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I problemi della sanità italiana evidenziati dal coronavirus

Poche luci e molte ombre sul servizio sanitario nazionale, penalizzato da riduzioni di spesa pubblica e sempre maggiore carenza di personale medico e infermieristico. Alla vigilia della pandemia, il sottofinaziamento della sanità, insieme alla “devolution” che ha di fatto creato 21 diversi sistemi sanitari regionali diversamente performanti, ha determinato conseguenze per i cittadini, che non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Questa la principale conclusione della diciottesima edizione del rapporto “Osservasalute”. 

Il rapporto è stato curato dall’osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma.

Il rapporto è stato il frutto del lavoro di 238 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e aziende sanitarie, Istituto superiore di sanità, Consiglio nazionale delle ricerche, istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori, ministero della Salute, agenzia italiana del farmaco, Istat.

Emblematici i principali dati economici: dal 2010 al 2018 la spesa sanitaria pubblica è aumentata di un modesto 0,2% medio annuo, molto meno dell’incremento del Pil che è stato dell’1,2%.

Al rallentamento della componente pubblica delle risorse finanziarie ha fatto seguito una crescita più sostenuta della spesa privata delle famiglie, pari al 2,5%.

Nel 2018, la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata sostenuta dalle famiglie, ammontava a circa 153 miliardi di euro, dei quali 115 miliardi di competenza pubblica e circa 38 miliardi a carico delle famiglie.

I tagli alla spesa non sono stati sempre accompagnati da un aumento di efficienza dei servizi, e spesso si sono tradotti piuttosto in una riduzione dei servizi offerti ai cittadini.

Per esempio, dal 2010 al 2018 il numero di posti letto è diminuito di circa 33.000 unità, con un decremento medio dell’1,8%, continuando il trend in diminuzione osservato già a partire dalla metà degli anni ’90.

“La crisi drammatica determinata da Covid-19 ha improvvisamente messo a nudo fino in fondo la debolezza del nostro sistema sanitario e la poca lungimiranza della politica nel voler trattare il servizio sanitario nazionale come un’entità essenzialmente economica alla ricerca dell’efficienza e dei risparmi, trascurando il fatto che la salute della popolazione non è un mero ‘fringe benefit’, ma un investimento con alti rendimenti, sia sociali sia economici”, ha affermato il direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica.

L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia.

Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni”, ha rilevato il direttore scientifico dell’osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane Alessandro Solipaca.

Pubblicato il 25/6/2020 alle 10.31 nella rubrica Diario.

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