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7 gennaio 2019

Quota 100 per le pensioni e reddito di cittadinanza interventi sbagliati

I due principali interventi di politica economica che il governo giallo-verde dovrebbe attuare sono l’introduzione della cosiddetta quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Entrambi gli interventi sono sbagliati, indipendentemente dagli effetti espansivi sul deficit e sul debito pubblico.

I due interventi hanno un elemento in comune: determineranno un aumento della spesa pubblica con scarsi effetti sulla crescita del Pil e non sono prioritari rispetto ad altre azioni che potrebbero essere realizzate se si intende davvero aumentare il Pil e l’occupazione, obiettivi questi senza dubbio molto importanti.

L’introduzione della quota 100 potrebbe avere degli effetti espansivi sul Pil solamente se l’aumento dei pensionati provocasse una forte crescita dei giovani occupati, in sostituzione di coloro che abbandonerebbero il proprio posto di lavoro.

E’ provato che un aumento del numero dei pensionati determina solo un piccolo aumento degli occupati che li dovrebbero sostituire, rimanendo costante la produttività del lavoro e la dinamica della domanda.

Il reddito di cittadinanza, anche e non soltanto per le sue notevoli difficoltà attuative, provocherà solamente una lieve crescita dei consumi.

E comunque, in entrambi i casi, non si determinerà una forte riduzione della disoccupazione giovanile, che, come è noto, è particolarmente elevata in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali.

Invece altri interventi volti ad aumentare la spesa pubblica potrebbero causare una maggiore crescita del Pil e una maggiore diminuzione della disoccupazione giovanile.

Ad esempio avrebbero questi effetti un consistente aumento degli investimenti pubblici e degli incentivi volti ad assumere i giovani nelle imprese.

Invece l’introduzione della quota 100 per le pensioni e del reddito di cittadinanza sono interventi assistenzialistici, volti ad accrescere i consensi elettorali.

Pertanto la manovra di politica economica dell’attuale governo è profondamente sbagliata se si intende davvero affrontare con decisione, e con effetti stabili nel tempo, i principali problemi economici del nostro Paese, un’asfittica crescita del Pil e un livello della disoccupazione, soprattutto quella giovanile, molto elevato.




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7 gennaio 2019

Una legge per salvare le città d'arte

L’associazione Bianchi Bandinelli ha recentemente presentato un disegno di legge per salvare le città d’arte. Infatti i centri storici di molte città italiane sono sempre più contraddistinte da una tendenza a una forte e costante riduzione dei residenti. Contemporaneamente vi proliferano esercizi commerciali destinati quasi esclusivamente ai turisti.

Per conoscere i motivi alla base della scelta di proporre quel disegno di legge e i suoi principali contenuti, mi è sembrato opportuno riportare una parte dell’intervista di Maria Pia Guermandi all’urbanista Vezio De Lucia, presidente dell’associazione Bianchi Bandinelli, pubblicata sulla rivista Left.

Perché un’iniziativa sui centri storici? Non eravamo il paese più tutelato d’Europa?

Eravamo. In effetti il nostro Paese fu il primo, all’inizio degli anni Sessanta, ad affrontare il tema della conservazione e del recupero dei centri storici, non solo come contenitori di monumenti ma essi stessi monumento: e il merito va soprattutto ad Antonio Cederna indiscusso ispiratore di quell’autentica rivoluzione culturale.

E poi che è successo? 

E’ successo che proprio l’Italia sta rinnegando il suo passato e dovunque è in grave crisi la vivibilità dei centri storici, di nuovo pascolo privilegiato della speculazione, del malgoverno, di piccoli e grandi abusi, ma più di ogni altra cosa i centri storici sono affetti da gravi fenomeni di spopolamento. Non dovunque e non nella stessa misura, ma sono drammatici i dati sulla diminuzione dei cittadini delle città d’arte, massicciamente sostituiti da turisti e da attività legate al turismo, e dei piccoli comuni delle zone interne del Mezzogiorno (l’“osso” di Manlio Rossi Doria) dissanguati dall’emigrazione e abbandonati. 

