni non profit del territorio, in particolare il Banco Alimentare. Da registrare che sono 134 gli empori che dichiarano una quota più o meno alta di acquisto diretto.

Notevole la varietà dei beni in distribuzione. Accanto agli alimenti non deteriorabili, già presenti nei “pacchi” distribuiti sul territorio, gli empori riescono a disporre e hanno la capacità di gestire, mantenendo tutti i requisiti di igiene e sicurezza del prodotto: alimenti freschi e ortofrutta (in 124 servizi), alimenti cotti (in 30) e surgelati. Ma anche prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa (in 146 empori), indumenti (in 50), fino ai prodotti farmaceutici, ai piccoli arredi e agli alimenti per gli animali. Molto presenti infine prodotti per bambini e ragazzi: giocattoli (disponibili in 62 realtà), articoli per la scuola e prodotti di cancelleria (in 92) e soprattutto alimenti per neonati (in 150).

Infine i dati sulle risorse umane.

Quella degli empori è una storia di volontari, che sono presenti in tutte le strutture. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli dichiarati nell’attività di questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione.

I volontari svolgono tutte le mansioni:  dall’approvvigionamento alla distribuzione, dall’amministrazione al coordinamento e naturalmente alla governance. Interessante la partecipazione di volontari stranieri, presenti fino ad oggi in quasi la metà degli empori ed oggi in un terzo, con una media di 4 per servizio.

Sono 178 gli operatori retribuiti al momento della rilevazione, dichiarati da 83 empori: 54 di questi ha solo personale part-time; le persone a tempo pieno sono 49 distribuite nei restanti 29 empori, mentre sono 44 i giovani in servizio civile.

“La complessità della povertà esclude a priori la presunzione di chiunque di disporre di una soluzione epocale”, affermano nelle riflessioni conclusive il direttore di Caritas Italiana don Francesco Soddu e il presidente di Csvnet Stefano Tabò.

Tuttavia il rapporto mette in luce tre punti di forza del “modello” empori solidali.

Il primo è il suo essere “nato dalla capacità di mettere in discussione prassi consolidate di aiuto materiale”: di fronte a persone e bisogni diversi da quelli tradizionali ci sono state “comunità capaci di scegliere alleanze inedite per costruire un servizio nuovo”. E ad attivare questa capacità “c’è sempre, come protagonista, un volontariato che sa costantemente cambiare e adattarsi”, insieme a imprese, professionisti, associazionismo non esclusivamente sociale, scuola, fino ai privati cittadini.

Il secondo è la caratteristica degli empori di essere un servizio non solo “benefico”, ma anche rigoroso e competente: negli iter di accesso, nei sistemi di attribuzione del punteggio, nel definire “patti di accompagnamento” delle persone. Caratteri che li distinguono dai servizi “mordi e fuggi” di pura assistenza materiale, qualificandoli come tessere di percorsi più stabili di contrasto all’esclusione sociale.

Gli empori infine costituiscono il “terminale di un sistema che provvede all’aiuto materiale nell’ambito di interventi fortemente relazionali e promozionali. Al collegamento pressoché costante ad un servizio di ascolto, si aggiungono le proposte di laboratori, percorsi formativi e culturali, non di rado aperti a tutta la cittadinanza: dalla cucina con gli avanzi alla gestione del bilancio familiare; dal risparmio energetico al piccolo artigianato; dalle riparazioni al cucito e al bricolage; fino al sostegno allo studio e all’educazione alimentare di cui beneficiano – anche in termini di possibilità di riscatto – soprattutto i bambini”.

Sarà ora importante investire su alcune linee cruciali di approfondimento del fenomeno, su cui Soddu e Tabò confermano l’impegno dei due soggetti. Le prime quattro che vengono indicate sono: le caratteristiche dei beneficiari e la loro permanenza del servizio; la sostenibilità economica degli empori; il contrasto allo spreco, non solo alimentare; le dinamiche e il ruolo svolto.




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7 gennaio 2019

Save the Children, come contrastare la povertà minorile

In occasione della discussione alla commissione Bilancio della Camera dei Deputati, Save the Children, ha formulato 5 proposta in favore dei bambini e delle loro famiglie, in particolare le più vulnerabili. Infatti l’associazione considera la povertà minorile una vera emergenza per l’Italia. Intervenire per combatterla è ritenuto un investimento indispensabile, nel lungo periodo, per il Paese. 

