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Cos'è il consumo responsabile e il suo ruolo in Italia

Il rapporto 2018 sul consumo responsabile in Italia è particolarmente importante per due ragioni: permette di fare chiarezza su dimensioni e caratteristiche di un fenomeno poco studiato con dati aggiornati e rappresentativi della popolazione italiana e permette un confronto tra la situazione odierna e quella dell’inizio degli anni 2000. Il rapporto,  promosso dall’osservatorio per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) è stato redatto da Francesca Forno e  Paolo Graziano, che hanno analizzato i dati raccolti tramite un sondaggio condotto da Swg. 

Cosa significa consumare in modo responsabile? Vuol dire consumare domandandosi quale sia il vero costo ecologico e sociale dei prodotti che vengono acquistati.

E il consumo responsabile è ormai una pratica diffusa tra gli italiani.

Infatti le persone che hanno adottato (anche solo temporaneamente) scelte di consumo critico  – cioè che hanno comperato beni e servizi da imprese che dichiarano di rispettare il divieto di sfruttare il lavoro minorile, contengono al minimo l’inquinamento e devolvono una parte del loro profitto a fini di beneficienza – sono state il 30,3%.

Coloro che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono stati il 37,3%.

Il 51,7%. ha ispirato le proprie scelte di consumo ad uno stile di sobrietà – ha, cioè, acquistato beni e servizi facendo attenzione al consumo energetico e alla quantità di rifiuti prodotti.

Il 7,5%. ha affermato di aver preferito viaggi di turismo responsabile (ovvero un tipo di vacanza che si propone di limitare viaggi nei paesi non democratici, di entrare in contatto con gli usi e i costumi dei paesi, di far conoscere l’attività dell’economia solidale locale).

Infine, il 10,6% del totale degli intervistati ha acquistato prodotti tramite i gruppi di acquisto solidale (Gas).

Il confronto tra i dati del 2002 e del 2018 evidenzia un notevole aumento nella quota di cittadini che dichiara di aver fatto scelte di consumo responsabile, dal 28,5% del 2002 al 63,4% del 2018 e la quota di chi dichiara di aver fatto scelte di consumo critico è passata dall’11,3% al 30,3%.

Le persone che hanno acquistato (anche solo sporadicamente) generi del commercio equo e solidale sono aumentate dal 16,3% al 37,3%, mentre la percentuale di persone che ha ispirato le proprie scelte di consumo ad un principio di sobrietà è quasi quintuplicata. Infine, i turisti responsabili salgono dallo 0,2% al 7,5%.

Dall’indagine del 2002 emergeva un profilo ben definito del consumatore responsabile.

Il 33% delle donne e il 26,1% degli uomini avevano effettuato una scelta di consumo responsabile. Il consumo responsabile riguardava inoltre principalmente i giovani tra i 18 e i 24 anni e la fascia d’età intermedia tra i 35 e i 54 anni (rispettivamente il 40,6% e il 37,6%) e risultava decisamente più contenuto nelle fasce più anziane della popolazione (solo il 22,7% tra i 55-64 anni e il 18% tra le persone con più di 64 anni faceva consumo responsabile).

La quota di individui che svolgeva pratiche di consumo responsabile era del 52,6% fra i laureati contro il 27,4% e l’11% fra quelli con un titolo fino alla scuola superiore, o dell’obbligo, rispettivamente. Il consumo responsabile risultava inoltre essere una pratica che riguardava soprattutto professionisti e imprenditori (58,8%), manager (56,7%), studenti (52,6%) e impiegati (51,0%). Decisamente inferiori invece le percentuali di casalinghe/i (28,4%) artigiani e commercianti (27,7%), disoccupati (22,9%), operai (16,7%) e pensionati (17,1%).

Il consumo responsabile si caratterizzava anche per una chiara connotazione geografica: più diffuso al nord e al centro del paese (34,3% nord-ovest, 41% nord-est, 30,6% centro) e molto meno al sud (18,3%). Nel 2002 emergeva inoltre come questo fosse un fenomeno prevalentemente urbano: ben il 46,8% di chi viveva in centri con più di 100.000 abitanti aveva dichiarato di conoscere e praticare il consumo responsabile, percentuale che scendeva al 26,8% tra i residenti in centri urbani dai 30.000-100.00 abitanti, a 28,8% dai 5.000-30.000 abitanti per toccare solo il 18,3% tra coloro che viveva nei centri con numero di abitante inferiore ai 5.000.

Rispetto a questo quadro, i dati che si riferiscono al 2018 presentano un profilo dei consumatori responsabili molto diverso.

In primo luogo, si riduce il divario tra uomini e donne. Inoltre, a differenza di quanto accadeva nel 2002, la percentuale maggiore dei consumatori responsabili si rileva oggi nelle fasce più anziane della popolazione, in particolare nella fascia 55-64 anni.

Si assiste, inoltre, ad una contrazione delle differenze tra persone con livello di studio basso, medio e alto, dato che il consumo responsabile oggi coinvolge anche i meno istruiti. Una convergenza riguarda anche il tipo di occupazione, dove comunque – a differenza di quanto avveniva nel 2002 – spicca la percentuale degli studenti (82,9%).