Per quanto riguarda le città d’arte, possiamo dire che il turismo, prima industria mondiale, sta cannibalizzando i quartieri centrali?

Sì è così, e Venezia è un esempio paradigmatico. Secondo Paola Somma, Venezia da tempo non è più una “città”, ma solo il quartiere turistico di una conurbazione che aveva bisogno di grandi opere infrastrutturali per massimizzare l’accessibilità e potenziare i punti di sbarco: aeroporto, porto, stazione, parcheggi, darsene. Piano perfettamente riuscito. Oggi 8 case su 10 sono di proprietà di investitori, ogni sabato scendono dalle grandi navi 30.000 turisti che, uniti agli sbarchi via terra e via aria, sono numericamente superiori agli abitanti. Qualcuno ancora protesta, ma il sindaco è soddisfatto e dice: la città è di chi la ama. E cose analoghe si registrano a Firenze e Roma.

E’ davvero un fenomeno così esteso o riguarda in fondo solo le grandi mete turistiche?

Il turismo è certo causa fra le più importanti di operazioni di gentrificazione, ma in moltissimi centri continua a essere la speculazione immobiliare a erodere spazi pubblici e a innescare operazioni di espulsione delle fasce sociali economicamente più svantaggiate.

Perché una legge? Pensate davvero che nell’attuale contesto politico sia lo strumento migliore?

Perché i centri storici sono stati di fatto ignorati dalle leggi di tutela, a partire dallo stesso codice dei beni culturali. La proposta è il prodotto di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa. E’d’impianto radicale, e nessuno di noi s’illude che possa essere approvata così come la presentiamo. Ma non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo politico e parlamentare. Ci spetta invece di formulare una proposta limpida, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione culturale.

Quali sono i contenuti essenziali di questa proposta e in particolare quelli che potrebbero arginare l’attuale situazione di degrado?

Molto in sintesi, sono i seguenti: la definizione di centro storico, che facciamo coincidere con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939, unificando in tal modo i riferimenti temporali e cartografici degli strumenti urbanistici comunali; la dichiarazione dei centri storici come “beni culturali d’insieme”, sottoposti alla disciplina conservativa del codice, con “divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica” e con divieto di nuova edificazione, norma immediatamente prescrittiva che impedirebbe gli scempi che abbiamo denunciato prima;
una serie di “principi” di buon governo del territorio di competenza statale che devono essere recepiti dalla legislazione regionale come prevede il 3° comma dell’art. 117 della Costituzione.

Fin qui si tratta di principi “conservativi”: non temete di passare per “anime belle”?

Non corriamo questo rischio perché non ci fermiamo alla tutela. Per rigorose ed efficaci che siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Per questo il contenuto più forte della nostra legge è un programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici. Serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali: in effetti di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia non è diverso dalla disastrosa alluvione del 1966. La proposta prevede perciò interventi molto determinati: l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse da quelle abitative; l’erogazione di contributi a favore di Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato (norma che vale in particolare per i paesi in esodo).




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7 gennaio 2019

Quarant'anni di spending review

Nel libro di Mario Baldassarri e Dino Pesole, edito da Rubettino, dal titolo “Quaranta anni di spending review: l’Italia al bivio sui tagli di spesa, galleggiare o cambiare sul serio”, inserito nel dodicesimo rapporto del Centro Studi Economia Reale, si analizzano soprattutto i tentativi che da alcuni decenni sono stati realizzati in Italia per affrontare il problema della riqualificazione della spesa pubblica. 

Tali tentativi, volti a rendere effettiva e strutturale una vera e incisiva spending review, non hanno prodotto i risultati sperati.

Perché non si sono verificati quei risultati?

Perché tagliare la spesa costa in termini di consenso. Il problema è dunque tutto politico, perché non manca certo l’apparato di studi, analisi, proposte. Ma i tecnici possono proporre, poi spetta alla politica e dunque a governo e Parlamento assumersi l’onere di decidere.