“Lo scenario economico, oggi così critico, non ci esime dal dover mettere al centro la tutela dei bambini e degli adolescenti, soprattutto di quelli che vivono nelle condizioni di maggior disagio, come il milione e duecentomila minori sotto la soglia della povertà assoluta.

C’è la assoluta necessità di rafforzare la rete di intervento sociale ed educativa. Questa è la vera infrastruttura di cui il nostro Paese ha bisogno, e i fondi per l’infanzia dovrebbero essere considerati, in Italia così come in Europa, non come una spesa ma come un investimento indispensabile per lo sviluppo” – ha dichiarato Raffaela Milano direttrice del programma Italia-Europa di Save the Children.

Le cinque proposte sono le seguenti:

Sostegno materiale alle famiglie con bambini in povertà assoluta

E’ necessario che nella definizione del nuovo reddito di cittadinanza si introduca un criterio di priorità nei confronti delle famiglie con minori in povertà assoluta, a partire dalla constatazione che proprio i minori sono i più colpiti dall’impoverimento: il 12% dei minori è in povertà assoluta, con una incidenza tre volte maggiore rispetto agli over65.

E’ inoltre necessario che non si interrompa, ma si potenzi, il percorso avviato con il reddito di inclusione – sostenuto dalla Alleanza contro la Povertà di cui Save the Children fa parte – per affiancare al contributo economico il necessario sostegno della rete dei servizi sociali e specifiche misure dedicate ai minori, come la prevenzione della dispersione scolastica, rendendo i minori stessi protagonisti dell’intervento.

Fondo di contrasto alla povertà educativa

Non è solo la povertà materiale a colpire i minori e pregiudicarne il futuro: occorre contrastare quella che Save the Children ha definito “povertà educativa”, ovvero l’impossibilità, per i minori, di accedere alle risorse educative indispensabili per sviluppare i propri talenti e le proprie potenzialità.

Con la legge di stabilità del 2016 (con un impegno per 2016, 2017 e 2018) il Parlamento ha dato vita al “fondo di contrasto per la povertà educativa minorile”. Il fondo è alimentato dalle Fondazioni di origine bancaria, che usufruiscono di un credito d’imposta.

“Chiediamo – sottolinea Raffaela Milano – che sia data continuità a questo importante strumento, per affrontare con iniziative specifiche e innovative uno degli aspetti della povertà minorile meno visibile e allo stesso tempo più grave e spesso purtroppo irreversibile, perché condiziona non solo il presente ma anche il futuro dei minori colpiti”.

Sicurezza scolastica, mense gratuite e scuole aperte tutto il giorno nelle aree di maggior disagio

La scuola è il primo presidio educativo ed anche il luogo dove ridurre le diseguaglianze economiche e sociali, assicurando ad ogni bambino la possibilità di sviluppare le sue potenzialità. Troppe scuole oggi non riescono a rispondere a questa missione, sono spazi pericolosi e squallidi.

E’ necessario concretizzare l’impegno sulla edilizia scolastica per tutelare il diritto di ogni bambino ad uno spazio scolastico sicuro, bello e adatto all’apprendimento.

Visti i dati allarmanti sulla povertà alimentare, anche il tema della mensa scolastica va messo al centro. Save the Children chiede di garantire un accesso gratuito alla mensa scolastica ai bambini in condizioni certificate di povertà assoluta. La mensa è funzionale anche a consentire l’apertura delle scuole per tutto il giorno, per attività curriculari ed extracurriculari, come presidio educativo, di legalità e di promozione culturale e di prevenzione della dispersione scolastica.

“Occorre un investimento mirato su quelle aree di maggior disagio, dove si concentrano per i bambini e i ragazzi tutti i fattori di svantaggio – povertà, dispersione scolastica, criminalità, degrado ambientale -, trasformando questi territori in vere ‘comunità educanti’ in grado di garantire ai bambini la possibilità di costruire liberamente il futuro, senza doversi sottomettere ad un destino già segnato”, ha proseguito Raffaela Milano.

