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I nuovi poveri con il coronavirus

Con il focus realizzato dal Censis e da Confccoperative “Covid da acrobati della povertà a nuovi poveri. Ecco il rischio di una nuova frattura sociale” si è analizzata la situazione della povertà in Italia dopo il coronavirus.

Prima del coronavirus, nel 2019, le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni, di cui il 40,5% residente nelle regioni settentrionali e il 45,1% nel Mezzogiorno.

Tra gli individui assolutamente poveri, 1 su 4 erano minori (un esercito da 1,14 milioni di persone), mentre gli stranieri quasi 1 su 3 (1,4 milioni). Le persone senza fissa dimora erano stimate in 112.000, ma l’area dell’indigenza che faceva ricorso agli aiuti alimentari arrivava a comprendere 2 milioni e 700.000 persone.

Durante i mesi di stretto “lockdown” 15 italiani su 100 hanno visto ridursi il reddito del proprio nucleo familiare più del 50%, mentre altri 18 italiani su 100 hanno subìto una contrazione compresa fra il 25 e il 50% del reddito, per un totale di 33 italiani su 100 con un reddito ridotto almeno di un quarto.

Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25 e il 50% per il 19,5%).

In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

Con il “lockdown” sono diventate 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare.

Ben 1.059.000 famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare ((sono il 4,1% sul totale delle famiglie italiane). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350.000, è composta da cittadini stranieri.

Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre 131.000 famiglie possono invece contare soltanto sul lavoro non regolare dell’unico genitore.

La presenza di famiglie con solo occupati irregolari pesa al Sud dove si concentra il 44,2%, ma le percentuali che riguardano le altre ripartizioni danno conto comunque di una diffusione considerevole anche nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.

“Il Paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995. Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre sfondando il tetto del 10%.

Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata – ha affermato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri.

Il problema non è il deficit, ma la capacità o meno di poterlo pagare.

In merito al Recovery Fund – ha aggiunto Gardini – sono necessarie subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro.

Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo, più sostenibile”.

Pubblicato il 25/8/2020 alle 11.19 nella rubrica Diario.

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