Parte da questa premessa il libro di Baldassarri e Pesole.

Le stime più recenti – si legge nel testo – indicano in 848 miliardi il totale di spesa pubblica nel 2018, che aumenterà nel 2019 a 863 miliardi nel profilo tendenziale e a 880 miliardi in quello programmatico, inclusa dunque la manovra di bilancio 2019.

Un enorme volume di risorse su cui si può e si deve intervenire.

Nel libro si mostra, inoltre, che non è vero che si fa più sviluppo e crescita in deficit.

Dal secondo dopoguerra fino al 1971 il bilancio pubblico italiano presentava un pareggio o un avanzo di parte corrente. Il che vuol dire che nella parte corrente creava risparmio.

Quindi i deficit e il conseguente debito pubblico accumulato fino al 1971 erano da attribuire alla sola spesa per investimenti. E non del tutto, perché una parte degli investimenti erano autofinanziati dall’avanzo di parte corrente.

Quindi nei primi venti anni circa della Repubblica si è assistito a una politica virtuosa dal punto di vista della finanza pubblica, non soltanto in termini di spesa, tasse e deficit, ma soprattutto di “composizione” del bilancio.

Tutto cambiò bruscamente a partire dal 1971, quando iniziò a formarsi il disavanzo di parte corrente che si sommò agli investimenti e determinò deficit totali crescenti. Da quel momento in poi, in assenza di veri e propri exploit nella dinamica degli investimenti pubblici, quella che è andata fuori controllo è stata la spesa corrente.

Negli anni Ottanta, venuto meno l’ombrello del finanziamento monetario del disavanzo, il debito pubblico aumentò in modo esponenziale.

Eppure già a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, Beniamino Andreatta attraverso l’ Arel, iniziò il suo deciso e lungimirante impegno soprattutto su due fronti: la necessità di capire lo zero base budgeting e l’istituzionalizzazione del controllo della spesa pubblica con un’autorità indipendente che riferisse direttamente al Parlamento sulla base dell’esperienza del congressional budget office americano.

Nominato nel 1981 ministro del Tesoro Andreatta introdusse, insieme al governatore Carlo Azeglio Ciampi, il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia ed istituì la commissione tecnica sulla spesa pubblica.

Nel corso degli anni Ottanta tale commissione produsse numerosi e voluminosi studi di puntuale ed enorme interesse per valutare gli andamenti della spesa e individuare le sacche di inefficienza, spreco e malversazione.

Sul finire del decennio apparve però evidente che la commissione tecnica non poteva restare un semplice “ufficio studi” e avrebbe dovuto essere trasformata in un’Autorità indipendente sulla spesa pubblica che rispondesse direttamente al Parlamento.

Non se ne fece nulla.

Soltanto nel 2014 è stato costituito l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) con un’architettura istituzionale non del tutto corrispondente a quel disegno originale.

Poi si “salta” al ministro Padoa-Schioppa che, nel governo Prodi 2006- 2008, provò a reintrodurre una forma di spending review seguita, negli anni più recenti, dalla stagione dei “commissari alla spesa pubblica”.

In tutti questi anni la spesa pubblica corrente aumentò sempre, le entrate ne seguirono affannosamente il percorso e gli investimenti pubblici furono dimezzati dopo il picco raggiunto nel 2008.

Il debito pubblico crebbe sempre e si colloca oggi oltre il 130% del Pil.

Ecco perché si dice “l’Italia al bivio sui tagli di spesa”.

La domanda è: la manovra appena presentata in Parlamento affronta questi nodi? La risposta degli autori che è ben difficile ipotizzare che i microcambiamenti contenuti nella manovra del governo determinino un innalzamento consistente nei tassi di crescita reale.

La domanda è se valga la pena di fare una manovra che ricorrendo per gran parte al maggior deficit per finanziare spesa corrente determina un profilo finanziario del Paese oggettivamente fragile e rischioso.

