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Oltre 100 morti in Sudan

La situazione in Sudan diventa sempre più preoccupante. Nelle ultime settimane sono saliti ad oltre 100 i morti causati dalla repressione, promossa dai militari, contro le proteste dell’opposizione democratica che chiede loro di ritirarsi dal potere. Almeno 40 corpi sono stati ripescati nel Nilo, a Khartoum. 

I militari sono andati al potere dopo la caduta del dittatore Omar al Bashir. Il consiglio militare di transizione ha annunciato la convocazione di elezioni entro 9 mesi, ma la protesta non si è fermata, protesta nella quale un ruolo di leader è stato svolto da diverse giovani donne.

Le vittime sono tutte manifestanti democratici attaccati dai militari che li hanno dispersi con inaudita violenza.

Le manifestazioni antigovernative proseguono ormai da settimane, con le opposizioni che respingono le proposte di dialogo da parte del governo, almeno fin quando non cesseranno le violenze.

Una trattativa che, ha annunciato il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo del consiglio militare di transizione, è stata troncata dopo la reiterata richiesta da parte della piazza di una transizione di almeno tre anni, con passaggio dei poteri dalla sfera militare a quella civile e un graduale passaggio alla democrazia.

Tre anni sono infatti il tempo minimo prima che si possano tenere elezioni libere e democratiche, secondo l’opposizione, che ha invitato a continuare la protesta in forma pacifica.

La transizione di tre anni è però una richiesta evidentemente inaccettabile per i militari, che hanno annunciato il voto entro nove mesi, rinfocolando la protesta che, a questo punto, è stata repressa nel sangue.

All’origine delle morti il fatto che si è deciso di sparare sul sit-in che da settimane stazionava davanti al palazzo del consiglio militare, in riva al Nilo.

La protesta democratica ha cercato di riorganizzarsi e di rifarsi viva, e gli organizzatori hanno incitato a sfidare il regime per la ricorrenza della fine del Ramadan.

Ma alle pattuglie di soldati, sempre stando alle forze d’opposizione, si è affiancata l’opera violenta di miliziani paramilitari, che picchiano, rapiscono, torturano, uccidono.

Tra questi la forza di supporto rapido (Rsf), miliziani giudicati responsabili del genocidio e della pulizia etnica delle popolazioni nere in Darfur nel 2003.

Il movimento per la democrazia sudanese, che qualcuno ha paragonato alle Primavere arabe di qualche anno fa, nacque in dicembre in seguito ad una protesta spontanea per il rincaro della farina e del carburante, per poi mettere radici politiche, dopo oltre 30 anni di dittatura militare guidata da Al Bashir.

Il dittatore fu estromesso l’11 aprile, sei giorni dopo che la protesta aveva assunto la forma pacifica di un sit-in permanente, simile a quello degli studenti di piazza Tienanmen in Cina.

“Il ruolo delle Nazioni Unite è senz’altro ancora importante – ha spiegato Enrico Casale, giornalista della rivista Africa intervistato da Stefano Leszczynski – ma a fianco dell’Onu è fondamentale l’azione diplomatica di tutti i Paesi, specialmente di quelli che stanno attualmente dalla parte del consiglio militare”.

Casale ha aggiunto che il rischio di non coinvolgere questi attori è infatti quello di ritrovarsi in una situazione come quella libica, dove l’Onu non è riuscita a riportare la pace.

Non posso che concordare sulla necessità di coinvolgere l’Onu e i Paesi più interessati alla situazione nel Suda. Altrimenti è prevedibile che vi sia un’escalation degli scontri ed anche, quindi, un aumento dei morti, che deve essere, invece, assolutamente evitato.

Pubblicato il 17/6/2019 alle 9.16 nella rubrica Diario.

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