Educazione 0-6 e sostegno alla genitorialità

Occorre sviluppare il sistema educativo per i bambini dagli 0 ai 6 anni, visto che è ormai chiara l’importanza dell’investimento precoce sin dalla prima infanzia. In quest’ottica è necessario finanziare un piano nazionale di sostegno alla genitorialità, che preveda una programmazione organica e pluriennale e che assicuri per i nuclei familiari un coordinamento tra le diverse misure di intervento. Inoltre per riequilibrare i carichi di cura fin dalla nascita, è fondamentale prorogare e stabilizzare il congedo di paternità obbligatorio.

Rinnovare l’impegno dell’Italia per i bambini del mondo per salute materno-infantile, nutrizione ed educazione

Per essere in grado di rispondere alle sfide attuali e future è necessaria una cooperazione internazionale forte e dotata di adeguate risorse, per azioni di sviluppo che partano da settori chiave quali l’educazione, la salute materno-infantile e la nutrizione.

La nota di aggiornamento al Def 2018 ha annunciato che gli stanziamenti per gli aiuti allo sviluppo raggiungeranno lo 0,4% del reddito nazionale lordo entro il 2021, un dato che conferma il trend di crescita avviato negli scorsi anni. Occorre confermare questo percorso nel triennio senza arretramenti nell’investimento.

A tal fine, Save the Children raccomanda di dedicare una parte del fondo di rotazione per le politiche comunitarie, nella misura di 60 milioni di euro annui per il triennio, a favore delle azioni di cooperazione allo sviluppo realizzate dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, in coerenza e a complemento della politica di cooperazione dell’Unione europea.




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7 gennaio 2019

Contro il decreto sicurezza di Salvini

Il cosiddetto decreto sicurezza, fortemente voluto da Matteo Salvini, è stato oggetto, giustamente, di numerose critiche. Le critiche sono state espresse sia dai partiti di opposizione ma anche da associazioni e sindacati. Un appello contro le caratteristiche principali del decreto in questione è stato redatto da Libera, Acli, Arci, Avviso Pubblica, Legambiente, Cgil, Cisl e Uil. 

Condivido in pieno l’appello, anche perché, seppur breve, evidenzia chiaramente gli aspetti fortemente negativi del decreto.

Pertanto ho deciso di riportarlo integralmente.

“Destano grande preoccupazione le disposizioni relative alla protezione umanitaria e immigrazione – su cui anche il Consiglio superiore della magistratura ha rilevato aspetti di incostituzionalità – e che appaiono essere più come una risposta simbolica all’opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e della integrazione.

Questo decreto che si appresta a diventare legge non promuove dignità, ma la toglie, ad esempio alle persone che hanno intrapreso un percorso di integrazione, lavorano in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato e in caso di diniego perdono il lavoro e il diritto di permanere sul territorio italiano, incentivando in tal modo sfruttamento e lavoro irregolare.

Preoccupano fortemente, altresì, le disposizioni relative all’ordine pubblico e sicurezza, che richiederebbero interventi di diversa natura mirati a favorire le politiche di inclusione sociale, a garantire il diritto all’abitare, alla salute e a tutti i servizi socio-sanitari per le persone in condizioni di povertà, fragilità ed emarginazione.

Fino alla vendita ai privati dei beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti, perchè, tramite aste pubbliche, anziché riutilizzarli per finalità pubbliche e sociali come prevede la legge n. 109/1996, si vuole dare un messaggio culturale in direzione opposta, favorendo inevitabilmente gli acquisti attraverso prestanome dalla faccia pulita, come già evidenziato da molti magistrati.

Non possiamo permettere che le ricchezze accumulate con denaro frutto del compimento di gravi reati ritornino nelle mani di chi li ha commessi. Tutto il ‘maltolto’ deve diventare ‘bene comune’ rappresentando il segno del riscatto di un’Italia civile e responsabile, onesta e coraggiosa”.

Uno degli obiettivi principali del decreto dovrebbe essere quello di ridurre il numero dei migranti presenti in Italia.

Ho utilizzato il condizionale non a caso.

Infatti, in considerazione soprattutto delle note difficoltà connesse al rimpatrio dei migranti, l’effetto principale che determinerà l’attuazione del decreto sarà l’aumento del numero degli stranieri irregolari.

E tale aumento, oggettivamente, causerà anche un incremento dei comportamenti illegali.