La proposta di spending review contenuta nel volume punta a concentrarsi su due specifiche voci di spesa, i cosiddetti fondi perduti, che valgono 61 miliardi, e gli acquisti di beni e servizi, inclusi i cosiddetti consumi intermedi, contabilizzati per 135 miliardi.

Si potrebbero ricavare risorse ingenti, cui potrebbe aggiungersi un serio lavoro di selezione delle cosiddette tax expenditures, così da convogliare le relative risorse a una vera riforma dell’Irpef.

L’invito degli autori è in sintesi a “rovesciare” il ragionamento partendo “prima” da dove prendere le risorse e “poi” indicare dove andarle a collocare.




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7 gennaio 2019

17.000 abusi edilizi in un anno

Recentemente si è di nuovo accresciuta l’attenzione sul fenomeno dell’abusivismo edilizio. Tale fenomeno non riguarda solo il passato, purtroppo. Gli ultimi dati disponibili sono relativi al 2016. Secondo le stime del Cresme consulting, contenute nel rapporto Ecomafie 2017 di Legambiente, nel 2016 tra nuove costruzioni e ampliamenti di edifici esistenti gli abusi edilizi commessi in Italia sarebbero stati circa 17.000.

Il cemento illegale ha riguardato soprattutto la Campania che si è confermata la regione tristemente leader sotto questo aspetto, con il 17,3% dei reati, seguita dalla Puglia con il 10,1%, dalla Calabria con il 9,3% e dal Lazio con l’8,5%.

Ma sono numeri che non esauriscono il fenomeno, bensì rappresentano solo l’emersione dell’illegalità.

E sono numeri che non possono essere letti senza considerare il contesto generale, con i ripetuti tentativi di condono, a livello nazionale e in regioni calde come la Sicilia e la Campania, con l’attività di demolizione intrapresa da alcune Procure della Repubblica e da alcuni Comuni, con la vita sotto scorta di un sindaco, quello di Licata, che ha avuto l’ardire di abbattere le villette abusive sulla spiaggia per riportare un po’ di legalità nella sua città.

I circa 17.000 abusi vanno da Terracina a Civitavecchia, da Palermo al Salento, dalla Liguria all’arcipelago della Maddalena in Sardegna, dalle spiagge del Barese ad Agrigento: il cemento in Italia si impasta più facilmente se c’è la vista mare.

Villette, piscine, ristoranti, lidi, campeggi e resort, spesso costruiti direttamente sulla sabbia.

Un fenomeno che, spiega Legambiente, secondo un recente studio dell’Istat, nel decennio 2001-2011 ha fatto registrare quasi 18.000 nuovi immobili sulla costa, che sono andati ad aggiungersi a quelli preesistenti.

Il record per costruito lungomare spetta alla Puglia e alla Sicilia, con oltre 700 manufatti per chilometro quadrato, segue la Calabria con 600. Mentre alcuni dei più bei scorci del Meridione rimangono rovinati dagli ecomostri che vi si stagliano.

Un caso celebre è la collina di Pizzo Sella, un milione di metri quadrati di cemento illegale su un’area a vincolo idrogeologico alle spalle del mare di Mondello.

“Centosettanta ville costruite dalla mafia degli anni ‘70 – ha rilevato Legambiente – e quasi tutte non finite perché bloccate dalla confisca e dall’ordine di demolizione disposti nel 2000 dal pretore di Palermo (decisione confermata dalla Corte d’appello nel 2001 e poi dalla Corte di Cassazione nel 2002, nonché da una sentenza del Tar della Sicilia).

I carabinieri che hanno messo i sigilli agli edifici e ai terreni l’hanno definita ‘una colossale speculazione immobiliare, che nasconde un’imponente operazione di riciclaggio di Cosa nostra’.

Alla fine del 1999 furono demolite 14 ville, ma poi le ruspe si fermarono e non ripartirono più”.

