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Depressione, in Italia cure inadeguate

Secondo uno studio condotto dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità) sul trattamento dei disturbi mentali in 21 Paesi, , in Italia su 100 persone affette da depressione solo il 17% riceve una cura adeguata, quindi 5 punti in meno rispetto a quanto riscontrato negli altri Paesi ad alto reddito.

E’ necessario comunque considerare che in tutti i Paesi esaminati si segnala un problema fondamentale: il cosiddetto “treatment gap”, ovvero la “distanza” che tuttora esiste fra ciò che potrebbe essere fatto e ciò che realmente si fa per la cura dei disturbi mentali, inclusi quelli più comuni nella popolazione generale (disturbi depressivi e disturbi d’ansia).

E solo il 23% delle persone affette da depressione maggiore nei Paesi ad alto reddito (e solo il 2% in quelli a basso reddito) riceve un trattamento rispondente a criteri minimi di adeguatezza dal punto di vista delle evidenze scientifiche di efficacia.

In questo studio viene stimato che in Italia soffra di depressione maggiore circa il 3% della popolazione generale. Circa la metà di queste persone non aveva percepito la propria depressione come una patologia da curare (a fronte di una media del 65% nei Paesi ad alto reddito che invece si era rivolta al medico).

In Italia, però, su 100 persone affette da depressione solo il 17% riceve una cura adeguata, quindi 5 punti in meno rispetto a quanto riscontrato negli altri Paesi ad alto reddito.

Una differenza dovuta in buona parte alla maggiore percentuale di persone che, pur affette da uno stato depressivo clinicamente evidente, non percepiscono la depressione come una patologia.

I dati indicano dunque da un lato una ancora ridotta conoscenza di cosa sia la depressione, dall’altro l’ancora inadeguato ricorso a cure realmente efficaci.

Per la verità dal 2013 la Sip (società italiana di psichiatria) sta cercando di stimolare le istituzioni per dare il via a una campagna nazionale contro la depressione, senza risultati per ora.

“Questi dati – spiega Bernardo Carpiniello presidente della Sip e direttore della cattedra di psichiatria all’università di Cagliari – fanno emergere il vero dato chiave, cioè che ancora oggi una percentuale molto alta di persone non ricorre alle cure perché la depressione non viene percepita, anche quando evidente, come patologia da curare.

Non solo. Anche quando ci si rende conto del bisogno di essere aiutati, spesso non si ricevono le cure più adeguate al caso, col risultato finale che solo una esigua minoranza di persone che avrebbero bisogno di cure risulta adeguatamente curata. Questo dato fa rabbia, perché oggi la depressione maggiore può essere guarita nel 70% dei casi. Guarigione è un termine che non si usa mai con leggerezza, ma in questo caso possiamo farlo senza timore”.

“Analoghi risultati – ribadisce Claudio Mencacci, ex presidente della Sip e direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – sono stati riscontrati nello studio dell’Oms che ha riguardato i disturbi d’ansia (che nel nostro paese colpisce in un anno il 6,5% della popolazione generale), per i quali appena il 30% riceve una qualche forma di trattamento, e solo il 9% una cura considerabile come adeguata.

Questi dati dimostrano che ancora oggi l’obiettivo è far si che la popolazione conosca e riconosca questi disturbi come tali, superi la paura di essere stigmatizzata e discriminata e acceda a cure adeguate”.

“Diffondere i risultati dei trattamenti dei disturbi mentali non solo riduce la vergogna e l’isolamento dei pazienti e dei familiari ma incrementa la tenacia della ricerca del buon risultato clinico da parte degli operatori – afferma Enrico Zanalda, segretario della Sip e direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl Torino 3 -.

Appare indispensabile implementare nei dipartimenti di salute mentale le procedure e le innovazioni terapeutiche che consentono la ‘guarigione’ delle persone, sia per le patologie gravi come la schizofrenia e il disturbo bipolare, sia per quelle più comuni come l’ansia e la depressione. Psichiatri ben informati scientificamente che possono utilizzare con maggiore agio e sicurezza gli strumenti terapeutici oggi disponibili, tutelando meglio la salute dei pazienti e il rischio di ‘burn-out’ di loro stessi ”.

Pubblicato il 24/10/2018 alle 17.33 nella rubrica Diario.

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