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Malattie cardiovascolari e tumori le prime due cause di morte

Malattie cardiovascolari e tumori sono le prime due cause di morte degli italiani. Ma sotto i 30 anni la metà dei decessi è per eventi violenti. Calano i ricoveri, aumentano i letti nelle Rsa (residenze sanitarie assistite). Questi e altri dati sono contenuti nell’annuario 2018 dell’Istat, nel capitolo interamente dedicato alla sanità e alla salute.

Una sintesi dei contenuti del capitolo citato è riportata in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

L’anno 2015 è stato caratterizzato da un significativo aumento dei decessi. Il numero definitivo di morti avvenute in Italia è stato pari a 646.048 (47.378 in più del 2014), 307.392 maschi e 338.656 femmine, con un tasso grezzo di mortalità anch’esso in aumento e superiore a quello riscontrato nei 5 anni precedenti: nel 2011 era pari a 1.000,6 per 100.000 abitanti e nel 2015 era 1.063,8 decessi.

Il livello della mortalità non era molto differente tra i due generi infatti è 1.042,8 per 100.000 per gli uomini e 1.083,6 per le donne.

L’analisi dell’andamento della mortalità per le varie cause, nel quinquennio considerato, evidenzia quali gruppi sono stati maggiormente responsabili del picco di decessi registrato nel 2015.

In particolare, si osserva un incremento delle malattie infettive e parassitarie (che includono la setticemia), dei disturbi psichici, delle malattie del sistema nervoso e degli organi dei sensi (raggruppamento che comprende le demenze, l’Alzheimer e il Parkinson), delle malattie del sistema respiratorio (che includono influenza e polmonite) e di sintomi e segni mal definiti.

Nel 2015 le cause di morte più diffuse erano ancora le malattie del sistema circolatorio e i tumori che insieme erano responsabili del 65% dei decessi dell’anno.

Distinguendo per genere si evidenzia che il quoziente di mortalità per le malattie del sistema circolatorio degli uomini (436,1 per 100.000 abitanti) è del 24% superiore a quello delle donne (350,3 per 100.000), mentre per i tumori il livello di mortalità è maggiore nelle donne (337,3 contro il 254,2 degli uomini).

La terza posizione nella graduatoria delle cause, invece, si differenzia per genere e spetta alle malattie del sistema respiratorio per gli uomini (86,5 per 100.000 abitanti) e ai disturbi psichici e malattie del sistema nervoso per le donne (98,3 per 100.000).

Al quarto posto, per entrambi i generi, ci sono gli altri stati morbosi rilevanti (96,7 e 77,3 per 100.000, rispettivamente per uomini e donne).

Interessante osservare che soltanto dopo gli 80 anni le malattie del sistema circolatorio passano al primo posto nella graduatoria delle cause di mortalità, sia per gli uomini, sia per le donne, pur essendo la principale causa di morte per il complesso delle età: è evidentemente l’effetto dell’invecchiamento della popolazione per il quale la quota maggiore di popolazione muore in età sempre più avanzate. Oltre i 90 anni, un decesso su due avviene per una malattia del sistema circolatorio.

L’analisi delle geografia della mortalità del 2015 conferma la contrapposizione, già osservata negli anni precedenti, fra Centro-Nord, dove i livelli di mortalità sono superiori alla media nazionale, e Sud e Isole, dove i livelli sono più bassi.

Da vari anni il fenomeno della mortalità infantile è in progressiva diminuzione. Tra il 2011 e il 2015 il numero di decessi avvenuti nel primo anno di vita passa da 1.774 casi a 1.482 e il tasso da 3,3 per mille nati vivi a 3,1 (sebbene sia rimasto pressoché costante rispetto all’anno precedente).

Nel 2015 il 47,4% dei decessi è avvenuto nella prima settimana di vita (703 casi) e il 25,3 per cento del totale nel primo giorno (375 casi).

Da un punto di vista geografico si conferma nel 2015 lo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno a cui si aggiungono quelle del Centro, con valori del tasso di mortalità infantile superiori a quello italiano.

In particolare la Sicilia e la Basilicata (con un tasso pari a 4,3 per mille nati vivi), seguiti dal Lazio (4,2 per mille nati vivi), hanno dei livelli di circa il 35 per cento più elevati del valore medio nazionale.

Nel Centro anche l’Umbria ha un valore elevato del tasso pari a 3,5 per mille nati vivi. Tra le Isole maggiori si distingue la Sardegna, che presenta il tasso più basso del Paese, pari a 1,7 per mille nati vivi.

Nel Nord, invece, tutte le regioni hanno un tasso di mortalità infantile inferiore al livello italiano di 3,1 per mille nati vivi; fa eccezione la Liguria che presenta un valore elevato e pari a 3,9 per mille nati vivi.

Considerando il fenomeno dell’abortività volontaria, si può osservare che tra il 1980 e il 2016 i tassi calcolati sulla popolazione femminile sono diminuiti di oltre il 50% per tutte le classi di età, con la sola eccezione delle donne giovanissime (15-19 anni), per le quali si presenta una riduzione più contenuta (ma pur sempre rilevante) pari al 30,0%.

Nel 2016 continuavano ad essere le donne giovani (25-29 anni) a mostrare valori più elevati con 10,3 interruzioni di gravidanza ogni mille donne.