C’è poi il villaggi di Lesina a Torre Mileto: paese abusivo sull’istmo di Lesina, a Torre Mileto, in provincia di Foggia.

“A partire dagli anni Settanta – spiega ancora Legambiente – è sorta una cittadella fatta da migliaia di villini appoggiati sulla striscia di sabbia che divide il mare dal lago di Lesina. Case senza fondamenta, a pochi metri dal bagnasciuga.

Una vicenda che ancora oggi, nonostante le parole e le promesse, non è stata risolta. E questo nonostante molte di quelle case stiano letteralmente marcendo e non abbiano alcun valore di mercato, tanto che gli stessi eredi spesso non le ritengono un bene irrinunciabile. Così, ogni estate, le case di Torre Mileto tornano a ripopolarsi di vacanzieri abusivi”.

A Capo Colonna, nell’area archeologica crotonese, ci sono 35 costruzioni abusive sotto sequestro dalla metà degli anni Novanta “che sopravvivono indisturbate alle ruspe. La loro presenza – aggiunge ancora l’associazione ambientalista – oltre a impedire l’estensione del parco a tutto il sito archeologico, testimonia l’inerzia della Pubblica amministrazione che, nonostante la confisca definitiva, non si decide a buttarle giù.

A Ischia poi le case abusive sono circa 600 “colpite da ordine definitivo di abbattimento sull’isola maggiore dello splendido arcipelago partenopeo.

Arriva a 27.000, invece, il saldo delle pratiche di condono presentate dagli abitanti in occasione delle tre leggi nazionali.

A eccezione di alcune sporadiche demolizioni portate a termine negli ultimi anni su disposizione della magistratura, ma anche dagli stessi proprietari, qui sopravvive un ecomostro di cemento illegale, spesso costruito senza nemmeno l’attenzione per la sicurezza degli abitanti in un territorio estremamente fragile.

Cemento che si è aggiunto a cemento il modo incontrollato, occupando e indebolendo versanti che poi, sotto le forti piogge, spesso cedono trascinando a valle tutto quello che trovano sulla loro strada”.




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7 gennaio 2019

Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.




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7 gennaio 2019

In Sud Sudan più di 6 milioni di persone soffrono di fame estrema

In Sud Sudan, quasi la metà della popolazione sta soffrendo la fame estrema, più di 6 milioni di persone, tra cui oltre 1 milione di bambini, che hanno urgente bisogno di assistenza e aiuti alimentari. Attualmente nel Paese, denuncia Save the Children, 270.000 bambini risultano colpiti da malnutrizione acuta grave, mentre circa 20.000 rischiano gravemente di perdere la vita prima della fine dell’ anno a causa della fame. 

Infatti, continua in un comunicato Save the Children,s i prevede che la carestia possa estendersi a quattro stati del Sud Sudan, facendo così registrare un grave peggioramento rispetto allo scorso anno quando invece la carestia era stata dichiarata in un solo stato.

La percentuale di persone che, nel Paese, stanno facendo i conti con la fame è inoltre la più alta in assoluto negli ultimi dieci anni, in particolare nelle aree affette da continui conflitti come Jonglei, Upper Nile, Western Bahr El Ghazal e Unity.

Da quando il Sud Sudan, la più giovane nazione al mondo, ha raggiunto la propria indipendenza nel 2011, i conflitti non si sono mai arrestati e a sopportare le conseguenze più gravi di questa situazione continuano a essere soprattutto i bambini.

L’accesso limitato alle organizzazioni umanitarie, unitamente alla riduzione dei fondi con il piano di risposta umanitaria per il Paese finanziato solo a metà, sta infatti rendendo molto difficile fornire assistenza ai bambini malnutriti.

Uno scenario ulteriormente aggravato dalle violenze nei confronti degli operatori umanitari, per i quali il Sud Sudan rappresenta di gran lunga il posto più pericoloso al mondo, considerando che quasi un terzo di tutti gli attacchi nel 2017 sono avvenuti proprio in questo Paese.