Pertanto la tanto sbandierata volontà, manifestata soprattutto da Salvini, di accrescere la sicurezza dei cittadini italiani si tramuterà nel verificarsi dell’esatto contrario.

Salvini lo sa ma a lui non interessa realmente garantire la sicurezza quanto aumentare i consensi, anche elettorali, nei suoi confronti, usando strumentalmente le paure e i timori che egli stesso ha contribuito a creare, ad esempio ingigantendo le dimensioni e  i pericoli dei fenomeni migratori.




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7 gennaio 2019

Associazione Libera, no alla vendita dei beni confiscati

Con l’approvazione al Senato del “decreto sicurezza”, nell’articolo 36 si liberalizza la vendita ai privati, con aste pubbliche, dei beni confiscati ai boss. Dieci anni dopo l’ipotesi avanzata dal governo Berlusconi che propose con un emendamento alla legge finanziaria per il 2010 la vendita dei beni confiscati e poi bloccata grazie alla mobilitazione del mondo associativo e di migliaia di cittadini, si ripropone una possibilità che rischia di fare un grosso passo indietro nel contrasto patrimoniale alle mafie e ai corrotti.

Questo giudizio negativo sulla vendita dei beni confiscati è stata espressa dall’associazione Libera.

Infatti la previsione della vendita alle condizioni contenute nel decreto governativo porterà il rischio ad arrendersi di fronte alle prime difficoltà legate alle diverse criticità territoriali ed a volte alla mancanza di informazioni adeguate e di progettualità condivise.

Del resto la vendita era già possibile ad alcune categorie di soggetti, come extrema ratio e come tale deve essere considerata e non una scorciatoia per evitare le problematiche che si riscontrano nella destinazione e assegnazione dei beni.

C’è, infatti, la forte preoccupazione che, senza cautele e controlli adeguati, i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati (chi in certe zone avrà il coraggio di partecipare all’asta per la villa del boss locale?), ma che l’acquisto possa essere realizzato attraverso prestanomi dalla faccia pulita.

Oltretutto il decreto prevede che i proventi della vendita siano utilizzati solo per il 20% per le funzioni dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. La parte maggiore va ai Ministeri dell’Interno e della Giustizia. Una linea di tendenza che di fatto fa venire meno lo spirito della legge: le ricchezze rubate alla comunità devono essere restituite alla comunità, in un’ottica risarcitoria.

Un provvedimento che di fatto rappresenta un attacco a quel “maltolto” che diventa “bene comune” e crea opportunità rappresentando il segno del riscatto di un’Italia civile e responsabile, onesta e coraggiosa. Le oltre 800 realtà dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale assegnatarie di beni immobili confiscati, infatti, distruggono “il capitale sociale” delle mafie e sottraggono ai boss lo strumento del consenso.

Un impegno sociale che negli anni ha trovato ampio consenso.

Secondo l’ultima ricerca di Liberaidee sulla percezione e la presenza delle mafie e della corruzione, su un campione di 10.000 persone, per oltre otto intervistati su dieci i beni confiscati sono percepiti come una risorsa per il territorio, capace di portare benefici all’intera comunità locale.

Per quel che concerne le opinioni relative a quale debba essere l’utilizzo dei beni confiscati, secondo i rispondenti dovrebbero essere destinati in misura prioritaria a cooperative orientate all’inserimento lavorativo dei giovani (31%), alla realizzazione di luoghi pubblici di aggregazione e di educazione alla cittadinanza (23,5%) e solo il 4,4% ritiene utile venderli per incrementare le casse pubbliche.

“Questi terreni appartenevano a Totò Riina”; “Bernando Provenzano era il padrone di questo vigneto”; “Questo agriturismo è dedicato alla memoria del piccolo Di Matteo ucciso barbaramente”.

Poter oggi ascoltare queste frasi, pronunciate ad alta voce dai tanti giovani impegnati nelle realtà che gestiscono i beni confiscati, significa rendersi conto di quanta strada sia stata fatta, nel solco della memoria delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa. Ventitré anni fa nessuno si sarebbe immaginato che qualcuno le potesse pronunciare.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge.

E il ritorno di quei beni nella disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle Istituzioni.

Insomma, un vero regalo alle mafie e ai corrotti.




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