E’ ugualmente importante sottolineare come nel 2018 diminuiscano le differenze tra aree geografiche – sebbene al sud si continuino a registrare percentuali più basse. Infine, il dato sulla dimensione urbana evidenzia la scomparsa della differenza tra grandi e piccole città. Il consumo responsabile non solo sembra aver diminuito la sua caratterizzazione “di classe”, ma, secondo i nostri dati, non ha più solo una dimensione metropolitana.

Sebbene più ridotto in termini percentuali, il consumo responsabile nel 2002 appariva più motivato politicamente: esso veniva inteso come uno strumento per intervenire sulle ingiustizie sociali che riguardavano soprattutto il divario nord/sud del mondo.

Tra il 2002 e il 2018 aumenta invece la percentuale di chi risponde di aver optato per pratiche di consumo responsabile perché interessato alla qualità dei prodotti (l’11,5% nel 2018 contro il 3,8% nel 2002).

Queste sono le principali conclusioni a cui si perviene nel rapporto.

Prendendo le mosse dagli obiettivi Onu relativi allo sviluppo sostenibile, sembra ormai ineludibile che l’economia eco-solidale – sostenuta da comportamenti sempre più consapevoli di consumo responsabile – debba essere sempre più diffusa.

Innanzitutto pare di molto aumentata la consapevolezza degli italiani rispetto agli effetti sociali e ambientali dei propri consumi.

Si tratta di un risultato importante, imputabile ad una serie di fattori.

Da un lato, la crescita del consumo responsabile potrebbe dipendere dal lavoro svolto durante gli ultimi 15 anni dalle molte organizzazioni di movimento che si sono prodigate per diffondere maggiori informazioni e nuove sensibilità rispetto ai problemi ambientali e sociali legati alla “società dei consumi”.

Dall’altro, la maggiore reperibilità di alcuni prodotti – resa possibile non solo dall’interesse crescente dimostrato della grande distribuzione organizzata (Gdo) ma anche dalla diffusione dei gruppi di acquisto solidale, di altre forme di piccola distribuzione organizzata (Pdo), mercati di prossimità, di negozi specializzati e di nuove cooperative – ha certamente facilitato, rendendolo in alcuni casi possibile, un tipo diverso di approvvigionamento.

Inoltre, il dato relativo alla crescita della percentuale di chi dichiara di aver adottato nelle proprie scelte quotidiane principi di sobrietà appare riflettere un atteggiamento più consapevole rispetto al consumo da collegarsi, almeno in parte, alla crisi economica, che potrebbe aver spinto ad una maggiore consapevolezza un più ampio numero di persone.

Sebbene nasca da una criticità, questo risultato può rappresentare un’opportunità, a patto che si sviluppino alcune condizioni che elenchiamo di seguito.

In primo luogo, è necessario sostenere un’azione di sistema volta ad aumentare informazione e educazione alla produzione e al consumo responsabile, accompagnata da un sostegno a quelle modalità di acquisto che sono in grado di facilitare scelte di consumo sostenibile, ovvero alle diverse forme di piccola distribuzione organizzata – che vanno dalla vendita diretta, ai negozi di vicinato “verdi” ai mercatini della terra e a km zero -, per esempio tramite affitti calmierati, abbattimento della tassa per occupazioni di suolo pubblico o lo sviluppo di piattaforme di comunità che possano facilitare l’acquisto e la vendita di prodotti che rispettano ambiente e lavoro.

Questo appare oggi importante non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri urbani, dove vediamo peraltro crescere l’attenzione verso il consumo responsabile nelle sue diverse forme.

E’ nelle aree rurali e in quelle cosiddette interne che il consumo responsabile può infatti assumere un ruolo determinate per il sostegno e rilancio dell’economia locale (si ricordi che sono definite “interne” le aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali – di istruzione, salute e mobilità -, ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione”. Queste aree rappresentano circa il 60% del territorio italiano e vi vive circa 1/4 della popolazione).

Inoltre, pare importante realizzare mappature partecipate delle realtà eco-solidali che consentano anche una attività di monitoraggio nel tempo (sul lato sia della produzione che su quello della distribuzione e del consumo) con l’intento di darne visibilità e facilitarne la messa in rete, agendo quindi contemporaneamente sulle leve dell’informazione e della crescita di consapevolezza.

In questo ambito pare di particolare importanza il ruolo del terzo settore che potrebbe sempre più fare da volano per l’economia locale, “contaminando” in modo virtuoso le realtà tradizionali di mercato.

Infine, è fondamentale il ruolo delle istituzioni pubbliche – ai diversi livelli – che non solo possono sostenere l’economia eco-solidale con appositi provvedimenti volti a valorizzarne il ruolo e a facilitarne la diffusione, ma in quanto esse stesse “consumatrici” possono riorientare i propri acquisti e i propri consumi in modo responsabile (si pensi ad esempio a quei Comuni che hanno formulato speciali capitolato d’appalto per la ristorazione pubblica facilitando pratiche di consumo responsabile).

La consapevolezza e l’azione individuale non sono sufficienti. E’necessaria anche la consapevolezza e l’azione delle istituzioni,  a partire da quelle più vicine alle cittadine e ai cittadini,  le amministrazioni comunali.

Pubblicato il 25/2/2019 alle 10.9 nella rubrica Diario.

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