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Invecchiamo di più ma invecchiamo peggio

Non è certo una novità ma non si può non rilevarlo ancora una volta, il processo di invecchiamento della popolazione italiana è particolarmente consistente. L’Italia è il Paese più anziano di Europa, con l’età media più alta, ma non si sta attrezzando adeguatamente a questa situazione. Lo dimostrano i risultati di un rapporto realizzato dall’Isimm ricerche. 

L’Italia è uno dei Paesi europei in cui si vive più a lungo: chi ha 65 anni oggi può aspettarsi di vivere ancora 20,4 anni (solamente la Svizzera, la Spagna e la Francia sono contraddistinte da un’aspettativa di vita maggiore).

Se si esamina però la speranza di vita in buona salute a 65 anni, definita da Eurostat come gli anni di vita che ci si aspetta di vivere senza limitazioni delle funzioni o disabilità, il nostro Paese si posiziona al quintultimo posto in Europa e peggio di noi fanno solo Slovacchia, Lettonia, Estonia, Ungheria e Portogallo (in Italia tale speranza di vita è pari a 7,7 anni mentre in Svezia – prima in classifica – è pari a 16,3).

Per questo motivo si può legittimamente sostenere che noi italiani invecchiamo di più ma invecchiamo peggio.

Ad esempio il numero ideale di posti-letto in residenze sanitario-assistenziali è pari a 50-60 ogni 1.000 abitanti over 60 (la media Ocse è pari a 49,7) ma il dato italiano si ferma a 19,2, e solamente Turchia, Lettonia e Polonia stanno peggio di noi.

Nel rapporto si rileva che “si tratta di un dato preoccupante, un segnale che indica in modo evidente il ritardo che caratterizza il nostro Paese rispetto al resto d’Europa”.

E molto forti sono i divari regionali.

Se l’Umbria vanta infatti appena 3,5 posti letto, seguita da Campania (5) e Calabria (5,4), in Piemonte si sale a 40,9, poco sotto la media Ocse. E la presenza di strutture di assistenza è particolarmente carente proprio nelle regioni del Sud, dove maggiore è l’invecchiamento.

Di chi è la proprietà delle 12.000 strutture residenziali italiane?

Il 2% sono pubbliche, mentre la quota restante è di privati accreditati con il sistema sanitario nazionale (il 36% sono privati non profit, il 22% privati profit e il 15% enti religiosi).

I posti letto in quelle strutture sono sì aumentati, dal 2005 e al 2015, del 3,3%, ma tale crescita non è risultata essere al passo con l’incremento della domanda di assistenza.

In questo contesto un’importante risposta che le famiglie hanno fornito alla crescente domanda di assistenza è stata rappresentata dall’affidarsi alle badanti, aumentate del 50% negli ultimi 5 anni. In media però la spesa si attesta, in questo caso, a 920 euro al mese, per un totale di 9 miliardi per 1,5 milioni di anziani. Una soluzione quindi che può permettersi solo una parte delle famiglie italiane.

In un’intervista, Enzo Costa, presidente di Auser, un’associazione impegnata a promuovere l’invecchiamento attivo, anche considerando i dati contenuti nel rapporto citato, ha sostenuto che l’Italia è decisamente in ritardo quanto a politiche pubbliche volte a fronteggiare il processo di invecchiamento della popolazione.

Secondo Costa, oltre a dotare il nostro Paese di un maggior numero di posti letto in strutture residenziali, le priorità che dovrebbero contraddistinguere le politiche pubbliche sono diverse.

Innanzitutto devono essere realizzati  dei migliori servizi domiciliari, in quanto oggi solo il 42% dei Comuni garantisce l’assistenza domiciliare integrata.

Poi potrebbero essere previsti degli incentivi che favoriscano la costruzione di ascensori: solo il 24% delle abitazioni in cui vivono gli anziani hanno un ascensore e questo significa per molti non poter uscire di casa.

Inoltre dovrebbero essere attuati adeguati interventi di natura urbanistica. Infatti, ad esempio, se spariscono dai quartieri i negozi spariscono anche dei luoghi di socialità importanti per gli anziani.

Pubblicato il 26/6/2018 alle 8.48 nella rubrica Diario.

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