Save the Children chiede che venga garantito con urgenza l’accesso umanitario per raggiungere i bambini che necessitano assistenza e che si possa una volta per tutte mettere fine al conflitto. Da questo punto di vista, l’accordo di pace firmato lo scorso settembre, se verrà attuato in modo efficace, potrebbe restituire a milioni di bambini sud-sudanesi la speranza di tornare a vivere al sicuro.

“I bambini malnutriti hanno un sistema immunitario molto debole e hanno almeno 3 probabilità in più di morire a causa di malattie come colera o polmonite rispetto ai loro coetanei in salute. Se non saranno allocati fondi per garantire una pronta risposta umanitaria, la vita di molti bambini continuerà a essere fortemente a rischio”, ha affermato Deidre Keogh, direttrice di Save the Children in Sud Sudan.

Inoltre. secondo il nuovo rapporto diffuso sempre da Save the Children, dal titolo “Lontani dagli occhi, lontani dai cuori, fuori dalle luci dei riflettori milioni di bambini continuano a morire di malnutrizione.

Nel mondo, ogni giorno, 7.000 bambini sotto i cinque anni muoiono per cause legate alla malnutrizione. Cinque ogni minuto.

Bambine e bambini che, a casa loro, in Paesi colpiti da carestie e siccità, afflitti dalla povertà estrema o dilaniati da guerre e conflitti, continuano ad essere privati di cibo adeguato, acqua pulita e cure mediche e perdono irrimediabilmente l’infanzia alla quale hanno diritto.




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7 gennaio 2019

La stazione Termini senza più panchine

La stazione Termini di Roma è stata interessata da un notevole processo di ammodernamento sia nella parte adiacente ai binari sia nella cosiddetta “terrazza”, processo caratterizzato dal proliferare di esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti.

Apparentemente questo processo di ammodernamento ha reso la stazione Termini più accogliente ed anche più sicura in quanto l’accesso ai binari è consentito solamente ai possessori di un biglietto.

Ma non mancano dei problemi, il più importante dei quali è rappresentato dalla scomparsa delle panchine ed anche, addirittura, delle sale d’aspetto.

Quanti attendono di prendere un treno sono costretti o a stare in piedi o a rifugiarsi in un bar, con relativa consumazione.

Questo problema, credo, è stato esplicitamente voluto dalla società Grandi Stazioni, società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce anche Termini.

In questo modo è riuscita a vendere molti spazi appunto a bar e ristoranti.

Quindi, anche in questo caso, si è cercato di massimizzare i profitti, tralasciando le esigenze di una parte consistente degli utenti.

Del resto tale scelta è in linea con l’orientamento di Ferrovie dello Stato, per quanto riguarda la circolazione dei treni, tendente a privilegiare gli utenti più “ricchi”, coloro che utilizzano le “frecce”, e trascurando invece i pendolari, costretti molto spesso a sopportare forti ritardi e a viaggiare in condizioni molto disagiate.

Ma la proprietà di Ferrovie dello Stato è pubblica e pertanto dovrebbe essere soddisfatte il più possibile le esigenze di tutti gli utenti, anche di quelli con minori disponibilità economiche che, ad esempio, non vogliono o non possono recarsi ad un bar e intendono invece attendere un treno in una sala d’aspetto o seduti comodamente su una panchina.

Peraltro Ferrovie dello Stato, in seguito ad una esplicita decisione dell’attuale governo, sembra più che disponibile ad imbarcarsi in una vera e propria avventura, rappresentata dall’acquisto di gran parte delle azioni di Alitalia, società in forte crisi, che comporterà, molto probabilmente, per il gruppo ferroviario, il manifestarsi di forti perdite tali forse da azzerare i notevoli utili, derivanti anche dalla gestione delle grandi stazioni, che il gruppo negli ultimi anni ha generato.

A maggior ragione quindi sarebbe auspicabile una diversa gestione della stazione Termini, nel senso indicato in precedenza.




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