Un contributo considerevole viene dato dall’aumento della presenza delle donne straniere in Italia, che hanno una struttura per età più giovane delle italiane e una propensione all’aborto più elevata.

Nel 2016, il 30,3% di interventi si riferiva a donne con cittadinanza non italiana, tra le quali il gruppo più numeroso è rappresentato dalle rumene, seguite dalle donne cinesi, albanesi, marocchine e peruviane.

Le differenze territoriali non risultano essersi modificate significativamente nel corso degli ultimi anni.

Nel 2016 la ripartizione con il più elevato ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza risultava essere il Nord-ovest, che presentava un tasso standardizzato pari a 7,7 casi ogni mille donne, seguita dal Centro con 7,4; situazione opposta presentano le Isole il cui valore è pari a 5,8.

A livello regionale si distinguono la Liguria con 10,3 e la Puglia con 8,7 per i valori più elevati; la provincia autonoma di Bolzano con 5,2, seguita dalla Calabria (5,3) e dalle Marche (5,4) invece presentano i valori più bassi.

I suicidi verificatesi in Italia nel 2015 erano 3.989 (6,6 ogni 100.000 abitanti). L’evento riguardava prevalentemente gli uomini, 3.105 casi rispetto agli 884 delle donne, con rapporti per 100.000 abitanti pari rispettivamente a 10,5 e 2,8.

La mortalità per suicidio per entrambi i sessi cresce al crescere dell’età: si passa da 1,5 suicidi per 100.000 abitanti sotto i 24 anni a 5,7 tra i 25 e i 44 anni, a 8,6 fra i 45 e i 64 anni, fino ad arrivare a 10,5 per le persone di oltre sessantacinque anni, sette volte più alta rispetto alla classe più giovane.

Nel 2015 il numero di suicidi ogni 100.000 abitanti era prossimo ai valori minimi riscontrati negli anni 2006 e 2007 (6,6 nel 2015 rispetto a 6,4 nel 2006-2007).

Il Nord-Est, confermando il triste primato degli ultimi due decenni, è la ripartizione con i livelli di mortalità più elevati, 7,8 suicidi ogni 100.000 abitanti. L’elevata mortalità riguarda sostanzialmente entrambi i sessi e tutte le fasce di età.

Il Sud presenta i valori più bassi per entrambi i generi e per tutte le classi di età con l’eccezione per le donne oltre i 65 anni, fascia di popolazione per la quale il valore più basso si riscontra al Sud, le quali presentano comunque valori al di sotto della media nazionale.

Quasi un suicidio su due avviene per impiccagione e soffocamento. Tra gli uomini, dove questa modalità sale al 52,9% dei casi, sono modalità frequenti anche la precipitazione (15,5%), il ricorso ad armi da fuoco ed esplosivi (13,6 per cento). Tra le donne, oltre a impiccagione e soffocamento (34,7% dei casi) sono frequenti i suicidi dovuti a precipitazione (33,8%), e rispetto a quanto avviene tra gli uomini, è frequente il ricorso all’avvelenamento (9,3% tra le donne rispetto a 4,6% tra gli uomini).

Il 42% della popolazione ha fatto uso di farmaci nei due giorni precedenti l’intervista.

Le donne più degli uomini hanno dichiarato di aver assunto farmaci nel periodo considerato (46,1% contro 37,7 per cento). Le quote di consumatori aumentano all’avanzare dell’età: per entrambi i sessi si raggiunge la metà della popolazione già dai 55 anni, fino a raggiungere il 90,8% tra le donne ultra settantacinquenni e l’87,3% tra gli uomini della stessa fascia d’età.

L’Italia è ancora lontana da un’ampia diffusione del modello basato sul pasto veloce consumato fuori casa.

I dati relativi al 2017 evidenziano che il pranzo costituisce, infatti, ancora nella gran parte dei casi il pasto principale (66,6% della popolazione di 3 anni e più) e molto spesso è consumato a casa (72,8%), permettendo così una scelta degli alimenti ed una composizione dei cibi e degli ingredienti più attenta rispetto ai pasti consumati fuori casa.

Sempre nel Mezzogiorno, più frequentemente rispetto al resto del Paese, è il pranzo ad essere considerato il pasto principale (76% al Sud e 73,8 per cento nelle Isole).

Nel 2017 è pari all’81,5% della popolazione di 3 anni e più, la quota di persone che al mattino ha l’abitudine di fare una colazione, che può essere definita “adeguata”, vale a dire non solo limitata al caffè o al tè, ma nella quale vengono assunti alimenti più ricchi di nutrienti: latte, cibi solidi (biscotti, pane, ecc.).

E’ noto e documentato in molti studi epidemiologici, che l’esposizione al fumo di tabacco può comportare l’insorgenza di patologie cronico-degenerative soprattutto a carico dell’apparato respiratorio e cardio-vascolare.

Nel 2017 si stima pari al 19,7% la quota di fumatori di tabacco tra la popolazione di 14 anni e più. Rispetto al 2016 si osserva una sostanziale stabilità del fenomeno. Forti sono le differenze di genere: tra gli uomini i fumatori sono il 24,8%, tra le donne invece il 14,9%. L’abitudine al fumo di tabacco è più diffusa nelle fasce di età giovanili ed adulte.

Pubblicato il 7/1/2019 alle 9.16 nella rubrica Diario.

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